Battaglia di Santa Lucia

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Coordinate: 45°25′26.1″N 10°56′54.7″E / 45.423917°N 10.948528°E45.423917; 10.948528

Battaglia di Santa Lucia
Data 6 maggio 1848
Luogo Santa Lucia, Verona, Regno Lombardo-Veneto
Esito Non sfruttata vittoria austriaca
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
33.000 fanti
8.500 cavalieri
82 cannoni
33.000 fanti
9.000 cavalieri
84 cannoni da campagna
192 cannoni di fortezza
Perdite
110 morti
776 feriti
72 morti
190 feriti
87 prigionieri
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La battaglia di Santa Lucia fu un episodio della prima guerra d'indipendenza italiana. Ebbe luogo il 6 maggio 1848, quando il Re di Sardegna, Carlo Alberto, lanciò il I Corpo d'armata dell'esercito sardo all'assalto delle posizioni che l'esercito austriaco del feldmaresciallo Radetzky teneva sul rideau fortificato, avanti le mura di Verona.

Antefatti[modifica | modifica wikitesto]

Scoppio delle ostilità[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Cinque giornate di Milano.

Il 18 marzo 1848 ebbero inizio le cinque giornate di Milano. Il comandante dell'esercito del Lombardo-Veneto, feldmaresciallo Radetzky, prima eccitò la rivolta, poi non seppe domarla, vedendosi costretto ad abbandonare la città dopo cinque giorni di furiosi scontri. Contemporaneamente manifestazioni si ebbero in diverse città del Regno e a Como l'intera guarnigione si consegnò agli insorti.
Il giorno dopo la evacuazione del Radetzky da Milano, il re di Sardegna Carlo Alberto dichiarò guerra all'Austria ed attraversò il Ticino. L'esercito era organizzato su due corpi d'armata, il 1° affidato ad Eusebio Bava, il 2° a Ettore De Sonnaz.

La prima fase della campagna[modifica | modifica wikitesto]

Liberazione della Lombardia[modifica | modifica wikitesto]

Le avanguardie attraversarono il Ticino il 25 marzo, mentre Carlo Alberto era a Pavia il 29 ed il 31 poneva quartier generale a Lodi. Il 4 tenne consiglio di guerra a Cremona e, il 5, giunse a Bozzolo, mentre il 1º Corpo d'armata di Bava si attestava sull'Oglio.

Il forzamento dei passaggi del Mincio[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia del ponte di Goito.

L'8 aprile la 1ª Divisione del 1º Corpo di Bava forzò il passaggio al ponte di Goito, costringendo i difensori della brigata Wohlgemuht a riparare a Pozzolo e Valeggio, ove era concentrato il grosso dell'armata. Il 9 aprile la 3ª Divisione del Broglia, del 2º Corpo di De Sonnaz, impegnava gli austriaci a Monzambano e, il giorno successivo, occupava quel ponte ed il successivo, a Borghetto-Valeggio.
Dopodiché l'esercito sardo si arrestò, in attesa dei reggimenti ancora in marcia dal Ticino e delle truppe alleate (Granducato di Toscana, Stato della Chiesa, Regno delle Due Sicilie) ancora in marcia.

Avanzata oltre il Mincio[modifica | modifica wikitesto]

I passaggi conquistati sul Mincio erano segnati da due grandi fortezze: a sud Mantova, verso la quale vennero lanciate alcune ricognizioni, che consentirono solo di rilevare la rafforzata posizione austriaca, a nord Peschiera, il cui assedio venne cominciato il 13 aprile, dal lato meridionale. Per completarne il blocco, occorreva impossessarsi della strada che la legava alla grande città-fortezza di Verona, quartier generale del Radetzky, città che il feldmaresciallo non poteva abbandonare, poiché da lì passava l’unica via che ancora lo legava al Tirolo e, di lì, all’Austria.
Cosicché Carlo Alberto stabilì di muovere oltre il Mincio, attraversato in forze il 26, con movimento verso nord-est.

