Battaglia di Pastrengo

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Coordinate: 45°29′22″N 10°48′36″E / 45.489444°N 10.81°E45.489444; 10.81

Battaglia di Pastrengo
Battaglia di Pastrengo Mappa.jpg

Data 30 aprile 1848
Luogo Pastrengo, Regno Lombardo-Veneto
Esito Vittoria sarda
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
12.000 fanti
2500 cavalieri
36 cannoni[1]
7000 fanti
2200 cavalieri
24 cannoni
Perdite
15 morti
90 feriti
23 morti
140 feriti
380 prigionieri
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La battaglia di Pastrengo fu un episodio della prima guerra di indipendenza. Ebbe luogo il 30 aprile 1848, quando il re di Sardegna, Carlo Alberto, lanciò il II Corpo d'armata dell'esercito sardo all'assalto delle posizioni che l'esercito austriaco del feldmaresciallo Radetzky teneva sulla riva destra dell'Adige, poco a nord di Verona.

Antefatti[modifica | modifica sorgente]

Scoppio delle ostilità[modifica | modifica sorgente]

Il 18 marzo 1848 ebbero inizio le cinque giornate di Milano. Il comandante dell'esercito del Lombardo-Veneto, Radetzky, prima eccitò la rivolta, poi non seppe domarla, vedendosi costretto ad abbandonare la città dopo cinque giorni di furiosi scontri. Contemporaneamente manifestazioni si ebbero in diverse città del Regno e a Como l'intera guarnigione si consegnò agli insorti.

Il giorno dopo la evacuazione di Radetzky da Milano, Carlo Alberto dichiarò guerra all'Austria ed attraversò il Ticino.

Forze a disposizione[modifica | modifica sorgente]

L'esercito piemontese era organizzato su due corpi d'armata, il 1° affidato ad Eusebio Bava, con le divisioni comandate da Mario Broglia di Casalborgone e Giovanni Battista Federici, e il 2º Corpo affidato a Ettore Gerbaix De Sonnaz, con le divisioni di Federico Millet d'Arvillars e Vittorio Garretti di Ferrere. Completavano il contingente una divisione di riserva, affidata al principe ereditario Vittorio Emanuele, il corpo di artiglieria, del duca di Genova, e il reparto del Genio, affidato ad Agostino Chiodo. Capo di Stato Maggiore era Carlo Canera di Salasco, in effetti totalmente agli ordini del re.

Liberazione della Lombardia[modifica | modifica sorgente]

Le avanguardie attraversarono il Ticino il 25 marzo, mentre Carlo Alberto era a Pavia il 29 ed il 31 poneva quartier generale a Lodi. Il 4 tenne consiglio di guerra a Cremona e, il 5, giunse a Bozzolo, mentre il I Corpo d'armata di Bava si attestava sull'Oglio.

Di lì si accertò la possibilità di assalire Mantova, ma alcune ricognizioni segnalarono la rafforzata posizione austriaca, cosicché Carlo Alberto stabilì di muovere oltre il Mincio, verso Verona.

Presa dei ponti sul Mincio[modifica | modifica sorgente]

L'8 aprile la I Divisione del 1º Corpo di Bava forzò il passaggio al ponte di Goito, costringendo i difensori della brigata Wohlgemuht a riparare a Pozzolo e Valeggio, ove era concentrato il grosso dell'armata. Il 9 aprile la III Divisione di Broglia, del 2º Corpo del generale De Sonnaz, impegnava gli austriaci a Monzambano e, il giorno successivo, occupava quel ponte ed il successivo, a Borghetto-Valleggio.[2]

Dopo di che l'esercito sardo si arrestò, in attesa dei reggimenti ancora in marcia dal Ticino e delle truppe alleate (Granducato di Toscana, Stato della Chiesa, Regno delle Due Sicilie) ancora in marcia.

Avanzata oltre il Mincio[modifica | modifica sorgente]

Manovra sarda[modifica | modifica sorgente]

Il 13 aprile cominciò l'assedio di Peschiera del Garda. Il 26 il grosso dell'esercito sardo passò il Mincio dai tre ponti conquistati due settimane prima, con movimento verso nord-est. Più a sud il I Corpo di Bava entrò da Valeggio ed avanzò attraverso Custoza e Sommacampagna, attestandosi a Sona; più a nord il II di De Sonnaz passò a Monzambano,[2] avanzò sino a Castelnuovo del Garda, poi liberò, combattendo, Colà e Sandrà, il 28-29 aprile.

