Simone Martini
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Simone Martini , conosciuto talvolta anche come Simone Sanese, (Siena, 1284 – Avignone, 1344) è stato un pittore e miniatore italiano, considerato indiscutibilmente uno dei maestri della scuola senese, sicuramente come uno dei maggiori e più influenti artisti del Trecento italiano. La sua formazione avvenne, probabilmente, nella bottega di Duccio di Buoninsegna.
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[modifica] Biografia e opere
[modifica] La Maestà del Palazzo Pubblico
La sua prima opera datata è la Maestà, dipinta nel 1313-1315 (ritoccata nel 1321) nella sala del Consiglio del Palazzo Pubblico di Siena, dove si trova tutt'oggi. Si tratta di un'opera di un pittore sicuramente già maturo e affermato, fosse solo per il prestigio di una commissione pubblica così importante; fra le opere precedenti attribuitegli, la "Madonna con il bambino" n° 583, conservata presso la Pinacoteca Nazionale di Siena costituisce un importante elemento di studio, anche in virtù del rapporto di Simone con la cultura gotica: si faccia un confronto fra la testa del bambino e le sculture di Marco Romano nel duomo di Cremona. Il grande affresco (970x763 cm.) è una sorta di omaggio alla Maestà del Duomo di Siena di Duccio di Buoninsegna, dalla quale riprende l'impostazione (Maria e il Bambino al centro seduti su un trono, teoria simmetrica di santi ai due lati con in primo piano i protettori della città), anche se fin da quest'opera Simone mostra di differenziarsi dalla pittura a lui precedente per la squisita commistione di delicatezze e raffinatezze gotiche: la Madonna è più austera, aristocraticamente distaccata (non guarda lo spettatore), il trono cuspidato e il baldacchino da cerimonia rimandano a un gusto cortese di sapore transalpino. Diverso è anche il carattere delle due Maestà: eminentemente religiosa quella di Duccio, carica di significati morali e civici quella di Simone, commissionata dal governo dei Signori Nove in Siena.
Anche la disposizione dei santi non segue una successione paratattica come in Duccio, ma corre invece lungo delle linee diagonali parallele che convergono in profondità dando un'illusione spaziale in prospettiva di sapore giottesco. Del tutto assente è in Simone quell'horror vacui che sembra caratterizzare la Madonna duccesca: nella Maestà di palazzo pubblico ritroviamo altresì ampie porzioni di cielo azzurro. Da Giotto riprende inoltre la solidità del chiaroscuro, ma la gamma cromatica di Simone, affascinato dagli smalti e dalle oreficerie d'oltralpe, è più ampia e dotata di velature e passaggi più morbidi. Inoltre sia il disegno del trono, simile a uno di quei reliquiari "architettonici" tipici dell'epoca, (da confrontare, ad esempio, con il reliquiario del corporale di Ugolino da Vieri), sia la novità della punzonatura (stampigliatura di motivi a rilievo tramite la pressione di "punzoni") delle aureole e dei fondi oro rimandano all'oreficeria senese del XIV secolo, uno dei campi artistici più vicini alla cultura gotica francese dell'epoca.
Si tratta di un'opera dalla complessità compositiva, tecnica e semantica incredibili. Simone Martini lavorò all'affresco in più fasi: iniziò la maestà presumibilmente nel 1312-13, continuò il lavoro fino a circa due terzi della superficie, salvo poi abbandonarla (molto probabilmente per recarsi ad Assisi, in cui attendeva la cappella di San Martino) per completare la parte inferiore, oggi assai deteriorata a casua della tecnica adottata, principalmente pittura a secco, solo successivamente: è interessante notare, lungo la cornice illusionistica, il segno di ripresa del lavoro, caratterizzato dall'uso di punzoni differenti e da incongruenze nella resa dei modiglioncini, particolarmente evidenti, questi, nel lato destro. Nel 1321 Simone è chiamato nuovamente a metter mano al proprio lavoro per la "raconciatura" di alcune porzioni d'affresco; vennero completamente rifatte in questo periodo le teste della Madonna, del Bambino, di Sant'Orsola e Caterina d'Alessandria, dei due angeli offerenti, dei Santi Ansano e Crescenzio. In riferimento ai fatti avvenuti nel comune nel 1318 (rivolta dei carnaioli), si pose mano anche all'epigrafe immediatamente sotto il trono della Vergine, coprendo la scritta precedente, il cui messaggio venne affidato ai cartigli retti dai quattro Santi Avvocati della città.