Battaglia di Pastrengo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi battaglia di Pastrengo.
Episodio della battaglia di Pastrengo

Più a sud, il 1º Corpo di Bava entrava da Valeggio ed avanzava attraverso Custoza e Sommacampagna, attestandosi a Sona. Più a nord il 2° di De Sonnaz passava a Monzambano, ed avanzava sino a oltre Castelnuovo del Garda.
Di lì, Carlo Alberto comandò a De Sonnaz di spazzare le forti posizioni che Radetzky aveva lasciato sui colli di Bussolengo e Pastrengo, giusto ad occidente dell’Adige, a monte di Verona. Cosa che avvenne il 30, con pieno successo: Pastrengo venne liberata in serata, mentre il presidio di Bussolengo evacuò la mattina seguente, stante l’impossibilità di mantenere le posizioni difensive.

La debolezza strategica austriaca[modifica | modifica wikitesto]

Le conseguenze di Pastrengo[modifica | modifica wikitesto]

A questo punto Carlo Alberto aveva ottenuto il suo obbiettivo di tagliare le comunicazioni della assediata fortezza di Peschiera con Verona. Per soprannumero, aveva reso temporaneamente ardue quelle con Mantova. Il successo, inoltre, era andato forse oltre le previsioni. Tanto che, ora, il sovrano aveva la possibilità di stringere Verona, il grosso dell’esercito austriaco ed il suo feldmaresciallo in una stretta morsa. Radetzky, in effetti, considerò sempre quei giorni come i più pericolosi dell’intera campagna.

L’impasse di Radetzky[modifica | modifica wikitesto]

Il feldmaresciallo Radetzky

Concentrata attorno a Verona restava, comunque, una forza importante, dietro solide fortificazioni. Ma la truppe, dall’arrivo delle notizie della rivoluzione viennese, non aveva collezionato che sconfitte. Salvo il truce massacro di molti civili e pochi volontari, perpetrato a Castelnuovo.

L’esercito, inoltre, non poteva contare su rinforzi, salvo i reparti tirolesi, sempre fedeli ma relativamente sparuti. Un corpo di armata di riserva, in effetti, era in riorganizzazione oltre l’Isonzo, agli ordini del Nugent, ma avrebbe dovuto aprirsi la strada attraverso l’intero Veneto insorto: Udine, Treviso, Vicenza e la poderosa Venezia, senza contare le fortezze di Palmanova ed Osoppo.
Per finire, la situazione politica a Vienna era estremamente instabile, a seguito della rivoluzione viennese: l’opinione pubblica liberale era certamente favorevole al mantenimento delle ‘colonie’ italiane, ma diffidava del vecchio feldmaresciallo considerato, decisamente non a torto, un bastione dell’assolutismo monarchico. Tanto che presso di lui avevano trovato rifugio l’Arciduca Alberto, inviso per il rude trattamento inferto ai liberali, da governatore militare di Vienna. E che al Radetzky era stato mandato anche un giovane rampollo, Francesco Giuseppe, nipote dell’imperatore in carica, Ferdinando I e destinato a succedergli, grazie ad un colpo di palazzo, di lì a pochi mesi.

In poche parole, quindi, se Carlo Alberto fosse riuscito a neutralizzare l’esercito di Verona, la guerra si sarebbe presto conclusa.

Radetzky si chiude dentro Verona[modifica | modifica wikitesto]

In una simile situazione, l’esercito del Radetzky non poteva far altro che chiudersi dentro le nuove mura di Verona, ed attendere tempi migliori.

La città di Verona disponeva di un imponente sistema di fortificazioni, ricostruite a partire dal 1833, sotto impulso proprio del Radetzky (dal 1834 comandante dell’esercito austriaco in Italia).
In particolare il fronte sud-sud ovest, verso la pianura, era difeso da sette bastioni, con fossati, casematte, gallerie di contromina, strada militare interna, polveriere a prova di bombardamento e 192 cannoni. Oltre si estendeva il cosiddetto campo trincerato, meglio noto come rideau, lungo la cinta del terrazzo fluviale atesino, sulla linea Adige-Chievo-Crocebianca-San Massimo-Pellegrina-Santa Lucia-Tomba-Adige, con avamposti a Zamponi, Feniletto e Dossobuono.
Esso era stato concepito per avanzare la linea di difesa, allontanando la città-fortezza dal tiro delle artiglierie nemiche. Ciò che lasciava alla grande cinta il mero compito di respingere incursioni delle truppe nemiche, ovvero di fungere da ultima difesa.
Per sfortuna del feldmaresciallo, tuttavia, dei forti previsti lungo tale linea avanzata, erano stati realizzati solo quelli al di là dell’Adige. Tanto che quando Carlo Alberto giunse in prossimità, Radetzky dovette affidarsi ad una linea leggera, ma attestata sugli abitati (e sui cimiteri). Tuttavia ben concepita, facendo tesoro di una lunga pianificazione.

