Santorre di Santa Rosa

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« Ardito banditore delle popolari verità italiane, alzerò il grido della nostra guerra d'indipendenza e più fortemente il grido della concordia. »
(Santorre di Santarosa)
Santorre Annibale Derossi

Santorre Annibale Derossi, noto come Santorre di Santa Rosa, nonché conte di Pomerolo, signore di Santarosa (Savigliano, 18 novembre 1783Sfacteria, 8 maggio 1825), è stato un patriota e rivoluzionario italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Infanzia e prime esperienze militari[modifica | modifica wikitesto]

Nato a Savigliano nel 1783 da una nobile famiglia piemontese (suo padre, all'epoca della Rivoluzione francese, era un colonnello[1] dell'Armata Sarda), Santorre di Santarosa entrò nell'esercito regio a soli tredici anni, come alfiere dei Granatieri reali comandati dal padre e prese parte alla battaglia di Mondovì del 21-22 aprile 1796 contro l'Armée d'Italie comandata da Bonaparte. Durante l'occupazione austro-russa il padre fu colonnello del Reggimento provinciale di Asti e combatté a Marengo (14 giugno 1800) sempre contro Napoleone. Annibale proseguì intanto gli studi a Savigliano e poi all'Università di Torino. Nel frattempo, la Savoia ed il Piemonte, che solo da relativamente pochi anni si erano svincolati dall'influsso politico transalpino, passarono ai francesi. Già da ragazzo, Santorre di Santarosa mostrò uno spiccato interesse per l'attività politica, e nel 1801 iniziò ad impegnarsi su questo fronte, divenendo così piuttosto conosciuto a Savigliano, dove rimase per tutta l'infanzia e l'adolescenza. Nel 1807, all'età di 24 anni, fu eletto sindaco (maire) a Savigliano: in questo modo ebbe la possibilità di approfondire la sua conoscenza del mondo politico e civile. Successivamente entrò nell'amministrazione francese, ed abbandonata la carica di sindaco di Savigliano, nel 1812 divenne sottoprefetto alla Spezia, incarico che continuò ad esercitare fino al 1814. Dopo la Restaurazione della monarchia sabauda, Santorre ottenne il grado di capitano dei granatieri del Reggimento Guardie e col 1º Battaglione prese parte alla campagna austro-sarda in Savoia e nel Delfinato, essendo presente al combattimento del 6 luglio 1815 sotto le mura di Grenoble. Entrò poi nel ministero della guerra e marina come ispettore delle leve provinciali 1816. Il 15 agosto 1820 fu insignito della gran croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Avvicinatosi alla Carboneria, Santarosa cominciò a coltivare l'idea di una campagna militare, che avrebbe dovuto essere guidata da Vittorio Emanuele I di Savoia, allo scopo di liberare i territori italiani dalla dominazione straniera. Inoltre, riteneva che il Re si dovesse impegnare a concedere ufficialmente una costituzione ai sudditi del Regno, un fatto che avrebbe testimoniato l'impegno dei Savoia ad allearsi con i patrioti e ad assumere la guida del movimento liberale italiano. Tuttavia, fin dall'inizio del suo mandato, Vittorio Emanuele I s'impegnò a restaurare in Piemonte e negli altri territori un soffocante regime assolutistico, che contribuì ad andare in direzione opposta alle idee liberali della Carboneria e della borghesia in generale.

Insurrezione meridionale e accordi con Carlo Alberto[modifica | modifica wikitesto]

Carlo Alberto di Savoia, rappresentato in una litografia dell'epoca, sembrò appoggiare il movimento costituzionale di Santarosa, ma poco tempo dopo lo scoppio della rivolta lo tradì.

Allora, Santorre di Santarosa cercò di trovare un altro aiuto, quello del giovane erede al trono sabaudo Carlo Alberto di Savoia, principe di Carignano, per indurlo ad assumere la guida dei rivoluzionari. Carlo Alberto era stato infatti l'unico esponente della famiglia sabauda ad esprimere la propria solidarietà agli universitari torinesi che, nel gennaio 1821, avevano organizzato contro l'Austria una manifestazione pacifica e liberale, manifestazione repressa subito nel sangue; per questo motivo, Santorre pensò che Carlo Alberto avesse davvero a cuore la questione italiana. I primi contatti si rivelarono più che positivi e sembrava che il giovane esponente dei Savoia avesse davvero intenzione di aderire all'impresa, convincendo Santorre ed altri generali piemontesi ad organizzare un'insurrezione militare.