[modifica] La cappella di San Martino nella Basilica Inferiore di Assisi
Prima del 1317 iniziò il ciclo di affreschi con le Storie di San Martino nell'omonima cappella della Basilica inferiore di Assisi, dove si poté confrontare con altri maestri fiorentini di scuola giottesca allora attivi nel cantiere assisiate.
Simone si aggiornò in alcuni elementi (solida intelaiatura architettonica realistica, gioco illusionistico di luci ed ombre con attenzione alle vere fonti di luce), ma non si adeguò passivamente alla scuola fiorentina, anzi è chiara una divaricazione tra il suo modo di dipingere e quello giottesco a partire dallo stesso tema dei dipinti: non le storie di un santo popolare come San Francesco, ma un raffinato santo cavaliere, del quale Simone sottolineò alcuni aspetti cortesi della leggenda.
Per esempio nella famosa scena dell' Investitura di San Martino, l'azione è ambientata in un palazzo, con i musici di corte magnificamente abbigliati e con un servitore con tanto di falcone da caccia in mano. Il contesto di Simone è più fiabesco e assolutamente notevole è lo studio realistico dei costumi e delle pose; l'individuazione fisionomica nei volti (soprattutto in quelli naturalistici dei musici) non ha pari in tutta la pittura dell'epoca, Giotto compreso.
[modifica] Alla corte di Roberto d'Angiò
Nel luglio 1317 venne chiamato a Napoli da Roberto d'Angiò, che lo nominò cavaliere (assegnandogli una pensione annua) e gli commissionò una tavola celebrativa, San Ludovico di Tolosa che incorona il fratello Roberto d'Angiò, oggi conservato a Capodimonte, Napoli.
Questa opera è un'icona profana, la prima del genere in Italia, che segna un preciso tema politico del momento: proprio quell'anno Ludovico di Tolosa venne canonizzato; essendo egli stato fratello maggiore di Roberto, quindi destinato al trono di Napoli, Ludovico aveva abdicato in favore del fratello per dedicarsi a vita religiosa; ecco dunque che Roberto voleva con questo dipinto creare un manifesto politico che legittimasse il suo potere.
La pala ha anche un primato, cioè quello di essere il primo sicuro ritratto nella pittura italiana di un personaggio vivente (Roberto d'Angiò), mentre il primato assoluto spetta a una scultura, il Ritratto di Carlo I d'Angiò di Arnolfo di Cambio (1277).
Nella predella Simone dipinse cinque storie con ambientazioni in una prospettiva intuitiva di matrice giottesca, calcolata approssimativamente secondo il punto di vista di un osservatore che si ponga davanti in posizione centrale.
[modifica] Ritorno in Toscana
Tornato in Toscana eseguì alcuni importanti lavori, tra cui un polittico per la chiesa di Santa Caterina d'Alessandria (1320) a Pisa (oggi conservato nel Museo Nazionale Di San Matteo della medesima città) e un altro, oggi smembrato, per San Domenico di Orvieto.
Fra il 1320 e il 1326 dipinse diverse opere tra cui due polittici (uno molto importante per il capitano del Popolo).
[modifica] L'affresco di Guidoriccio da Fogliano
Nel 1330 tornò a lavorare al Palazzo Pubblico di Siena, affrescando nella sala del Mappamondo, sul lato opposto della Maestà di circa quindi anni prima, lo straordinario Guidoriccio da Fogliano all'assedio di Montemassi, per celebrare la presa dei castelli Sassoforte e Montemassi da parte del condottiero assoldato dai senesi.
