Cucina napoletana

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Un negozio di prodotti tipici napoletani e campani a Spaccanapoli
Bartolomeo Pinelli (17811835), Lazzari napoletani che mangiano maccheroni. Incisione.
Litografia tratta da un originale di Teodoro Duclère (18161869), intitolata "Il tavernaio".
(NAP)

« 'O purpo se coce dint'a ll'acqua soja. »

(IT)

« Il polpo si cuoce nella sua stessa acqua.[1] »

(Proverbio napoletano)

La cucina napoletana ha antichissime radici storiche che risalgono al periodo greco-romano e si è arricchita nei secoli con l'influsso delle differenti culture che si sono susseguite durante le varie dominazioni della città e del territorio circostante. Importantissimo è stato l'apporto della fantasia e creatività dei napoletani nella varietà di piatti e ricette oggi presenti nella cultura culinaria partenopea.

In quanto capitale del regno, la cucina di Napoli ha acquisito anche gran parte delle tradizioni culinarie dell'intera Campania, raggiungendo un giusto equilibrio tra piatti di terra (pasta, verdure, latticini) e piatti di mare (pesce, crostacei, molluschi).

A seguito delle varie dominazioni, principalmente quella francese e quella spagnola, si è delineata la separazione tra una cucina aristocratica ed una popolare[2]. La prima, caratterizzata da piatti elaborati e di ispirazione internazionale, sostanziosi e preparati con ingredienti ricchi, come i timballi o il sartù di riso, mentre la seconda legata ad ingredienti della terra: cereali, legumi, verdure, come la popolarissima pasta e fagioli. A seguito delle rielaborazioni avvenute durante i secoli, e della contaminazione con la cultura culinaria più nobile, la cucina napoletana possiede ora una gamma vastissima di pietanze, tra le quali spesso anche quelle preparate con gli ingredienti più semplici risultano estremamente raffinate.

Nonostante le contaminazioni avvenute durante i secoli, compreso quello appena trascorso, la cucina napoletana conserva tutt'oggi un repertorio di piatti, ingredienti e preparazioni che ne caratterizzano una identità culturale inconfondibile.

Storia della cucina napoletana[modifica | modifica wikitesto]

La cucina in Epoca greco-romana[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Cucina nell'antica Roma.
Piatto greco con pesci, probabilmente atto a contenere portate di mare (Altes Museum, Berlino). Provenienza: Magna Grecia.
Un affresco di Pompei con frutta, che può suggerirci alcuni dei gusti a tavola degli antichi romani. Provenienza: museo archeologico di Napoli.
Un affresco di Pompei con un'aragosta e diversi molluschi, già ingredienti della cucina romana. Provenienza: Museo archeologico di Napoli.
Pagnotta carbonizzata ritrovata a Pompei. Provenienza: Museo archeologico di Napoli.

Non è sempre banale ritrovare riferimenti diretti alla tradizione culinaria del periodo greco-romano. Tra le tracce dei gusti culinari classici, diversi piatti di fattura greca raffigurano pesci e molluschi, segno del consumo di piatti di mare in quell'epoca. In diversi affreschi pompeiani sono rappresentati cesti di frutta (fichi, melograni), mentre nella villa di Poppea ad Oplontis è dipinto un dolce, di cui non è dato conoscere gli ingredienti.

Il prodotto ancora in uso più vicino al garum romano è la colatura d'alici tipica di Cetara[3], ed è forse una reminiscenza del gusto agrodolce tipico della cucina di Apicio e degli antichi romani l'uso di condire diversi piatti salati con l'uva passa, come nella pizza di scarole, o le braciole al ragù. Dal latino ex Apicio potrebbe provenire il termine scapece, un modo tipico di preparare le zucchine con aceto e menta[4].

Anche l'impiego del grano nella pastiera, dolce tipico di Pasqua, potrebbe avere un valore simbolico legato ai culti di Cerere ed ai riti pagani di fertilità celebrati nel periodo dell'equinozio di primavera[5]. Il vocabolo greco στρόγγυλος, stróngylos, che significa "di forma tondeggiante"[6] potrebbe aver dato l'origine al nome degli struffoli natalizi. Ed il nome della pizza, infine, deriva probabilmente da pinsa, participio passato del verbo latino pinsere[7], che vuol dire schiacciare.

Lucullo aveva una splendida villa a Napoli, tra il monte Echia, oggi Pizzofalcone, e l'isolotto di Megaride, dove oggi si trova il castel dell'Ovo[8]. La villa era circondata dal mare, e nelle sue adiacenze Lucullo vi aveva fatto costruire vasche per l'allevamento di pesci, in particolare murene, che erano ingredienti per i sontuosi banchetti organizzati dal padrone di casa che resero la villa celebre. Da questi banchetti ebbe origine l'aggettivo luculliano, per indicare una cena molto abbondante e deliziosa.

Il Medioevo[modifica | modifica wikitesto]

A Napoli all'inizio del Trecento, fu scritto in latino da un cortigiano del re Carlo II d'Angiò il più antico[9] ricettario di cucina conosciuto, il Liber de coquina. Il libro riporta ricette provenienti diverse corti, principalmente di influenza francese e napoletana, ma comprendente influssi arabi, spagnoli e di altre regioni italiane. Nel testo una sezione è dedicata ai legumi:

(LA)

« De leguminibus : recipe cicera et pone ad distemperandum per unam noctem in lexiuio bene salsato. Mane autem, abluas bene cum aqua tepida. Postea, decoque ea in aqua tepida et, in fine decoctionis, pone sal et oleum uel aliam pinguedinem. »

(IT)

« Legumi: porre i ceci a bagno per una notte in liscivia[10] ben salata. La mattina successiva, sciacquare bene con acqua tiepida. Quindi, mettere a cuocere in acqua tiepida e, a fine cottura, condire con sale e olio o altro tipo di grasso. »

(anonimo del XIV secolo, liber de coquina)

Il Cinquecento[modifica | modifica wikitesto]

Tra i primi autori che riportano ricette napoletane, troviamo Cristoforo di Messisbugo, attivo presso gli Estensi, e fatto Conte Palatino da Carlo V nel 1533, che riporta:

« A fare dieci piatti di maccheroni alla napoletana

Piglia libbre 8 di fiore di farina, e la mollena[11] d'un pane grosso boffetto, mogliato in acqua rosata, e uova fresche quattro, e oncie 4 di zuccaro; e bene impasta ogni cosa insieme, e fa bene la tua pasta, menandola per un pezzo. Poi ne farai spoglie più tosto grossette che sottili, e le tagliarai in liste strette e longhette; e farai che stiano alquanto fatti. Poi li cuocerai in brodo grasso bogliente, e li imbandirai nei piatti o sopra capponi o anadre o altro, con zuccaro e cannella dentro e di sopra. E per li giorni da pesce, li cuocerai nell'acqua senza butiro, o con butiro fresco se vorrai. »

(Cristoforo di Messisbugo, Banchetti composizioni di vivande e apparecchio generale.)

Più avanti, sempre nel Cinquecento, Bartolomeo Scappi, cuoco pontificio, fa altri riferimenti alla cucina napoletana. Tra questi la ricetta «Per fare torta reale di piccioni, da' Napoletani detta pizza di bocca di dama» oppure «Per fare torta con diverse materie, da' napoletani detta pizza». A quei tempi, il termine "pizza" non si riferiva necessariamente alla pietanza alla quale siamo abituati oggi[12]. Scrive infatti lo Scappi:

« Abbisi once sei d'amandole ambrosine monde e quattr'once di pignoli ammogliati mondi e tre once di dattoli freschi privi dell'anime e tre once di fichi freschi, tre once di zibibbo senz'anime, et ogni cosa pestisi nel mortaro, sbruffandole alle volte d'acqua rosa, di modo che venga come pasta; giungasi con esse materie otto rossi d'ova fresche crude, once sei di zuccaio, un'oncia di cannella pista, un'oncia e mezza di mostaccioli napoletani muschiati fatti in polvere, quattro once d'acqua rosa; e fatta che sarà d'ogni cosa in una composizione, abbisi la tortiera onta con uno sfoglio di pasta reale et il tortiglione sfogliato incirca non troppo grosso, e mettasi la composizione in la tortiera, mescolata con quattro once di butiro, facendo che non sia più alta d'un dito, e senza essere coperta facciasi cuocere al forno e servasi calda e fredda a beneplacito. In essa pizza si può mettere d'ogni sorta condite. »
(Bartolomeo Scappi, Opera.)

La cucina napoletana di fine Cinquecento è documentata dal Ritratto di Napoli di Giovan Battista del Tufo, del 1588[13]. Tra gli ingredienti principali abbondano frutta e verdura, particolarmente i broccoli, che sono conditi con sarde, soffritto d'aglio, e succo di limone. Anche il pesce era molto diffuso, e la carne era preparata prevalentemente con ingredienti agrodolci, quali prugne, aglio, uva passa e pinoli[14], mandorle e cannella. Erano diffusi i latticini, paste di varia fattura e molti dei vini ancora oggi prodotti, quali l'aglianico, il fiano, l'asprinio.

Il Seicento[modifica | modifica wikitesto]

Lazzaro napoletano che mangia maccheroni. Incisione datata 1690, una delle prime rappresentazioni di questo soggetto, accompagnata dalla scritta "Mangia bene".

Nel Seicento la fame affligge la plebe, e l'albero della cuccagna, con premi in pane, formaggio, salumi e carne diventa l'evento più importante delle feste che la nobiltà concede al popolo più povero: festa farina e forca erano gli elementi principali su cui si fondava il governo dell'epoca. Tra il Cinquecento ed il Seicento i gusti culinari cambiano con il diffondersi dei prodotti importati dall'America: pomodoro, patate, peperoni, cacao, il tacchino[15] e si va via via perdendo il gusto per i piatti agrodolci.