Nel 1820 le insurrezioni scoppiate in Spagna, Portogallo ed Italia meridionale contribuirono a rafforzare il patriottismo italiano, in particolare quello piemontese, i cui sostenitori pensarono che la loro rivolta sarebbe stata appoggiata e seguita, con ogni probabilità, da parte dei patrioti siciliani e napoletani. Inoltre, i patrioti piemontesi cercarono in ogni modo di sostenere militarmente gli omologhi napoletani, ma non vi riuscirono per motivi legati alla scarsa organizzazione ed alla tardiva notizia della partenza dell'esercito asburgico per il Regno di Napoli. Nella seconda metà del 1820, Santorre si incontrò spesso segretamente con alcuni generali, politici (tra cui Amedeo Ravina) e con il giovane principe di casa Savoia per definire la data e le modalità della ribellione; dopo molte riunioni, si stabilì che la rivolta dovesse scatenarsi non prima dell'inizio del nuovo anno, in modo che l'esercito austriaco, ancora impegnato nella repressione dei moti di Nola e di Napoli dello stesso anno, non fosse subito pronto ad intervenire in quanto bisognoso di qualche tempo per riorganizzarsi.

1821: l'anno dell'insurrezione e del suo fallimento[modifica | modifica wikitesto]

Accordi con Carlo Alberto e inizio del moto[modifica | modifica wikitesto]

Il 6 marzo 1821, durante la notte, Santorre e gli altri generali si riunirono nella biblioteca del principe, insieme allo stesso Carlo Alberto, per organizzare nei dettagli l'impresa che, secondo un accordo precedente, sarebbe dovuta iniziare nel mese di febbraio: nel corso dell'incontro, Carlo Alberto mostrò alcuni tentennamenti, soprattutto sulla loro intenzione di dichiarare guerra all'Austria, che portarono Santorre ad avere qualche dubbio sul principe e sulle sue vere intenzioni. Tuttavia Carlo Alberto lasciò intendere il suo appoggio[2], e per questo motivo Santorre ed i suoi associati fecero pervenire il messaggio di prossimo inizio della rivolta ai reparti militari di Alessandria, che, il 10 marzo, diedero inizio all'insurrezione, seguiti subito dopo dai presidi di Vercelli e Torino. In quell'occasione fu emesso da parte dei generali insorti il famoso Pronunciamento, un proclama con il quale si decise l'adozione di una costituzione, improntata su quella spagnola di Cadice del 1812, che prevedeva maggiori diritti per il popolo piemontese ed una riduzione del potere del sovrano[3]. Ma il re, piuttosto che concedere il documento, preferì abdicare in favore del fratello Carlo Felice, allora assente dal Piemonte. La reggenza fu affidata al principe Carlo Alberto che, assunto l'incarico, concesse la Costituzione e nominò Santorre di Santarosa ministro della guerra del governo provvisorio.

Crisi del governo costituzionale e tradimento del re[modifica | modifica wikitesto]

Nel frattempo, il movimento di ribellione aveva portato alla ribalta Michele Gastone e Carlo Bianco di Saint Jorioz, più legati alla dottrina radicale di Filippo Buonarroti che a quella moderata che aveva ispirato la rivolta. Questo fatto contribuì a creare le prime crepe al debole governo costituzionale creato dal reggente e da Santorre: quest'ultimo, pur resosi conto della crisi, non abbandonò la situazione, rimanendo fedele ai compagni e sperando che tali difficoltà potessero essere risolte. Ma quando sembrava che si fosse giunti ad un accordo, venne meno l'appoggio del reggente che, sfiduciato il 16 marzo dal rientrante Carlo Felice, si distaccò da Santa Rosa e dagli altri insorti.

