Battaglia di Castelnuovo
| Battaglia di Castelnuovo |
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| Data | 11 aprile 1848 | ||
| Luogo | Castelnuovo del Garda, Veneto | ||
| Esito | Vittoria austriaca | ||
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La battaglia di Castelnuovo ebbe luogo l’11 aprile 1848, quando una colonna di 400 uomini dei Corpi Volontari Lombardi, che avevano compiuto una brillante missione dietro le linee austriache tra Verona e Peschiera, vennero assaliti da 3.000 nemici con artiglieria e cavalleria[1], nel borgo di Castelnuovo del Garda e, dopo tre ore di scontri, messi in fuga. Mentre le truppe del generale principe Thurn und Taxis saccheggiavano ed incendiavano il borgo.
Indice |
[modifica] Contesto
Il 18 marzo 1848 ebbero inizio le cinque giornate di Milano. Il comandante dell'esercito del Lombardo-Veneto, feldmaresciallo Radetzky, prima eccitò la rivolta, poi non seppe domarla, vedendosi costretto ad abbandonare la città dopo cinque giorni di furiosi scontri. Contemporaneamente manifestazioni si ebbero in diverse città del Regno ed in Como l'intera guarnigione si consegnò agli insorti.
Il giorno dopo la evacuazione del Radetzky da Milano, il re di Sardegna Carlo Alberto dichiarò guerra all'Austria. Le avanguardie attraversarono il Ticino, il 5 aprile il grosso raggiungeva l’Oglio, l’8-9 aprile forzava il passaggio del Mincio, e si apprestava ad operare contro Peschiera o Mantova.
[modifica] I Corpi Volontari Lombardi
[modifica] Inseguimento degli Austriaci in fuga
L’avanzata sarda era stata preceduta da due colonne di volontari: la prima, partita da Milano, guidata dal Manara, la seconda, comasco-ticinese, affidata all’Arcioni.
[modifica] Arrivo sul Garda
Già il 30 marzo erano a Brescia ed il 3 aprile a Salò, sulle sponde del Garda, ove si impadronirono della flotta di battelli a vapore.
Di lì, il Governo Provvisorio di Lombardia li comandò in direzione di Trento. Cosa che essi fecero entrando, l’11 aprile in Tione ove si univano ad una colonna di bresciani-bergamaschi. Si distinsero, poi, nella battaglia di Castel Toblino e alle Sarche (14-15 aprile).
Tuttavia Manara non volle lasciare intentata una operazione navale, consentita dal totale controllo del lago. All’uopo venne staccata una piccola colonna di appena quattrocentocinquanta uomini, affidati al maggiore genovese Noaro.
[modifica] Una piccola spedizione
[modifica] L’attraversamento del Garda
Questi si imbarcarono a Salò la notte del 10-11 aprile. Traversarono il lago e sbarcarono a Cisano, appena sopra Lazise. Di lì, muovendosi con grande rapidità, attraversarono Lazise, Pacengo e si portarono sulla importantissima strada che collegava le due fortezze di Peschiera a Verona.
[modifica] Fermo a Castelnuovo
Qui, agendo di totale sorpresa, si impadronirono di una polveriera presso Castelnuovo del Garda, per poi catturare in quest’ultimo paese una colonna di 100 Austriaci e vi si asserragliarono.
Ciò indusse alcuni dei maggiorenti del borgo a mandare messi a Verona, timorosi di successive rappresaglie. Benché appaia improbabile che la notizia non fosse già giunta.
[modifica] L’errore di valutazione del Noaro
Resta un mistero come mai il Noaro avesse commesso il folle errore di attardarsi nel borgo, lontanissimo dalle proprie linee di approvvigionamento ed isolato in pieno territorio nemico. Probabilmente, egli sperava di suscitare un moto rivoluzionario nelle vicine città-fortezze, come già era successo a Milano. Sicuramente egli non disponeva di alcuna informazione circa lo stato dell’esercito del Radetzky, che, forse, immaginava ancora sfasciato, come alla uscita da Milano.
Resta, comunque, che l’8-9 aprile l’Armata Sarda di Carlo Alberto aveva forzato il passaggio del Mincio al ponte di Goito, a Monzambano ed a Borghetto-Valleggio. Predisponendosi al blocco di Peschiera, iniziato il 13 aprile, ma solo sulla sponda occidentale del Mincio. Non si può, quindi, del tutto escludere che il Noaro sperasse di essere raggiunto in tempo dall’esercito sardo. Ma questi passò il Mincio in forze solo il 26 e pare possibile escludere ogni collegamento pianificato fra i due movimenti. In tal caso, infatti, dalle colonne del Manara e dell’Arcioni sarebbero stati staccati ben più di 450 volontari. Ed, inoltre, sappiamo che queste erano indirizzate verso il Trentino, per cui la incursione nel Veronese non poteva che essere stata concepita a fini di approvvigionamento.