L'espansione demografica della città rende più pratico l'approvvigionamento di ingredienti che possono essere conservarti a lungo, come la pasta, rispetto al tradizionale consumo di verdure in foglia. In questo periodo i napoletani, precedentemente detti mangiafoglie, divengono mangiamaccheroni.

La pasta viene lavorata in diverse trafilature che danno origine ai formati più popolari, come i vermicelli, i perciatelli, i pàccari, gli ziti.

Al termine del secolo, Antonio Latini[16] presenta esempi di cucina napoletana, come la minestra di foglia alla napoletana:

« Si piglia una gallina e si mette a bollire insieme con la vacca, quando questa sarà più che mezza cotta, accioché la gallina non si disfaccia; e vi si mettono dentro lingue salate di porco, ma bollite, carne salata che prima sia stata a mollo, una soppressata, un pezzo di filetto, un pezzo di ventresca di porco, ossa mastre, annoglio, un pezzo di lardo battuto con il suo sale, a proporzione; e quando saranno le sopradette robbe cotte, metterai il brodo che raccoglierai dentro un tegame, tagliando le sopradette robbe in fette e la gallina ancora o cappone; tenendo ogni cosa da parte, metterai nel brodo un terzo della sudetta robba tagliata, e poi v'aggiungerai torzi ripieni, cocuzze e cipolle parimenti ripiene di vitella battuta con rossi d'ova, un poco di mollica di pane ammollato nel brodo, passarina, pignoli, a suo tempo, acini d'agresta e il pastume che avrai fatto servirà per riempire tutte le sopradette robbe, con le solite spezierie ed erbette odorifere. Vi potrai anche aggiungere la lattuga o la scarola ripiena; l'altra carne che sarà restata, l'anderai accomodando con ordine dentro il tegame o in un altro vaso, framezzata con fettarelle di fianchetto ripieno, con zizza[17] prima bollita, salsiccia spaccata per metà; levatele la sua pelle, fette sottili di cascio parmiggiano grattato, fonghi di Genova, prima dissalati e bolliti con ossa mastre, avvertendo che sia il brodo buono, che sarà una minestra di buon gusto ... »
(Antonio Latini, Lo scalco alla moderna[16])

Il Settecento[modifica | modifica wikitesto]

Nel Settecento diviene sempre più importante l'influsso della cultura francese in tutt'Europa, anche nelle tendenze culinarie. Alla corte dei Borbone arrivano i monzù (napoletanizzazione di monsieurs). Prendono nomi francesi molti piatti napoletani tipici, quali il ragù (da ragout), il gattò (da gateau), i crocchè (da croquettes).

Sicuramente uno dei più grandi cuochi che si distinsero tra il Settecento e l'Ottocento nelle corti nobiliari di Napoli fu Vincenzo Corrado, al quale si deve la preparazione di timballi e di altre ricette elaborate, preparazioni di carne di cacciagione e descrizioni di sontuosi banchetti. Vincenzo Corrado scrive Il cuoco galante[18] nel 1773 nel quale è ben presente l'influenza del gusto francese nella cucina partenopea. La presentazione estetica, oltre al gusto, acquista la sua importanza in cucina, ed il Corrado dedica grande spazio alle decorazioni e al modo di imbandire le tavole dei banchetti. Nell'opera del Corrado sono anche presentati i sorbetti, in vari gusti, ed il caffè, che, a differenza dall'attuale espresso, veniva bollito in apposite caffettiere.

L'Ottocento[modifica | modifica wikitesto]

Ricetta del sartù del Cavalcanti

Sartù di riso Prendi un rotolo e mezzo di riso ma che sia di quello forte lo lesserai nel brodo chiaro ed in mancanza anche nell'acqua sia pure per economia perché vale lo stesso. Quando il riso sarà cotto ma non scotto ci porrai un terzo ossia once undici di panneggiano o caciocavallo ed un pane di butiro (purché non l'avrai cotto nel brodo), ci farai un battuto di dodici ovi e mescolerai tutto ben bene: indi farai raffreddare questa composizione e poscia prenderai la casseruola proporzionata per formare il sartù facendoci una inverniciata di strutto con una uguale impellicciata di pan gratto, poscia ci porrai la mett del riso già intiepidito e con una mescola leggiermente lo adatterai facendoci un concavo nel mezzo ove porrai il solito raguncino che più volte ti ho detto per i timpani: Al di sopra ci porrai l'altra mettà del riso e con le mani l'accomoderai in modo che vada tutto bene incassato, facendoci al di sopra una ingranita di pan gratto con de' pezzettini di strutto. Gli darai la cottura come al timpano con la pasta facendoci anche un buco in mezzo come a quello versandoci uno o due coppini di sugo. Da: Cavalcanti, Ippolito, II ed., pag. 55.

Giorgio Sommer (18341914): Mangiatori di spaghetti, precedente al 1886. Foto numerata n.1444.

La borghesia accresce la sua importanza nell'800 e contribuisce a coniugare la tradizione culinaria popolare con la maggiore raffinatezza della cucina nobiliare. Divengono celebri i personaggi tipici dell'iconografia napoletana[19], quali il maccaronaro, il sorbettaro, il franfelliccaro[20], l'acquaiolo, il mellonaro, l'ostricaro.

Il primo pastificio industriale viene inaugurato da Ferdinando II di Borbone nel 1833[21], e la produzione della pasta diventa importante a Portici, Torre del Greco, Torre Annunziata e Gragnano, zone dove il clima favorisce l'essiccazione naturale della pasta.

Le migliori ricette della cucina napoletana dell'800 sono riportate da Ippolito Cavalcanti, duca di Buonvicino, che pubblica nel 1837 la prima edizione della Cucina teorico-pratica, alla quale viene aggiunta, nella seconda edizione del 1839, l'appendice Cusina casarinola co la lengua napolitana. Nella Cucina compare la ricetta del tradizionale ragù napoletano[22].

Matilde Serao ci fornisce le prime informazioni sulle ricette della classe napoletana più povera. Nel suo Ventre di Napoli descrive alcune ricette popolari, tra le quali la zuppa di meruzze e la zuppa di freselle con il brodo di polpo.

Il Novecento[modifica | modifica wikitesto]

Il secolo delle due guerre mondiali produce profondi cambiamenti nella vita napoletana, con inevitabili ripercussioni anche nella tradizione culinaria. La fame del periodo della guerra rende necessario, ai più poveri, l'uso di ingredienti di scarto, quali baccelli vuoti di fave e piselli[23].

Dopo il boom economico e lo sviluppo delle comunicazioni, comincia un periodo di contaminazione con altre cucine italiane ed internazionali. Ma, mentre sbarca anche a Napoli McDonald's, e i cibi precotti abbondano nei supermercati, viene rivalutata dai nutrizionisti, su basi scientifiche, l'importanza della dieta mediterranea, di cui la cucina napoletana tradizionale, con abbondanza di carboidrati, verdure, pesce ed olio d'oliva, può essere considerata uno dei migliori esempi[24].

Il Novecento è anche il secolo della diffusione su scala mondiale dei più famosi piatti della cucina napoletana, come gli spaghetti e la pizza, anche con alcune varianti, che si ripercuotono di riflesso anche a Napoli, dove alcune pizzerie cominciano a servire anche pizze con l'ananas.

L'identità della cucina napoletana resta comunque ben solida, e la creatività campana continua anche alla fine di questo secolo, che vede l'invenzione, ad esempio, della delizia al limone (1978).

Il Duemila[modifica | modifica wikitesto]

Nel nuovo millennio, continua la contaminazione della cucina napoletana, come l'uso del crudo di pesce, versione locale del sushi giapponese[25], insieme alla riscoperta e rivalutazione di piatti e ingredienti tipici. Diverse catene di ristorazione propongono esclusivamente cucina napoletana con diffusione nazionale ed internazionale[26].

Ingredienti principali[modifica | modifica wikitesto]

La pasta[modifica | modifica wikitesto]

Giorgio Sommer (1834-1914), "Napoli - Fabbrica di maccheroni". Fotografia colorita a mano. Numero di catalogo: 6204.

Esiste una grande varietà di pasta napoletana. Nella cucina napoletana è molto più diffusa la pasta di semola di grano duro, di produzione industriale, rispetto alle paste fatte in casa, che sono molto più diffuse nell'entroterra campano ed in altre regioni d'Italia. La produzione su larga scala della pasta nel napoletano risale almeno al XVI secolo, quando a Gragnano[27] si trovavano le condizioni ideali per essiccarla e conservarla. A Napoli sono considerati molto importanti anche i tempi di cottura della pasta, che deve essere ben "al dente", in particolare se deve essere successivamente mantecata in padella.

Tra le varietà più diffuse vi sono, oltre a quelle più classiche, come spaghetti, linguine e bucatini, anche i formati tipici locali, come i paccheri e gli ziti, che tradizionalmente vengono spezzati a mano, prima di essere cotti e conditi con il ragù. Per la preparazione di pasta con i legumi viene usata anche la pasta mista (pasta ammescata), una volta venduta a prezzo più basso perché risultante dai rimasugli spezzati degli altri formati, ma oggi venduta come un formato a sé stante. Da non trascurare sono gli gnocchi, preparati con farina e patate. Vi sono anche formati meno tradizionali, ma oggi molto diffusi, tra i quali gli scialatielli.