Il nuovo sovrano revocò la costituzione ed impose a Carlo Alberto di rimettersi al suo volere, abbandonando Torino e recandosi a Novara, rinunciando definitivamente alla sua carica ed alla guida del movimento di rivolta. Nella notte del 22 marzo, mentre alcuni, tra cui lo stesso Santa Rosa, annunciavano una prossima guerra contro l'Austria, Carlo Alberto fuggì segretamente a Novara abbandonando gli insorti al loro destino. Poche ore dopo Santorre, alla guida di un piccolo reparto, si recò nella città piemontese per tentare di convincere il principe e le sue truppe a tornare dalla sua parte, ma la missione si rivelò del tutto infruttuosa. Le sue parole, piene di sentimento e di autentica sofferenza, non furono in grado di riportare l'esercito e soprattutto il renitente Carlo Alberto dalla sua parte:

« Soldati Piemontesi! Guardie Nazionali! Volete la guerra civile? Volete l’invasione de’ forestieri, i vostri campi devastati, le vostre Città, le vostre Ville arse o saccheggiate? (...) Annodatevi tutti intorno alle vostre insegne, afferratele, correte a piantarle sulle sponde del Ticino e del Po. »
(Ordine del giorno 23 marzo 1821, Torino, Stamperia Reale)

A questo punto, sapendo che ci sarebbe stata presto una pesante repressione, Santorre si risolse alla fuga. Il 9 aprile il conte riunì per l'ultima volta la Giunta, proponendo di spostare i lavori a Genova per provare un'ultima resistenza, ma l'immediato rifiuto ed il successivo scioglimento della stessa resero vano il tentativo. Qualche giorno dopo, all'inizio di aprile, alcuni reparti dell'armata imperiale austriaca, giunti in Piemonte in funzione di appoggio all'esercito regio, sconfissero pesantemente le forze costituzionali prive della guida del loro carismatico capo. In questo modo, l'avventura del Santarosa e degli altri carbonari terminò tragicamente: il neonato governo costituzionale cadde dopo neppure due mesi ed il sogno dei rivoluzionari si infranse.

Fuga e clandestinità[modifica | modifica wikitesto]

Soggiorno forzato in Svizzera e trasferimento a Parigi[modifica | modifica wikitesto]

Temendo di essere presto catturato e giustiziato dagli austriaci, Santorre fuggì verso i territori imperiali, dove fu improvvisamente arrestato; tuttavia, fu presto liberato da trenta studenti guidati dal colonnello polacco Schultz, che gli assicurò il suo appoggio incondizionato. Successivamente, passando segretamente da Genova, Marsiglia e Lione, trovò rifugio a Ginevra, dove visse alcuni mesi in compagnia di alcuni suoi fedelissimi, tra cui Luigi Ornato e Ferdinando Dal Pozzo. In questo breve periodo di tranquillità, uno dei pochi della sua vita, scrisse molti "ricordi", successivamente raccolti in un'opera postuma. Nel novembre 1821 il governo svizzero gli impose di partire, in seguito alle pressioni sabaude e asburgiche. Il 19 novembre si recò a Losanna, da dove partì per Parigi insieme al fedele Ornato, che rinunciò a stare in Piemonte con la sua famiglia, pur avendone la possibilità in quanto non scoperto, per rimanere con il suo "maestro". Arrivato nella città francese, affittò un piccolo appartamento nel Quartiere latino con il nome di Conti: in questo modo, pur vivendo nascosto ed in povertà, riuscì a concentrarsi nei suoi studi e nei suoi scritti, che culminarono nella redazione della sua unica opera organica, La révolution piémontaise, del 1822, uscita in tre edizioni.

Amicizia con Cousin e arresto[modifica | modifica wikitesto]

Victor Cousin fu uno dei più grandi amici di Santorre di Santa Rosa. Nel 1822, lo ospitò nella sua casa parigina per sottrarlo all'arresto.

Nello stesso anno, cominciò a soffrire moltissimo per la distanza che lo separava dai figli, avuti dalla moglie Carolina tra il 1815 ed il 1820; il pensiero che essi potessero essere educati dai gesuiti lo tormentava di continuo, e negli anni successivi non riuscì mai a perdonarsi di non avere potuto prendersi cura di loro. Intanto, nel febbraio 1822, Villèle fu nominato Presidente del consiglio francese; subito dopo la sua elezione, la polizia transalpina strinse un accordo con quella sabauda, con l'obiettivo di arrestare il maggior numero possibile di rivoluzionari piemontesi che si erano rifugiati in Francia. Tra di essi vi era naturalmente anche Santarosa, che fu immediatamente avvertito di quello che stava succedendo dal suo grande amico Victor Cousin, un filosofo che lo ospitò per qualche tempo nella sua casa di Auteuil.

