Federazione dei Sette Comuni

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« Nel territorio dei Sette Comuni non esistono castelli di nobili, non esistono ville di Signori, nè cattedrali di Vescovi, per il semplice fatto che la terra è del popolo e i suoi frutti sono di tutti come ad uso antico »

La Federazione dei Sette Comuni nota anche col nome di Spettabile Reggenza dei Sette Comuni, sorta nel 1310, è stata una piccola nazione indipendente (Stato Autonomo) comprendente il territorio oggi conosciuto come Altopiano dei Sette Comuni e alcune altre località contigue oggi appartenenti ad altri ambiti amministrativi, nelle attuali Province di Vicenza e di Trento.

Scomparve il 29 giugno 1807 per volere di Napoleone I Imperatore di Francia e Re d'Italia che dichiarò abolito il Governo federale, ossia la Reggenza. Il 21 ottobre 1866, 53 anni prima del Südtirol, assieme al Veneto, alla provincia di Mantova e al Friuli (eccetto l'area di Gorizia) venne annesso al Regno d'Italia a causa della vittoria italiana nella Prima Guerra Mondiale. Cessò così di vivere, dopo cinque secoli di vita, «la più piccola delle Federazioni politiche d'Europa e nello stesso tempo la più antica assieme alla confederazione elvetica»[1].


Indice

[modifica] Cenni storici

I primi insediamenti umani risalgono al periodo paleolitico e mesolitico ed i primi abitanti stabili appartengono all'epoca preromana. Nella lingua e nella tradizione linguistica locale definita «cimbra» sono state rilevate anche particolarità che sono riconducibili ai Goti o ad altri «barbari», compresa l'influenza longobarda. È invece certo che dalla Germania meridionale sono scesi, intorno e particolarmente dopo l'anno mille, dei gruppi di famiglie, provenienti per lo più dall'area linguistica bavaro-tirolese e probabilmente anche dalla Danimarca in cerca di terre da coltivare, che raggiunsero l'altopiano per stabilirvisi conservando i propri costumi e la propria lingua, un alto tedesco, parlato ancora oggi.

Già prima del Mille i montanari ostacolano e punzecchiano i presidi romani nella sottostante valle dell’Astico e i Romani si vendicano facendo puntate sulle montagne, distruggendo l’insediamento Cimbro del Bostel di Rotzo. Più tardi, Re Berengario conferma le donazioni di terre fatta nel 917 dall’imperatore tedesco Rodolfo al principe-vescovo di Padova. Ma i Cimbri non ne vogliono sapere di star soggetti a qualsiasi dominio: fortificano con trincee e palizzate le testate della val d’Astico e della Val d’Assa, e pongono guardie armate nei punti strategici (Brancafora, Eestèl, Purgh, Marcesina, ecc.).

Gli altopianesi hanno sempre avuto un rapporto diretto con la famiglia degli Ezzelini anch'essa d'origine germanica, con cui fu stipulata un'alleanza. Con la caduta degli Ezzelini, all'inizio del 1300, le popolazioni dell'altopiano si unirono in una federazione tra i Comuni, per governare in modo il più possibile autonomo la loro vita e difendere le loro «Freiheiten», privilegi o esenzioni fiscali. Nel 1310 fu definito lo statuto della Spettabile Reggenza dei Sette Comuni, il cui preambolo esaltava e suggellava come un giuramento lo spirito di solidarietà: «Dar Wohl de Volkes ist dar Wohl de Regierung un dar Wohl de Regierung ist dar Wohl de Volkes» (Il bene del popolo è il bene della Reggenza e il bene della Reggenza è il bene del popolo). L'insegna che lo sosteneva e guidava recitava: «Dise saint Siben, Alte Komeun, Prudere Liben» (Questi sono i Sette Antichi Comuni, Fratelli Eterni).

Terminata l'epopea ezzeliniana, Vicenza tentò più volte di saccheggiare e di impossessarsi delle terre dell'Altopiano: così nel 1327 la Federazione dei Sette comuni, pur mantenendo la propria autonomia amministrativa, si alleò con i Scaligeri, che l'affrancarono da ogni vincolo di sottomissione rivendicato dal Comune di Vicenza.