L'esercito sardo era disposto con, sulla sinistra, Peschiera del Garda e, di fronte, una linea Pacengo – Colà – Cavalcaselle – Sandrà – PalazzoloSona. Carlo Alberto pose il proprio quartier generale a Sommacampagna. La divisione di riserva avanzò restò dietro, fra Oliosi e Sommacampagna, a guardare da tergo l'armata.

Obiettivi di Carlo Alberto e Radetzky[modifica | modifica sorgente]

L'obiettivo dell'avanzata era essenzialmente tagliare le comunicazioni della assediata fortezza di Peschiera con Verona. Per far questo, sarebbe stato necessario sgombrare le forti posizioni che Radetzky aveva lasciato sui colli di Bussolengo e Pastrengo, giusto ad occidente dell'Adige, a monte di Verona.

Queste erano volte, in effetti, a proteggere la essenziale strada che, sulla riva sinistra dell'Adige, collegava Verona a Trento e, di lì, in Tirolo. Tale strada, assai più di Peschiera, era esiziale alla tenuta di Verona, a sua volta chiave di volta dei domini austriaci nel Lombardo-Veneto.[3]

Contromisure di Radetzky[modifica | modifica sorgente]

Alla notizia del passaggio in forze del Mincio, Radetzky aveva staccato altri tre battaglioni per ciascuna delle due colline ed ordinato, il 29 un contrattacco contro Colà, Sandrà e Santa Giustina, affidato al generale maggiore Wilhelm Karl von Thurn-Taxis (1801–1848), dell'omonima brigata, ma respinto dal 2º Corpo di Gerbaix De Sonnaz.

Gli intendimenti di Carlo Alberto e Radetzky, quindi, erano diversi. Ma, sia pur per ragioni opposte, entrambe giudicavano le colline di Bussolengo e Pastrengo assai importanti.

Battaglia[modifica | modifica sorgente]

Piano di battaglia[modifica | modifica sorgente]

Un momento della battaglia di Pastrengo.[4]

La sera del 29, Carlo Alberto affidò l'incarico di spazzare le due colline al 2° Corpo d'armata di De Sonnaz.

Questi divise la truppa, in tutto circa 14.000 uomini e 36 cannoni, su tre colonne:

  • Sulla sinistra la Brigata Piemonte (oltre al Corpo dei volontari piacentini, una Compagnia bersaglieri ed una batteria da battaglia), affidata a Federici, con movimento da Colà, verso la destra austriaca, verso le alture di Colombare, per, di lì, ad assalire Pastrengo, ovvero tagliare la ritirata verso il ponte sull'Adige a Sega;
  • Al centro la divisione duca di Savoia (Brigata Cuneo, 16º Reggimento fanteria, una batteria da battaglia, contingente parmense con relativa artiglieria), guidata dal principe ereditario, con movimento frontale, attraverso Sandrà e il vallone del Tione, e, di lì, a passare per Bagnol e Monte le Bionde, per congiungersi con Federici per assalire Pastrengo.
  • Sulla destra, la divisione Broglia (Brigata Savoia, due compagnie di bersaglieri, una batteria da posizione), con movimento da Palazzolo verso l'Osteria Nuova, ai piedi del colle di San Martino; per assalirlo e portarsi, poi, su Bussolengo.

Si aggiungeva la riserva, composta dalla Brigata Regina e dal Savoia Cavalleria, a Sandrà e il reggimento del Novara Cavalleria, ad Osteria dei Bosco, sotto Pastrengo.

Avanzata[modifica | modifica sorgente]

Carlo Alberto in osservazione presso Pastrengo, seguito dalla scorta di Carabinieri a cavallo.[5]

Federici avanzò fino a Saline, raggiunta alle 10:30, ove ricevette ordine di ritardare il movimento e si arrestò per un tratto. Vittorio Emanuele ricevette lo stesso fuoco di interdizione verso le 11:00, mentre attraversava l'area acquitrinosa del Tione, nella zona di Mirandola.