Un giorno, Cousin si sentì male; convinto dall'amico a cercare aiuto nella vicina Parigi, vi si recò immediatamente: Santorre, che non voleva però abbandonarlo, lo volle seguire a tutti i costi. Trovato un medico affidabile, Santorre approfittò del momento per recarsi nel suo precedente alloggio, al quale era molto affezionato: al ritorno, fu riconosciuto da otto poliziotti, arrestato e condotto in prigione. Fu accusato di cospirare contro il governo francese, ma Cousin difese Santarosa, affermando che quest'ultimo conosceva solo lui: fu comunque condotto in galera, nella quale rimase per due mesi in attesa di essere processato. L'assoluzione per mancanza di prove non gli permise di recuperare l'agognata libertà; trattenuto a lungo dalla polizia locale e trasferito con altri piemontesi nella piccola Alençon, dove si sentì come un leone in gabbia, dopo una breve permanenza a Bourges, fu infine esiliato nel mese di settembre.

Soggiorno inglese e crisi spirituale[modifica | modifica wikitesto]

Sbarcato in Inghilterra nell'ottobre 1822, si recò molto presto a Londra, dove visse un periodo molto amaro per il sempre più lungo distacco dalla famiglia e per la distanza dagli eventi della sua cara patria. Dopo qualche tempo incontrò il letterato italiano Giovanni Berchet, con il quale discusse a lungo della situazione italiana ed instaurò una buona amicizia; nello stesso periodo conobbe Ugo Foscolo, ritornato in Inghilterra dopo essere stato esiliato dagli austriaci: entrambi espressero il loro rammarico per l'incapacità di contribuire a formare un'Italia indipendente ed unita. Il 1823 fu un anno molto difficile per il conte di Santarosa, che riuscì a malapena a sopravvivere con le scarse risorse economiche di cui disponeva, essendo incapace di trovare un'occupazione che lo impegnasse ed interessasse. Neppure il forte rapporto di amicizia formato con Giacinto Collegno, piemontese ed in esilio come lui, gli impedì di soffrire molto: pensò di cercare un impiego come insegnante di italiano presso qualche scuola, ma desistette presto per il mancato appoggio offertogli dalla riservata società britannica. Stette in contatto con l'amico Cousin, al quale riferì costantemente le sue sofferenze e la sua tristezza; in una di quelle lettere[senza fonte], scrisse:

« I miei sogni, i sogni della mia vivissima fantasia, sono svaniti: neppure la speranza si è spenta nell'anima mia: ella ormai vuole svincolare da questo terrestre suo carcere. »

Trasferimento a Nottingham e partenza per la Grecia[modifica | modifica wikitesto]

Nel frattempo, cominciò a coltivare l'idea di andare a combattere in Grecia per il movimento indipendentista locale, che mirava all'indipendenza dall'Impero ottomano ed alla creazione di un governo libero e moderno. Dopo lo scoppio della Guerra d'indipendenza greca, Santorre decise di lasciare l'Inghilterra per combattere per la libertà; indipendentemente dalla patria per la quale avrebbe combattuto, voleva morire per quello in cui credeva. Nel 1824 si trasferì con Collegno a Nottingham, dove grazie al prezioso aiuto di Sarah Austin, riuscì a trovare un'occupazione come professore di lingua italiana; dopo che i deputati britannici gli promisero che gli sarebbe stato affidato in Grecia un importante incarico, prese la decisione definitiva di partire. Lasciato il non rimpianto suolo inglese il 10 novembre, sbarcò due settimane dopo sulle coste del Peloponneso: le cronache del Collegno riportano che l'entusiasmo iniziale fu gradatamente sostituito da un certo rimpianto e da un'evidente paura per le preannunciate difficoltà dell'impresa, a tal punto che il conte disse[senza fonte]:

« Io non so perché mi dispiaccia che sia finito il viaggio: la Grecia non risponderà forse alla idea che me ne ero formata; chi sa quali accoglienze; chi sa che fine ci attende! »

Arruolamento nell'esercito greco[modifica | modifica wikitesto]

Immagine della Battaglia di Navarino del 1827, durante la quale la flotta russo-anglo-francese distrusse la squadra turco-egiziana, ospitata nello stesso luogo in cui, due anni prima, era morto il Santarosa.