Nel 1387 la Reggenza passò sotto la protezione dei Visconti di Milano, che ne rispettarono lo statuto, ne assicurarono l'autonomia amministrativa, ne riconobbero le esenzioni e i privilegi, denominando gli abitanti dei Sette Comuni «i tedeschi delle montagne del distretto di Vicenza».

Il 20 febbraio 1404 secondo il calendario veneto, ma il 1405 secondo l'attuale, la Federazione dei Sette Comuni fece uno spontaneo atto di dedizione alla Repubblica di Venezia sotto il Doge Michele Steno. Non fu assolutamente un atto di sottomissione: in cambio della fedeltà e della sorveglianza ai confini, la Serenissima permise agli altopianesi la libertà di praticare costumi e regole di vita che li rendevano diversi dagli abitanti della sottostante pianura e di mantenere la piena antica autonomia. La repubblica Serenissima gradisce l’offerta, promettendo forniture militari, invio di capi militari per l’istruzione delle reclute comunigiane, rapporti commerciali particolarmente favorevoli alla Reggenza. I montanari promettono a loro volta di salvaguardare i confini settentrionali con soldati propri, di permettere l’arruolamento di volontari alpigiani nell’esercito regolare di San Marco, di fornire legname per le navi e carbone vegetale. L’alleanza durerà quattro secoli. Gli abitanti dei Sette Comuni (“Sleghe un Lusaan – Genewe un Wusche – Ghelle, Rotz Rowan – dise sain sieben alte Komeun – prudere liben!”: Asiago, Lusiana, Enego, Foza, Gallio, Rotzo e Roana, questi sono i sette vecchi comuni, fratelli cari. La contrada di Conco godeva degli stessi diritti del Comune di Lusiana, cui era annessa, n.d.r.), si battono per la difesa della propria terra, facendo contemporaneamente gli interessi di Venezia.

Tanto che Caldogno, l’inviato di Venezia sull’Altopiano, in una sua relazione si esprime così: “Essendo questi popoli ferocissimi, nati ed allevati nel freddo e nel caldo e in continue fatiche e sudori, e fatti molto robusti et bellicosi et naturalmente inclinati alle guerre ...parono più atti ad ogni atione e per la disposicione dell’aria ivi più d’ogni altro luogo di quelle montagne di maggior bontà, che perciò rende gli uomini più abili et disposti alla milizia nella quale hanno fatto e fanno tuttavia grandissima riuscita…”. E propone la costituzione sull’Altopiano di una milizia stabile locale, con unico scopo la custodia del proprio paese e dei passi alpini di confine, esonerata da qualsiasi servizio militare al di fuori del proprio territorio. Nel 1435 i montanari dei Sette Comuni, al comando dei fratelli Cerati, battono i Viscontei in lotta contro Venezia e Venezia, premiandoli con denaro e privilegi, insiste per la miglioria delle difese al valico di Vezzena. Quando Sigismondo d’Austria tenta la via della pianura “... alquanti valorosi alpigiani da per loro e senza norma, oppongono imbarazzante resistenza ai passi della Valdassa, ma sono sopraffatti”. I soldati di Sigismondo avanzano incendiando e rapinando: vengono dati alle fiamme i paesi di Roana, Canove ed Asiago. La famiglia asiaghese dei Basso oppone una resistenza così eroica da veder poi tramutato il suo cognome in “Forte”. Gli alpigiani di Roana e Rotzo si battono in Val Martello, respingendo gli invasori. Altre famiglie cimare, Coghi, Salbeghi, Nichele di Lusiana si distinguono per valoroso contegno e ricevono o¬norificenze da Venezia “...per aver difeso la Serenissima dagli insulti imperiali opponendo fiera resistenza in Valdassa e altrove”.

Nel 1588 l’altopianese Cerati é incaricato di allestire truppe locali per difendere l’altopiano e Venezia contro gli imperiali. Tra il 1500 e il 1600, parecchi volontari altopianesi diventano capitani e condottieri sia nell’esercito regolare veneziano sia in compagnie di ventura. I vari Dall’Olio, Mosele, Bonomo, Carli, Finco, Rossi con buona scorta di alpigiani si fanno o¬nore in fatti d’arme oltralpe, in Francia, Corsica, Spagna, Portogallo, Ungheria e Levante.