La migliore posizione sarda[modifica | modifica wikitesto]

Il ventaglio di opportunità strategiche aperte[modifica | modifica wikitesto]

Carlo Alberto, tuttavia, intendeva condurre una campagna più tradizionale, che non rinunciasse alla conquista delle due fortezze che si era lasciato alle spalle: Peschiera e Mantova. In fondo, questo era l’obiettivo per cui aveva condotto la battaglia di Pastrengo.
Esclusa, quindi, la possibilità di condurre un secondo assedio, contemporaneamente a quello di Peschiera, restava da esplorare la eventualità che la popolazione di Verona, informata della recente vittoria, alla vista dell’esercito sardo si rivoltasse, costringendo in gravi difficoltà la, pur nutritissima, guarnigione. Non aveva, d’altra parte, la popolazione di Milano, appena un mese prima, ridotto ad una fuga ignominosa lo stesso feldmaresciallo e lo stesso esercito oggi rinchiusi in Verona?

L’iniziativa tattica di Carlo Alberto[modifica | modifica wikitesto]

Accadde così che Carlo Alberto lasciasse a riposo il 2° di De Sonnaz, che si era appena battuto, mentre ordinava al 1° affidato a Bava, di condurre una energica ricognizione (o esplorazione offensiva) sotto Verona.

Scopo dichiarato della iniziativa era l’occupazione delle alture del rideau, che avrebbe potuto ridursi ad una semplice dimostrazione di forza, ovvero provocare a battaglia le truppe dalla città, facilitando l’eventuale insurrezione dei Veronesi.

Decisione che venne comunicata il pomeriggio del 5 maggio, in occasione di un consiglio di guerra tenuto da Carlo Alberto presso il quartier generale di Sommacampagna, alla presenza di tutti i generali di divisione.

Le truppe schierate a battaglia[modifica | modifica wikitesto]

Le forze complessivamente a disposizione dei due generali erano[1]:

  • 51 battaglioni, ognuno di circa 800 uomini, 36 squadroni di cavalleria, 82 pezzi da campagna. Un totale di circa 50 000 uomini, tenuto conto di circa 800 uomini per battaglione, 250 per squadrone e circa 10 per pezzo.
  • 33 battaglioni, ognuno di circa 1 000 uomini, 36 squadroni di cavalleria, 84 pezzi da campagna, oltre ai 192 pezzi piazzati sulle mura. A questi, Radetzky aggiungeva 5 battaglioni a guardare la strada di Vicenza, 7 nella fortezza di Mantova, 1 a Peschiera. Un totale di circa 56 000 uomini, tenuto conto di circa 1 000 uomini per battaglione, 250 per squadrone e circa 10 per pezzo.

A questi andavano sottratte le truppe impegnate in fortezza: 13 000 circa per Radetzky, ed 8 000 per Carlo Alberto, che aveva lasciato la 4ª Divisione del 2º corpo, formata dalla Brigata Pinerolo e dalla Brigata Piemonte, guidate dal Federici, a bloccare Peschiera e tenere Pastrengo.

Intorno a Verona entrambe i contendenti potevano, quindi, contare su circa 42 000 uomini. Ma Radetzky doveva tenere impegnati 10 battaglioni a scoraggiare insurrezioni in Verona, e 13 oltre l’Adige. Ragion per cui il rideau era difeso da soli 10 battaglioni (10 000 uomini), ma assai ben fortificati.