Il pomodoro[modifica | modifica wikitesto]

Il pomodoro, originario dell'America, fu importato in Europa dagli spagnoli nel XVI secolo, ma venne ignorato dal punto di vista alimentare per circa due secoli[28]. Solo tra la fine del XVIII secolo e l'inizio del XIX secolo la salsa di pomodoro divenne comune a molte ricette, e la sua coltivazione si diffuse fino a diventare una delle più importanti della Campania. Tra le varietà più famose a Napoli vi è il pomodoro Sammarzano, quasi estinto alla fine del XX secolo e recentemente recuperato alle coltivazioni, ed il pomodorino vesuviano che si conserva a lungo raccolto a grappolo da appendere fuori al balcone ('o piennolo).

A Napoli è sorta l'industria conserviera che ha portato in tutto il mondo i celebri "pelati" e il "concentrato" di pomodoro. Molti sono poi i metodi casalinghi di conservarlo, dai pomodori in bottiglia, fatti a pezzi oppure passati per essere sempre pronti agli usi più vari, alla famosa "conserva" in cui il pomodoro viene stracotto e concentrato fino a diventare una crema scura e vellutata.

Verdure e ortaggi[modifica | modifica wikitesto]

Un fascio di friarielli, tipica verdura napoletana.
La pucchiacchella, pianta spontanea, una volta venduta come insalata insieme alla rucola da ortolani ambulanti.

I piatti a base degli ortaggi dell'agro campano, come la parmigiana di melanzane o i peperoni ripieni, possono diventare veri e propri protagonisti della tavola. Tra i prodotti più tipici vanno ricordati i friarielli, la scarola liscia o riccia, diverse varietà di broccoli, la verza, le verdure da minestra, e le puntarelle. Diffusissimi sono tutti i tipi di legumi.

Le zucchine sono ampiamente utilizzate; le più grandi vanno preparate a scapece, fritte e condite con l'aceto e la menta. I fiori maschili delle zucchine si possono preparare fritti in pastella: sono ottimi succedanei dei sciurilli, che sono i fiori di zucca[29]. I germogli raccolti dalle piante di zucchine in tarda estate, dopo la fase di produzione, vengono chiamati talli, e sono ingredienti di ottime zuppe oppure vanno soffritti in padella. Tra le cucurbitacee ha diffusione locale la zucchetta di pergola o zucchetta del prete, dal gusto delicato, ottima con la pasta o a zuppa con pomodorini.

Oltre ai normali peperoni di grosse dimensioni, rossi e gialli, tipici sono i peperoncini verdi dolci, che si preparano fritti. I carciofi più pregiati sono le cosiddette mammarelle, grandi, tondeggianti e con le estremità delle foglie violacee. Sono ideali per essere gustate semplicemente lesse con un pinzimonio di olio extravergine di oliva e sale.

L'insalata accompagna molti piatti, specialmente quelli a base di pesce. Più spesso della lattuga viene impiegata l'incappucciata (simile a quella che oggi viene chiamata iceberg), più croccante, che viene mescolata anche a carote, finocchio, rucola, che una volta veniva raccolta spontanea nelle campagne e venduta dagli ambulanti insieme alla meno nobile pucchiacchella, e ravanelli, tradizionalmente quelli lunghi e più piccanti, oggi sempre più rari e quasi completamente sostituiti da quelli tondi e più dolci. L'insalata di pomodori primeggia nel periodo estivo. Un accorgimento particolare per quest'insalata, che viene condita con cipolla, basilico e/o origano ed olio d'oliva, è di aggiungere un filo d'acqua, che aiuta la macerazione e la formazione di un sugo nel quale intingere il pane.

Le olive nere usate nella cucina napoletana sono quelle di Gaeta, città a Nord di Napoli, una volta parte del Regno delle due Sicilie.

Formaggi e latticini[modifica | modifica wikitesto]

La mozzarella di bufala campana è il latticino più tipico della Campania.
« Ti fai dare mezzo chilo di mozzarella di Aversa, freschissima! Assicurati che sia buona: pigliala con due dita, premi la mozzarella, se cola il latte te la pigli, se no desisti! »
(Enzo Turco in una scenetta con Totò nel film Miseria e nobiltà)

Presenza importante nella cucina napoletana e campana sono i latticini, la cui storia è documentata da tempi antichissimi. Tra questi sono molto importanti le produzioni di latticini in pasta filata, come fiordilatte, provola e mozzarella. La mozzarella di bufala, in particolare, viene citata per la prima volta con il nome mozzarella nel 1570 da Bartolomeo Scappi[30] ma ha origini sicuramente più antiche, e nel 1481 appare con il nome di mozza[30], dal verbo mozzare, gesto col quale, a mano, si suddivide la pasta filata in singole mozzarelle. Analogamente, dalla prova, di analogo significato, prende il nome la provola.

In ordine di stagionatura, sono riportati sotto alcuni tra i più famosi formaggi e latticini usati nella cucina napoletana e campana:

Pesce e frutti di mare[modifica | modifica wikitesto]

Pesci appena pescati raffigurati in un mosaico di Pompei. Provenienza: Museo archeologico di Napoli.
I Cicenielli sono una delle prelibatezze di mare della cucina napoletana.

Tutto il pesce del Tirreno è abbondantemente presente nella cucina napoletana. Molto apprezzati sono anche i pesci meno pregiati e più economici, tra i quali soprattutto le alici ed il pesce azzurro in generale. Ottimo è il pesce per la zuppa: scorfani, tracine, cuocci, così come pesci di media e grande taglia, tra i quali spigole e orate, ormai venduti prevalentemente da itticoltura, o come dentici, saraghi e pezzogne. Anche pesci di piccolissimo taglio sono usati[36]:

  • I cicenielli, novellame di pesce azzurro, piccolissimi e trasparenti, cotti lessi o fritti con la pastella.
  • I fravagli, lunghi pochi centimetri, principalmente di triglia o retunni, da passare nella farina e friggere rapidamente[37].

A seguito del progressivo depauperamento delle riserve ittiche del mediterraneo, e delle conseguenti limitazioni sulla pesca del novellame, questi ultimi non sono più commercializzabili[38], mentre sono ancora venduti, nei limiti delle limitazioni imposte alla pesca, i cicenielli.

Il baccalà, importato dai mari del nord Europa, è anche un ingrediente che fa parte della tradizione, e viene preparato fritto o anche con le patate e pomodoro.

Molti cefalopodi sono utilizzati (polpi, seppie, calamari), così come i crostacei[39]. I frutti di mare: cozze, cannolicchi, taratufi, fasolari, telline, sconcigli e maruzzielli, sono ancora oggi talvolta consumati anche crudi, sebbene sempre più raramente rispetto a qualche decennio fa. Una nota particolare la merita la definizione di vongola verace, da non confondere con la vongola filippina, spesso chiamata verace nei mercati del nord Italia, ed il lupino.

Da deprecare è il consumo di datteri di mare, per fortuna vietato per legge dal 1998, in quanto per la loro pesca vengono seriamente danneggiate le costiere calcaree, prevalentemente della penisola sorrentina.

Le carni[modifica | modifica wikitesto]

La carne non è troppo usata nella cucina napoletana, anche perché era un ingrediente che scarseggiava presso le mense dei poveri. Non troviamo quindi nella tradizione filetti, costate o tagliate di carne, ed anche il taglio della carne può risultare deludente per gli standard del nord e centro Italia[40]. I tagli di maiale preferiti sono le tracchie, ossia le costine, molto grasse, che sono cotte soprattutto nel ragù. Le salsicce a Napoli sono preparate con la carne tagliata grossolanamente (a ponta 'e curtiello). Una interessante variante è costituita dalle cervellatine, più sottili delle regolari salsicce.

Sono diffusi anche interiora e frattaglie varie: i fegatini di maiale, avvolti dalla tipica rete di grasso ed una foglia d'alloro, la trippa, i tipici 'O pere e 'o musso, e la piccante zuppa di soffritto, utilizzata per condire la pasta o come sugo sulle freselle.

Tra i derivati del maiale non vanno dimenticati i cicoli, prodotti dalla pressatura dei tessuti più grassi, dai quali viene estratta la sugna, ingrediente molto usato in passato come alternativa all'olio di oliva, un tempo molto più costoso, e che veniva acquistato, addirittura, in misurini da un decilitro.

Salumi[modifica | modifica wikitesto]

La cucina napoletana offre una varietà limitata di salumi. Oltre al famoso salame napoletano, in cui la carne ed il grasso sono tagliati a pezzi piuttosto grandi, è diffuso il capocollo, di uso tipicamente pasquale, ed i cicoli, sia nella versione secca, che in quella morbida, questi ultimi utilizzati come companatico. È tipico il panino con l'abbinamento di cicoli, ricotta e pepe.

Il pane[modifica | modifica wikitesto]

Scomparso oramai il pane "marsigliese", un pane delicato fatto con lievito di birra e di forma particolare (due panetti attaccati), il pane più utilizzato è il "pane cafone", cresciuto a lievitazione naturale, cotto in forno a legna in diverse forme. Sono anche diffusi gli sfilatini, rimembranze delle baguette francesi, ma più corti e dalla sezione un po' più larga, le rosette, piccoli panini tondi, e infine la fresella, ovvero un biscotto di pane tondo e sottile da condire con olio, olive, pomodori e altro.

