Battaglia di Maratona

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Coordinate: 38°07′05″N 23°58′42″E / 38.118056°N 23.978333°E38.118056; 23.978333 Localizzazione del Soros

Battaglia di Maratona
Marathon, the mound of the Plataeans.jpg
La piana di Maratona oggi
Data Agosto/settembre 490 a.C. (vedi datazione)
Luogo Maratona, Grecia
Causa Appoggio militare di Atene e di Eretria alla rivolta ionia
Esito Vittoria greca
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
9000/18000 fanti Ateniesi?
600/2000 fanti Plateesi?
(vedi forze greche)
10000/30000 fanti? e 0/1000 cavalieri?
(vedi forze persiane)
Perdite
192 fanti Ateniesi
(vedi perdite)
6400 fanti?
7 triremi
(vedi perdite)
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La battaglia di Maratona (in greco antico Μάχη τοῦ Μαραθῶνος, traslitterato in Máche toù Marathónos) è stato uno scontro militare dell'agosto o del settembre 490 a.C. avvenuto nell'ambito della prima guerra persiana, che ha visto contrapposte le forze della polis di Atene, appoggiate da quelle di Platea e comandate dal polemarco Callimaco, a quelle dell'impero persiano, comandate dai generali Dati e Artaferne. Essa è considerata come il momento decisivo del primo tentativo da parte del Re di Persia Dario I di conquistare, o per lo meno punire, la Grecia ma, contrariamente alle aspettative che vedevano i Persiani facili vincitori data la loro sproporzionata superiorità numerica, alla fine furono i Greci a vincere.

La radice dello scontro va cercata nel supporto che le poleis greche di Atene e Eretria avevano dato alle colonie elleniche della Ionia quando esse si erano ribellate al potere persiano. Dario decise di punirle duramente: in un aneddoto erodototeo si racconta che Dario, imbracciato l'arco, abbia lanciato una freccia contro il cielo chiedendo a Zeus di potersi vendicare; in un altro, egli avrebbe incaricato un servitore di ricordargli, ogni giorno prima di cena, il suo proposito di vendetta.[1]

Il primo tentativo di attaccare la Grecia risale al 492 a.C.: condotto da Mardonio, si concluse con una clamorosa sconfitta persiana dovuta all'affondamento della flotta presso il Monte Athos a causa di una violenta tempesta.

Una seconda spedizione avvenne nel 490 a.C., questa volta sotto il comando dei generali Dati e Artaferne. Sottomesse le isole Cicladi e raggiunta via mare l'isola di Eubea, un contingente persiano vi sbarcò con l'obiettivo di punire Eretria, che fu assediata e distrutta. La flotta proseguì poi per raggiungere l'Attica, dove l'esercito persiano scese a terra in una piana costiera presso la città di Maratona. Saputo dello sbarco le forze ateniesi, insieme a un manipolo di opliti di Platea, si affrettarono verso la piana con l'intento di bloccarvi l'esercito persiano. Una volta deciso di dare battaglia, gli Ateniesi riuscirono ad accerchiare il nemico; presi dal panico, i Persiani corsero disordinatamente alle navi, decretando così la loro sconfitta. Reimbarcatisi sulle navi, i Persiani circumnavigarono Capo Sunio con l'obiettivo di attaccare direttamente Atene, ma l'esercito ateniese di Maratona, precipitandosi verso la città a marce forzate guidato dallo stratego Milziade, fu capace di sventare uno sbarco persiano sulla costa attorno al Pireo. Fallita la sorpresa, i Persiani tornarono in Asia minore coi prigionieri presi ad Eretria.

La battaglia di Maratona è famosa anche per la leggenda dell'emerodromo Fidippide, che secondo Luciano avrebbe corso da Maratona ad Atene per annunciare la vittoria e, giuntovi, sarebbe morto per lo sforzo: benché si tratti di una commistione di più storie antiche, essa è arrivata fino ai giorni nostri dando il nome all'omonima gara di atletica leggera introdotta per la prima volta come disciplina olimpionica nei primi Giochi olimpici dell'era moderna (1896).

Contesto storico[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Rivolta ionia e Prima guerra persiana.
Mappa del mondo greco all'epoca dello scontro.

Il primo tentativo di invasione della Grecia da parte dei Persiani trova le sue origini nei moti insurrezionali delle colonie greche della Ionia contro il potere centrale. Eventi di questo genere, poi replicatisi anche in Egitto e solitamente conclusi con l'intervento armato dell'esercito imperiale, non erano rari:[2] verso il 500 a.C. l'impero persiano, attuatore di una forte politica espansionistica, era però ancora relativamente giovane e quindi potenziale facile vittima dei contrasti fra le popolazioni da esso assoggettate.[2][3][4] Prima della Rivolta ionia, Dario aveva cominciato un programma di colonizzazione ai danni delle popolazioni della penisola balcanica: aveva già sottomesso la Tracia e aveva costretto il regno di Macedonia a diventare un suo alleato. Tale politica d'espansione avrebbe causato inevitabilmente il contrasto con le poleis greche che, appoggiando la rivolta delle colonie che si erano andate a trovare nell'orbita persiana, minacciavano l'integrità dell'impero achemenide: il loro sostegno all'insurrezione si rivelò quindi un casus belli ideale per annientare politicamente l'avversario e punirlo per il suo intervento.[3][5][1][6]

La rivolta ionia ebbe origine dal fallimento del tentativo di aggressione dell'isola di Nasso da parte delle forze stanziate dalla Persia e da Mileto, comandate dal satrapo Artaferne e dal tiranno di Mileto Aristagora:[6] in conseguenza della sconfitta quest'ultimo, avendo capito che il primo l'avrebbe sollevato dall'incarico, decise di abdicare e di proclamare la nascita della democrazia.[6][7] Tale esempio fu seguito anche dai cittadini delle altre colonie greche della Ionia d'Asia, che deposero i propri tiranni e proclamarono la nascita del regime democratico, sul modello di quanto avvenuto ad Atene con la cacciata del tiranno Ippia e la nascita della democrazia ad opera di Clistene. Assunto il comando di questo processo d'insurrezione, che nei suoi piani non mirava solo al favorire la nascita di sistemi democratici ma anche all'insurrezione contro il potere centrale, Aristagora chiese il supporto delle poleis della madre patria, sperando che gli inviassero contingenti militari: tale appello venne raccolto solo da Atene e da Eretria, che inviarono l'una solo venti e l'altra solo cinque navi.[8]

Il coinvolgimento della polis attica nelle vicende relative all'insurrezione si deve a una complessa giustapposizione di circostanze, che traggono le loro origini dall'istituzione della democrazia ateniese durante il VI secolo a.C.:[8] nel 510 a.C., con l'aiuto del re di Sparta Cleomene I, il popolo ateniese era riuscito ad espellere Ippia, figlio di Pisistrato, che assieme al padre aveva comandato dispoticamente la città per 36 anni.[9] Ippia aveva trovato rifugio a Sardi, ospite presso la corte di Artaferne: sceso a patti coi Persiani, consigliò loro le migliori strategie di attacco a danno degli Ateniesi, conoscendone i punti di forza e di debolezza, a patto che l'avessero aiutato a tornare al potere.[10] Contemporaneamente Cleomene aveva permesso l'insediamento di un governo filo-oligarchico di natura tirannica, retto da Isagora, che si opponeva al potenziamento e al perfezionamento delle riforme già proposte da Solone, auspicato invece da Clistene, politico di ispirazione filo-popolare: quest'ultimo, sconfitto politicamente nonostante l'appoggio popolare che si era creato in suo favore, venne esiliato.[11] Stesso destino toccò pure ad Isagora e a Cleomene, che avevano tentato di instaurare un regime oligarchico sul modello spartano pure nella polis ateniese:[12] il popolo, scacciati i due politici, richiamò in città Clistene (507 a.C.) e gli permise di effettuare le riforme di carattere simil-democratico per le quali sarebbe poi divenuto celebre.[13] Il raggiungimento di questo nuovo livello di indipendenza comportò per i cittadini ateniesi la solidificazione del loro desiderio di autonomia, ai danni della politica anti-democratica promossa da Ippia, dagli Spartani e dai Persiani.[12]

L'imperatore di Persia Dario I.

Cleomene, preoccupato per il fallimento del suo tentativo, marciò su Atene con il proprio esercito:[14] tale spedizione, che alla fine non ebbe alcun risultato, portò gli Ateniesi a chiedere aiuto ad Artaferne, affinché potesse proteggere la polis.[15] Giunti a Sardi, gli ambasciatori greci accettarono di concedere al satrapo "terra ed acqua" (in greco antico γῆ καί ὕδωρ) in segno di sottomissione, in conformità con gli usi del tempo, ma quando tornarono furono severamente puniti per questo loro gesto.[15] Nel frattempo Cleomene tentò un secondo complotto, conclusosi con un nuovo fiasco, con il fine di riportare al governo della città il tiranno Ippia.[10] Quest'ultimo, tornato per la seconda volta alla corte di Artaferne, propose ai Persiani di sottomettere Atene: vano fu tentare di raggiungere un compromesso, in quanto l'unico modo per evitare l'intervento armato sarebbe stato il ripristino del potere di Ippia, proposta sgradita ai cittadini della polis.[8] Rifiutando la proposta di pacificazione, Atene si assumeva il rischio di candidarsi al titolo di principale avversaria dell'impero achemenide;[10] bisogna però tenere in considerazione anche ulteriori elementi: le stesse colonie, infatti, fondavano il loro modello democratico su quello proposto dalla polis ateniese e gli stessi coloni erano di origine greca.[8]

