Repubblica di San Marco

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Repubblica di San Marco
Repubblica di San Marco – Bandiera
Motto: Viva San Marco!
Dati amministrativi
Lingue ufficiali italiano
Lingue parlate veneto, friulano, ladino, emiliano, cimbro, mocheno
Capitale Venezia
Dipendente da Flag of the Kingdom of Sardinia (1848-1851).svg Regno di Sardegna (dal 5 luglio 1848)
Politica
Forma di Stato Stato unitario
Forma di governo Repubblica presidenziale
Presidente Daniele Manin
Nascita 17 marzo 1848 con Daniele Manin e Niccolò Tommaseo
Fine 22 agosto 1849
Territorio e popolazione
Bacino geografico Triveneto
Territorio originale Veneto, Friuli
Economia
Valuta Lira veneziana
Religione e società
Religioni preminenti Cattolicesimo
Religione di Stato Cattolicesimo
Religioni minoritarie Ebraismo
Evoluzione storica
Preceduto da Flag of Kingdom of Lombardy-Venetia.gif Regno Lombardo-Veneto (Austria)
Succeduto da Flag of Kingdom of Lombardy-Venetia.gif Regno Lombardo-Veneto (Austria)
Moneta da 5 lire
5 lire Venezia 1848.jpg
REPUBBLICA VENETA* 22 MARZO 1848. Leone di San Marco; sul libro: PAX/TIBI/MAR/CE// EVAN/CELI/STA/MEUS UNIONE ITALIANA intorno ad una corona di alloro e quercia, 5/LIRE dentro.
AR Datata 1848 V.

La Repubblica di San Marco fu uno Stato, costituito a Venezia a seguito dell'insurrezione della città contro il governo austriaco il 17 marzo 1848. La repubblica è durata poco più di un anno, fino al 22 agosto 1849.

Appello di Manin ai soldati italiani.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

« [...] Sulle tue pagine scolpisci, o Storia,

l'altrui nequizie e la sua gloria,
e grida ai posteri tre volte infame
chi vuol Venezia morta di fame!
Viva Venezia! L'ira nemica
la sua risuscita virtude antica;
ma il morbo infuria, ma il pan le manca...
Sul ponte sventola bandiera bianca! »

(Arnaldo Fusinato)
« [...] Noi siamo liberi e possiamo doppiamente gloriarci di esserlo, poiché lo siamo senza aver versato goccia né del nostro sangue, né di quello dei nostri fratelli... Ma non basta aver abbattuto l'antico governo; bisogna altresì sostituirne uno nuovo, e il più adatto ci sembra quello della repubblica che rammenti le glorie passate, migliorato dalle libertà presenti. Viva la Repubblica! Viva la libertà! Viva San Marco! »
(Discorso di proclamazione della Repubblica di Daniele Manin, in piazza San Marco[1])
La proclamazione della Repubblica di San Marco

In seguito alla rivolta, i due patrioti Daniele Manin e Niccolò Tommaseo, che si trovavano rinchiusi nelle prigioni austriache, vennero liberati e si posero alla guida del nuovo Governo Provvisorio, proclamato il 22 marzo. La nuova Repubblica di San Marco richiamava nel nome l'antica Serenissima, scomparsa mezzo secolo prima.

Il 23 marzo si ebbe una prima organizzazione del governo, ripartendolo in otto ministeri: Esteri e Presidenza; Culto ed Istruzione; Giustizia; Finanze; Guerra; Marina; Interno e Costruzioni; Commercio.

Il 5 luglio l'Assemblea dei Deputati della provincia di Venezia decideva l'annessione della repubblica al regno di Sardegna. Nell'occasione, si ebbe una nuova riforma del potere esecutivo, articolato ora in sei dipartimenti: Presidenza, Giustizia e Culto; Interno, Costruzioni e Istruzione; Finanze; Marina; Guerra; Commercio; Arti ecc. Il 7 agosto furono nominati, in vece di re Carlo Alberto, tre regi commissari (Vittorio Colli di Felizzano, Luigi Cibrario e Iacopo Castelli) con un'ulteriore riforma del potere che ridusse a tre i dipartimenti: Guerra, Marina, Porto, Relazioni politiche ecc.; Finanze, Commercio, Industria, Poste ecc.; Culto, Grazia e Giustizia, Interno, Costruzioni ed Istruzione.