Primi piatti[modifica | modifica wikitesto]

Il ragù di Eduardo

La necessità di un'accurata preparazione del ragù è evidente dai seguenti versi di Eduardo, che definisce spregevolmente carne c' 'a pummarola (carne col pomodoro) la ricetta di una poco accorta sposa:

«  'O rraù ca me piace a me
m' 'o ffaceva sulo mammà.
A che m'aggio spusato a te,
ne parlammo pè ne parlà.
Io nun songo difficultuso;
ma luvàmmel' 'a miezo st'uso

Sì, va buono: comme vuò tu.
Mò ce avéssem' appiccecà?
Tu che dice? Chest'è rraù?
E io m' 'o mmagno pè m' 'o mangià...
M' 'a faje dicere 'na parola?...
Chesta è carne c' 'a pummarola »
(Eduardo, 'O rraù.)

La varietà dei primi piatti nella cucina napoletana è molto vasta, e comprende sia piatti molto semplici, come pasta al pomodoro e basilico o il semplicissimo aglio e uoglio (aglio e olio) fino a preparazioni elaborate, tra le quali il ragù che può richiedere, nella versione più tradizionale, cinque o sei ore di preparazione[22].

I primi piatti si rifanno a più tradizioni complementari che spesso si mescolano e influenzano a vicenda: quella di una cucina poverissima, basata principalmente su ingredienti della terra, una cucina popolare tradizionale, ricca di frutti di mare e pesce, alimenti dal costo contenuto, vista la pescosità del mare di Napoli, e, infine, una cucina legata alla parte più agiata della città, costituita da carne di ogni genere, uova e latticini, in preparazioni talvolta elaborate.

Primi piatti poveri[modifica | modifica wikitesto]

Gli spaghetti aglio, olio e peperoncino sono una delle più semplici ricette napoletane.

Tra gli alimenti più poveri ci sono le freselle, ciambelle biscottate di pane duro, dalla facile conservazione, che, bagnate, sono la base della caponata[41], condite con pomodoro fresco, aglio, olio, origano e basilico, e, quando disponibili, anche acciughe, olive ed altri ingredienti[42]. Altro piatto tipico sono gli spaghetti aglio e uoglio (aglio e olio) spesso conditi con peperoncino.

La cucina più povera abbina spesso la pasta con i legumi. Popolarissime sono: pasta e fagioli (pasta e fasule), conditi con le cotiche, pasta e ceci, pasta e lenticchie, e pasta e piselli. Ormai è rarissimo l'uso delle cicerchie. In maniera analoga ai legumi sono preparate pasta e patate (pasta e patane), pasta e cavolfiore, pasta e zucca. Il metodo di cottura della cucina più popolare consiste nel far cuocere prima i condimenti (ad esempio, soffriggere l'aglio nell'olio, quindi aggiungere i fagioli lessati, oppure soffriggere la cipolla ed il sedano ed aggiungere le patate tagliate a cubetti), quindi allungare con l'acqua, portare ad ebollizione, salare, ed aggiungere la pasta cruda[43]. La pasta, cuocendo insieme ai condimenti, conserverà l'amido, che invece viene perso se la pasta viene cotta a parte e poi scolata. Questo procedimento rende il sugo della pasta più cremoso ("azzeccato"), ed è contrapposto ad una tradizione più "nobile" che preferisce preparare questi piatti in maniera più brodosa, aggiungendo alla fine la pasta cotta a parte. Per un primo piatto povero ma più nutriente, la pasta può essere semplicemente condita con uovo alla stracciatella e formaggio, la cosiddetta pasta caso e ova.

Gli spaghetti, conditi con sugo di pomodoro, olive di Gaeta e capperi prendono il nome di spaghetti alla puttanesca[44]. Fantasiosa è anche la ricetta ideata per le tavole più povere, in assenza di costosi frutti di mare: gli spaghetti conditi con un sugo di pomodorini, o anche in bianco, con aglio, olio e prezzemolo vengono definiti spaghetti alle vongole fujute, dove le vongole sono presenti solo nella fantasia dei commensali[45]. Lo scarpariello è un altro sugo semplice con cui si condiscono i maccheroni la sua base è di pomodoro e formaggio.

La frittata di maccheroni[modifica | modifica wikitesto]

La frittata di maccheroni si può preparare anche con avanzi di pasta, sia in bianco che conditi col sugo di pomodoro. Si mescola la pasta cotta al dente con uovo battuto e formaggio. Può essere arricchita con svariati ingredienti. Alcune moderne riedizioni la vogliono farcita con ingredienti quali prosciutto cotto, mozzarella o provola fresca. Tradizionalmente cotta in padella, c'è chi usa oggi cuocerla al forno per renderla meno grassa. Se ben preparata risulta compatta, e può essere anche tagliata a fette per essere consumata durante gite fuori porta o in spiaggia.

Della frittata di maccheroni esiste anche una versione più piccola, chiamata appunto frittatina, prodotto tipico da rosticceria, preparata con besciamella, carne macinata, piselli e mozzarella e poi fritta in pastella.

Primi piatti più ricchi[modifica | modifica wikitesto]

La cucina aristocratica usa la pasta per preparazioni elaborate, come timballi, poco utilizzati ormai nella cucina di ogni giorno. Il sartù di riso è un timballo a base di riso ripieno di fegatini di pollo, salsicce, polpettine di carne, fiordilatte o provola, piselli, funghi, e condito con ragù[46], o, nella versione "in bianco" con besciamella.

Tra i piatti "ricchi", ma comunque di uso comune, vi è la pasta condita con diversi sughi, come:

  • La bolognese, così chiamata perché vagamente ispirata al ragù emiliano, è preparata con un trito di carota, sedano e cipolla, carne macinata e pomodoro;
  • La genovese, che non ha niente a che fare con Genova, è preparata con un sugo di carne a base di abbondante cipolla rosolata ed altri aromi;

Con il ragù sono tradizionalmente conditi gli ziti, lunghi maccheroni cavi, che vengono spezzati a mano prima della cottura. Il ragù viene anche usato, insieme al fiordilatte, per condire gli gnocchi alla sorrentina, che sono poi tradizionalmente ripassati a forno in un pignatiello, tipico pentolino monoporzione di terracotta.

Primi piatti di pesce[modifica | modifica wikitesto]

Gli spaghetti alle vongole sono il primo piatto di mare più popolare.

Spaghetti, linguine e paccheri sono abbinati benissimo a frutti di mare e pesce. Di qui i piatti tipici da pranzi importanti (matrimoni, in particolare). I più tipici sono:

Ma esistono moltissime altre varianti, ad esempio gli spaghetti con il sugo in bianco del merluzzo. La cucina povera a base di legumi si può abbinare ai frutti di mare, così da avere, ad esempio, pasta e fagioli con le cozze, o varianti più moderne come zucchine e vongole o cozze, che però finiscono per perdere ogni connotazione tradizionale.

Piatti di riso[modifica | modifica wikitesto]

Oltre al già citato sartù di riso[46], nella cucina più povera, viene preparato tipicamente il riso con la verza[48], che può essere insaporito da scorzette di formaggio parmigiano, che fondono durante la cottura, o con cotiche di maiale o salsiccia. A base di pesce, invece è il risotto alla pescatora che si prepara con molluschi di vario tipo (vongole, lupini, polpi, seppie, calamari), gamberi, e con un brodo ottenuto da gusci e dalle scorze dei gamberi. Sono diffusi anche a Napoli gli arancini, detti in napoletano palle 'e riso, più tipici della tradizione siciliana.

La pizza[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pizza napoletana.
« La pizza napoletana va consumata immediatamente, appena sfornata, negli stessi locali di produzione. L'eventuale asporto del prodotto verso abitazioni o locali differenti dalla pizzeria ne determina la perdita del marchio »
(Art. 6 della disciplinare per la definizione di standard internazionali per l'ottenimento del marchio "Pizza Napoletana STG")
La pizza Margherita, realizzata in onore della regina Margherita di Savoia nel 1889 dal pizzaiolo Raffaele Esposito.

La pizza è forse il prodotto della cucina italiana più celebre nel mondo. Le sue radici sono antichissime, sicuramente risalenti almeno all'epoca romana, quando erano diffuse diverse focacce di grano, citate in alcune opere di Virgilio[49]. Il nome, infatti, probabilmente deriva dal latino pinsa[7], participio passato del verbo pinsere, che significa schiacciare. La pizza vera e propria, ricoperta di salsa di pomodoro, risale a poco più di due secoli or sono, e fu presto popolarissima sia presso i napoletani più poveri e che presso i nobili, compreso i re Borbone. Il successo della pizza conquistò anche i sovrani piemontesi, tanto è vero che proprio alla regina Margherita di Savoia nel 1889 il pizzaiolo Raffaele Esposito dedicò la "pizza Margherita" che rappresentava il nuovo vessillo tricolore con il bianco della mozzarella, il rosso del pomodoro ed il verde del basilico. Tuttavia, quella che oggi è chiamata pizza Margherita in realtà era già preparata prima della dedica alla regina Savoia. Francesco De Bouchard già nel 1866 ci riporta[50] la descrizione dei principali tipi di pizza, ossia quelli che oggi prendono nome di marinara, margherita e calzone:

« Le pizze più ordinarie, dette coll'aglio e l'oglio, han per condimento l'olio, e sopra vi si sparge, oltre il sale, l'origano e spicchi d'aglio trinciati minutamente. Altre sono coperte di formaggio grattugiato e condite collo strutto, e allora vi si pone disopra qualche foglia di basilico. Alle prime spesso si aggiunge del pesce minuto; alle seconde delle sottili fette di muzzarella. Talora si fa uso di prosciutto affettato, di pomidoro, di arselle, ec. Talora ripiegando la pasta su se stessa se ne forma quel che chiamasi calzone. »
(Francesco de Bourcard, Usi e costumi di Napoli, Vol. II, pag. 124)

La cottura della vera pizza necessita il forno a legna che riesce a raggiungere alte temperature tra i 430 e i 485 °C[51]. Per questo motivo, sia la pizza fatta in casa che quella preparata nei locali che utilizzano forni elettrici non riescono a pareggiare l'inconfondibile ed unico sapore della vera pizza napoletana.