Atene ed Eretria inviarono quindi un contingente complessivo di 25 triremi per appoggiare la rivolta.[16] Arrivato in loco, l'esercito greco riuscì a marciare fino a Sardi, bruciando la città bassa.[17] L'esercito greco era stato però costretto a ripiegare verso la costa in seguito all'intervento dello schieramento avversario: tale ritirata causò un gran numero di morti tra le file greche. Di conseguenza, questa azione non si rivelò solo inutile, ma per di più causò la definitiva rottura tra i due avversari e la nascita del desiderio di vendetta da parte di Dario.[18] Lo schieramento ellenico venne definitivamente sbaragliato mediante una serie di scontri minori, successivi alla battaglia di Lade, che si era conclusa nel 494 a.C. con una decisiva vittoria della flotta persiana: nel 493 a.C. cedette ogni resistenza greca.[19] La rivolta, domata nel sangue, non ebbe però per Dario l'unico vantaggio di affermare definitivamente il suo controllo sulle colonie greche della Ionia: essa gli concesse infatti di annettere al suo impero pure alcune isole dell'Egeo orientale, spostando verso occidente i confini del suo dominio,[20] e i territori circostanti il mar di Marmara.[21] Infine, il raggiungimento della pacificazione delle colonie ionie diede ai Persiani la possibilità di cominciare la campagna militare successiva ai danni della Grecia, e in particolar modo delle poleis di Atene ed Eretria, che Dario desiderava punire per essere intervenute appoggiando i ribelli che si erano sollevati contro di lui.[22]

Nel 492 a.C., subito dopo la definitiva repressione della rivolta ionica, Dario inviò un contingente militare in Grecia sotto il comando di suo genero Mardonio, condottiero tra i più prestigiosi, che aveva riconquistato la Tracia e costretto a sottomettersi all'impero achemenide il regno di Macedonia di Alessandro I, detto Filleleno per il suo apprezzamento nei confronti del mondo greco e il suo odio per i Persiani. Nonostante questo, la campagna si concluse con l'affondamento della flotta presso il monte Athos.[23]

Tuttavia nel 490 a.C. Dario decise di inviare una seconda spedizione contro i Greci, questa volta guidata da Dati e da Artaferne, figlio dell'Artaferne satrapo di Sardi, dato che Mardonio, ferito durante la precedente campagna, era caduto in disgrazia. La spedizione aveva tre finalità principali: sottomettere le isole Cicladi, punire le poleis di Nasso, Atene ed Eretria per l'ostilità dimostrata contro l'impero e annettere la Grecia all'impero stesso. Il contingente militare giunse in Eubea durante l'estate, dopo aver attaccato con successo Nasso: la città di Eretria venne presa e incendiata. In seguito, la flotta si spostò verso sud, in direzione della città di Atene, obiettivo finale della spedizione.[24]

Fonti[modifica | modifica sorgente]

Erodoto[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Erodoto e Storie (Erodoto).

Tutti gli storici concordano sul fatto che la fonte principale riguardante le guerre persiane consiste nelle Storie dello storico Erodoto, la cui attendibilità è da sempre discussa soprattutto per il fatto che non sono note le sue fonti, che secondo quanto afferma lui stesso erano orali; inoltre Erodoto, che dichiarò di avere come scopo far ricordare ai posteri la storia delle guerre persiane, era soggetto anche all'influenza dell'epica omerica, quindi non scrisse un trattato storiografico come lo si scriverebbe oggi, dato che non citò né le sue fonti né molti dati tecnici che oggi non verrebbero certamente trascurati.[25]

Alcuni storici ritengono invece che Erodoto, in molti casi, abbia inventato fonti dal nulla per avvalorare le sue idee, ma molte loro teorie sono state smentite per mancanza di prove. Secondo la maggior parte degli studiosi Erodoto fu uno storico onesto e non di parte (nel suo resoconto storico infatti non favorì né i Greci né i Persiani), anche se riportò molti dati chiaramente esagerati o al confine col mito: bisogna quindi valutare con attenzione le informazioni che riporta quando non fu personalmente testimone dei fatti (come nel caso della guerre persiane, che si svolsero prima che nascesse e durante i suoi primi anni di vita), dato che i suoi informatori potrebbero avergli passato dati scorretti.[26]

Erodoto, avendo scarsissime nozioni di arti belliche e tattiche, descrisse le guerre persiane in un modo che si rifaceva ai racconti epici; per questo motivo probabilmente accettò anche numeri assurdi per quantificare gli effettivi persiani della seconda guerra persiana e preferì spesso riferire azioni compiute da singoli piuttosto che da interi eserciti. La mancanza di particolari tecnici (dovuta anche al fatto che i testimoni interpellati da Erodoto, spesso soldati dell'una o dell'altra parte, non ricordavano alcuni particolari a distanza di decenni) rende spesso difficile la comprensione degli avvenimenti, come nel caso della battaglia di Maratona.[27]

In conclusione molti studiosi accettano l'affermazione di C. Hignett secondo la quale "Erodoto fornisce l'unica base sicura per una ricostruzione moderna delle guerre persiane, dato che non si può dare alcuna fiducia agli altri resoconti quando differiscono da Erodoto".[28]

Il resoconto di Erodoto della battaglia[modifica | modifica sorgente]

Ricostruzione del 1895 dell'affresco della Stoà Pecile basata sul resoconto di Pausania.

Per quanto riguarda la battaglia di Maratona in particolare, Erodoto è la fonte scritta più antica in assoluto; l'unica fonte anteriore è un affresco posto sotto il portico della Stoà Pecile, andato distrutto ma descritto da Pausania nel II secolo.[29]

Il resoconto di Erodoto è stato oggetto di numerose critiche (viene spesso citata in proposito una frase di Arnold Wycombe Gomme del 1952, "tutti sanno che il resoconto della battaglia di Maratona fornito da Erodoto non funziona"), sia per il gran numero di omissioni sia per vari punti errati o presunti tali, dovuti certamente al fatto che questo resoconto era basato sulle testimonianze dei veterani, che non potevano conoscere alcuni dati e che potevano avere interesse ad alterarne altri al fine di far tramandare una versione della battaglia a loro congeniale.[30]

Secondo la sintesi recentemente compilata dallo storico Peter Krentz, i punti in cui Erodoto ha fatto discutere gli storici sono i seguenti:[31] Erodoto:

  • omette il numero degli effettivi greci e di quelli persiani,
  • omette la localizzazione del santuario di Eracle dove si accamparono i Greci,
  • omette il motivo per cui i Greci attaccarono senza aspettare il contingente spartano,
  • descrive le gerarchie militari ateniesi di Maratona in un modo che sembra essere anacronistico,
  • descrive in modo poco chiaro la posizione degli eserciti schierati,
  • descrive il trasporto dei cavalli persiani ma non parla della cavalleria persiana durante la battaglia,
  • descrive la carica greca come una corsa di otto stadi, ma gran parte degli storici la ritiene impossibile,
  • descrive in modo poco chiaro il motivo per cui i Greci vinsero.

Altri scrittori antichi[modifica | modifica sorgente]

Varie sono le fonti fonti complementari ad Erodoto, comunque caratterizzate da una certa importanza.[32]

  • I Persiani di Eschilo: essendo stata scritta da un combattente di Maratona e rappresentata nel 473/472 a.C., probabilmente rispecchia il vero svolgimento della battaglia, ancora ricordato dall'uditorio ateniese, ma trattandosi di una tragedia non può dare un grande aiuto.
  • Le Persica di Ctesia epitomate da Fozio: Ctesia accusava Erodoto di essere un bugiardo e basò il suo resoconto su quanto sentì dai Persiani, ma la sua storia è disseminata di errori e quindi inattendibile;
  • La Ciropedia di Senofonte: secondo alcuni storici questo trattato, pur non contenendo dati storici, può essere utile per ricavare informazioni sull'esercito persiano.
  • La Storia universale di Eforo, in cui Eforo si basò sul resoconto di Erodoto e tentò di renderlo più chiaro, in alcuni punti addirittura contraddicendolo senza citare fonti, quindi anche la sua storia è spesso inattendibile.
  • La Bibliotheca historica di Diodoro Siculo, per la cui redazione Diodoro utilizzò molte fonti, alcune delle quali si sono poi perse: la sua storia è stata aspramente criticata per mancanza di esperienza militare e pregiudizi patriottici, quindi non è particolarmente attendibile.
  • La Vita di Milziade di Cornelio Nepote: il resoconto della battaglia di Maratona dato da Nepote, probabilmente basato su quello di Eforo, divide tuttora gli storici, visto che alcuni lo preferiscono a quello di Erodoto mentre altri non lo considerano attendibile.
  • La Vita di Temistocle e la Vita di Aristide di Plutarco: le vite di Plutarco, considerate molto migliori di quelle di Eforo, possono fornire dettagli utili, ma dove contraddicono Erodoto di solito risultano inattendibili.

Datazione[modifica | modifica sorgente]

Erodoto accenna a numerosi eventi facendo uso di una data tratta dal calendario lunisolare, basato sul ciclo metonico: questo calendario era usato da numerose città greche, ognuna delle quali ne aveva una sua propria variante. I calcoli astronomici possono permettere di arrivare ad una data precisa del calendario giuliano per la battaglia, ma tra gli studiosi ci sono più ipotesi di date differenti.

Philipp August Böckh nel 1855 arrivò a dire che la battaglia si svolse il 12 settembre 490 a.C., spesso accettata come corretta,[33] ma questo risultato deriva dal momento in cui gli Spartiati tennero le loro feste, e vista la possibilità che il calendario spartano fosse un mese avanti rispetto a quello di Atene, secondo questo calcolo la battaglia potrebbe essere stata combattuta anche il 12 agosto del medesimo anno,[33] data anch'essa accettata da vari studiosi.