Battaglia[modifica | modifica wikitesto]

Piano di battaglia[modifica | modifica wikitesto]

L’esercito attaccante venne diviso su tre colonne[1]:

  • la colonna di sinistra, su Crocebianca, affidata alla 3ª Divisione del 2º corpo, formata dalla Brigata Savoia, dalla brigata Savona e dal battaglione parmense, guidata dal Broglia
  • la colonna di centro, su San Massimo, affidata alla 1ª Divisione del 1º corpo, formata dalla Brigata Regina e dalla Brigata Aosta, guidata dal d'Arvillars ma accompagnata dal comandante della battaglia, Bava
  • la colonna di destra, da Villafranca su Santa Lucia, affidata alla 2ª Divisione del 1º corpo, formata dalla Brigata Casale e dalla Brigata Acqui guidata dal maggior generale marchese Passalacqua
  • la cavalleria avrebbe dovuto tagliare la ritirata alle truppe nemiche stanziate a Tomba
  • la divisione di riserva, composta dalla brigata Guardie e dalla Brigata Cuneo affidata al —, si sarebbe tenuta a distanza per assecondare l'urto della divisione centrale.

Come d’uso, ogni colonna sarebbe stata accompagnata da cavalleria e formazioni di bersaglieri.
Giunte in prossimità del punto di attacco, le colonne si sarebbero arrestate, in attesa di essere raggiunte da una grossa retrovia d’artiglieria e cavalleria: tale linea di sosta era prevista in una zona teoricamente adatta, in quanto posta fra piccole colline.

Avanzata[modifica | modifica wikitesto]

La manovra ebbe inizio alle sette del mattino del 6 maggio, ma fu rallentata da due gravi circostanze:

  • la scarsa conoscenza del terreno, dovuta alla quasi nulla attività di esplorazione condotta nei giorni precedenti. Un fenomeno, probabilmente, legato alla strabondanza di cavalleria pesante, che caratterizzava l’esercito sardo, rispetto al normale bilanciamento con la cavalleria leggera. Questo fenomeno, tuttavia, dovette essere ben chiaro ai contemporanei, che dovettero attribuirgli la giusta importanza, considerato che il Cattaneo, dall’esilio, nel 1849, si divertiva a schernire gli “officiali che non avevano carte geografiche. Né si trattava d'imprevista e strana spedizione in Africa o in Asia … ma in quello che … fu sempre il campo classico delle battaglie”[2].
  • il ritardo nella consegna degli ordini di manovra. Alcuni dei reparti sardi, tuttavia, giunsero alle posizioni assegnate con grave ritardo. Ciò a causa del ritardo con cui erano giunti gli ordini di marcia, diramati solo dopo le sei di sera del giorno precedente, al termine di un consiglio di guerra tenuto da Carlo Alberto presso il quartier generale di Sommacampagna, alla presenza di tutti i generali di divisione. Ad esempio, alcuni reparti stanziati a Villafranca, vennero informati solo alle sette del mattino seguente.

Entrata in combattimento[modifica | modifica wikitesto]

Di tutte le colonne, solo quella al centro, che marciava all’avanguardia, fu in grado di raggiungere all’ora stabilita (le 9’30 circa) le posizioni austriache. Come previsto e d’uso, essa era composta dalla sola Brigata Aosta, ché la Brigata Regina seguiva a regolare distanza. Ma, anziché trovarsi di fronte a San Massimo, scoprì di trovarsi di fronte a Santa Lucia. E, peggio ancora, non v’era traccia della colonna di destra, partita, come s’è visto, in ritardo da Villafranca.
Qui Bava venne raggiunto dal sovrano, accompagnato dal ministro della guerra Franzini (che non abbandonarono più la prima linea). E sorpresi da un fuoco austriaco ben maggiore del previsto. Occorre sapere che, nei giorni precedenti, il Bava si era dichiarato convinto che il Radetzky il rideau costituisse una semplice linea avanzata, con mera funzione di ritardare una azione offensiva.
Accadde così che, verso le 10’00, egli comandasse all’attacco la Brigata Aosta al non previsto obiettivo di Santa Lucia.

Occupazione di Santa Lucia[modifica | modifica wikitesto]

Un episodio della battaglia di Santa Lucia

Si trattava di un antico villaggio (nell’ottocento noto come Santa Lucia della Battaglia oggi Santa Lucia Extra), sufficientemente ampio da ospitare, dal 973, un oratorio dedicato a Santa Lucia e, dal 1178, un annesso "ospitale", retto da una comunità di frati. Nell’ultimo mese esso era stato trincerato tutt'intorno, e difeso dalla brigata Strassoldo, ben schierati ed appoggiati ad alcune posizioni forti, a cominciare dal cimitero.