Un modo tradizionale di consumare la pizza è di acquistarla e mangiarla per strada. Nel centro storico alcune pizzerie vendono ancora la pizza a libretto o a portafoglio, più piccola della pizza che si mangia a tavola, piegata in quattro insieme ad un foglio di carta per alimenti, ed ancora dal costo molto contenuto. Questa pizza è stata resa celebre da Bill Clinton che, a Napoli per il meeting del G7, del 1994 gustò la pizza in questo modo presso una nota pizzeria in via dei Tribunali[52].

Con un impasto simile a quello della pizza ma più leggero si producono anche pastacresciute, tipiche delle friggitorie[53]. Nelle pizzerie-friggitorie spesso si vendono anche le pizze fritte, ossia calzoni ripieni ma fritti in olio invece che cotti al forno.

Secondi piatti di mare[modifica | modifica wikitesto]

Fra le ricette di pesce, primeggiano i polpi alla lucìana, cosiddetti dal popolare borgo di Santa Lucia nel quale nacquero, cotti con peperoncino piccante e l'immancabile pomodoro[54]. Il polpo si prepara anche semplicemente lesso[55], all'insalata, condito con olio, limone, prezzemolo, ed olive verdi. In una maniera più ricca, viene preparata l'insalata di mare dove oltre al polpo si usano seppie, calamari e gamberi.

Il pesce di media taglia viene spesso cucinato all'acqua pazza[56], ossia con pomodorino e prezzemolo; quelli di taglia più grande anche semplicemente grigliati, accompagnati, nelle occasioni più importanti, da gamberoni e mazzancolle.

Le cozze sono preparate in vari modi tra cui semplicemente all'impepata, rapidamente lessate e pepate, e condite con qualche goccia di succo di limone, che ogni commensale spremerà sui singoli mitili. Vongole ed altri frutti di mare sono gustati spesso sauté, saltati in padella con aglio ed olio e con prezzemolo tritato a crudo, spesso serviti su crostini, oppure sono preparati al gratin, gratinati a forno con pangrattato.

Anche il pesce più economico, principalmente le alici, viene spesso usato per gustose ricette. Tra queste:

  • Le alici dorate e fritte, spinate e passate in farina ed uovo prima di essere fritte.
  • Le alici marinate, sia in succo di limone che aceto.
  • Le alici arreganate, spinate e cotte rapidamente in tortiera con aglio, olio, origano e condite con succo di limone o aceto.

I cicenielli, piccolissimi pesci, sono preparati lessi o fritti in una leggera pastella, così come è d'uso fare con le alghe di mare. La frittura di paranza è di solito fatta con merluzzetti, triglie, fricassuari (piccole sogliolette), ma possono esserci anche altre varietà di pesce di piccolo taglio, come alici o mazzoni. La frittura va mangiata caldissima (frijenno magnanno, si suole dire in napoletano). I piccoli gamberetti di nassa, i più freschi venduti ancora vivi e saltellanti, sono fritti rapidamente, e senza essere prima infarinati, come invece avviene per la paranza.

Secondi piatti di carne[modifica | modifica wikitesto]

I secondi di carne non sono troppo vari nella cucina napoletana. Capretto e agnello si gustano cucinati con patate e piselli al forno, specialmente in occasione di Pasqua; il coniglio ha la sua migliore preparazione all'ischitana e il pollo viene rosolato alla cacciatora col pomodoro; le salsicce o le cervellatine sono tradizionalmente soffritte in padella e accompagnate da contorni a base di verdure, specialmente i friarielli, oppure patatine fritte. Le tracchie (spuntature) di maiale sono tipicamente consumate come secondo piatto dopo che sono state cotte al ragù, che è stato usato per condire la pasta. Le tracchie si accompagnano o sono alternative alle braciole, nome napoletano degli involtini, che sono fatte con fettine sottili di vitello avvolte con un ripieno di aglio, prezzemolo, uvetta, pinoli ed altri aromi, e richiuse tradizionalmente con il filo da cucito, e oggi con gli stuzzicadenti. Un modo tipico di cucinare le fettine di carne di vitello è alla pizzaiola, ossia con pomodoro, aglio ed origano. Altri piatti di carne sono stati già citati nella sezione sugli ingredienti[57].

Piatti di verdure[modifica | modifica wikitesto]

Sono tradizionali minestre di verdure e legumi, come la minestra di scarola e fagioli, preparata con i fagioli cannellini o spollichini[58], i fagioli alla maruzzara, con pomodoro, aglio, sedano, origano e peperoncino, o la natalizia minestra maritata. Ma talvolta i piatti a base di verdure trasformano ingredienti semplici in piatti molto ricchi ed elaborati. Tra questi vanno citati[59]:

Fritture[modifica | modifica wikitesto]

Oltre alla già citata frittura di pesce, molte verdure si cucinano dorate e fritte (carciofi, zucchine, cavolfiore). Nelle fritture più ricche, si aggiunge anche fegato, ricotta e, una volta, si aggiungevano anche le cervella. La mozzarella si può preparare dorata e fritta (con farina e uovo) o in carrozza, come la prima, ma fritta tra due fette di pane ammorbidite nel latte[60].

Tra le fritture napoletane vi sono anche i crocchè di patate ed i sciurilli, acquistabili anche per strada nelle tipiche friggitorie, insieme a scagliozzi, pastacresciute e melanzane fritte[61].

Le frittate, non solo di maccheroni, fanno parte della tradizione napoletana. La più celebre è la famosa frittata di cipolle[62] che ha per base le cipolle, ben dorate.

Contorni[modifica | modifica wikitesto]

Insalata caprese, con pomodoro, mozzarella e basilico.

I contorni non sono piatti secondari nella cucina napoletana, e sono per lo più a base di verdure. Tra questi[63]:

  • Gli zucchini alla scapece, fritti e conditi con aceto e menta fresca.
  • Le melanzane a funghetti, in due versioni: fritte a listarelle e condite con pomodorini, oppure soffritte a dadini.
  • Le melanzane a scarpone, oggi chiamate spesso a barchetta, vengono tagliate di lungo, fritte in poco olio e condite con sugo di pomodoro alla puttanesca.
  • Le mulignane a 'ppullastiello, tagliate a fette dopo una prima cottura vengono farcite con mozzarella e poi indorate e fritte.
  • I peperoni in padella, conditi con olive di Gaeta e capperi.
  • I peperoni imbottiti, ricoperti di pangrattato e passati in forno.
  • I peperoni a gratè, derivanti dal francese au graten, sono una versione più leggera di quella in padella, cotti al forno vengono spellati tagliati e conditi con olio, aglio, prezzemolo, olive,capperi e ricoperti di pangrattato.
  • I peperoncini verdi fritti, non piccanti, che sono poi conditi con salsa di pomodorini.
  • I friarielli, soffritti con aglio, olio e peperoncino, spesso accompagnano le salsicce (da cui sasicce e friariell') e cervellatine, per le quali si servono come contorno anche patatine fritte tagliate a cubetti.
  • Le scarole o il cavolo cappuccia alla monachina, soffritti in padella e conditi con olive nere di Gaeta, capperi, pinoli, uva passa ed acciughe sotto sale.

Rustici[modifica | modifica wikitesto]

Casatiello

Tra i piatti rustici più diffusi, vi è la pizza di scarole, preparata con scarole soffritte e condite con aglio, pinoli, uvetta, olive di Gaeta e capperi, e ricoperta di una pasta semplice di farina, acqua e lievito. Il casatiello, o tòrtano è il rustico tipico del periodo di Pasqua, consumato anche il giorno di pasquetta durante le gite fuori porta. Oggi i due nomi si usano spesso come sinonimi, ed indicano un rustico ricco di un'imbottitura di formaggi ed insaccati. Nelle versioni originali tòrtano e casatiello erano più semplici, quest'ultimo si distingueva dal primo perché caratterizzato dalla presenza di uova nell'impasto, mentre il primo era ripieno di cicoli:

« Nella sua prima semplicità popolare [il casatiello] non è altro che un pane di forma circolare, come un grosso ciambellone, in cui si conficcano delle uova, anche uno solo, secondo la dimensione del pane, e queste uova, con tutto il guscio, sono fermate al loro posto da due strisce di pasta in croce. La pasta è la solita pasta del pane, ma intriso con lardo e strutto. Cotto al forno, le uova vi divengono sode. »
(Francesco de Bourcard, Usi e costumi di Napoli, Vol. II, pag. 274)

Anche il babà ha la sua versione rustica. La pasta del babà è infatti neutra, e nella versione da pasticceria acquista il gusto dolce dal bagno di acqua, zucchero e rum. Nella versione rustica, invece, all'impasto vengono aggiunti formaggio e salumi.

In rosticceria sono oggi molto diffusi e apprezzati i panini napoletani, che in realtà non sono panini veri e propri, bensì rustici imbottiti di salumi e formaggio.