Un calcolo diverso è stato fatto dallo storico Nicholas Sekunda, che, basandosi sulla data riportata da Erodoto[34] per l'arrivo a Sparta di Filippide (9 metagitnione), sul fatto che gli Spartani partirono colla luna piena (verificatasi secondo calcoli astronomici il 15) e sulla notizia riportata ancora da Erodoto[35] che giunsero ad Atene dopo tre giorni di viaggio (cioè il 18), visto che secondo Platone arrivarono il giorno dopo la battaglia[36] conclude che la battaglia si sia verificata il 17 metagitnione. La conversione nel calendario giuliano, fatta ipotizzando che non ci siano sfasature (improbabili dato che metagitnione era solo il secondo mese dell'anno), porta in questo caso alla data dell'11 settembre.[37]

Come fa notare lo storico Peter Krentz, però, la possibilità che il calendario di Atene fosse stato manipolato dagli Ateniesi per impedire che la battaglia interferisse colla celebrazione dei misteri eleusini e il fatto che ci furono vari giorni di stallo prima della battaglia impediscono di stabilire una data certa, anche basandosi sulle informazioni riportate dagli storici antichi.[38]

Forze in campo[modifica | modifica sorgente]

La quantificazione delle forze impiegate dai due schieramenti avversari durante la battaglia risulta essere piuttosto ardua, non disponendo di fonti primarie particolarmente attendibili; Erodoto, fonte insostituibile per la ricostruzione della battaglia, non riporta la grandezza dei due eserciti (l'unico numero che fornisce è il numero delle navi che componevano la flotta persiana, 600), mentre gli autori successivi spesso ingigantirono gli effettivi persiani per sottolineare il coraggio dei Greci che li avevano sconfitti.[39]

Forze greche[modifica | modifica sorgente]

Opliti greci schierati secondo lo schema a falange in una raffigurazione moderna

La maggior parte delle fonti antiche concorda sul fatto che nella piana di Maratona ci fossero 10000 opliti greci: Erodoto non fornisce una cifra precisa, mentre Cornelio Nepote,[40] Pausania[41] e Plutarco[42] riportano la presenza di circa 9000 opliti ateniesi e di 1000 soldati provenienti dalla piccola polis di Platea (anche se Pausania in seguito afferma che i Greci in totale erano meno di 10000[43] e il contingente ateniese era composto da non più di 9000 persone, tra cui schiavi e anziani[44]), mentre Marco Giuniano Giustino parla di 10000 Ateniesi e 1000 Plateesi.[45] Questi numeri sono molti simili a quelli che lo stesso Erodoto riporta per i contingenti che combatterono la battaglia di Platea.[46]

Per quanto riguarda la presenza della cavalleria greca, non registrata dagli storici antichi, si ritiene che gli Ateniesi, pur disponendo di un corpo di cavalieri, abbiano deciso di non utilizzarlo pensando che fosse troppo debole in confronto a quello persiano.[47]

Gli storici moderni solitamente accettano le cifra approssimativa di 10000 opliti,[48][49][50] ma spesso fanno notare che bisogna aggiungere i soldati armati alla leggera, che secondo molti storici equivalevano per numero agli opliti.[51] Di conseguenza sono state elaborate varie teorie presentati consistenti parallelismi.[51]

  • Secondo G. B. Grundy gli Ateniesi schierarono 8000 opliti e 8000 armati alla leggera.
  • Secondo C. Hignett i Plateesi erano 600 e gli armati alla leggera erano circa 10000, tanti quanti gli opliti, anche se secondo lui avevano scarso valore militare.
  • Secondo N. G. L. Hammond il numero di 10000 uomini è plausibile e include anche 4000 cleruchi venuti da Eretria prima che fosse presa dai Persiani.
  • Secondo Richard Billows gli Ateniesi all'epoca della battaglia erano circa 30000, di cui circa 15000 in grado di permettersi una panoplia, quindi dovendo togliere anche i ragazzi e gli anziani ritiene che 9000 opliti sia una stima plausibile, alla quale bisogna aggiungere qualche migliaio di armati alla leggera.
  • Secondo Peter Krentz gli Ateniesi schierarono 10000 opliti e 8000 armati alla leggera (e forse anche 4000 cleruchi provenienti da Calcide, che potrebbero aver partecipato alla battaglia).[52]
  • Secondo Thomas Figueira gran parte dei 4000 cleruchi calcidesi citati da Krentz furono impiegati in altre mansioni e solo pochi, quelli che avevano una panoplia, furono integrati in un reggimento ateniese e combatterono effettivamente la battaglia.

Pausania fa notare che prima della battaglia Milziade propose all'assemblea ateniese di liberare un certo numero di schiavi per farli combattere in battaglia[53] (si tratta di un provvedimento straordinario adottato solo altre due volte nella storia di Atene, in occasione della battaglia delle Arginuse nel 406 a.C. e della battaglia di Cheronea nel 338 a.C.; alcuni storici pensano che a Maratona non abbiano combattuto degli schiavi[54]), tant'è vero che il monumento commemorativo riportava i nomi di molti schiavi liberati per i loro servigi militari;[55] da questo lo storico Nicholas Sekunda deduce che, visto che l'esercito ateniese al completo contava 9000 uomini, Milziade per riempire i buchi abbia convinto il popolo ad arruolare anche gli ultracinquantenni e un certo numero di schiavi, liberati per l'occasione.[56]

La strategia utilizzata dagli Ateniesi si basava sull'annientamento del nemico ottenuto grazie all'impiego della falange oplitica negli scontri corpo a corpo, mentre non faceva uso né di arcieri né di cavalieri; era molto forte negli scontri frontali, ma la cavalleria poteva colpirla sui fianchi o attraversarla passando dai buchi lasciati da coloro che erano uccisi dagli arcieri.[57]

Forze persiane[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Prima guerra persiana#Entità dell'esercito persiano.

Nel caso dello schieramento persiano sono state rigettate le valutazioni numeriche degli storici antichi, che parlano di varie decine di migliaia di effettivi per rendere ancora più gloriosa la vittoria greca (le loro stime, molto variabili, sono comprese tra un minimo di 80000 uomini e un massimo di 600000); l'unico a non dare cifre è Erodoto, che si limita a quantificare in 600 navi la flotta inviata ad invadere la Grecia.[58] La ricostruzione del'entità del corpo di spedizione persiano è tuttora oggetto di dibattito fra gli storici.

Per quanto riguarda le dimensioni della flotta, molti pensano la cifra di 600 navi fornita da Erodoto possa far riferimento al potenziale persiano più che alla dimensione reale della flotta e la ritengono comunque esagerata per la scarsa resistenza che pensavano di incontrare da parte greca, per cui il numero delle navi viene a volte ridotto da 600 a 300.[59]

Il numero dei fanti e dei cavalieri persiani è molto incerto e le numerosissime ipotesi partono principalmente da questi presupposti: il numero di navi (600, 300 o meno), il numero dei caduti (6400) fornito da Erodoto e il rapporto col contingente greco ipotizzato (circa 10000 uomini). Il grandissimo numero di stime avanzate ricade solitamente in un raggio compreso tra 20000 e 30000 (a volte anche 15000 o 40000) uomini per la fanteria e tra 200 e 3000 (ma solitamente 1000) per la cavalleria.[60]

La strategia utilizzata dai Persiani si basava sull'annientamento del nemico prima degli scontri corpo a corpo e quindi impiegava massicciamente gli arcieri e i cavalieri, che nelle sconfinate pianure asiatiche causavano ingenti perdite e disorientavano i nemici, i quali erano poi annientati dall'intervento del resto della fanteria persiana. La cavalleria, elemento fondamentale della loro tattica, era armata alla leggera (con arco e giavellotto) e quindi era molto veloce e manovrabile.[61]

Antefatti[modifica | modifica sorgente]

Sbarco persiano a Maratona[modifica | modifica sorgente]

Ricostruzione dello sbarco.

Dopo aver preso Eretria i Persiani veleggiarono verso sud, in direzione dell'Attica, e attraccarono presso la baia di Maratona, posta a circa 40 chilometri da Atene, consigliati dall'ex tiranno di Atene Ippia, che partecipava alla spedizione; secondo Erodoto Dati e Artaferne scelsero la piana di Maratona "perché era la parte dell'Attica migliore per la cavalleria e al tempo stesso la più vicina ad Eretria".[62] Questa frase di Erodoto è stata molto contestata, dato che alcuni storici la ritengono sbagliata, mentre altri la accettano ma la reputano inadeguata per spiegare la decisione persiana di sbarcare a Maratona.[63]

Coloro che ritengono sbagliata la frase sottolineano che Maratona non è la parte dell'Attica più vicina ad Eretria (alcuni poi non vedono perché la vicinanza ad Eretria potesse in qualche modo influenzare la scelta dello sbarco) e che la piana del Cefiso sarebbe stata più adatta alla cavalleria; altri fanno notare che c'erano altri luoghi adatti per poter sferrare un attacco ad Atene.[64]

  • Oropo sarebbe stato il punto più vicino ad Eretria ma sarebbe stato più lontano da Atene.
  • Falero sarebbe stato il punto più vicino ad Atene (circa 5 km) ma anche il più lontano da Eretria, quindi durante il viaggio gli Ateniesi avrebbero avuto il tempo di avvistare la flotta in viaggio e chiedere aiuti alle altre poleis.
  • Rafina sarebbe stato più vicino ad Atene ma meno adatto alla cavalleria persiana.

Alle ragioni per lo sbarco a Maratona elencate da Erodoto sono state fatte numerose aggiunte.[65]

  • Si è ipotizzato che sia stato Ippia a guidare i Persiani a Maratona, memore dello sbarco del padre Pisistrato che partendo di lì era riuscito a prendere Atene coll'appoggio delle popolazioni locali; si può pensare che Ippia sperasse di ripetere un'impresa del genere, usando la diplomazia prima delle armi, dato che ad Atene c'erano molti filo-persiani.
  • Nel 1899 John Arthur Ruskin Munro propose che un'altra ragione per lo sbarco a Maratona fosse la certezza di non incontrare alcuna opposizione da parte degli Ateniesi, ragione che viene approvata da molti storici: sbarcare migliaia di uomini è un'operazione molto complessa e caotica in sé, compierla mentre si viene attaccati da un'ordinata falange oplitica diventa un incubo.
  • Si è rilevato che la penisola di Cinosura offriva un eccellente ancoraggio (se la Grande Palude era veramente un laguna, allora sarebbe stata un porto naturale ancora migliore), che la spiaggia di Maratona era facilmente difendibile, che c'erano varie sorgenti (la principale era la sorgente Macaria) e che c'era erba in abbondanza per i cavalli.
  • Si è infine affermato che si potevano ottenere approvvigionamenti sia sfruttando le strade che portavano nell'Attica settentrionale e nella Beozia meridionale, oltre al fatto che le basi persiane di Caristo ed Eretria erano abbastanza vicine per poterle usare come basi di rifornimento.