In definitiva, nelle condizioni date Noaro poteva unicamente sperare di continuare una campagna di guerriglia ed accettare uno scontro aperto significò compiere un tremendo errore militare. Del genere che un vero comandante di volontari, quale Garibaldi, non avrebbe mai commesso.
[modifica] La reazione austriaca
[modifica] Radetzky decide per una rappresaglia
In ogni caso, una volta informato dei fatti Radetzky stabilì di dare un duro esempio, incaricando della bisogna il generale Thurn und Taxis, con un battaglione e mezzo di fanteria, rinforzato da artiglieria ed un drappello di cavalleria. In totale 2'500 uomini contro forse 450.
[modifica] La spedizione punitiva
Sino alle porte di Casteluovo non venne incontrato nessun nemico. Lì giunto il Thurn und Taxis trovò il paese ben barricato ed i volontari decisi a difendersi.
La notizia della avvenuta fortificazione dei volontari in Castelnuovo non dovette, quindi, giungere senza gioia al Thurn und Taxis. Questi non fece altro che attestarsi sulle colline prospicienti e prese a bombardare. Tanto potentemente da abbattere, ad esempio, il campanile. Dopo di che divise la truppa su tre colonne, una al centro, una a nord ed una a sud. Queste assalirono contemporaneamente il borgo e lo conquistarono, dopo altre tre ore di combattimenti.
[modifica] Violenze e saccheggio
I sopravvissuti del Noaro si gettarono in fuga verso Lazise (ciò che causò un alto numero di perdite, circa 150, contro pochi Austriaci), mentre la truppa si dava al saccheggio, inclusa profanazione della chiesa e diversi stupri ed il massacro di una quarantina d’inermi, vecchi, donne e bambini che fu fermato, secondo quanto affermò Daniele Manin, per l'intervento dei soldati italiani del 38º Reggimento fanteria austriaco "Haugwitz" che minacciarono di far fuoco sui loro compagni. E ciò sino alla mattina del successivo 12 aprile. A cose fatte, un forte vento favorì il totale incendio del borgo. Dopo di che il generale principe Thurn und Taxis (rampollo della migliore aristocrazia imperiale, originaria di Castel Tasso ed assistito dall’aiutante di campo Girolamo Salerno, nobile veronese), curò il ripristino del ponte sul Tione, sulla gran strada che collegava Peschiera a Verona e riportò i suoi a Verona, carichi di bottino.
[modifica] La violenza austriaca
In senso lato, il brutale saccheggio era giustificato dalle leggi guerra: Castelnuovo aveva opposto resistenza e la truppa prese a comportarsi come in una città presa d’assalto.
Occorre, tuttavia, ricordare che lo stesso Thurn und Taxis definì gli "Insurgenten" come "Lombardi e qualche Piemontese", senza alcun cenno alla popolazione del paese. Senza dimenticare che i suoi maggiorenti avevano mandato messi ad avvisare Verona dell’arrivo dei volontari.
Alcuni particolari, però, lasciano intendere quale significato Radetzky avesse attribuito alla azione:
- anzitutto, al rientro a Verona, la truppa venne fatta sfilare con grande evidenza attraverso tutta la città, dalla occidentale Porta San Zeno per la Basilica di San Zeno, Castelvecchio, Piazza Bra, sino agli accasermamenti di Campo Fiore..
- Seguì, all’indomani 13 aprile uno dei verbosi proclami del feldmaresciallo, che in cui affermò che non poter "ovviare alle tristi conseguenze che risultano" dalle ribellioni anti-imperiali, lamentava (probabilmente sogghignando) di "veder esposte la vita e la proprietà del tranquillo e pacifico cittadino alla morte e alla devastazione".
- Terzo elemento: già un giorno prima del saccheggio, l’11 aprile, Radetzky emetteva un bollettino ufficiale in cui annunciava la notizia (sicuramente falsa) che la truppa del Thurn und Taxis, in avanzata, sarebbe stata contrastata da una “grossa turbe d'armati contadini, che... furono respinte a Castelnuovo”. Chiaramente si predisponevano giustificazioni per l’imminente, e programmato, massacro.
- Da ultimo, i volontari del Noaro non vennero affatto inseguiti. Ma, anzi, poterono raggiungere Lazise, sostarvi la notte dell’11-12 aprile ed imbarcarsi per Salò la mattina dopo. Chiaramente, l’unico obiettivo militare del Thurn und Taxis era liberare la strada di Peschiera, senza preoccuparsi troppo di una minuta colonna di uomini male armati, che non rappresentavano alcuna minaccia militare.
In definitiva, Radetzky aveva imposto una condotta barbara, soprattutto pericolosa per la legittimità di un governo che rivendicava il proprio buon diritto al dominio del Lombardo-Veneto: evidentemente, già in quello scorcio di aprile, le autorità civili avevano perso ogni peso di fronte ad un feldmaresciallo che, con il suo esercito, rappresentava l’unica autorità imperiale dotata di autorità sul suolo italiano.
[modifica] Note
- ^ G. Solinas. Storia di Verona. Verona, Centro Rinascita, 1981. p.420
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