Il più glorioso fatto d’arme per i montanari della Reggenza avviene negli anni 1508-1509. L’imperatore Massimiliano 1°, in un inverno mite e senza neve, sale dalla Valsugana con l’intenzione di prendere alle spalle l’esercito veneto che stanzia in pianura. Pochi ma valorosi soldati dei “Sette Comuni gli contendono a lungo il passo, ma l’imperatore scatena le sue bande nella conca dell’Altopiano ad incendiare e depredare. Il paese di Lusiana, con montanari di Conco e Gomarolo, riesce a fermare i nemici al passo del Pùffele, e Massimiliano ripiega ad Asiago da dove, costretto da improvvise e straordinarie nevicate, é obbligato a ritornare per la Valdassa verso la Valsugana. Gian Giacomo Geremia, capitano Cesareo, raggiunge ugualmente Asiago, autoproclamandosi governatore a nome di Massimiliano, ma viene umiliato e cacciato.

Per punire gli altopianesi della resistenza opposta e del rifiuto del proprio governatore, Massimiliano tenta ancora, dopo aver cercato per la Val Brenta (con fiera opposizione di ardimentosi di Foza, Enego e Valstagna che fanno precipitare sulle truppe imperiali, all’andata al ritorno, massi dalla montagna) la via della Valdassa, ma gli alpigiani sbarrano la strada con tagliate e trincee da Val Scaletta al Restello, mentre il capitano veneto Angelo Caldogno si mette all’agguato con 1.000 fidi alpigiani. Giunta al Restello, l’avanguardia tedesca viene prima arrestata dai difensori dello sbarramento e poi assalita da ambo i lati dai montanari del Caldogno. Gli imperiali di Massimiliano “funestati da ogni parte da varie e spaventose forme di uccisione e di morte”, prima indietreggiano e poi si danno a fuga precipitosa, travolgendo il resto dell’esercito che sta risalendo dalla Valsugana, incalzati dai militi Settecomunigiani. È una splendida vittoria: la popolazione dell’Altopiano, ammirata, ne è orgogliosa. I suoi uomini sanno battersi proprio bene.

Dopo un ennesimo tentativo di Massimiliano di salire sull’Altopiano, e questa volta da Marostica, bloccato dai montanari di Lusiana e di Conca nel novembre 1509, è la volta dei francesi del generale La Palisse che, respinto dalla locale milizia alpigiana di Lusiana e di Conco, arretra a Marostica. Squadre montanare assaltano di sorpresa i soldati francesi di scorta ai convogli delle armi e rifornimenti: su 400 ne uccidono 200 e altri 200 vengono catturati. Non basta: nel 1513 tocca agli spagnoli: non hanno nemmeno il tempo di lambire i margini dell’Altopiano che i settecomunigiani al comando di Manfrone li assalgono all’improvviso a Sandrigo, catturando armi e prigionieri. All’arrivo dei rinforzi spagnoli, i nostri si ritirano in buon ordine sulle colline di Crosara.

L’anno dopo, in febbraio, un migliaio di soldati teutonici al comando di Caleppino sono fermati in Val Brenta dagli uomini di Valstagna (una delle contrade annesse della Reggenza), armati alla meglio “con archibugi, ferri taglienti ed ascie”; tutta l’avanguardia tra cui Caleppino, viene catturata e consegnata a Venezia. Dopo le lotte contro gli eserciti della lega di Cambrai, un tentativo dell’imperatore Carlo V si spegne agli inizi e gli alpigiani badano a frenare tentativi di usurpazioni del loro territorio da parte dei Valsuganotti: nell’agosto del 1602 li ricacciano giù dalla strada della Pertica, costringendo i mandriani e i pastori restanti a giurare fedeltà a Venezia. La famosa “Sentenza Roveretana” mette fine ad ogni dissenso di confine, sebbene a detrimento dei Sette Comuni, almeno per territorio. Si trova il modo, così, di istituire la nuova Milizia Stabile. Lo consente, nel 1606, un decreto del Doge che mette a disposizione 1.200 archibugi.