Sempre nel contesto dello sbarco persiano, Erodoto afferma che Ippia ebbe due visioni contrastanti: l'una gli suggeriva che sarebbe riuscito a conquistare il potere, l'altra che non vi era alcuna possibilità di vittoria sugli Ateniesi.[66]

Fidippide a Sparta[modifica | modifica sorgente]

Secondo il resoconto di Erodoto, ad Atene gli strateghi per prima cosa mandarono a Sparta il celebre emerodromo Fidippide per chiedere il soccorso degli Spartani contro i Persiani.[67] Fidippide giunse a Sparta il giorno dopo la sua partenza e fece la sua richiesta ai magistrati (probabilmente gli efori o al massimo loro più la gherusia[68]), ma questi risposero che avrebbero mandato dei contingenti ma non prima della notte di plenilunio, visto che in quei giorni era proibita ogni attività bellica.[34]

Sono state avanzate tre possibili spiegazioni per la scelta di Sparta di non intervenire subito.[69]

  • Una delle motivazioni potrebbe essere stato il celebrarsi della festività delle Carnee, cui allude il discorso dei magistrati, ricorrenza che effettivamente comportava una riduzione delle attività militari negli stati dorici; non si sa però se la festività fosse effettivamente così restrittiva o se fosse stata usata come scusa, visto che all'epoca delle guerre persiane in Grecia molti stati tendevano a trascurare le loro feste religiose se conveniva; Sparta però, in quell'epoca e anche in seguito, fu sempre famosa per il suo rispetto delle feste religiose e dei sacrifici agli dei, quindi gli storici generalmente concordano sulla sincerità degli Spartani, pur con qualche dubbio residuo.
  • Una seconda motivazione per il non intervento degli Spartani si potrebbe cercare nello scoppio di tensioni interne e nella presenza di sentimenti anti-ateniesi: per quanto gli Spartani fossero certamente anti-persiani, come tutti i Greci, è tuttavia probabile che alcuni di loro fossero risentiti nei confronti di Atene e non fossero così avversi all'idea che i Persiani battessero gli Ateniesi.
  • Un'ultima ipotetica causa del ritardo spartano potrebbe essere stata una rivolta degli Iloti, menzionata da Platone[36] e forse testimoniata anche da una statua dello scultore argivo Ageladas, commissionata dagli Spartani per ringraziare Zeus dell'aiuto che aveva dato loro nel sedare una rivolta dei Messeni, e dal fatto che in quegli anni il tiranno di Reggio Calabria Anassila cambiò il nome di Zancle (odierna Messina) in Messene; non c'è però alcuna certezza in proposito e alcuni storici ritengono che non ci sia stata alcuna rivolta messenica in quegli anni.

In conclusione gran parte degli storici ritiene che la vera ragione del ritardo spartano sia quella data dagli efori, cioè lo scrupolo religioso, ma non ci sono abbastanza dati per poterlo affermare con certezza.[70]

Secondo Lionel Scott è possibile che l'assemblea o la bulé (non gli strateghi, che secondo lo storico sarebbero un errore del racconto di Erodoto) abbia mandato Fidippide a Sparta dopo la presa di Eretria ma prima dello sbarco a Maratona, visto che Fidippide non menziona quest'ultimo fatto nel suo discorso agli Spartani. Tuttavia ciò appare in contrasto con quanto detto da Erodoto: nel riportare il discorso dell'emerodromo, lo storico scrive Eretria era "ormai asservita".[34] Il fatto che però appare più strano nel racconto di Erodoto è che Fidippide abbia potuto compiere il tragitto Atene-Sparta (circa 220/240 km) in un giorno solo, ma gli storici moderni hanno ampiamente dimostrato che quest'impresa è non solo impossibile ma anche più che fattibile con un certo allenamento (nel 2007 una corsa Atente-Sparta di 244,56 km è stata conclusa entro 36 ore da 157 partecipanti; il record, del greco Yiannis Kouros, è di 20 ore e 29 minuti).[71]

Marcia ateniese verso Maratona[modifica | modifica sorgente]

Quando si seppe dello sbarco, ad Atene ci fu probabilmente un acceso dibattito sull'atteggiamento da tenere: secondo alcuni bisognava aspettare i Persiani dentro le mura, che probabilmente all'epoca erano molto ridotte, come avevano fatto gli Eretriesi (assediati e sconfitti dai Persiani), mentre secondo altri, tra cui lo stratego Milziade, bisognava andare ad affrontare i Persiani a Maratona, impedendo loro di marciare su Atene. Alla fine fu approvato il decreto proposto da Milziade, secondo il quale i soldati dovevano fare le provviste necessarie e partire;[72][73] questo decreto, pur non essendo citato da Erodoto, viene solitamente accettato come vero dagli storici.[74]

Dopo questa decisione, i soldati ateniesi marciarono in direzione della piana guidati dal polemarco Callimaco e dai dieci strateghi, al fine di bloccare le due uscite dalla stessa, impedendo ai Persiani di penetrare nell'entroterra;[75] si accamparono quindi al santuario di Eracle, all'estremità sud-ovest della pianura, dove furono poi raggiunti dal contingente plateese.[76] Riguardo all'intervento di questa cittadina nel conflitto, Erodoto afferma che decise di intervenire per venire in aiuto agli Ateniesi, ai quali erano legati poiché loro protetti.[76]

C'è stato un grande dibattito su quale strada abbiano seguito gli Ateniesi per recarsi a Maratona: la strada costiera che passava a sud era di circa 40 km, mentre la strada montana che passava a nord era soltanto di circa 35 km, anche se aveva molte strettoie e gli ultimi chilometri erano difficilmente praticabili perché ondulati e probabilmente intralciati dalle foreste che all'epoca vi crescevano. Nonostante alcuni storici propendano per la strada più corta, è stato obiettato che percorrere una via del genere sarebbe stato molto difficile per un esercito regolare, avrebbe causato vari ritardi (un fatto piuttosto spiacevole, dato che gli Ateniesi volevano agire in fretta proprio per prevenire un eventuale attacco persiano) e soprattutto avrebbe lasciato la possibilità ai Persiani di aggirare gli Ateniesi prendendo la via costiera. Di conseguenza attualmente si tende a preferire l'ipotesi della via costiera oppure un'altra ipotesi secondo la quale il corpo di spedizione di Atene percorse questa via, mentre gli Ateniesi sparsi per il resto dell'Attica giunsero a Maratona in seguito passando per la via montana.[77]

Giorni di stallo[modifica | modifica sorgente]

Militari persiani, probabilmente appartenenti al corpo degli Immortali.

Per vari giorni (da sei a nove) gli eserciti non si affrontarono, accampati ai lati opposti della piana.[57]

Riguardo alle condizioni di inizio della battaglia esistono varie incongruenze. Per quanto riguarda il comando della spedizione, a Maratona erano presenti tutti e dieci gli strateghi, fra i quali Milziade, eletti dal popolo ateniese diviso in tribù secondo le norme imposte dalla riforma di Clistene;[78] a comando dell'esercito era posto il polemarco Callimaco di Afidna.[79] Erodoto suggerisce che il comando della spedizione fosse affidato a rotazione a ciascuno degli strateghi,[80] ma secondo alcuni storici potrebbe invece trattarsi di un espediente atto a giustificare alcune incoerenze sorte nella narrazione dei fatti, non essendo questa strategia confermata da altre fonti:[81] nel racconto di Erodoto si evidenzia infatti che Milziade era pronto ad attaccare il nemico anche senza l'appoggio spartano (visto che gli strateghi favorevoli alla sua strategia, quando toccava a loro, gli cedevano il proprio giorno di comando), ma scelse il suo giorno di comando prima di attaccare.[80] Nonostante a rigore di logica il rimandare l'inizio della battaglia appaia vantaggioso per gli Ateniesi,[48] questa scelta si mostra in aperta contraddizione rispetto alla volontà manifestata in precedenza da Milziade[80][82] e quindi alcuni ipotizzano che il passaggio del potere di stratego in stratego possa essere una macchinazione per giustificare l'impossibilità di Milziade di agire prima in quanto impedito dai colleghi, anche se gli storici non concordano su questa affermazione.[83]

Gli Ateniesi avevano certamente buone ragioni per attendere: attendevano l'arrivo degli Spartani entro pochi giorni,[48][82] sapevano che i Persiani avevano risorse di acqua, cibo e foraggio limitate (è stato fatto notare anche il fatto che gli escrementi prodotti da uomini e cavalli per molti giorni di seguito potevano facilmente diffondere epidemie) e speravano che fossero loro ad attaccare, dato che così si sarebbe combattuto in un'area della pianura meno adatta alla loro cavalleria; inoltre, se fossero stati sconfitti (fatto probabile, visto che risultavano in inferiorità numerica rispetto alle forze persiane nel rapporto di circa 1 a 2[84] e in pianura potevano essere aggirati dalla cavalleria persiana[85]), avrebbero lasciato irrimediabilmente scoperta Atene.[85] Il tempo quindi era dalla loro parte.[86]