In questa famosa opera cui si mescolano un'ambientazione fiabesca con un acuto senso della realtà, il condottiero è una metafora della potenza senese, non un ritratto realistico, e il paesaggio circostante ha un valore simbolico, con elementi tipici della guerra (steccati, accampamenti militari, castelli), senza alcuna figura umana. La doppia valenza simbolica e di celebrazione individuale richiama alla pala di San Ludovico ed è un elemento che suffraga l'autografia dell'opera a Simone Martini.
Questo affresco costituisce oggi motivo di aspra controversia artistica, dopo che nel 1980 è stato rinvenuto nel sottostante intonaco un dipinto di alta qualità che pare rappresentare un'opera di Simone Martini riferita alla conquista del Castello di Arcidosso, avvenuta certamente nel 1331, mentre la datazione del tradizionale ritratto equestre di Guidoriccio (soprastante!) è indicata al 1328-1330.
[modifica] Altre opere a Siena
Probabilmente coeve sono le molto interessanti, per il trattamento dello spazio, Storie del Beato Agostino Novello nella chiesa di Sant'Agostino, a Siena mentre del 1333 è il capolavoro di Simone, la raffinatissima ed enigmatica Annunciazione tra i Santi Ansano e Margherita, eseguita assieme al cognato Lippo Memmi per la chiesa di Sant'Ansano, sempre a Siena, e oggi visibile agli Uffizi di Firenze. È questa una delle opere più vicine al gotico transalpino e alle sue raffinatezze che l'Italia abbia conosciuto. L'immagine si svolge tutta in un raffinato gioco di linee sinuose in superficie (nonostante il suggerimento spaziale affidato al trono disposto obliquamente). La Vergine si ritrae chiudendosi il manto, in una posa che è in bilico tra paurosa castità e altera ritrosia.
Un'opera del genere non ha modelli coevi in Italia, ma va semmai confrontata con i manoscritti miniati per la corte francese o con le pitture più fantasiose prodotte in Germania o in Inghilterra. Questa "maniera" nordeuropea spianò la strada per il suo arruolaggio nell'entourage dei pittori italiani alla corte papale di Avignone, dove erano presenti altri italiani, ma nessun fiorentino, in quanto la classica monumentalità di scuola giottesca non trovava consensi nella gotica società francese.
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Storie del Beato Agostino Novello, chiesa di sant'Agostino, Siena |
[modifica] Avignone
Poco dopo aver eseguito quest'opera infatti (probabilmente 1336) Simone partì per Avignone, alla corte di Benedetto XII, dove eseguì degli affreschi per la chiesa di Notre Dame de Doms, tra i quali quello di San Giorgio e il Drago, oggi perduto, ma che viene descritto dalle fonti come splendido.
Ad Avignone Simone conobbe il poeta Francesco Petrarca. Leggenda vuole che proprio il Martini abbia ritratto Laura, come celebrano i versi dei sonetti LXXVII e LXXVIII del Petrarca stesso. L'opera è oggi perduta (alcuni pensano comunque che i versi si possano riferire invece a Simone da Cremona, miniatore attivo a Napoli dal 1335 circa, ma è più probabile l'ipotesi del Martini):
| « Ma certo il mio Simon fu in paradiso, Onde questa gentil donna si parte; |
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Oltre a ciò Simone miniò per l'amico letterato anche il frontespizio di un codice con le opere di Virgilio commentate da Servio (Biblioteca Ambrosiana, Milano). In questa fine rappresentazione Servio, il commetantore di Virgilio, scosta la tenda per mostrare il sommo poeta, mentre nella scena sono presenti un pastore, un contadino e un soldato, come metafora dei temi pastorali, bucolici ed epici cantati nell'opera.
L'ultima opera datata di Simone (e oggi conservata a Liverpool) è il Ritorno di Gesù fanciullo dalla disputa nel tempio (1342), dove compare un tema curioso e inedito: San Giuseppe che rimprovera il divino fanciullo, dopo la disputa.
[modifica] Bibliografia
- Pierluigi De Vecchi ed Elda Cerchiari, I tempi dell'arte, volume 1, Bompiani, Milano 1999.
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