L’attacco venne condotto con estremo vigore. Gli Austriaci, si difesero tenacemente e i ripetuti assalti delle prime schiere sarde vennero infranti. L’artiglieria austriaca, in particolare, era ben schierata e protetta da forti trincee, mentre quella del Bava, inferiore di numero, non poté sostenere adeguatamente l’assalto della Brigata Aosta.

Il tempo, tuttavia, giocava a favore degli Italiani, in quanto si sapeva che tutte le brigate delle colonne centrale e destra sarebbe ricongiunte, prima o poi, su Santa Lucia. La prima a giungere fu, verso le 11’00, la brigata Guardie della divisione di riserva (anch’essa indirizzata su San Massimo ma che, vedendo il comandante della giornata generale Bava deviare, aveva saggiamente ritenuto di seguirlo). Subito schierata in linea, alla sinistra della Brigata Aosta, essa venne condotta dal Bava in persona alla conquista della Pellegrina (il caposaldo del rideau che congiungeva San Massimo a Santa Lucia).

Di lì Santa Lucia poteva essere minacciata di aggiramento. Minaccia che apparve tanto più sicura, quando, sul mezzogiorno, cominciarono a giungere i primi elementi della Brigata Regina. Questa, che seguiva la Brigata Aosta verso San Massimo, vi era effettivamente giunta e, di lì, era stata deviata su Santa Lucia (ma la marcia avveniva fuori dalle strade principali, ed era stata rallentata dalla fitta rete di orti e vigneti che costellavano il territorio). Per maggior fortuna, giunse a Santa Lucia anche la Brigata Casale, avanguardia della divisione di destra. Che venne schierata a destra della Brigata Aosta.

Dopo le 12’30 Bava poté, in tal modo, condurre un assalto generale, in direzione concentrica: brigata Guardie e parte della Brigata Regina a sinistra, da Pellegrina, Brigata Aosta al centro, Brigata Casale a destra.

Alle 13’00 Santa Lucia fu presa, ed i difensori ripiegarono senz’altro dentro le mura.

Parallelo tentativo a Croce Bianca[modifica | modifica wikitesto]

Nel frattempo, la colonna di sinistra, affidata al Broglia (che assai bene si era portato a Pastrengo), conduceva il previsto attacco su Crocebianca.
Anche qui, l’assalto era stato condotto allo scoperto, contro un nemico superiore al previsto, per numero e fortificazioni. A soffrire era stato, in particolare, la brigata Savona, decimato dall'artiglieria austriaca.

Sinché Broglia dovette desistere, e ripiegare, quando si rese conto che le truppe austriache a San Massimo non erano state per nulla impiegate. E minacciavano di aggirarlo.

Rinuncia alla continuazione degli scontri[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la presa di Santa Lucia la truppa si arrestò per circa un’ora. Pare che Carlo Alberto, portatosi all'estremità del villaggio, scrutasse la città, nell’attesa di scorgervi segni di una rivolta. Non vedendone.
Lì venne raggiunto dalla notizia degli insuccessi dei paralleli attacchi a Croce Bianca: considerò la minaccia nemica dal centro e comandò il ripiegamento in direzione di Sommacampagna, per poi procedere ai rispettivi acquartieramenti.

Le perdite[modifica | modifica wikitesto]

Al termine della giornata, i due eserciti aveva subito perdite numerose:

  • 110 morti e 776 feriti, contro circa. Incluso il colonnello Ottavio Caccia, dell’Aosta.
  • 72 morti e 190 feriti e 87 prigionieri Austriaci[1]. Tra le cui file caddero anche alcuni alti ufficiali, come il feld-maresciallo Salis, e gravemente feriti il generale principe Schwarzenberg, il generale Strassoldo e tre colonnelli.