Anche i Persiani però avevano delle ragioni per attendere: probabilmente speravano di prendere Atene grazie a dei traditori, come avevano già fatto con Eretria, e magari speravano che fossero i Greci ad attaccare, dato che così si sarebbe combattuto in un'area della pianura più favorevole alla loro cavalleria; è inoltre possibile che considerassero l'armatura leggera dei loro soldati un handicap eccessivo a favore degli opliti ateniesi, come fu poi confermato nei successivi scontri fra Persiani e Greci alle Termopili e a Platea durante la seconda guerra persiana.[87] Anche loro quindi attendevano.[86]

La decisione ateniese di attaccare[modifica | modifica sorgente]

La situazione di stallo venne interrotta quando gli Ateniesi decisero di attaccare. Secondo Erodoto il voto decisivo per la scelta dell'attacco spettava al polemarco, che secondo lui era stato sorteggiato;[79] questa affermazione, in contrasto coll'affermazione di Aristotele secondo la quale il sorteggio era stato introdotto solo nel 487/486 a.C.,[88] ha sollevato molte polemiche: mentre alcuni storici accusano Erodoto di anacronismo (peraltro frequente nelle sue Storie), altri pensano che il polemarco fosse sorteggiato già prima del 487 (così come l'arconte eponimo e l'arconte basileus) o che sia Aristotele a sbagliarsi.[83]

Il discorso che Milziade pronunciò presso l'assemblea degli strateghi per convincere Callimaco a votare a favore dell'attacco, visto che altrimenti si era in parità (5 voti contro 5), è probabilmente inventato da Erodoto, dato che in vari passi sembra fatto apposta per il lettore e ampiamente inverosimile; inoltre si può notare un elemento in comune con un altro discorso da lui riferito durante le guerre persiane, quello di Dionisio di Focea prima della battaglia di Lade, visto che in entrambi si pone un forte accento sull'importanza del momento e sulla forte contrapposizione tra libertà e schiavitù.[89]

Non si sa tuttora con certezza cosa li spinse a tale cambiamento, ma sono state avanzate molte ipotesi.[90]

  • Molti storici sostengono che gli Ateniesi abbiano attaccato perché erano venuti a sapere che i Persiani avevano diviso il loro esercito, reimbarcando una parte della fanteria e tutta la cavalleria: questa ipotesi è accettata da gran parte degli studiosi (vedi le numerose ipotesi in proposito).
  • Secondo un'altra ipotesi sarebbero stati i Persiani a decidere per l'attacco,[82] non lasciando altra scelta agli Ateniesi che quella di accorciare le distanze e di cercare il corpo a corpo, dove avrebbero potuto massimizzare i vantaggi della loro superiore armatura[87] e minimizzare l'effetto di un'eventuale azione da parte dei numerosi arcieri nemici.[91] Secondo i sostenitori di questa ipotesi, è verosimile che il sospetto di un possibile arrivo di contingenti spartani e l'impossibilità di tenere indefinitamente bloccato a Maratona un esercito così potente senza che venisse logorato da problemi logistici relativi in particolare agli approvvigionamenti erano due valide ragioni per cercare una soluzione nello scontro.[82]
  • Altri storici ipotizzano che Milziade avesse attaccato semplicemente perché notava che le truppe iniziavano a perdersi d'animo e che magari uno degli strateghi a lui favorevoli stava per cambiare idea.

La possibile divisione dell'esercito persiano[modifica | modifica sorgente]

Non si sa per certo se tutti gli effettivi Persiani combatterono a Maratona: è ancora aperto il dibattito su una possibile divisione dell'esercito persiano prima della battaglia.

Gli storici che giungono a questa conclusione si basano sul fatto che Erodoto non parla del ruolo della cavalleria durante la battaglia, sul fatto che gli Ateniesi catturarono solo 7 navi raccontato da Erodoto, sulla corsa degli Ateniesi verso il Falero dopo la battaglia raccontata da Erodoto, sull'affermazione di Nepote secondo la quale i Persiani avrebbero combattuto solo con 100000 fanti e 10000 cavalieri[40] (cioè la metà delle forze, dato che in precedenza riportava un totale di 200000 fanti[75]) e su un proverbio (in greco antico χωρὶς ἱππεῖς) riportato dalla Suda[92] secondo il quale gli Ateniesi avrebbero deciso di combattere dopo che gli Ioni erano andati ad informarli del fatto che i cavalieri persiani erano lontani.[93]

Questa teoria, enunciata per la prima volta nel 1857-67 da Ernst Curtius,[94] ripresa nel 1895 da Reginald Walter Macan, diffusa nel 1899 da John Arthur Ruskin Munro e successivamente accettata con delle varianti da vari storici, sostiene che la cavalleria persiana avesse lasciato la piana per una qualche ragione e che i Greci abbiano ritenuto vantaggioso sfruttarne l'assenza. Sulla base dell'assenza della cavalleria si sono sviluppate numerose ipotesi.[95]

  • Secondo gran parte degli storici i Persiani prima della battaglia smontarono l'accampamento e imbarcarono sulle navi i loro cavalieri e metà dei loro fanti coll'obiettivo di attaccare il Falero prima dell'arrivo degli Spartani con metà dell'esercito mentre l'altra metà teneva occupato l'esercito ateniese; gli Ateniesi, informati di questa mossa quella notte dagli Ioni, il giorno dopo sarebbero stati convinti da Milziade ad attaccare l'esercito persiano, notevolmente ridotto.[96] Ci sono poi dei dibattiti minori sulla percentuale di truppe rimaste a Maratona (alcuni sono per il 50%, altri ritengono che invece fossero più del 50%), ma tutti questi storici concordano sull'assenza totale o quasi della cavalleria.
  • Secondo una variante molto diversa, proposta dallo stesso Munro nel 1926, Dati e Artaferne avrebbero diviso l'esercito subito a metà (la cavalleria sarebbe rimasta con Artaferne, anche se Munro non spiega il perché): Artaferne colla sua metà avrebbe assediato e preso Eretria, mentre Dati avrebbe impedito agli Ateniesi di andare in aiuto di Eretria bloccandoli a Maratona; gli Ateniesi si sarebbero poi decisi ad attaccare venendo a sapere che Artaferne era salpato da Eretria diretto al Falero. Questa ipotesi è stata appoggiata anche da Frederick Barton Maurice, il quale però pensava che Dati a Maratona avesse 16000/17000 uomini e Artaferne ad Eretria ne avesse 3000/4000. Questa variante però non è stata appoggiata da nessun altro storico.

L'ipotesi della divisione dell'esercito, per quanto accettata da gran parte degli storici, è stata però oggetto di alcune critiche.[97][98]

  • Erodoto non menziona una divisione delle forze persiane; è stato però obiettato che ammettere di aver combattuto soltanto contro metà dell'esercito persiano avrebbe sminuito l'impresa compiuta dagli Ateniesi e che quindi Erodoto potrebbe aver deliberatamente omesso questo fatto; alcuni hanno però fatto notare che, se veramente si fosse trattato di un errore di Erodoto, l'autore di Sulla malignità di Erodoto (forse Plutarco) l'avrebbe certamente riportato.
  • Sia Pausania sia l'oratore Elio Aristide menzionano un coinvolgimento dei cavalli nella battaglia, oltre al fatto che un sarcofago romano del III secolo d.C. conservato al Museo civico di Brescia (che secondo alcuni storici potrebbe essere una riproduzione del dipinto della battaglia che si trovava nella Stoà Pecile ad Atene) riporta anch'esso la presenza di cavalieri.
  • Alcuni storici considerano inattendibile una fonte molto tarda (circa 1500 anni dopo la battaglia) come la Suda, il cui autore potrebbe aver inventato il proverbio per fare propaganda a favore degli Ioni; è stata contestata anche l'attendibilità di Cornelio Nepote.

Secondo Peter Krentz, Milziade decise di dare inizio alla battaglia perché in quel momento, come aveva potuto constatare dai movimenti dei Persiani nei giorni precedenti, a quell'ora i cavalieri scendevano verso la piana dal loro accampamento nella valle di Tricorinto e quindi non potevano intervenire in un eventuale combattimento.[99]

Ricostruzione del campo di battaglia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Campo di battaglia di Maratona.

La ricostruzione del campo di battaglia è oggetto un dibattito molto acceso tra gli storici per via della complessità dell'identificazione di molti luoghi, per la scarsità dei dati (Erodoto non descrive minimamente l'ambiente in cui avvenne lo scontro) e per la quantità di modificazioni subite dalla topografia negli ultimi 2500 anni.

Geomorfologia e vegetazione[modifica | modifica sorgente]

La piana alluvionale di Maratona, molto fertile secondo le testimonianze di Nonno[100] e per il fatto che il suo nome derivi dal greco antico μάραθον o μάραθος, ossia finocchio,[101] pianta molto presente sul sito, [102] vede a nord-est la penisola di Cinosura, è circondata da alture di scisto e di marmo di altezza massima 560 metri[103] e misura 9,6 per 1,6 chilometri.[104] Nessun problema offrirono i campi presenti in sito all'avanzata degli eserciti, mentre le viti coltivate a sud del Caradro, la cui presenza fu ipotizzata da G. B. Grundy, avrebbero potuto procurare problemi alla cavalleria persiana.[105]

Idrografia[modifica | modifica sorgente]

In questa mappa del 1885 si può vedere la quantità di detriti depositatisi nel delta del Caradro.