Dolci[modifica | modifica wikitesto]

Le sfogliatelle ricce, dolce la cui tradizione risale al XVII secolo.
I Babà napoletani (da destra: quello classico col rum, quello con panna e fragole e quello col cioccolato)

La tradizione culinaria napoletana annovera una grande varietà di dolci. Tra i dolci principali, sono da ricordare i seguenti:

  • La sfogliatella, frolla o riccia, ideata nel Settecento nel monastero di Santa Rosa situato a Conca dei Marini, nei pressi di Amalfi, il cui ripieno contiene una crema di ricotta, semolino, cannella, vaniglia e cedro e scorzette di arancia candite. Tra le varianti che si trovano oggi vi è la Santa Rosa, più grande e completata da crema ed amarene, la frolla perché fatta appunto con pasta frolla, e le code d'aragosta, ripiene di una pasta bignè e farcite con vari tipi di crema. Da ricordare inoltre la secolare battaglia tra i sostenitori della riccia e della frolla che da tempi ormai immemori si contendono il titolo di autentica sfogliatella.
  • Il babà, variante napoletana di un dolce che ha probabilmente origini polacche.
  • Le zeppole di San Giuseppe, fritte o al forno, sono ciambelle ricoperte di crema e di amarene.
  • La pastiera, del periodo di Pasqua, è un dolce tipicamente realizzato a casa, più che in pasticceria. Tra gli ingredienti vi è il grano, che a Napoli viene venduto già lessato e pronto per l'uso. L'uso di questo ingrediente potrebbe essere legato ai culti della fecondità di epoca greco-romana[5].
  • Gli struffoli natalizi, dolce tipico fatto da molte palline piccole e fritte, condite con miele. Questo dolce ha probabili origini greche, come riportato nell'introduzione storica.
  • La delizia al limone, creazione degli anni settanta, ma entrata di diritto nella tradizione dolciaria campana. A base di limoni della costiera sorrentina e limoncello.
  • La torta caprese, a base di mandorle e cioccolato. Con la delizia al limone ed il babà è tra i dolci preferiti per i pranzi e le cene che celebrano matrimoni ed altri eventi importanti.

Famosi sono anche gelati, tra cui le coviglie e gli spumoni di preparazione più tradizionale.

I piatti delle feste[modifica | modifica wikitesto]

I piatti legati a periodi festivi meritano un capitolo a parte per varietà e ricchezza.

Piatti natalizi[modifica | modifica wikitesto]

Gli struffoli, sono tipici di Natale, ed hanno probabili origini greche.

La cena della vigilia si fa tipicamente con spaghetti alle vongole, seguiti dal capitone fritto e dal baccalà fritto, accompagnati dall'insalata di rinforzo che è preparata con cavolfiore lesso, sottaceti, peperoni tondi sottaceto dolci o piccanti (le pupaccelle), ulive e acciughe sotto sale.

I dolci natalizi sono:

  • I roccocò, biscotti duri a forma di ciambella e a base di mandorle.
  • I mustacciuoli, biscotti di forma romboidale ricoperti di cioccolata. I mostaccioli napoletani sono anche riportati da Bartolomeo Scappi, cuoco personale di Pio V, nel suo pranzo alli XVIII di ottobre[64].
  • I raffiuoli, dolci di pan di Spagna ricoperti di una glassa bianca di zucchero
  • I susamielli, dolci a base di mandorle a forma di "S".
  • Le sapienze, variante dei susamielli, che venivano preparate dalle suore clarisse nel convento di Santa Maria della Sapienza a Sorrento.
  • Gli struffoli, di cui si è già parlato.
  • La "pasta reale" nella sua versione napoletana, non ancora riconosciuta come facente parte della pasticceria partenopea. Si tratta di dolcetti composti di mandorle tritate finissime, zucchero in peso pari a quello delle mandorle ed albume d'uovo per legare. Nella versione tradizionale il dolcetto viene ricoperto di naspro (zucchero disciolto sul fuoco in poca acqua, del quale poi si cospargono i dolcetti) ma è ormai difficilissimo trovare pasticcerie che lo preparino con tale rivestimento, per via dell'estrema dolcezza del sapore che può risultare stucchevole.

La cena della vigilia si completa con le ciociole, ossia frutta secca (noci, nocciole e mandorle), fichi secchi e le castagne del prete, cotte a forno.

Tipici del pranzo di Natale sono la minestra maritata oppure i tagliolini in brodo di gallina.

Piatti pasquali[modifica | modifica wikitesto]

Giambattista Basile ed i piatti pasquali

La diffusione di pastiera e casatiello risale almeno al Seicento. Lo testimonia la seguente citazione tratta dalla favola la gatta Cenerentola di Giambattista Basile (1566–1632).

« E, venuto lo juorno destenato, oh bene mio: che mazzecatorio e che bazzara che se facette! Da dove vennero tante pastiere e casatielle? Dove li sottestate e le porpette? Dove li maccarune e graviuole? Tanto che nce poteva magnare n'asserceto formato. »
(Giambattista Basile, La gatta Cenerentola.)
La pastiera è il dolce tipico di Pasqua.

Il piatto principale di Pasqua è il casatiello, anche consumato il giorno di pasquetta durante le gite fuori porta, accompagnato dalla fellata, banchetto di affettati misti (principalmente salame e capocollo), ricotta salata e uova sode, oppure da agnello o capretto al forno con patate e piselli. Il dolce tipico di Pasqua è la pastiera, dolce realizzato tradizionalmente in casa, del quale esistono molte varianti[65], con leggere differenze in ciascuna famiglia. Una descrizione del pranzo pasquale dell'800 non si discosta molto dall'usanza odierna:

« Non descriverò il pranzo Pasquale: aprite la Cucina del duca di Buonvicino, e troverete più di quel ch'io potrei dirvi. Ma i cibi di prammatica sono la minestra di Pasqua, li spezzatello[66] con uova e piselli, l'agnello al forno, l'insalata incappucciata, la soppressata colle uova sode, il tortano, il casatiello, e per corona a suggello del pranzo la pastiera. »
(Francesco de Bourcard, Usi e costumi di Napoli, Vol. II, pag. 274)

Altre feste[modifica | modifica wikitesto]

Per il carnevale la versione napoletana della lasagna non prevede besciamella[67]. Tra i dolci di carnevale vi sono le chiacchiere, diffuse con altri nomi in tutt'Italia, ed il sanguinaccio, che nella versione originale viene preparato con sangue di maiale e cioccolato, al quale sono spesso abbinati i savoiardi, biscotti leggeri da pasticceria. Un altro dolce tipico di carnevale è il migliaccio, di origine beneventana, a base di semolino, in qualche modo simile al ripieno della sfogliatella.

Tipico del 2 novembre è il torrone dei morti[68] che, a differenza del torrone classico, non è a base di miele, ma di cacao, ed è preparato in vari gusti, con nocciole o frutta secca e candita, ma anche al caffè, o altri gusti ancora.

Frutta[modifica | modifica wikitesto]

Un grappolo di sorbe, definite nespole amare da famosi versi[69] del Settecento.
Crisommole del Vesuvio, dalla tipica colorazione rosso-arancione.

La frutta è spesso presente al termine del pasto, specialmente d'estate. Abbondante e molto varia è in tutte le stagioni la produzione locale, tra cui spicca la mela annurca. Dall'area vesuviana provengono crisommole, varietà di albicocche nota già nel Cinquecento[70] e la varietà di ciliegie detta cerase d' 'o monte. Tra le altre specialità di frutta locali, le nespole, le sorbe[69], che si raccolgono a grappoli ancora acerbe, diverse varietà di fichi ed i gelsi, bianchi ('e cevese annevate) e rossi, ormai molto rari. La saporita pesca gialla col pizzo (percuoco, o percoca in napoletano) viene anche usata, a pezzi, per insaporire il vino rosso del Monte di Procida, freddo, secondo la tradizione spagnola, similmente alla sangria.

Le fette di anguria ('o mellone) erano una volta vendute fresche d'estate sulle bancarelle dei mellunari, ormai scomparsi, fino alla fine del secolo scorso. L'acquisto di un mellone intero era spesso preceduta dalla prova[71], ossia il taglio con un lungo coltello di un tassello piramidale che dava l'opportunità al (potenziale) acquirente di assaggiare la dolcezza dell'anguria prima dell'acquisto. Il tassello, dopo l'assaggio, veniva rimesso in sede al momento dell'acquisto. Questa pratica è stata abbandonata da diversi anni principalmente per motivi igienici.

La frutta secca è consumata tipicamente durante le feste di Natale, con il nome di ciociole[72]. Le castagne sono usate per diverse ricette, tra le quali i "cauzuncielli", fagottini sfogliati a forma di mezzaluna con ripieno fatto di castagne lesse e passate, cioccolato caffè zucchero e un po' di anice o rum, oppure semplicemente allesse, ossia sbucciate e lessate con foglie di alloro, e consumate prevalentemente per la prima colazione.

Vini[modifica | modifica wikitesto]

La tradizione vinicola italiana annovera molti vini campani di qualità che si abbinano bene alla cucina locale. Tra i bianchi vi sono il Greco di Tufo, la Falanghina, il Fiano di Avellino, l'Asprinio di Aversa, mentre tra i rossi il Taurasi in primo luogo, nonché l'Aglianico, il Piedirosso o pere 'e palummo, il Solopaca, il Lacryma Christi del Vesuvio. Quest'ultimo si produce sia bianco che rosso.

Tre vini campani hanno la denominazione DOCG, tutti prodotti nella provincia di Avellino:

Caffè[modifica | modifica wikitesto]

La moka ha ormai rimpiazzato la caffettiera napoletana in gran parte delle famiglie napoletane.
« Sul becco io ci metto questo "coppitello" di carta... il fumo denso del primo caffè che scorre, che è poi il più carico non si disperde. Come pure ... prima di colare l'acqua, che bisogna farla bollire per tre quattro minuti, per lo meno ... nella parte interna della capsula bucherellata, bisogna cospargervi mezzo cucchiaino di polvere appena macinata ... in modo che, nel momento della colata, l'acqua in pieno calore già si aromatizza per conto suo »
(Eduardo nel film Questi fantasmi)

Al termine di un pranzo o di una cena non può mancare una tazzulella 'e cafè, che talvolta viene servito al tavolo del ristorante, ma più spesso si va a prendere al bar. Tra i caffè più celebri di Napoli vi è sicuramente lo storico caffè Gambrinus, in piazza Trieste e Trento.