Subito dopo l'arrivo nel Peloponneso, Santorre si diresse con il fidato Collegno verso il centro di Nauplia (l'antica Napoli di Romania) dove fu ricevuto con freddezza dal governo greco, recentemente informato dagli alleati inglesi del suo imminente arrivo. Il conte richiese un qualsiasi incarico per sé e per il compagno, ma la sua richiesta fu subito ignorata, tanto che Santorre non poté fare altro che attendere per qualche tempo. Nel frattempo si recò prima in Argolide, dove ammirò le bellezze di Epidauro e dell'isola di Egina, poi nell'Attica, dove fu invece estasiato dai monumenti di Atene e dalla riservatezza di Maratona, sito della celebre battaglia. Poche settimane dopo, poiché nessuna risposta giungeva dal governo ellenico, decise di chiedere nuovamente un incontro, che si rivelò altrettanto infruttuoso. Gli fu fatto sapere infatti che l'unico modo per poter partecipare alla guerra sarebbe stato quello di cambiare il proprio nome: in caso contrario, gli inglesi lo avrebbero esiliato anche dalla Grecia. Presentatosi così come Annibale De' Rossi, ricevette un'uniforme militare e si preparò a combattere come soldato semplice vista l'impossibilità di assumere un incarico di maggior pregio. Tra il febbraio e marzo 1825 partecipò agli scontri di Patrasso, dove l'esercito greco ebbe la meglio su quello ottomano; il 19 aprile contribuì a sconfiggere le truppe del Pascià Ibrahim, mentre il 21 aprile giunse a Navarino, dove si predisponeva un assedio da parte delle forze locali.

Tra la fine del mese di aprile ed i primi giorni di maggio Santorre di Santarosa visse un periodo piuttosto tormentato; la causa di ciò era dovuta al fatto che l'immagine del suo prediletto figlio Teodoro si era in parte cancellata, e riteneva che questo fatto costituisse un triste presagio per il futuro: come in molti altri casi, Santorre non si sbagliò.

Assedio di Navarino e morte in battaglia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Sfacteria (1825).

La difesa di Sfacteria, isola di fronte a Navarino, a chiuderne l'omonima baia, iniziò il 5 maggio, quando le truppe egiziane di Mehmet Ali (allora l'Egitto, benché sostanzialmente autonomo, era ancora vassallo dell'Impero ottomano), attaccarono l'isola, ma le fasi principali della battaglia si tennero nei giorni immediatamente successivi, quando i mille soldati greci cominciarono a dare i primi segni di resa. Il 7 maggio vi furono mandati come rinforzo solo cento uomini, tra cui lo stesso Santarosa, che non riuscirono ad offrire un grande apporto per l'efficacia dell'artiglieria nemica: inoltre l'esercito avversario era più riposato, meglio equipaggiato e molto più numeroso. La mattina del giorno successivo, Santorre fu invitato da Grasset, un segretario con il quale aveva stretto un buon rapporto, a lasciare l'isola: Santorre decise, invece, di rimanere fino alla fine per vedere più da vicino i turchi. Quello stesso giorno l'isola cadde in mano nemica; alcuni greci riuscirono a fuggire servendosi di piccole imbarcazioni, ma tra di essi non vi era Santa Rosa, che morì ucciso da un non identificato soldato maltese o egiziano: il conte fu probabilmente riconosciuto dai nemici, ma non fu risparmiato poiché sapevano che dalla sua prigionia non avrebbero potuto ottenere niente di vantaggioso.
Il 16 maggio il Collegno ritornò nell'isola, nel frattempo riconquistata, per rintracciare il suo amico, ma non riuscì neppure a trovare il suo cadavere. La sua morte fu vendicata solo nel 1827, quando nei pressi dell'isola l'esercito greco, aiutato dalle truppe inglesi e francesi, sbaragliò i nemici.

Commemorazioni e riconoscimenti[modifica | modifica wikitesto]

La grande statua dedicata a Santarosa sita nella piazza centrale di Savigliano.

