Ducato di Castro

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Ducato di Castro
Ducato di Castro - Stemma
Ducato di Castro - Localizzazione
Dati amministrativi
Lingue parlate latino, italiano
Capitale Castro
Dipendente da Stato Pontificio
Politica
Forma di Stato Ducato
Forma di governo monarchia
Capo di Stato Duca
Nascita 1537 con Pier Luigi Farnese
Causa bolla Videlicet immeriti di papa Paolo III
Fine 1649 con Ranuccio II Farnese
Causa aggregato da papa Innocenzo X alla provincia pontificia del Patrimonio di San Pietro
Territorio e popolazione
Economia
Valuta propria
Religione e società
Religione di Stato cattolicesimo
Classi sociali nobili, clero,
contadini, operai
Evoluzione storica
Preceduto da Flag of the Papal States (pre 1808).svg Stato Pontificio
Succeduto da Flag of the Papal States (pre 1808).svg Stato Pontificio

Il Ducato di Castro fu un feudo dell'Italia centrale, sorto come stato vassallo pontificio (di fatto indipendente) e retto dai Farnese. Costituito nel 1537, tornò alle dirette dipendenze dello Stato della Chiesa nel 1649. Comprendeva una piccola fascia territoriale dell'attuale regione Lazio a ridosso della Toscana. Attualmente le rovine della città di Castro appartengono al territorio di Ischia di Castro

Istituzione[modifica | modifica sorgente]

Il Ducato di Castro fu eretto da papa Paolo III Farnese (1534-1549), con la bolla Videlicet immeriti del 31 ottobre 1537, in favore del figlio Pier Luigi e della sua primogenitura maschile. Il ducato ebbe un'esistenza breve, poco più di 110 anni e fu eclissato dal possedimento parmense dei Farnese. Ritornò poi sul finire degni anni 60 dell'Ottocento, agli onori delle cronache di tutta Europa, quando l'ultimo Re delle Due Sicilie Francesco II perso il Regno dopo la disfatta della sua famiglia, e l'agognata Unità Nazionale, decise di appellarsi Francesco II Duca di Castro. Ancora oggi è il titolo del pretendente al trono delle Due Sicilie.[1]

Castro, una cittadina arroccata su una rupe tufacea nei pressi del fiume Fiora, era la capitale e la residenza del duca.

Confini[modifica | modifica sorgente]

Il Ducato di Castro si estendeva dal mar Tirreno al lago di Bolsena, in quella striscia di terra delimitata dal fiume Marta e dal fiume Fiora, risalendo fino all'affluente Olpeta e al lago di Mezzano, di cui l'Olpeta è emissario. Vi erano annessi il ducato di Latera e la contea di Ronciglione.

Le origini[modifica | modifica sorgente]

La città di Castro

Per consolidare i possedimenti di famiglia e per favorire il figlio Pier Luigi, nel 1537, papa Paolo III eresse il Ducato di Castro che comprendeva i seguenti centri: Castro, Montalto, Musignano, Ponte della Badia, Canino, Cellere, Pianiano, Arlena, Tessennano, Piansano, Valentano, Ischia, Gradoli, Grotte, Borghetto, Bisenzio, Capodimonte, Marta, le isole Bisentina e Martana; altri possedimenti farnesiani nel Lazio ma separati dal nucleo attorno a Castro erano: Ronciglione, Caprarola, Nepi, Carbognano, Fabrica di Roma, Canepina, Vallerano, Vignanello, Corchiano e Castel Sant'Elia.[2]

Le milizie del Ducato di Castro
(Renato Galeotti)

Quale capitale del nuovo ducato fu scelta Castro che, nel 1527, aveva subito un grosso saccheggio proprio a causa di Alessandro Farnese, il futuro Paolo III, che l'aveva fatta occupare suscitando le ire di papa Clemente VII. Castro ricambiò la scelta farnesiana collocando sul proprio stemma, costituito da un leone rampante, tre gigli azzurri e il motto “Castrum Civitas Fidelis”. I Farnese, coadiuvati da Antonio da Sangallo il Giovane, ricostruirono completamente la città di Castro, adeguatamente fortificata e dotata di una propria zecca.