Tutti gli uomini possono portare armi, perfino in chiesa (prima era vietato dal vescovo di Padova). Il capitano veneto Francesco Caldogno organizza i reparti, ripristinando una ferrea disciplina militare. La denominazione ufficiale del piccolo esercito che era dapprima: “Milizia dei Sette Comuni”, con l’annessione di paesi della Val Brenta diventa: “Milizia dei Sette Comuni e del Canale del Brenta”. Nella milizia si continua a parlare la lingua cimbra ma a poco a poco viene introdotto il dialetto veneto. Il motto é: “Siben Commeun bohùtent- sich” (I sette Comuni si difendono) e la bandiera é un grande drappo bianco con Leone di San Marco sul verso e stemma dei Sette Comuni (sette teste) sul retro. L’armamento consiste in 400 moschetti e 850 archibugi per i gregari e il terzaruolo (moschetto molto corto) per i graduati, per un organico di circa 1.500 unità. Altra arma individuale è la pistola, da portare sotto la “velada”, giubba verde che mentre prima era in dotazione ai soli graduati, ora é uniforme comune con gilé rosso a bottoni metallici, calzoni corti neri con legacci rossi, scarpe di cuoio. E il cappello è di lana, con tesa all’insù, in cui é inserita una coccarda o un ramoscello di abete. Anticipa il nostro cappello alpino.

Una volta riorganizzata, la milizia non ha però più occasione di venir impiegata in battaglia. Durante la guerra tra Venezia e i turchi, i Sette Comuni forniscono aiuti in uomini e materiali alla Serenissima che riconoscente, premia la Reggenza con l’invio di uno stendardo che ancor oggi si conserva nel municipio di Asiago. Nei fatti d’arme contro i turchi si distinguono l’asiaghese Domenico Barbieri con una centuria di fanti, a sue spese arruolati, e il roanese Marco Sartori, condottiero veneto e governatore della Dalmazia. La pretesa di Vicenza di incorporare tra le sue truppe anche gli alpigiani dei Sette Comuni e di obbligare personale della reggenza a prestare lavoro nella fortezza di Palmanova viene annullata dal Senato Veneto: nessun servizio al di fuori dei propri confini se non assolutamente volontario, affermano i patti con Venezia.

Nel 1725 la Milizia subisce un periodo di crisi: prepotenze del suo comandante che vorrebbe separare Asiago dagli altri comuni, di alcuni sergenti (= capitani) che pretendono ereditarietà del grado e considerevole aumento di paga. Venezia mette ordine. Ed ecco l’ultimo intervento armato della Milizia Stabile Locale: Napoleone Bonaparte scende in Italia e cancella Venezia dalla scena politica: il piccolo esercito cimbro, con armi e bandiere, scende a Verona per ostacolare i francesi ma tutto ormai è inutile. Ritorna sull’altopiano e i Sette Comuni condividono favorevolmente annessione all’Austria. Il “Buon governo”, austriaco tenta perfino di riorganizzare la milizia locale dell’Altopiano, ripristinando gradi, quartieri e mansioni.

Il 22 maggio 1797 il doge Ludovico Manin decretava la fine della Repubblica Serenissima.

Il 22 luglio 1797 fu stipulata una convenzione, e con ciò venne evitato lo scontro diretto tra la milizia dei Sette Comuni e le truppe dell'esercito francese forti di 1.200 uomini comandati dal generale Joubert. La convenzione stabiliva la conservazione delle franchigie, l'esenzione dei dazi, il mantenimento in vita del pensionatico, cioè del diritto di pascolo nelle aree demaniali della pianura veneta, e della milizia. Con il tempo, tuttavia, andò crescendo il sospetto che i francesi non intendessero confermare la convenzione del 22 luglio e così ci fu una richiesta per riavere la propria autonomia fatta pervenire ad Innsbruck, mediante il conte di Lehrbach, all'imperatore Francesco II d'Asburgo; sopraggiunse invece il trattato di Campoformio. Con la cessione di vari territori all'Austria, il 24 febbraio 1798 i quattro delegati dei Sette Comuni giurarono fedeltà ed obbedienza allo stesso imperatore, che già in precedenza aveva ripristinato 14 membri dell'antica Reggenza, in sostituzione dei 28 municipali alla francese.

Ma con la vittoria dei francesi sull'Austria, il Veneto entrò a far parte dell'Impero napoleonico. Alla Reggenza dei Sette Comuni fu tolto lo status di terra separata e quindi abolita la sua indipendenza e sovranità nel 1807 ed essa fu integrata ai territori occupati dai francesi.