Il torrente Caradro, sgorgante dal Parnes e sfociante a metà costa, caratterizzato nell'antichità da rive molto scoscese e profonde,[106] è stato uno di quelli che ha favorito l'ingrandimento della piana trasportando a valle detriti. Considerato come le mappe antiche risultino contraddittorie, alcuni storici affermano che un tempo sfociasse dove ora sfocia,[107] altri che sfociasse nella Grande Palude.[108][109] La sua importanza durante la battaglia fu trascurabile, in quanto durante un'estate di secca non poteva dare problema agli eserciti.[110][109][104]

L'estensione della Grande Palude (che è oggi larga 2-3 km e ha circa da 9,6 a 11,2 km di circonferenza)[104] all'epoca della battaglia è tuttora dibattuta: non si sa con esattezza se la formazione della Grande Palude, isolata dal resto del mare da questo cordone di sabbia, sia da datare prima o dopo la battaglia.[111] Pausania affermava che si trattava di un lago in comunicazione col mare mediante un emissario, con acqua dolce eccetto vicino alla foce.[112] Alcuni studiosi, spinti dal fatto che non si sa quanto fosse fondo il passaggio tra mare e palude, hanno teorizzato che alcune navi persiane fossero ancorate in questo specchio d'acqua.[113]

La principale delle sorgenti (presenti tuttora)[114] alimentanti i torrenti della piana è quella di Megalo Mati, da identificare probabilmente colla sorgente Macaria citata da Pausania[115] che un tempo portava acqua ad Atene[110] secondo quanto detto da Strabone[116] e William Martin Leake.[117] Dato che le possibilità d'approvvigionamento idrico erano pari per le zone dove si accamparono i due eserciti, i Greci, a differenza dei Persiani, ebbero acqua a sufficienza.[114]

Sommersa prima del 18000 a.C. e tra l'8000 e il 6000 a.C., la piana di Maratona venne poi ampliata dai torrenti che vi transitano trasportando sedimenti, ma non si sa con precisione quando fosse estesa la pianura nel 490 a.C.[110] in quanto questa è in continua espansione ma non sono mai stati realizzati studi con carotaggi del suolo.[118] Alcuni studiosi ipotizzano la costa non si sia troppo spostata rispetto al 490 a.C.[119]

Luoghi esistenti prima della battaglia[modifica | modifica sorgente]

In questa mappa del 1865 viene ancora proposta l'identificazione del demo di Maratona con Vrana, poi rivelatasi errata. Il Tumulus è il Soros e la Drakonera palus è la Grande Palude.

Dibattuta in modo acceso è la collocazione del santuario di Eracle presso il quale si accamparono i Greci, collocato secondo Luciano vicino alla tomba di Euristeo.[120] Delle molte teorie avanzate in epoca moderna, quelle che ne vedono la collocazione all'imboccatura della valle di Vrana o presso Valaria non sono state confutate[121] per la presenza di fondamenta nel primo caso e per quella di iscrizioni su Eracle nel secondo, avvalorato pure dalla collocazione.[122][123] Cornelio Nepote dedica una particolare attenzione alla descrizione dell'accampamento ateniese, descrivendolo come ben protetto.[124][84]

Pure per la collocazione del demo di Maratona nessuna delle varie teorie può dirsi certa in assenza di prove decisive.[125] Molte teorie sono già state confutate e rimangono valide quelle che lo collocano all'ingresso sud-ovest della piana o nella zona di Plasi,[126] aree dove i reperti sono però di epoca posteriore.[127] L'assenza di ritrovamenti potrebbe essere dovuta all'avanzamento del mare[128] o al fatto che il demo era composto da abitazioni sparse.[129]

In questa mappa del 1817 si può vedere la localizzazione di una grotta di Pan indicata colla lettera "P", in alto al centro.
Il Soros nel 2005.

Strutture legate alla battaglia[modifica | modifica sorgente]

Le mangiatore dei cavalli di Artaferne[112] si trovano ad est del lago, o in una piccola caverna artificiale[117] o in delle nicchie scavate nella roccia a metà dell'altezza di una collina situata sopra Cato Suli, dette dai locali "mangiatoie di Artaferne": quest'ultima teoria concorda con quanto sostenuto da Krentz, che colloca come Leake[117] l'accampamento della cavalleria nella piana di Tricorinto.[130]

Abitata dal Neolitico all'età micenea, la grotta di Pan, ripopolata dopo la battaglia e visitata da Pausania,[112] fu riscoperta nel 1958: vi si trova un'iscrizione con una dedica a Pan.[130]

Sepolture[modifica | modifica sorgente]

Secondo il parere di tutte le fonti, gli Ateniesi furono sepolti sotto il tumulo chiamato Soros, perforato più volte tra il XVIII e il XIX secolo ma ancora oggi in buono stato,[131] vicino al campo di battaglia contrariamente agli usi ateniesi ma non necessariamente dove lo scontro si svolse.[132][133] La presenza di punte di frecce fece pensare che la terra fosse stata presa dal campo di battaglia,[134] ma ciò non è certo.[135] A fianco del Soros si trovava un altro tumulo più piccolo, poi distrutto, dove potrebbero essere stati sepolti i Plateesi.[136][137] In ogni caso il Soros non è di grande aiuto per la ricostruzione della battaglia.[138]

In uno dei tumuli funerari ritrovati nel 1970 da Spyridon Marinatos furono rinvenuti dei corpi, identificati come quelli dei Plateesi in quanto tutti i morti erano uomini e vi sono delle similitudini tra il vasellame di questa tomba e di quella degli Ateniesi. Secondo Marinatos sbaglia Pausania nell'affermare che i Plateesi furono sepolti con gli schiavi liberati.[55][136] La distanza dalla tomba ateniese, la lontananza dalle linee greche e la cremazione dei corpi fanno però pensare che si tratti di una tomba privata,[136] a dispetto del fatto che si trovi sulla strada che congiunge Platea e la piana.[139]

La colonna del 2004.

Non rintracciata da Pausania,[140] la fossa comune dove furono gettati i 6400 Persiani morti venne identificata da Hauptmann Eschenburg in un'area limitrofa alla Grande Palude, dove si trovavano moltissime ossa: non sono state formulate altre teorie.[141]

Monumenti[modifica | modifica sorgente]

A circa 600[139]/700 m[142] dal Soros si trova il Pyrgos o monumento a Milziade,[143][144] la cui antica copertura in marmo bianco scomparve durante il XIX secolo, visto che già nel 1890 restavano solo mattoni e malta. Eugene Vanderpool ipotizzò il Pyrgos fosse una torre medievale costruita coi resti dei monumenti antichi della piana.[139][142]

Eugene Vanderpool, scavando vicino alla cappella di Panagia e rinvenendo vari frammenti riconducibili a una colonna ionica innalzata tra il 450 a.C. e il 475 a.C., ipotizzò di aver trovato il trofeo di marmo bianco citato da Pausania.[140] Secondo la critica moderna, tale opera venne innalzata il giorno stesso della battaglia appendendo armi nemiche e fu portata nell'attuale forma da Cimone attorno al 460 a.C.: si trova nel punto ove cominciò la fuga dei nemici.[145][142] In occasione delle Olimpiadi del 2004 ne è stata eretta una di simile accanto all'originale.[145]

La battaglia[modifica | modifica sorgente]

Schieramenti degli eserciti[modifica | modifica sorgente]

In questa mappa del 1921 si può notare varie proposte fatte tra l'Ottocento e i primi del Novecento riguardo agli schieramenti di Maratona.

Risulta tuttora dibattuta tra gli storici la posizione degli eserciti schierati, lunghi circa 1,5 km.[146]

  • Alcuni storici hanno ipotizzato uno schieramento con eserciti paralleli al mare: gli Ateniesi sarebbero stati schierati all'imboccatura della valle di Vrana, mentre i Persiani sarebbero stati paralleli alla costa 150 m a sud-est del Soros; i Persiani, però, in caso di ritirata, avrebbero avuto solo uno stretto passaggio per ritirarsi verso le loro navi, situate più a nord, quindi sembra improbabile che abbiano scelto una posizione del genere.
  • Altri storici, più recentemente, ritengono che gli eserciti fossero perpendicolari al mare: gli Ateniesi sarebbero stati schierati tra la chiesa di San Demetrio e la piccola palude, rivolti a nord-est, e i Persiani sarebbero stati schierati paralleli a loro ad una distanza di otto stadi, a nord del Soros; in queste posizioni entrambi gli eserciti avrebbero avuto anche buoni rifornimenti idrici. Uno dei primi a proporre questa teoria fu Frederick Barton Maurice nel 1932, che la giustificò pensando che i Persiani volessero sfruttare il vantaggio offerto loro dalle rive scoscese del Caradro, in alcuni punti alte ben 5,5 metri; questa ragione non è però accettata da molti storici odierni, dato che Erodoto non menziona il Caradro nel suo resoconto della battaglia.[147] Secondo gli storici più moderni, invece, gli eserciti avrebbe dovuto essere perpendicolari[148][149] al mare per un altro motivo: se i Greci erano accampanti all'estremità meridionale della piana, presso il santuario di Eracle, e i Persiani all'estremità settentrionale, presso la spiaggia sotto la Grande Palude, allora è molto probabile che i due eserciti, avanzando dritti l'uno contro l'altro, si siano scontrati perpendicolari al mare.[150]

Callimaco, in quanto polemarco, comandava l'ala destra dello schieramento greco, mentre i Plateesi, in quanto alleati, furono schierati in fondo all'ala sinistra;[151] sull'ordine esatto delle tribù ateniesi, che secondo Erodoto erano disposte "secondo il loro ordine",[151] ci sono varie ipotesi.[152] Le due tribù che costituivano la colonna centrale dello schieramento, ossia la tribù di Leontide guidata da Temistocle e la tribù di Antiochide guidata da Aristide, si schierarono su quattro ranghi, contrariamente alle altre, che erano invece in fila per otto.[153][151]

Anche se sembrerebbe che la causa di questa decisione sia la volontà di far raggiungere allo schieramento la stessa lunghezza di quello persiano (per evitare che potesse essere aggirato e accerchiato[85][154][155][151]), alcuni studiosi moderni suggeriscono che questa decisione sia stata presa per permettere l'aggiramento della colonna centrale persiana una volta avesse sfondato la fila centrale: tuttavia, non si può esserne certi in quanto ciò esula dalle strategie militari greche dell'epoca,[156] dato che un pensiero tattico del genere venne formalizzato per la prima volta solo nella battaglia di Leuttra (371 a.C.).[157] Non si sa se a ordinare questa manovra sia stato Callimaco o Milziade.[158]

Per quanto riguarda lo schieramento persiano, si sa soltanto che i Persiani e i Saci erano schierati al centro, mentre sulle ali c'erano truppe più deboli.[159] Non c'è alcuna certezza riguardo alla cavalleria, come già detto più sopra, ma molti propendono per l'ipotesi che fosse presente a Maratona nel momento della battaglia (Gordon Shrimpton, ad esempio, ha sostenuto che i Saci schierati al centro fossero cavalieri; è possibile che abbiano contribuito all'iniziale vittoria persiana al centro): vari storici pensano che la cavalleria fosse stata presa di sorpresa e non avesse avuto il tempo di prepararsi o che comunque non avesse potuto influenzare molto la battaglia (probabilmente perché la falange era molto forte negli scontri frontali ed era protetta sui fianchi dal monte Agrielichi e dal mare, secondo l'ipotesi degli eserciti perpendicolari al mare), visto che Erodoto non la cita.[160]

La carica greca[modifica | modifica sorgente]

La situazione iniziale (ipotesi con eserciti schierati paralleli al mare).
La situazione iniziale (ipotesi con eserciti schierati perpendicolari al mare).