Dopo la creazione del ducato di Parma e Piacenza nel 1545, i Farnese si divisero per un decennio tra il vecchio ed il nuovo ducato, cominciando, però, sempre di più ad orbitare intorno a quello nuovo. Divenuto duca di Parma, Pier Luigi cedette Castro al figlio Ottavio, a sua volta questi, dopo la tragica morte di Pier Luigi, passò Castro al fratello Orazio. Morto Orazio senza prole, il Ducato di Castro tornò ad Ottavio.

Alla morte di Ottavio, il ducato passò al figlio Alessandro Farnese, che non si fece mai vedere nel suo territorio perché preferì combattere e farsi una fama nel Nord Europa.

Il declino del ducato iniziò con Ranuccio I, figlio di Alessandro, che ereditò una situazione debitoria piuttosto consistente. Il suo successore, Odoardo I Farnese, non cercò di sanare la situazione, anzi, con una scelta piuttosto poco lungimirante dichiarò guerra alla Spagna, senza neanche avvertire il pontefice Urbano VIII, che riuscì, comunque, a risolvere la situazione attraverso i canali diplomatici. Tuttavia, gli interessi legati all'importanza strategica del territorio del ducato all'interno dello Stato Pontificio portarono ben presto ad un giro di vite da parte di Roma nei confronti dei Farnese, rei di non onorare i propri debiti.[3]

Le due guerre di Castro[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra di Castro.

La demolizione[modifica | modifica sorgente]

All'inizio del 1985, lo storico Romualdo Luzi pubblicò sulla prestigiosa rivista "Barnabiti Studi" l'inedito «Giornale» dell'Assedio, presa e demolizione di Castro (1649) dopo l'assassinio del Vescovo barnabita Mons. Cristoforo Giarda.

Il manoscritto completava con informazioni preziose e con tutta evidenza di prima mano, le notizie spesso scarne relative a quel terribile anno per la Maremma laziale. La cronaca, che inizia il 1º giugno e termina il 3 dicembre, rende conto di ogni dettaglio della demolizione, avvenuta "facendo inventario" e trasportando "a Civitavecchia l'artiglieria et ogni altra monitione di Castro"; "si conobbe poi anco in Roma che la demolitione era opera maggiore di quella che i Consultori di figuravano".[4]

Qui fu Castro[modifica | modifica sorgente]

Il Memoriale mandato dall'Em. Card. Barberini alla Santità di N.S. Papa Innocenzo X fa menzione di tale iscrizione. "Vi fu seminato il sale e alzata una piramide che dice «Qui fu Castro»".

In realtà non si è mai trovata traccia di quella scritta. L'unico manufatto a poca distanza dalle rovine di Castro è il Santuario del Crocifisso, meta a tutt'oggi dei rituali pellegrinaggi degli abitanti dell'Alta Tuscia, discendenti dei cittadini del distrutto Stato di Castro. Il Santuario e le rovine, si trovano nel comune di Ischia di Castro.

Tentativi di recupero e annessione al papato[modifica | modifica sorgente]

Grazie all'aiuto del re di Spagna e del granduca di Toscana, con atto rogato il 19 dicembre 1649, Ranuccio, riconoscendo la propria impossibilità a pagare i debiti di famiglia, cedette tutti i beni e diritti costituenti il ducato alla Camera Apostolica per la cifra di 1.629.750 scudi. Con questo atto la Camera Apostolica si accollò tutti i debiti dei Farnese e concesse al duca la facoltà di riscatto, rimborsando la cifra in unica soluzione entro otto anni. Facevano eccezione in questo atto Palazzo Farnese a Roma e Palazzo Farnese a Caprarola.