Il Piemonte, già provato dalla battaglia di Custoza del 27 luglio, ritirò il suo sostegno dopo l'armistizio di Salasco del 9 agosto. L'11 agosto, ad appena quattro giorni dalla nomina, i commissari regi lasciarono Venezia e, nel frattempo, se ne andava la flotta sarda. In questa situazione disperata, Manin assunse la dittatura per quarantotto ore e, il 13 agosto, il potere venne affidato ad un triumvirato formato, oltre che dallo stesso Manin (questioni civili), da Giovanni Battista Cavedalis (Guerra) e Leone Graziani (Marina).

Un valido aiuto giunse invece dal generale napoletano Guglielmo Pepe, mandato inizialmente dal suo sovrano a combattere al fianco dei piemontesi, che rifiutò di obbedire all'ordine di rientro e si unì ai Veneziani con duemila volontari, prendendo il comando dell'esercito che difendeva la città.

Frattanto, nonostante l'eroica resistenza dei volontari, la terraferma era stata rioccupata dall'esercito austriaco. Il 4 maggio 1849 gli austriaci iniziarono le ostilità contro forte Marghera, presidiato da 2.500 uomini al comando del colonnello napoletano Girolamo Ulloa. La difesa fu accanita, ma la notte del 26, d'accordo col governo, Ulloa dovette dare l'ordine di evacuare il forte. Gli austriaci avanzarono allora lungo il ponte della ferrovia ma, trovando anche qui una forte resistenza, iniziarono un pesante bombardamento contro la città stessa. Una prima richiesta di resa da parte del comandante in capo delle forze austriache, feldmaresciallo Radetzky, fu sdegnosamente respinta.

L'episodio del bombardamento di Venezia del 1849 merita una menzione particolare: infatti in quel frangente, accanto all'artiglieria, gli austriaci impiegarono per la prima volta dei palloni aerostatici nel tentativo di portare a termine un bombardamento aereo. L'uso dei palloni per scopi bellici non era del tutto nuovo, poiché fin dal 1794 i francesi avevano costituito una Compagnia aerostieri con palloni ancorati a terra da cavi, con scopi di ricognizione; ma il 2 luglio le mongolfiere austriache furono caricate con bombe incendiarie, collegate a micce a tempo che avrebbero dovuto lasciar cadere l'esplosivo esattamente quando i palloni fossero giunti sopra la città. Tuttavia il vento respinse i palloni, facendoli tornare verso le linee austriache, cosicché il primo tentativo di bombardamento aereo della storia risultò fallimentare.

La battaglia di Forte Marghera in una litografia dell'epoca

Lo 11 luglio 1849 i chioggiotti tentarono di incendiare la fregata austriaca "I.R. Venere" attaccandola con un brulotto al largo della costa.

Alla lunga comunque la situazione della città divenne insostenibile (a complicare le cose si aggiunse anche un'epidemia di colera), ed ai primi di agosto lo stesso Manin, vista l'impossibilità di resistere ad oltranza, iniziò a parlare di resa, e offrì anche di farsi da parte se invece si fosse deciso di combattere fino all'ultimo. L'Assemblea confermò la fiducia al Manin, e gli affidò pieni poteri per trattare la resa, che venne firmata il 22 agosto 1849 a villa Papadopoli. Il 27 gli austriaci entravano a Venezia, mentre Manin, Tommaseo, Pepe e molti altri patrioti prendevano la via dell'esilio.


Dopo la caduta della Repubblica Romana, Giuseppe Garibaldi, alla testa di un gruppo di volontari, fuggì da Roma alla volta di Venezia, unica città italiana che continuava la lotta, ma venne fermato dagli Austriaci presso Comacchio.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Alvise Zorzi, La Repubblica del Leone, Bompiani 2011

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