Gli Austriaci fanno mostra di inseguire[modifica | modifica wikitesto]

Schieramento di rientro[modifica | modifica wikitesto]

Prime si mossero, incolonnate per battaglioni, la Brigata Aosta, e la brigata Guardie, che più a lungo avevano partecipato al combattimento. A copertura vennero lasciate le unità che non aveva partecipato ai combattimenti: la Brigata Acqui, sulla destra e la Brigata Cuneo, a Santa Lucia, comandata da Vittorio Emanuele.
L’erede al trono doveva spiegare un reggimento davanti a Santa Lucia, l'altro un chilometro più indietro a battaglioni scalati in direzione di Sommacampagna, con artiglieria negli intervalli dello schieramento e la cavalleria alla retroguardia.

Fallito mini-contrattacco austriaco[modifica | modifica wikitesto]

Avvedutosi del ripiegamento Radetzky (che aveva seguito gli sviluppi della battaglia dal Bastione di Santo Spirito) fece uscire truppa da Verona per una controffensiva.
Vittorio Emanuele tenne i nervi a posto e gli Austriaci sopravvenienti vennero bellamente respinti dalla Brigata Cuneo e ricacciati ben oltre il limite conquistato nel primo pomeriggio.
In tale modo la ritirata poté svolgersi, almeno per la divisione di centro, con tutt'ordine e calma. Mentre quella della divisione di destra, venne disturbata da radi reparti avanzati fra e colline.

Scarso contenuto militare[modifica | modifica wikitesto]

Per spiegare questi curiosi avvenimenti, occorre considerare che le forze impegnate dal feldmaresciallo nell’apparente contrattacco furono relativamente modeste: appena sette battaglioni di fanteria, una batteria ed uno squadrone di cavalleria. Pare ben difficile immaginare che una simile piccola colonna avrebbe realmente potuto impensierire due intere brigate.
Pare più logico affermare che si trattasse di una manovra 'propagandistica'. Si trattò, probabilmente, di una mossa volta: (i) a dimostrare all’esercito (tedesco) ed al popolo (italiano) di Verona che il feldmaresciallo non rinunciava al combattimento, (ii) a far credere che la rioccupazione di Santa Lucia e della Pellegrina, lasciate libere dai Sardi, fossero avvenute a causa di un eroico contrattacco austriaco.
Se la Cuneo avesse ceduto, infatti, la sterile vittoria sarda si sarebbe trasformata in una piccola sconfitta.

Mancata insurrezione di Verona[modifica | modifica wikitesto]

La vera preoccupazione del Radetzky, infatti, aveva a che fare con l’atteggiamento della popolazione veronese. Come si è visto, per tenerla buona aveva sacrificato ben 10 dei suoi 33 battaglioni, lungo l’intero corso della giornata. La mattina si era spinto a pubblicare un proclama in cui testualmente affermava:

« Si confida nel buon senso della popolazione, che ella valuterà le tristi conseguenze di qualunque sedizioso movimento e non porrà l'autorità militare nella necessità dolorosa di fare in tale emergenza bombardare la città. »

E tutto ciò dopo che, l’11 aprile, aveva voluto dimostrare la propria crudeltà e determinazione consentendo l’osceno saccheggio del vicino borgo di Castelnuovo, lasciando decine di morti fra la popolazione inerme.

In quel 6 maggio il feldmaresciallo sapeva perfettamente che l’intera popolazione avrebbe seguito l’andamento della battaglia. Tanto che, in calce alla minaccia di bombardamento, aveva aggiunto:

« Viene riferito che gente curiosa vada su per i tetti e vi si raccolga in gran numero. Si notifica che ciò resta severamente proibito e che ogni contravventore a quest'ordine si esporrà a grave castigo. »

Gli avvenimenti di quel giorno, quindi, non potevano lasciarlo del tutto soddisfatto: egli sapeva che tutta Verona aveva visto gli Austriaci fuggire da Santa Lucia. Quegli Austriaci che, da un mese e messo, non collezionavano altro che sconfitte. E non poteva permettere che a questo spettacolo si aggiungesse quello dell’esercito di Carlo Alberto che sgombrava, non impegnato e di sua iniziativa, le posizioni appena conquistate. Ed è in tali circostanze che concepì la sua propagandistica controffensiva.