Gran parte dei Napoletani ritiene che il caffè partenopeo sia unico per aroma e densità. Molte leggende metropolitane cercano di avvalorare quest'affermazione in base a vari motivi, che vanno dall'acqua del Serino[73][74], al tipo di miscela, alla calibrazione della macchina, o, più semplicemente, all'abilità dei baristi napoletani. Nessuna di queste ipotesi ha in realtà mai ricevuto una verifica scientifica.

Nelle case la caffettiera napoletana, detta anche cuccumella, pur ancora in vendita, è ormai stata largamente rimpiazzata dalla moka.

Liquori[modifica | modifica wikitesto]

Il limo, agrume ormai raro, tradizionalmente usato per la preparazione del liquore agli agrumi.

I pranzi e le cene più abbondanti terminano con caffè e liquore. All'ormai diffusissimo limoncello era una volta preferito il liquore ai quattro frutti, ossia limone, arancia, mandarino e limo, un agrume locale simile al bergamotto[75], ormai molto difficile da reperire in commercio. Il nocillo, diffuso in molte regioni d'Italia, è tra gli amari tradizionalmente più apprezzati.

Gastronomia da asporto napoletana[modifica | modifica wikitesto]

A Napoli da tempo immemore è diffuso l'uso di acquistare e consumare cibi tipici per strada. Questa funzione era anticamente assolta dai thermopolia di epoca romana, rinvenuti negli scavi archeologici di Pompei ed Ercolano e in numerosi altri siti archeologici della zona. Tipici sono alcuni prodotti da friggitoria che si possono ancora oggi acquistare, soprattutto nelle vie del centro storico di Napoli, tra i quali vanno citate le pastacresciute, gli scagliozzi, i sciurilli, le frittatine di maccheroni alla besciamella ed i panini fritti, oltre alle melanzane e zucchine fritte e ai crocchè di patate imbottiti di mozzarella dei quali esiste una versione più piccola e priva di mozzarella detti panzarotti. La missione del pasto veloce, antesignano dei moderni fast food, è presente nel nome vaco 'e pressa (vado di fretta), nome di una storica rosticceria sita in piazza Dante.

La pizza a libretto e la pizza fritta si trovano ancora presso le pizzerie di via dei Tribunali, port'Alba e piazza Cavour. Alla Pignasecca sono ancora attive alcune botteghe di carnacuttari che vendono vari tipi di trippa, 'O pere e 'o musso o la storica zuppa 'e carnacotta. Da Mergellina a via Caracciolo sono ancora numerosi i venditori di taralli 'nzogna e pepe (sugna e pepe), mentre rarissima è ormai la presenza de 'o broro 'e purpo (il brodo di polpo), una volta declamato dai venditori ambulanti.

Fino a non molti anni fa erano diffuse bancarelle che vendevano 'o spassatiempo (il "passatempo"), ossia noccioline, semi di zucca e ceci tostati, lupini in salamoia, il cui nome deriva dal tempo necessario per sgusciare questi tipi di semi, frutta secca e legumi[76].

Fino agli ultimi decenni del Novecento un venditore di panini farciti con la ricotta offriva una colazione al sacco a chi si imbarcava per le isole al porto di Pozzuoli.

D'estate venditori ambulanti offrono ancora oggi refrigerio con una semplice granita, definita 'a rattata (la grattata), ossia, del semplice ghiaccio grattugiato a partire da un singolo grosso blocco con un apposito strumento simile ad una pialla, che viene condito con dello sciroppo dolce. I gusti più tipici sono latte di mandorla, amarena, menta.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Il proverbio, che prende spunto da una regola fondamentale della cucina dei polpi alla luciana, si riferisce a quelle persone fastidiose e poco accorte che finiscono per essere vittime delle proprie (cattive) azioni. In qualche senso, ricorda il proverbio cinese: «Se hai un nemico, siediti vicino al fiume e aspetta. Prima o poi vedrai passare il suo cadavere».
  2. ^ Vedi anche l'articolo sulla storia della cucina campana dal sito emmeti.it. URL consultato il 14-05-2008.
  3. ^ Storia della colatura di alici di Cetara, dal sito dedicato a questa specialità tipica.
  4. ^ Anche se più probabilmente il termine scapece proviene dallo spagnolo escabeche.
  5. ^ a b Vedi anche l'articolo a pag. 12 sul la voce del pasticciere, rivista dell'Associazione Pasticcieri Napoletani. URL consultato il 14-05-2008.
  6. ^ articolo sugli struffoli e cicerchiata dal magazine della Treccani. URL consultato l' 08-09-2014.
  7. ^ a b Vedi anche l'etimologia del nome pizza descritta sul sito pizza.it. URL consultato il 19-05-2008.
  8. ^ Vedi anche la scheda dal sito dei beni culturali di Napoli. URL consultato il 19-05-2008
  9. ^ Massimo Montanari, Manoscritti di cucina del Medioevo italiano in culturagastronomica.it. URL consultato il 19 maggio 2014.
  10. ^ Oggi la preparazione dei ceci secchi è pressoché identica, sostituendo alla liscivia il meno aggressivo bicarbonato di sodio.
  11. ^ mollena = mollica.
  12. ^ Tutt'oggi il termine "pizza" si usa nella cucina napoletana per piatti diversi dalla classica pizza a forno: la pizza di scarole, un piatto rustico con ripieno di scarole e la pizza doce (pizza dolce), un dolce ripieno di crema pasticciera.
  13. ^ Del Tufo, Giovan Battista
  14. ^ I passi e pignuoli ancora oggi si usano come ripieno dalle braciole, cotte al ragù, e nelle scarole alla monachina.
  15. ^ Il tacchino veniva chiamato in napoletano: guallarino, ossia gallo d'India.
  16. ^ a b Latini, Antonio
  17. ^ zizza = mammella.
  18. ^ Vedi bibliografia.
  19. ^ Vedi de Bourcard, Francesco.
  20. ^ Venditore di caramelle e dolciumi artigianali.
  21. ^ Fasulo Rak, Maria Giovanna, pag. 13
  22. ^ a b La ricetta tradizionale del ragù napoletano è presente in Cavalcanti, Ippolito, II ed., pag. 367, dove viene definito stufato, ed è anche riportata in Francesconi, Jeanne Caròla, pag. 32, dove viene anche descritta una versione più moderna del ragù.
  23. ^ Vedi De Bury, GianniFrijenno magnanno, sezione Ricette della carestia, pag. 417
  24. ^ Se non si eccede nei cibi conditi con sugna e nelle carni di maiale, come il ragù, nella sua versione tradizionale. I grassi animali erano diffusi nella cultura contadina di una volta, che aveva stili di vita e di lavoro completamente diversi da quelli odierni. Oggi i piatti più "ricchi" sono per tradizione riservati alla domenica o altre festività.
  25. ^ Ad esempio, il ristorante ristorante Crudorè è un ristorante che propone menu con crudo di pesce abbinati a piatti della cucina napoletana.
  26. ^ A titolo di esempio, la catena Fratelli la bufala, Rossopomodoro, la pizzeria Luigia a Ginevra o la pizzeria Libretto a Toronto, la catena Napoli's in diverse città del Giappone.
  27. ^ Vedi anche l'articolo dal sito taste of Sorrento. URL consultato il 19-05-2008.
  28. ^ Vedi anche l'articolo sulla storia del pomodoro. URL consultato il 19-05-2008.
  29. ^ Le zucchine hanno fiori maschili e femminili separati. I fiori femminili si trovano anche sulle zucchine novelle, appena cresciute, ma quelli maschili sono ottimali per essere fritti come sciurilli.
  30. ^ a b Vedi l'articolo sulla storia della mozzarella di bufala. URL consultato il 19-05-2008.
  31. ^ Mozzarella di Falciano del Massico dal portale delle Denominazioni Comunali. URL consultato il 10-09-2014.
  32. ^ Fiordilatte di Agerola, dal portale delle Denominazioni Comunali. URL consultato il 10-09-2014
  33. ^ Il provolone del monaco è riconosciuto come un prodotto agroalimentare tradizionale della Campania. Vedere anche la scheda descrittiva
  34. ^ Il caciocavallo podolico è riconosciuto come un prodotto agroalimentare tradizionale della Campania. Vedere anche la scheda descrittiva
  35. ^ Il caciocavallo affumicato è riconosciuto come un prodotto agroalimentare tradizionale della Campania. Vedere anche la scheda descrittiva
  36. ^ Militerni Nardone, Germana, pp. 20-24.
  37. ^ Il Cavalcanti fa riferimento a quelli che sono meglio noti come fravagli, come cicenielli veraci, che invita a non confondere con il bianchetto:
    « Prenderai i cecinelli, bada bene, che qui vi è un intrigo: vi sono de' veri cecinelli che si chiamano veraci e questi sono di color biondo né mai ingrandiscono (per essere così la loro specie); vi sono poi degli altri, che chiamansi bianchetto, e questi sono quelle piccolissime alici proibito dalle Leggi di potersi pescare in taluni mesi dell'anno, perché si prendono con una rete come la calzetta, ed hanno un certo amaro: di questi taluni se ne servono battezzandoli ancora per cecinelli, per la ragione, che costano la metta de' veri cecinelli (starai dunque attento a farne l'acquisto). »
    (Ippolito Cavalcanti, Cavalcanti, Ippolito, II ed., pag. 132.)
  38. ^ Le triglie possono essere pescate solo sopra la taglia di 11cm. Vedi la guida ai consumi ittici di Greenpeace, pag. 21.
  39. ^ Tra i crostacei, gli scampi sono un'introduzione recente nella cucina napoletana, in quanto sono raramente presenti nel mar Tirreno, e vengono per lo più importati dal mare Adriatico.
  40. ^ Militerni Nardone, Germana, pp. 18-19.
  41. ^ La caponata napoletana non va confusa con l'omonima ricetta, la caponata siciliana, completamente diversa.
  42. ^ Caponata, voce dell'enciclopedia Treccani.
  43. ^ de Buy, Gianni, Vedere ad esempio la ricetta della pasta e patate
  44. ^ Francesconi, Jeanne Carola, p.75
  45. ^ con breve commento delle "vongole fujute" dal sito "Napoli da vivere". ]. URL consultato lo 08-09-2014.
  46. ^ a b Cavalcanti, Ippolito, II ed., p. 55
  47. ^ Tra i primi riferimenti a questo piatto: Cavalcanti, Ippolito, p. 366
  48. ^ Riso e verza, la ricetta dello chef stellato, articolo con ricetta dello chef Antonino Cannavacciuolo, premiato con due stelle Michelen, e attivo a Orta San Giulio (Novara). Da la Stampa. URL consultato lo 09-09-2014.
  49. ^ Vedi anche l'articolo sulla pizza dal sito fuocoelegna.it.
  50. ^ de Bourcard, Francesco, Vol. II, pag. 124
  51. ^ Vedi anche il disciplinare per la definizione di standards internazionali per l'ottenimento del marchio "Verace Pizza Napoletana". URL consultato lo 08-09-2014.
  52. ^ Ved l'articolo dal sito dell'associazione verace pizza napoletana. URL consultato il 19-05-2008.
  53. ^ Militerni Nardone, Germana, p. 15.
  54. ^ Guida gastronomica d'Italia, Touring Club Italia, I edizione (1931), pag. 365.
  55. ^ Un accorgimento tradizionale per rendere il polpo lesso più morbido è quello di bollirlo in acqua insieme ad un tappo di sughero. Il polpo al pignatiello è una ricetta tipica di Mergellina, spesso arricchita con Olive di Gaeta.
  56. ^ Pignataro, Liciano.
  57. ^ Francesconi, Jeanne Caròla
  58. ^ O, più propriamente spullicarielli, in napoletano, dal verbo spullecchià, cioè sbucciare (togliere la pellecchia), e sta ad indicare i fagioli bianchi raccolti prima della completa maturazione. Sbucciare gli spollichini è una cosa che nelle famiglie fanno tradizionalmente i bambini, tra i loro primi compiti domestici, e fa parte dei ricordi di infanzia di molti napoletani.
  59. ^ Francesconi, Jeanne Caròla.
  60. ^ Francesconi, Jeanne Caròla.
  61. ^ Militerni Nardone, Germana, p. 15.
  62. ^ Cavalcanti, Ippolito, II ed., pag. 391. La frittata di cipolle è anche celebrata nel film Il secondo tragico Fantozzi, per la quale il protagonista «andava pazzo», ma alla quale dovrà rinunciare per circostanze di forza maggiore.
  63. ^ Francesconi, Jeanne Caròla.
  64. ^ Vedi vita e opera di Bartolomeo Scappi. URL consultato il 19-05-2008.
  65. ^ Vedi ad esempio la ricetta della pastiera da wikibooks. URL consultato il 19-05-2008.
  66. ^ Oggi diremmo spezzatino.
  67. ^ L'Italia della pasta, Touring Club Italiano (2003), ISBN 88-365-2933-X, p. 109.
  68. ^ Dalla tradizione napoletana, il torrone dei morti dalla rivista online "Degusta". URL consultato il 09-09-2014.
  69. ^ a b Le sorbe sono citate in un tema musicale napoletano del Settecento di Leo Vinci: So' le sorbe le nespole amare..., riproposte da Roberto Murolo nella sua Napoletana. Vedi anche il testo. URL consultato lo 08-09-2014.
  70. ^ È in corso di registrazione il marchio IGP presso l'Unione Europea con Protezione Transitoria Nazionale. Vedi la scheda dal sito della regione Campania.
  71. ^ A 'a prova se cunosce 'o mellone, detto napoletano che fa alla vecchia usanza napoletana di provare la qualità dei cocomeri. Nell'articolo si trova una discussione di quest'usanza.
  72. ^ "le “Ciociole” sono costituite da noci, nocelle, mandorle castagne del prete, castagne secche, mangiando le quali, al termine di un lauto pranzo, i commensali si trattengono a lungo a tavola ridendo, scherzando, discutendo di banalità varie”. Da Ciociole e spassatiempo - pensieri e parole di Giulio Vecchio. Ed. Rce Multimedia, 2010
  73. ^ Napoli riceve ancora oggi parte della propria fornitura d'acqua dall'acquedotto del Serino, già attivo in epoca romana, quando raggiungeva il porto militare di Miseno. Vedi anche la pagina dal sito dell'ABC. URL consultato il 08-09-2014.
  74. ^ L'origine della qualità del caffè napoletano dall'acqua del Serino viene affermata in questo articolo dal sito emmeti (URL consultato il 19-05-2008), ma è molto diffusa. Vedi ad esempio le seguenti discussioni su alcuni blog: 1, 2 (URL consultato il 19-05-2008).
  75. ^ Il limo napoletano è una variante del bergamotto, e non va confuso con il lime, o limetta, che ha un aroma completamente diverso.
  76. ^ Capecelatro, Edmondo.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

