Battaglia di Custoza (1848)
Coordinate: 45°22′44″N 10°47′45″E / 45.37889°N 10.79583°E
| Battaglia di Custoza Parte della prima guerra di indipendenza
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| Data | 22-27 luglio 1848 | ||
| Luogo | Custoza (paese della provincia di Verona), Regno Lombardo-Veneto | ||
| Esito | vittoria austriaca | ||
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La battaglia di Custoza fu combattuta tra il 22 e il 27 luglio 1848, durante la prima guerra di indipendenza italiana, tra le truppe del Piemonte, guidate da Carlo Alberto di Savoia, e quelle dell'Impero Austriaco, comandate da Josef Radetzky.
I due eserciti si scontrarono a Custoza, nei pressi di Verona, per il controllo delle pianure del Veneto. Dopo la vittoria di Goito e la conquista di Peschiera per l'esercito piemontese si aprirono le via del Quadrilatero. Tuttavia per quasi due mesi la lentezza e l'irresolutezza dei comandi piemontesi avevano fatto perdere il vantaggio acquisito.
La battaglia cominciò il 22 luglio a Rivoli quando gli austriaci tentarono un assalto sull'estrema sinistra dello schieramento dell'esercito piemontese venendo respinti.
Radetzky si accorse comunque che la disposizione dell'esercito avversario presentava numerose pecche. Infatti esso era disposto su una linea di 70 km circa ed era diviso un due gruppi principali, ciò comportava due pericoli: il prima era che ciò significava averlo indebolito, il secondo soprattutto che lo aveva reso pericolosamente vulnerabile nel settore centrale.
Proprio qui il 23 luglio gli austriaci sferrarono il loro attacco tra Sona e Sommacampagna. Per tutto il giorno i piemontesi opposero una tenace resistenza ma, alla fine della giornata il generale Ettore De Sonnaz ordinò ai suoi uomini il ripiegamento. La situazione non era ancora catastrofica: gli austriaci avevano accusato perdite per un numero doppio di quello dei piemontesi; inoltre il ripiegamento del De Sonnaz aveva paradossalmente eliminato il pericoloso varco centrale dello schieramento piemontese. A questo punto era possibile addirittura una controffensiva ma il Comando di Carlo Alberto si mostrò indeciso e quando abbozzò un contrattacco questo fu immediatamente fermato per mancanza di approvvigionamenti e per il gran caldo.
Chi attaccò invece fu ancora l'esercito austriaco. Il 23 gli austriaci attaccarono i piemontesi a Salionze proprio quando De Sonnaz aveva deciso di muoversi verso Monzambano. Questa nuova sconfitta fece decidere al De Sonnaz la ritirata verso Valeggio. Proprio a Valeggio il 25 ripresero i combattimenti. Questa volta furono i piemontesi ad attaccare per primi; ma la loro azione non sarebbe mai potuta riuscire poiché allo schieramento piemontese mancava il corpo del De Sonnaz. Infatti quest'ultimo, disponendo di truppe stanche e demoralizzate e dubitando ormai egli stesso della riuscita della campagna, decise di ritirarsi in direzione prima di Volta e poi di Goito.
Frenato l'attacco dei piemontesi l'iniziativa passò agli austriaci. Nell'accanita battaglia che ne seguì si distinsero i due figli di Carlo Alberto: Vittorio Emanuele e Ferdinando. Il primo difese una posizione vitale nonostante la preponderanza nemica. Il secondo respinse per tre volte gli attacchi austriaci ma, in seguito ad una manovra avversaria che minacciava di aggirarlo e intrappolarlo, dovette ritirarsi.
Benché già la sera del 25 la battaglia apparisse perduta i combattimenti durarono altri due giorni.
Il generale Eusebio Bava pensava che si potesse costituire una nuova linea difensiva. Ma per costituire ciò bisognava tentare di riprendere la cittadina di Volta abbandonata dal De Sonnaz. La sera del 26 i piemontesi attaccarono il paese per cercare di riprenderlo. Si scatenò ancora una volta una lotta accanita ma quando la mattina del 27 gli austriaci contrattaccarono i piemontesi furono definitivamente battuti.
Le truppe austriache vinsero la battaglia, e i piemontesi furono costretti alla ritirata, che si sarebbe conclusa con la sconfitta di Novara. Infatti benché i piemontesi avessero cercato di costituire una nuova linea di difesa sull'Oglio ormai le truppe erano stanche e demoralizzate. Inoltre si era creata una frattura all'interno del Comando piemontese: mentre Carlo Alberto sembrava disposto a continuare la lotta, altri capeggiati dal Bava sembravano più propensi a portare le truppe oltre il Ticino non ritenendo più possibile difendere la Lombardia e pensando a difendere innanzitutto i confini del Regno di Sardegna.
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