Una moneta di Castro (1545)

Al termine degli otto anni Ranuccio non aveva ancora raccolto la somma pattuita, così Alessandro VII con bolla del 24 gennaio 1660 dichiarò il ducato De non infeudandis, quindi definitivamente incamerato. Grazie all'aiuto di Luigi XIV, nel 1664, il ducato fu scamerato e fu concessa una nuova proroga di otto anni per riscattarlo, con la possibilità di pagare in due rate uguali per i beni divisi in due parti. Vista la situazione economica di casa Farnese, sempre più compromessa, anche questa proroga si rivelò infruttuosa. Il territorio del piccolo Stato fu definitivamente incamerato e aggregato alla provincia pontificia del Patrimonio di San Pietro (in Tuscia).[5]

Ancora oggi il titolo di Duca di Castro è assunto dal pretendente al trono della casa di Borbone delle Due Sicilie come eredi dell'ultima rappresentante di casa Farnese, Elisabetta che andò sposa a Filippo re di Spagna da cui nacque Carlo III di Spagna, erede del ducato di Parma prima, e poi divenuto Re di Napoli e delle Due Sicilie nel 1735.

Lo stemma di Castro[modifica | modifica sorgente]

Il leone d'argento di Castro

Lo stemma del ducato di Castro è stato ricostruito solo di recente, perché nei fitti ruderi della città distrutta sono stati rinvenuti solo alcuni stemmi in travertino, raffiguranti i sei classici gigli farnesiani. Dagli archivi storici comunali di Valentano e dal libro del notaio di Castro Domenico Angeli "De depraedatione Castrentium , et suae patriae historia", lo storico Romualdo Luzi ha potuto ricomporre l'emblema della città scomparsa.
Lo stemma è così illustrato:

« "Leone d'argento rampante, sormontato da tre gigli d'oro, in campo azzurro, col motto CASTRUM CIVITAS FIDELIS»
([6])

I duchi di Castro e Ronciglione (1537 - 1649)[7][modifica | modifica sorgente]

Titolo Nome Dal Al Consorte
1 Duca Pier Luigi Farnese 1537 1547 Gerolama Orsini
2 Duca Orazio 1547 1553 Diana di Valois
3 Duca Ottavio 1553 1586 Margherita d'Austria
4 Duca Alessandro 1586 1592 Maria d'Aviz
5 Duca Ranuccio I 1592 1622 Margherita Aldobrandini
6 Duca Odoardo I 1622 1646 Margherita de' Medici
7 Duca Ranuccio II 1646 1649 Margherita Violante di Savoia

I suddetti Farnese, ad eccezione di Orazio, furono al contempo duchi di Parma e Piacenza. Ranuccio II ebbe altre due mogli, ma solo Margherita Violante di Savoia fu duchessa di Castro.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Giurleo, p.41
  2. ^ Luzi, Storia..., p. 34
  3. ^ Giurleo, p.60
  4. ^ Contrucci, p.35
  5. ^ Del Vecchio, p83
  6. ^ Luzi, Storia di Castro, p.51
  7. ^ Giurleo, p.247

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Edoardo del Vecchio, I Farnese, Istituto di Studi Romani Editore, 1972.
  • Renato Galeotti, Il Ducato di Castro e le sue milizie, ed. Il Profferlo, Viterbo 1972.
  • Francesca Giurleo, La famiglia Farnese - Il Ducato di Castro fra storia e leggenda, Viterbo 2012.
  • Rivista Biblioteca e Società, Allegato al N.2, Consorzio per la gestione delle Biblioteche di Viterbo, giugno 1994.
  • Romualdo Luzi, L'inedito..., cit., Roma 1985.
  • Romualdo Luzi, Storia di Castro e della sua distruzione, Roma 1987.
  • George Dennis, The Cities and Cemeteries of Etruria, Londra 1848.
  • George Dennis, Vulci - Canino - Ischia - Farnese. Città e Necropoli Etruria, a cura di Franco Cambi, Nuova Immagine Editrice, Siena [1993, ISBN 88-7145-053-1
  • Alfio Cavoli, La Cartagine della Maremma, Roma 1990.
  • Studio della città di Castro - Tesi di laurea in Architettura 2005 [1]
  • Giovanni Contrucci, Le monete del Ducato di Castro,Comune Ischia di Castro 2012.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]