Dopo di che, nelle due ore successive, il movimento riprese su tutto il fronte: Federici si schierò sulle posizioni assegnate ed aprì il fuoco sulla destra austriaca, sgombrò gli austriaci dal Monte delle Brocche, portandosi fino alle Costiere; Vittorio Emanuele uscì dal pantano, accolto dal fuoco austriaco dal dominante Monte Le Bionde. Giunse a Monte Bolega, avvicinandosi a Bagnolo (oggi Bagnol di Pastrengo), ed inducendo l'artiglieria austriaca a ripiegare, lasciando scoperta la fanteria.

Nel frattempo Broglia, giunto allo scoperto fuori dalle colline, venne preso a cannonate. Li raggiunse, presso l'Osteria Nuova e prese a salire il colle di San Martino, seguito, a distanza, dal Novara Cavalleria.

Movimenti di Carlo Alberto[modifica | modifica sorgente]

L'intera azione era seguita d'appresso da Carlo Alberto, che si muoveva di collina in collina, seguito dal primo ministro Cesare Balbo, dal ministro della Guerra Antonio Franzini e dalla scorta di 280 carabinieri a cavallo (tre squadroni), in uniforme di parata, guidati dal generale Conte di San Front.

All'alba il Re si era portato, insieme ai figli Vittorio Emanuele e Ferdinando di Savoia-Genova, presso Villa Belvedere, in vetta alla collina del borgo di Palazzolo, oggi comune di Sona, in direzione di Bussolengo. Verso le 14:00 si era spostato sulla collina della Mirandola, a cavallo tra la linea di avanzata di Federici e quella del figlio. Di lì aveva osservato l'impantanamento al Tione ed aveva raggiunto le truppe, incitandole a proseguire il movimento. Dopo di che aveva osservato la felice prosecuzione del centro e della sinistra, e si era portato verso la destra del Broglia. Come punto di osservazione aveva scelto la collina di Vallena e, di lì, si era portato verso il colle de Le Bionde.

Carica di Pastrengo[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Carica di Pastrengo.
La carica dei carabinieri della battaglia di Pastrengo

A metà strada, una dozzina di carabinieri con compiti di scorta personale e di avanguardia del re Carlo Alberto e del suo Stato Maggiore, si imbatterono nell'improvvisa azione di fuoco di una unità nemica.[6] Il maggiore Alessandro Negri di Sanfront che seguiva a distanza i movimenti del sovrano e del suo corteo, temendo per la sua incolumità a causa della vicinanza del nemico reagì rapidamente, d'iniziativa e senza indugio alcuno: ordinò una carica, che prese poi il nome di carica di Pastrengo che trascinò lo stesso Carlo Alberto ed il suo corteo. La carica ruppe e mise in fuga il nemico dal colle Le Bionde. Contemporaneamente si mosse Broglia, che mandò in supporto i Cacciatori delle Guardie, saliti da Osteria Nuova, mentre il 1º Reggimento di Fanteria aggredì monte San Martino ed entrò a Pastrengo dalla parte del cimitero, raggiunta al centro dalla fanteria di Vittorio Emanuele, scesa da Monte Bolega, mentre, sulla sinistra il Federici lanciò la brigata Piemonte oltre le Costiere, verso le posizioni austriache a Piovezzano.

Fuga austriaca[modifica | modifica sorgente]

Il comandante austriaco Gustav Wocher (che sulla collina di Pastrengo aveva una divisione di 7.000 uomini) tenne, per quanto possibile, il paese, lanciando anche la cavalleria in una controcarica di alleggerimento. Ma, ormai, le posizioni erano compromesse e l'obiettivo era tenere aperto un varco per il ripiegamento verso Verona. Ritirata che avvenne verso le 18:30, quando la divisione attraversò l'Adige, in disordine, sui ponti di barche gettati a Ponton (poco a nord di Pastrengo e Piovezzano).[7]

Restava un battaglione austriaco a Bussolengo, che l'indomani, 1º maggio, all'apparire di un nutrito squadrone di carabinieri, si ritirò attraverso il ponte di barche gettato a Pescantina (subito sotto Bussolengo).