Pochi giorni dopo la sua scomparsa, il quotidiano greco L'amico della legge fu il primo a dare la notizia della morte di Santa Rosa, del quale si tesserono le lodi per il grande impegno sostenuto in favore della guerra d'indipendenza locale. Non appena il Cousin seppe dell'accaduto, si promise di far erigere nell'isola di Navarino un monumento in suo ricordo, offrendosi di pagare tutte le spese; siccome non ricevette risposte da parte del governo, si rivolse al colonnello Fabvier, che lo aveva conosciuto personalmente ed aveva saputo apprezzare il suo grande coraggio. Non appena l'isola fu liberata la richiesta del filosofo francese fu finalmente sostenuta, anche pubblicamente, dopo che il nome del conte aveva acquistato una certa fama: il monumento, molto modesto, presentava una breve iscrizione:

« Al Conte di Santa Rosa, ucciso l'8 maggio 1825 »

Inoltre Cousin gli dedicò il quarto libro delle sue traduzioni di Platone, nel quale tra l'altro scrisse una veloce biografia del conte.[4] Il 22 agosto 1869 fu inaugurato, nel centro di Piazza Vecchia a Savigliano, un monumento a lui dedicato alto più di sei metri. Eretto grazie ad un comitato costituitosi nel 1863 e scolpito dall'artista romano Giuseppe Lucchetti Rossi, fu prima lavorato a Ferrara e portato a Savigliano solo in un secondo momento. Nell'opera Santa Rosa è rappresentato in abito di ministro di guerra; nella mano sinistra tiene una copia della Costituzione del 13 marzo 1821, posa la destra sull'elsa della spada dalla quale pende una corona d'alloro e ha ai suoi piedi il berretto greco e la scimitarra. Curioso il fatto che la statua riporti su tutti e quattro i lati iscrizioni attribuite al patriota Niccolò Tommaseo.

Il poeta romantico Giovita Scalvini compose in suo onore alcuni versi, nei quali celebrava soprattutto la sua grande caparbietà ed i suoi ideali.

Opere principali[modifica | modifica wikitesto]

  • Speranze d'Italia, (1815)
  • La révolution piémontaise, 1822 (pubblicato in francese a Parigi nel 1823 e in italiano a Torino nel 1850)
  • Ricordi, 1818-1824 (Torino, 1825)

Queste sono le uniche opere che Santa Rosa scrisse di suo pugno. Altre lettere sono state successivamente raccolte da alcuni scrittori italiani (vedere la bibliografia per maggiori informazioni).

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Secondo altre fonti, il padre ricopriva un incarico di maggiore importanza, quello di generale.
  2. ^ Una questione mai risolta dalla storiografia è proprio quella relativa alle precise parole di Carlo Alberto: nelle rispettive memorie, i congiurati parlarono di un'adesione esplicita; Carlo Alberto invece, tra l'altro impegnato a riabilitarsi agli occhi del nuovo re di Sardegna Carlo Felice, negò ogni suo appoggio, e anzi arrivò ad affermare di essersi opposto indignato al progetto.
  3. ^ Fu soltanto negli ultimi giorni prima della rivolta che Santa Rosa riuscì a far accettare alle parti estremiste della sua coalizione il modello spagnolo di costituzione, dal momento che i radicali preferivano di gran lunga quella francese del 1791.
  4. ^ Carboneria - Santorre di Santarosa

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • G. Ambroggio, Santorre di Santa Rosa nella Restaurazione piemontese, ed. Pintore, 2007. ISBN 978-88-87804-29-4.
  • N. Bianchi, Lettere di Santorre di Santa Rosa, 1877.
  • A. Colombo, Delle speranze degli italiani, 1920.
  • A. Degubernatis, I contemporanei italiani, Volume IX, 1860.
  • S.B. Galli, Santorre di Santa Rosa: una biografia politica, in L'altro Piemonte nell'età di Carlo Alberto, (273-310), 2001.
  • G. Ferretti, Esuli del Risorgimento in Svizzera, (83-94), 1948.
  • A. Luzio, La rivoluzione piemontese del 1821, 1862.
  • A. Vannucci, I martiri della libertà italiana, 1877.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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