Come accennato, il primo articolo dello statuto della Reggenza così recitava: «Il bene del popolo è il bene della Reggenza e il bene della Reggenza è il bene del popolo». Per il prevalere comunitario su boschi, pascoli e acque tale statuto era più simile a quello delle Gemeinde tedesche o svizzere che non a quello dei Comuni rustici italiani. A tal punto è radicata questa usanza che ancora oggi la maggior parte del territorio dell'Altopiano di Asiago non è proprietà privata e nemmeno proprietà pubblica demaniale, ma proprietà collettiva, proprietà a "mani riunite" secondo il costume tedesco, ossia proprietà degli antichi abitanti riuniti in "colonnelli" o frazioni di Comune.

A formare l'amministrazione venivano scelti quattordici Reggenti, due per ogni paese. Durante le Vicinie o Assemblee dei capifamiglia si prendevano o le decisioni più importanti. La Reggenza aveva diplomatici a Venezia, Verona e Padova e perfino a Vienna.

La Reggenza dei Sette Comuni cessa di esistere definitivamente il 29 giugno 1807, per volere Napoleone Bonaparte. Il 21 ottobre 1866, assieme al Veneto, alla provincia di Mantova e al Friuli (eccetto l'area di Gorizia) venne annesso al Regno d'Italia. Cessò così di vivere, dopo cinque secoli di vita, «la più piccola delle Federazioni politiche d'Europa e nello stesso tempo la più antica assieme alla confederazione elvetica»[2].

[modifica] Stemma

Lo stemma della Federazione è di una simbologia assai chiara: sette teste a rappresentare altrettanti Comuni. Le tre più grandi che simboleggiano i Comuni più vasti e quindi più importanti: Asiago, Lusiana ed Enego; e quattro più piccole che identificano Foza, Gallio, Rotzo e Roana (all'epoca Conco era contrada di Lusiana, da cui si scinde solo nel 1796). Lo sfondo dello stemma è colorato d'azzurro e le due file di teste sono divise da una banda di color rosso. Le tre facce principali sono barbute e bendate in fronte rispettivamente d'oro, di rosso e d'argento; le altre quattro sono facce giovanili e, come sopra, accostate e poste in fila. Attualmente tale stemma rappresenta metà dello stesso stemma comunale di Asiago, ma era stato adottato come proprio da tutti i comuni altopianesi ancora fino al 1930 circa.

[modifica] Lingua

La lingua parlata nella Federazione era il cimbro, lingua di origine celtogermanica. Ancora oggi moltissimi toponimi del territorio che apparteneva alla Reggenza conservano idiomi cimbri. Oggi invece il cimbro è parlato solo da poche persone: all'inizio del secolo scorso infatti la lingua era ancora molto diffusa, ma l'avvento della Grande Guerra prima (che costrinse gli abitanti indigeni a sfollare verso la sottostante pianura e a non parlare più il cimbro per non venir confusi con filo austriaci) e del Fascismo poi (che vietò l'uso di tale lingua) sfavorirono la conservazione di tale idioma.

[modifica] Esercito

Una milizia stabile, formata unicamente da uomini provenienti dai Sette Comuni, venne istituita nel 1623, creata per l'aggravarsi della situazione confinaria, soprattutto nei confronti dei signorotti della Valsugana. Questa venne chiamata "Milizia dei Sette Comuni" e dagli iniziali 1600 soldati circa, arrivò a contare 4000 effettivi cento anni più tardi (nel 1725).