Parallele azioni austriache[modifica | modifica sorgente]

Il feldmaresciallo austriaco Radetzky

In quella stessa mattina, mentre iniziava l'attacco di Pastrengo e Bussolengo, Radetzky aveva comandato una azione di alleggerimento più a sud, sul fianco destro della linea sarda, lanciando una piccola colonna di 3.000 croati su Sona e Sommacampagna, ma era stato respinto dal e dal 6º Reggimento di fanteria della Brigata Aosta comandata da Claudio Seyssel d'Aix di Sommariva.

Stessa sorte aveva avuto una sortita della guarnigione di Peschiera, non coordinata ma con i medesimi intenti di alleggerimento.

Mancato sfruttamento della vittoria[modifica | modifica sorgente]

Il monumento alla battaglia a Pastrengo.

Al termine di cinque ore di combattimento, poche erano le perdite sarde (morì un solo ufficiale, il marchese Bevilacqua del reggimento Piemonte Reale),[7] mentre Wocher lasciò 1.200 tra morti e feriti e 500 prigionieri. In effetti, come nelle battaglie antiche, il momento di maggior pericolo era, per un esercito, l'ora della fuga.

L'errore di Carlo Alberto fu probabilmente di non aver inseguito i nemici con decisione, impedendo loro il passaggio dell'Adige, totalmente allo scoperto. Oppure, meglio ancora, avrebbe potuto superare i ponti ed interrompere la via dell'Adige, così come aveva fatto con le azioni di Peschiera.

Ugo Sirao fa questo stesso ragionamento nel suo libro Storia delle rivoluzioni d'Italia:

« Non si raccolse dalla vittoria il frutto che se ne sperava. Gli Austriaci fuggivano. Vi erano ancora due ore di giorno. Potevasi, inseguendoli, giunger con essi sull'Adige, gettarsi nella valle, chiudere il passo ai fuggenti, cagionar loro gravissime perdite. Ma Carlo Alberto, che avea valorosamente combattuto come semplice soldato, commise l'errore, richiamando le schiere che inseguivano il nemico, di salvar Radetzky da un disastro che avrebbe deciso delle sorti della guerra »
(Ugo Sirao, Storia delle rivoluzioni d'Italia dal 1846 al 1866, p. 212)

Carlo Alberto preferì, invece, operare una ricognizione direttamente su Verona, probabilmente perché speranzoso di una sollevazione in città, ma dedicò alla manovra un numero eccessivo di truppe, tanto da farne un vero e proprio attacco, ottenendone la controversa vittoria di Santa Lucia.

Note[modifica | modifica sorgente]

30 aprile 2008, cerimonia dei Carabinieri a cavallo commemorativa del 160º anniversario della battaglia di Pastrengo.
  1. ^ Montanelli, Cervi, op. cit.
  2. ^ a b Solinas, op. cit., p. 125.
  3. ^ A dimostrarlo basti ricordare quanto avvenuto solo diciotto giorni prima, l'11 aprile, quando un gruppo di 450 volontari lombardi, staccati dalla colonna Manara, avevano attraversato il lago di Garda su battelli a vapore e, agendo di totale sorpresa, avevano occupato il borgo di Castelnuovo del Garda, sulla strada che collegava le due fortezze di Peschiera a Verona. Radetzky inviò con 2.500 uomini, con cavalleria ed artiglieria. Questi bombardarono il borgo, ne scacciarono (battaglia di Castelnuovo) i volontari (senza inseguirli) e perpetrarono uno sciagurato saccheggio, lasciando decine di morti fra la popolazione inerme. Tale era l'importanza delle comunicazioni tra le due fortezze di Peschiera e Verona.
  4. ^ Dipinto di Vincenzo Giacomelli.
  5. ^ Litografia di Stanislao Grimaldi del Poggetto.
  6. ^ Solinas, op. cit., p. 126.
  7. ^ a b Solinas, op. cit., p. 127.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Montanelli, Cervi, Due secoli di guerre, Editoriale Nuova, Milano, 1981.
  • Ugo Sirao, Storia delle rivoluzioni d'Italia dal 1846 al 1866, Tipografia Domenico Salvi & C., Milano, 1867.
  • Giovanni Solinas, Verona e il Veneto nel Risorgimento, West Press Editrice, Verona, 1966.