La cucina napoletana più antica è descritta nei testi del Corrado e del Cavalcanti. Molte ricette, sia classiche che rivisitate in chiave più contemporanea, sono riportate in testi più recenti. Molti libri di cucina napoletana, oltre alle ricette più tipiche, contengono anche rivisitazioni in chiave partenopea di altre ricette. Non è raro, ad esempio, trovare ricette come cotoletta alla milanese, carne alla genovese, sugo alla bolognese, o altro.

  • Giovan Battista Del Tufo, Ritratto o modello delle grandezze, delizie e maraviglie della nobilissima città di Napoli, Roma, Salerno editrice [1588], 2007, ISBN 88-8402-540-0.
  • Antonio Latini, Lo scalco alla moderna, Bibliotheca Culinaria [1694], 1992., ISBN 88-86174-01-2, anche disponibile su google libri: [1]
  • Vincenzo Corrado, Il cuoco galante, in copia anastatica, 3ª ed., Napoli, Grimaldi & C. [1786], 2007, ISBN 88-89879-20-3.
  • Anonimo napoletano ("M.F."), La Cucina casareccia con cinque utili trattati della frutta, dei vini, de' gelati, de' rosoli e della manifattura de' dolci., a cura di Leyla Mancusi Sorrentino, Napoli, Grimaldi & C. [1828], 1993, ISBN 88-88338-79-9.
  • Vincenzo Corrado, Pranzi giornalieri variati ed imbanditi in 672 vivande secondo i prodotti della stagione, 3ª ed., Napoli, Grimaldi & C. [1832], 2001.
  • (ITNAP) Ippolito Cavalcanti, Cucina teorico - pratica, Napoli, Tipografia G.Palma, 1839. (disponibile su Google Ricerca libri: [2]).
  • Francesco de Bourcard, Usi e costumi di Napoli, riedizione in copia anastatica, tiratura limitata a 999 copie, Napoli, Alberto Marotta [1866], 1965.
  • Lya Ferretti, Piero Serra, Il grande libro della pasticceria napoletana, 4ª ed., Franco Di Mauro, 1983, ISBN 88-85263-05-4.
  • Franco Santasilia di Torpino, La cucina aristocratica napoletana, Sergio Civita, 1988, ISBN 88-8585-008-1
  • Jeanne Caròla Francesconi, La vera cucina di Napoli, Newton, 1995, ISBN 88-8183-021-3.
  • Luciano Pignataro, La cucina napoletana di mare, Newton & Compton, 2005, ISBN 88-541-0167-2.
  • Gianni De Bury, Frijenno magnanno, con introduzione di Luciano De Crescenzo, Sorrento, Franco Di Mauro, 1990, ISBN 88-85263-00-3.
  • Maria Giovanna Fasulo Rak, La cucina napoletana in cento ricette tradizionali, Roma, Newton, 1995, ISBN 88-8183-174-0.
  • Gianni De Bury, Sapori di casa nostra, Sorrento, Franco di Mauro, 1998, ISBN 88-87365-04-0.
  • Claudio Novelli, Né pomodoro né pasta. 150 piatti napoletani del Seicento, Napoli, Grimaldi & C., 2003, ISBN 88-88338-70-5.
  • Germana Militerni Nardone, L'ultima cucina napoletana, Napoli, Alfredo Guida Editore, 2003, ISBN 88-7188-773-5.
  • Edmondo Capecelatro, La cucina napoletana, Milano, Ponte alle Grazie - Adriano Selano Editore, 2010, ISBN 978-88-6220-282-4.
  • Alfredo Carannante, A tavola tra mari e vulcani. La gastronomia flegrea da 3500 anni, tra bioarcheologia, storia ed ecologia, Capua, Valtrend, 2012, ISBN 88-88623-64-7.

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