[modifica] Territorio

Comprendeva l'acrocoro oggi conosciuto come Altopiano dei Sette Comuni, oltre alle borgate di Valstagna, Oliero e Campese, chiamate le "Contrade Unite" e gran parte del territorio collinare oggi appartenente al Comune di Marostica, vale a dire le cosiddette "Contrade Annesse" (territorio noto col nome di "Costalanda"). Tale estensione nei confini geografici è da ricercare nelle caratteristiche morfologiche della natura stessa: a levante per la presenza del corso del fiume Brenta e a ponente dall'Astico, a nord per una catena ininterrotta di monti che superano i 2000 metri di altezza. Questi confini subirono in seguito alcune variazioni dovute o ad esigenze etniche o a prepotenze di confinanti: le prime strapparono dal corpo della montagna, prima ancora che i Comuni si confederassero, Cogollo, Caltrano e Calvene, i quali conservarono la proprietà di tutto il crinale sovrastane; le seconde unirono a Brancafora, Lavarone, Caldonazzo e Levico tutte le pendici dei monti che cingono l'Altopiano a nord-ovest (la Val di Sella e la Piana di Vezzena). Al principio del secolo XVII fu strappato anche l'estremo lembo orientale (parte della Piana di Marcesina), in seguito specialmente ai soprusi degli abitanti di Grigno e paesi limitrofi della sinistra del Brenta.

[modifica] Economia

La Federazione attingeva la propria vitalità dal possesso di cospicui beni fondiari: fertili praterie che ammantano il terreno ondulato dell'Altopiano; più in alto, vastissimi pascoli che permettevano l'alpeggio di circa diecimila bovini; migliaia di ettari di boschi di abeti, larici e faggio. Di tutti questi beni solo una piccolissima parte era di proprietà privata; una porzione notevole apparteneva ai Comuni, mentre la parte più rilevante costituiva il patrimonio della Reggenza. I pascoli e le malghe comunali venivano (come attualmente) affittati, tranne quelli meno estesi, che rimanevano a disposizione di tutti. I boschi, oltre alla legna da ardere e alle ramaglie che alimentavano l'industria del carbone, fornivano piante di alto fusto che venivano fluitate fino all'Arsenale di Venezia per la costruzione di imbarcazioni (proprio per questo motivo la Reggenza costruì la famosissima Calà del Sasso). Nei terreni vicini all'abitato le famiglie coltivavano i cereali e, a partire dalla fine del Settecento, le patate.

Ma nessuna famiglia poteva godere del medesimo spazio di terreno per più di un anno, perciò le assegnazioni erano fatte annualmente, allo scopo d'impedirne la prescrizione. Dei piccoli pascoli potevano usufruire gli abitanti come pure gli estranei: quest'ultimi erano però tenuti a pagare una tassa. Tutti i redditi sia dei fitti che delle leggerissime tasse richieste formavano la cassa del singolo Comune, il quale, oltre che fornire gratuitamente ad ogni famiglia il legname per il fabbisogno edilizio, doveva sussidiare i poveri e, in genere, sostenere ogni spesa di pubblico interesse.

[modifica] Peculiarità

  • Nel 1398 sotto la signoria di Gian Galeazzo Visconti, primo duca di Milano, fu resa percorribile la valle del Sasso, che costituiva la via più breve per scendere nel Canale di Brenta dall'Altopiano di Asiago. Ne risultò una lunghissima scalinata, scavata nella roccia, che superava i settecentocinquanta metri di dislivello della valle con 4444 gradini di pietra, fiancheggiati da una canaletta selciata concava per la quale venivano divallati i tronchi. Oggi quest'opera è la scalinata più lunga del mondo, conosciuta come Calà del Sasso.
  • essendo la Federazione nata nel 1310, essa si deve considerare la più antica delle Federazioni politiche d'Europa dopo la Confederazione Svizzera (1291), anteriore di soli vent'anni.

[modifica] Note

[modifica] Bibliografia

  • Agostino Dal Pozzo. Memorie Istoriche dei Sette Comuni vicentini, Istituto di Cultura Cimbra, Roana, 2007
  • Antonio Domenico Sartori. Storia della Federazione dei Sette Comuni vicentini, Ed. L. Zola, Vicenza, 1956
  • G. Nalli.Epitome di nozioni storiche economiche dei Sette Comuni Vicentini, Vicenza, 1895
  • M. Marangon. Antenati e fantasmi sull'altopiano, Roma, 1996
  • AA. VV. Relazione delle Alpi Vicentine e dei Popoli Loro, Istituto di Cultura Cimbra, Roana
  • AA. VV. Terra e vita dei Sette Comuni, Istituto di Cultura Cimbra, Roana
  • AA. VV. Canti Cimbri, Istituto di Cultura Cimbra, Roana
  • AA. VV. Dizionario della lingua cimbra, Istituto di Cultura Cimbra, Roana

[modifica] Collegamenti esterni

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