Erodoto afferma che la distanza fra le due armate al momento della battaglia era di almeno otto stadi,[161] pari a circa 1400 metri.[162] Erodoto riferisce che gli Ateniesi, dopo aver avuto risultati favorevoli dai sacrifici, percorsero l'intera distanza che li separava dai nemici "di corsa" (in greco antico δρόμοι, anche se alcuni ritengono che si debba tradurre come "a passo veloce")[161] e aggiunge che tutto questo provocò stupore tra le file persiane,[161] dato che tali modalità non erano mai state usate durante i precedenti scontri che avevano avuto con gli eserciti greci. In particolare, i Persiani pensavano secondo Erodoto che gli Ateniesi fossero pazzi e destinati a morte certa poiché in svantaggio numerico, stanchi per la corsa e per l'assenza di cavalli ed arcieri.[161] Erodoto inoltre riporta come i Greci, prima di scontrarsi contro i Persiani a Maratona, considerassero tale esercito come invincibile: il solo nome dei Medi provocava il terrore tra di loro.[161]

La presunta corsa di otto stadi non ha però convinto gran parte degli storici, che sono quasi tutti scettici riguardo alla sua veridicità.[163]

  • Secondo gran parte degli studiosi una corsa del genere sarebbe stata pressoché impossibile dal punto di vista fisico a causa del peso delle loro panoplie (secondo Hans Delbrück non avrebbero potuto coprire di corsa più di 120/150 m) e per il fatto che, anche se fosse stata possibile, avrebbe probabilmente disunito i ranghi della falange e sarebbe quindi stata inutile o addirittura dannosa. Secondo degli esperimenti compiuti da Walter Donlan e James Thompson negli anni 1970 alla Pennsylvania State University solo uno dei dieci giovani universitari da loro scelti era idoneo a combattere dopo una corsa di 1760 m a 11,2 km/h con 6,8 kg di equipaggiamento, corsa che due di quei dieci studenti non erano neanche riusciti a completare: alla fine conclusero che, tenendo presente una panoplia di 22/27 kg, un terreno sconnesso (simulato con una pendenza del 20%) e una velocità di 11,2 km/h, la falange non avrebbe potuto correre per più di 180 m se poi doveva anche combattere.[164] Di conseguenza molti di loro appoggiano una teoria intermedia secondo la quale lo schieramento greco si sarebbe avvicinato al nemico marciando rapidamente, per poi procedere di corsa una volta entrati nel raggio d'azione degli arcieri (circa 200/175 metri).[165]
  • Alcuni storici sono pienamente convinti della veridicità della corsa di quasi 1,5 km: secondo Peter Krentz i Greci, abituati ad una vita molto più attiva di quella degli studenti di Donlan e Thompson, sarebbero stati in grado di percorrere tale distanza ad una velocità di almeno 7 km/h (non 12, dato che secondo lui è da 7 km/h in poi che un passo veloce può essere considerato corsa) con addosso una panoplia di 13,5/22,5 kg (peso calcolato sulla base delle panoplie riportate alla luce negli ultimi decenni); Krentz pensa che la corsa fosse necessaria per cominciare la battaglia prima dell'arrivo della cavalleria persiana e aggiunge che, visto che secondo lui il termine ἀθρόοι non va tradotto come "in ordine serrato" ma come "tutti insieme", non è necessario che i Greci si siano mantenuti strettamente uniti durante l'avanzata.[166] Jim Lacey afferma che se i veterani ateniesi intervistati da Erodoto affermavano di aver corso per otto stadi, bisogna certamente credere alle loro parole, anche se è possibile che avessero marciato a passo veloce fino al punto in cui erano entrati nel raggio degli arcieri. Sembra però che gli esempi di Krentz e Lacey non siano realmente validi dato che fanno riferimento a soldati del XX secolo ben allenati e, per quanto potessero essere allenati i contadini greci, erano privi di esercizio specifico; inoltre anche Krentz e Lacey sembrano in alcuni punti dubitare che si trattasse di una corsa vera e propria.

In conclusione, al momento pressoché certo che l'avanzata greca sia stata una marcia a passo veloce, almeno fino a circa 200 metri dal nemico.

Svolgimento[modifica | modifica sorgente]

Continuamente sotto tiro degli arcieri persiani, gli Ateniesi avanzarono in direzione del nemico, scontrandosi. Questa è la descrizione dell'impatto fornita da Tom Holland:

(EN)
« The enemy directly in their path [...] realised to their horror that [the Athenians], far from providing the easy pickings for their bowmen, as they had first imagined, were not going to be halted [...] The impact was devastating. The Athenians had honed their style of fighting in combat with other phalanxes, wooden shields smashing against wooden shields, iron spear tips clattering against breastplates of bronze [...] in those first terrible seconds of collision, there was nothing but a pulverizing crash of metal into flesh and bone; then the rolling of the Athenian tide over men wearing, at most, quilted jerkins for protection, and armed, perhaps, with nothing more than bows or slings. The hoplites' ash spears, rather than shivering [...] could instead stab and stab again, and those of the enemy who avoided their fearful jabbing might easily be crushed to death beneath the sheer weight of the advancing men of bronze. »
(IT)
« Il nemico [...] capì con orrore che [gli Ateniesi], lungi dall'essere facili prede per i loro arcieri, come aveva prima immaginato, non stavano per essere bloccati. [...] L'impatto fu devastante. Gli Ateniesi avevano affinato il loro stile di combattimento negli scontri con altre falangi, con scudi di legno che si distruggevano contro scudi di legno, punte di lancia in ferro che cozzavano contro le corazze di bronzo [...] in quei primi terribili secondi di collisione, non ci fu altro che un’accozzaglia polverosa di metallo dentro carne ed ossa; poi la marea ateniese si abbatté sugli altri uomini, vestiti per la maggior parte solo con giubbotti trapuntati come protezione ed armati, forse, con nient’altro che archi o fionde. Le lance di frassino degli opliti, invece che frantumarsi [...] poterono colpire e colpire di nuovo, ed i nemici che evitarono i loro terribili lanci furono facilmente sconfitti dagli uomini che avanzavano ricoperti di bronzo. »
(Tom Holland, Persian Fire, pp. 194-197[167])

Dopo il vigoroso scontro, che aveva determinato lo sfondamento del settore centrale dell'esercito ateniese ad opera della colonna centrale dello schieramento persiano, le ali degli Ateniesi, più numerose rispetto alla consuetudine, riuscirono prima a bloccare l'avanzata dei settori laterali dell'esercito nemico e in seguito a chiudere sulla colonna centrale, che si trovò così circondata; lo scontro si concluse quando il centro dell'esercito persiano, in preda al panico, si ritirò in direzione della flotta, inseguito dai Greci.[159] Alcuni Persiani corsero in direzione della Grande Palude e vi affogarono.[55][168] Gli Ateniesi, costretto il nemico alla fuga in direzione delle navi, riuscirono ad impadronirsi di sette triremi: le altre riuscirono invece a salpare.[169]

Durata[modifica | modifica sorgente]

Erodoto afferma che si combatté "a lungo" (in greco antico χρόνος πολλός),[159] ma non specifica meglio la durata (non si comprende se nella sua definizione di durata dello scontro si debbano o meno includere la preparazione, lo schieramento, i sacrifici rituali, il combattimento corpo a corpo, l'inseguimento, le cure ai feriti e il recupero dei caduti.). Tra gli storici sono quindi sorte varie ipotesi, anche se le informazioni da cui partire sono pressoché inesistenti.[170]

  • Vari storici, rifacendosi allo scrittore romano Publio Vegezio Renato, ritengono che la battaglia, come solitamente accadeva nell'antichità, sia durata 2 o 3 ore (secondo alcuni forse anche meno).
  • Altri storici, notando che Erodoto scrive che anche la battaglia di Imera durò "a lungo" e che poi specifica "dall'alba a tarda sera", pensano che la battaglia sia durata appunto tutto il giorno.

Perdite[modifica | modifica sorgente]

Secondo Erodoto gli Ateniesi persero 192 uomini[171] (tra questi il polemarco Callimaco, caduto combattendo presso le navi, lo stratego Stesilao, figlio di Trasilao, e Cinegiro, fratello di Eschilo, la cui vicenda fu poi romanzata da Marco Giuniano Giustino[172]), cifra generalmente accettata perché Pausania fu testimone oculare della lista dei caduti divisi per tribù.[173][174]

Per quanto riguarda i fanti Persiani, invece, la cifra fornita da Erodoto di 6400 caduti[171] è oggetto di dibattito: nonostante sia stato fatto notare che gli Ateniesi, essendosi impegnati con Artemide a sacrificarle una capra per ogni nemico ucciso, avrebbero dovuto conteggiarli con molta precisione, bisogna anche ricordare che secondo Pausania gran parte dei Persiani erano annegati nella Grande Palude e che quindi non potevano essere contati.[175]

  • Alcuni hanno fatto notare che, se i Persiani fossero stati 20000 o 30000, 6400 in percentuale sarebbe stato il 21,3% o il 32%, numeri che rapportati colle bassissime perdite ateniesi sono sembrati un po' alti (anche se dipende dalle battaglie con cui si confrontano: più si analizzano battaglie recenti, come quelle ellenistiche o romane, e più i numeri di Maratona sembrano essere verosimili).
  • Si può anche constatare che 6400:192=33,33... e, visto che il 3 aveva un significato mistico per i Greci, ad alcuni è parsa una coincidenza strana: secondo alcuni Erodoto potrebbe aver preso una tradizione esagerata che parlava di 19200 caduti e averla deliberatamente divisa per 3; visto che è improbabile che gli Ateniesi abbiano contato i corpi dei Persiani, anche questa ipotesi è verosimile.