Le vanterie del Radetzky[modifica | modifica wikitesto]

L’urgenza doveva essere tanta, tant’è che, appena la Cuneo sgombrò, non impegnata, Santa Lucia, Radetzky prese a redigere l’edizione del Bollettino di Guerra pubblicato il giorno successivo. Con la verbosità che non l’avrebbe mai abbandonato, vantò una grande vittoria. E, anzi, si rammaricò di come l’esercito sardo avesse evitato una ‘sconfitta totale’ unicamente a causa della natura del terreno, che aveva impedito l'impiego della cavalleria.
Affermazioni la cui consistenza può essere ben valutata alla luce: (i) dell’evidente fallimento del mini-contrattacco austriaco, respinto dalla sola Cuneo, (ii) della circostanza che l’intera piana tra Verona ed il rideau era stata disboscata, ed anche il ripiegamento sardo avveniva lungo stradoni larghi e dritti: ciò nonostante della cavalleria austriaca non si vide nemmeno l’ombra.

Solo in una cosa il feldmaresciallo aveva ragione: la mancata sconfitta costituiva già un miglioramento rispetto a Milano, al ponte di Goito o a Pastrengo.

Bilancio della giornata[modifica | modifica wikitesto]

Errata valutazione delle fortificazioni[modifica | modifica wikitesto]

La chiave per una corretta interpretazione della giornata sta, probabilmente, nell’insuccesso di Crocebianca. Qui l’attacco si era svolto secondo i piani (sebbene in ritardo): una colonna compatta aveva assalito uno dei punti forti del rideau. Ed era stata respinta. Per converso Santa Lucia era stata conquistata dall’attacco congiunto di tre brigate.

Il piano di battaglia concepito dal Bava e corretto dal Franzini, quindi, non era del tutto disequilibrato, in quanto la concentrazione di quattro brigate su San Massimo, ne avrebbe, probabilmente, consentito la conquista. Mentre la previsione di prendere Crocebianca e Santa Lucia con due brigate ciascuna, peccava, chiaramente, di una evidente sottovalutazione delle fortificazioni austriache.

La deviazione del Bava su Santa Lucia, quindi, aveva effettivamente causato la mancata conquista di un secondo caposaldo.

L’occasione perduta[modifica | modifica wikitesto]

Ciò nonostante, San Massimo avrebbe potuto essere preso il giorno successivo. Specie in assenza di ogni seria minaccia di contrattacco, come dimostrato dalla difesa di Santa Lucia operata dalle sole Brigata Cuneo e Brigata Acqui.
Le posizioni raggiunte, inoltre, come avevano ben servito alla difesa austriaca, lo stesso non si sarebbero dimostrate inutili ai Sardi. Poste com’erano sull’orlo superiore del terrazzo fluviale dell’Adige e, quindi, in posizione relativamente dominante rispetto a Verona. Una posizione eccellente, infine, per tenere sotto i cannoni le mura e la vasta antistante spianata.
La truppa, infine, aveva dimostrato un eccellente spirito combattivo, attaccando con vivacità e sostenendo il combattimento per lunghe ore.

Ma era soprattutto la posizione strategica ad offrire una occasione meravigliosa: (i) una volta occupato l’intero rideau, si sarebbero definitivamente interrotte le comunicazioni di Verona con Mantova e con Legnago e (ii) si sarebbe mantenuto un contatto diretto con l’esercito romano del Durando, stanziato a Vicenza. Impedendo, in tal modo, le due successive azioni del Radetzky su Vicenza.

Al debito caso, infine, Verona avrebbe potuto ribellarsi, e Carlo Alberto avrebbe anche potuto tentare una azione diretta contro la stessa Verona.

La inopinata decisione del sovrano di ripiegare, invece, rese sterile la vittoria. A posteriori, segnò, anzi, la fine dell'iniziativa sarda. Che avrebbe consentito all'esercito asburgico di riprendere a manovrare.

Curiosità[modifica | modifica wikitesto]

  • Alla battaglia assistette, come accennato, anche Francesco Giuseppe, diciassettenne (era nato il 18 agosto 1830).
  • Molte delle vie di San Massimo e di Santa Lucia Extra prendono nome dalle brigate che parteciparono alla battaglia

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Piero Pieri, Storia militare del risorgimento, 1962, Einaudi, Torino.
  2. ^ Carlo Cattaneo, Considerazioni sul 1848, 1949, Einaudi, Torino.