Anche il numero delle navi persiane catturate dai Greci, sette secondo Erodoto,[169] ha destato delle perplessità, dato che una vittoria del genere in teoria avrebbe permesso ai Greci di catturarne di più: è stato però fatto notare che la spiaggia davanti alla quale erano ancorate aveva un accesso facilmente difendibile (c'è anche la possibilità che fossero ancorate dentro la Grande Palude, che avrebbe offerto ai Persiani più punti per imbarcarsi) e, per coloro che sostengono la teoria della divisione dell'esercito persiano, la presenza di un basso numero di truppe avrebbbe consentito ai Persiani un imbarco relativamente veloce (oltre al fatto che, seguendo il resoconto di Erodoto, quando i Greci arrivarono alle navi persiane, dopo aver sconfitto il centro persiano ed essersi riorganizzati, probabilmente le truppe delle ali si erano già imbarcate).[176]

Dopo la battaglia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Seconda guerra persiana.

Erodoto ci riferisce che nel periodo immediatamente dopo la battaglia la flotta persiana tentò l'attacco di Atene mediante la circumnavigazione di Capo Sunio:[169] a proposito di tale manovra, alcuni storici moderni sostengono fosse stata pianificata come anteriore allo scontro, in modo che la flotta potesse occupare la città senza trovare opposizione, essendo i soldati impegnati sul campo di battaglia. Comunque, gli Ateniesi compresero come la loro città fosse in pericolo e si apprestarono a farvi ritorno:[177] solo le due tribù che durante lo scontro avevano costituito la colonna centrale furono lasciate sul campo di battaglia, sotto il comando di Aristide.[178] Gli Ateniesi riuscirono ad arrivare in tempo per prevenire l'attacco nemico, precedendo lo sbarco delle milizie persiane che, vedendo fallito il loro piano, fecero ritorno in Asia.[177] Erodoto riporta pure come fosse vivo il sospetto, la cui fondatezza non è attestabile, per il quale tale mossa strategica fosse stata pianificata con l'appoggio della nobile famiglia ateniese degli Alcmeonidi, che avrebbe dato un segnale all'esercito persiano usando uno scudo lucente.[169][179] Tuttavia lo stesso Erodoto afferma di non credere troppo a questa diceria: egli afferma infatti che questi odiavano i tiranni e non volevano quindi un reinsediamento di Ippia.[180] In particolare, Erodoto adduce come prova la diceria secondo la quale gli Alcmeonidi avrebbero corrotto la Pizia per convincere gli Spartani a liberare Atene;[181] arriva anzi ad affermare che furono loro i veri liberatori di Atene.[182] Tuttavia, Erodoto afferma pure che non è possibile negare che i Persiani abbiano avuto un segnale.[183]

L'esercito spartano giunse a Maratona solo il giorno successivo,[36] dopo aver percorso i 220 km che separavano la loro città dalla piccola polis costiera in soli tre giorni: desideravano vedere i caduti dello scontro.[35] Gli Spartani, dopo aver avuto modo di visitare il campo di battaglia, convenirono nell'affermare come la vittoria ateniese fosse stata un vero trionfo.[35] I caduti nella battaglia presso Maratona vennero tumulati nel campo di battaglia, contrariamente agli usi ateniesi, in una tomba comune riportante il seguente epigramma composto da Simonide:

(GRC)
« Ἑλλήνων προμαχοῦντες Ἀθηναῖοι Μαραθῶνι
χρυσοφόρων Μήδων ἐστόρεσαν δύναμιν »
(IT)
« Gli Ateniesi, difensori degli Elleni, a Maratona
distrussero le forze dei Medi, d'oro vestiti »
(Epigramma di Simonide)

Contestualmente, Dario cominciava a radunare una seconda sterminata armata con la quale intendeva sottomettere la Grecia: tale piano fu rimandato a causa dell'insurrezione dell'Egitto, sottomesso in precedenza dall'imperatore Cambise II di Persia,[4] e ripreso da Serse, figlio del precedente, quando gli succedette al trono.[184] Serse domò la rivolta egizia e ricominciò i preparativi volti all'attuazione della campagna militare contro la polis di Atene e più in generale di tutta la Grecia.[185]

La seconda guerra persiana ebbe inizio nel 480 a.C. con la battaglia delle Termopili, segnata dalla gloriosa sconfitta degli opliti greci condotti da Leonida e con la battaglia di Capo Artemisio, che vide invece il confronto tra le due flotte.[186] Nonostante il tragico inizio, la guerra si concluderà con tre vittorie elleniche, rispettivamente a Salamina, a Platea e a Micale e con il trionfo dei Greci sull'invasore.[187] Particolare importanza avrà la già citata battaglia di Salamina, in quanto sarà l'inizio della riscossa greca contro il nemico.[188]

Significato[modifica | modifica sorgente]

Elmo corinzio con il teschio in esso trovatovi risalenti presumibilmente alla battaglia di Maratona, ora conservato al Royal Ontario Museum di Toronto.

La sconfitta di Maratona danneggiò solo marginalmente le risorse militari dell'impero achemenide. Al contrario, tale trionfo ebbe un enorme valore simbolico per le poleis greche: si era infatti trattato della prima sconfitta inferta dai singoli eserciti cittadini all'esercito persiano, la cui invincibilità era stata smentita. Inoltre, la vittoria dimostrò come fosse possibile difendere l'autonomia cittadina dal controllo achemenide.[189] La battaglia fu significativa per la formazione della giovane democrazia ateniese, della quale segna l'inizio dell'età d'oro: dimostra infatti come mediante la coesione cittadina sia possibile far fronte a problematiche anche molto gravose, come quelle legate a un'invasione.[190] Non è difficile estendere questa affermazione all'intera civiltà greca:

(EN)
« Their victory endowed the Greeks with a faith in their destiny that was to endure for three centuries, during which western culture was born »
(IT)
« La loro vittoria donò ai Greci una fiducia nel loro destino che durò per tre secoli, durante i quali è nata la cultura occidentale. »
(Tom Holland[191][192])

John Stuart Mill si espresse sostenendo come la battaglia di Maratona fosse stata più importante della Battaglia di Hastings per la storia dell'Inghilterra.[193] Il celebre drammaturgo ateniese Eschilo nell'epitafio che scrisse per sé considerò la partecipazione alla battaglia come l'impresa più importante della propria vita, tanto da oscurare in esso la sua stessa attività artistica:

(GRC)
« Αἰσχύλον Εὐφορίωνος Ἀθηναῖον τόδε κεύθει
μνῆμα καταφθίμενον πυροφόροιο Γέλας·
ἀλκὴν δ’ εὐδόκιμον Μαραθώνιον ἄλσος ἂν εἴποι
καὶ βαθυχαιτήεις Μῆδος ἐπιστάμενος »
(IT)
« Eschilo, figlio di Euforione, ateniese,
morto a Gela fertile di grano, questo monumento ricopre;
il bosco di Maratona potrebbe raccontare il suo glorioso valore
e il Medo dai lunghi capelli che ne ha fatto conoscenza. »
(Epitafio di Eschilo[194])

Sotto il profilo militare, la maggiore lezione che ci viene trasmessa dall'esperienza di Maratona riguarda l'importanza dello schieramento oplitico, fino ad allora visto come inferiore alla cavalleria. Tale schieramento, sviluppato dalle singole poleis greche durante le loro guerre intestine, non aveva infatti mostrato la sua importanza in precedenza, dato che gli eserciti cittadini combattevano secondo le stesse modalità e non si confrontavano quindi con uno schieramento che aveva un differente stile bellico, nel caso dei Persiani basato su armamenti più leggeri e fondante il suo successo sull'intervento degli arcieri.[167] La fanteria era infatti sì vulnerabile da parte della cavalleria nemica (come si dimostra dalla prudenza greca nella Battaglia di Platea), ma, se usata nelle giuste circostanze, si rivelava molto importante.[195]

La propaganda persiana per ovvi motivi non ammise la sconfitta, considerando anche che l'Impero si preparò subito ad un rivincita. In seguito all'incendio di Persepoli, avvenuto con la conquista della città da parte di Alessandro Magno, non ci sono rimaste testimonianze scritte contemporanee alla battaglia, tuttavia Dione Crisostomo, vissuto nel I secolo a.C., indica che secondo i Persiani lo scopo della spedizione era occupare Nasso ed Eretria e che solo un piccolo contingente si era scontrato in Attica con le popolazioni locali:[196] questa versione, pur contenendo buona parte di verità, resta comunque un versione politica di un avvenimento increscioso.[196]

Leggende correlate[modifica | modifica sorgente]

Statua di Pan, Musei capitolini, Roma.

Intervento di divinità nel conflitto[modifica | modifica sorgente]

La più celebre tra le leggende associate alla battaglia di Maratona è quella che riguarda il leggendario emerodromo Fidippide, che secondo quanto riportato da Luciano di Samosata annunciò agli Ateniesi la vittoria dopo aver corso per 40 km da Maratona ad Atene.

Si racconta pure che Fidippide avesse in precedenza raggiunto Sparta correndo a piedi per chiedere l'appoggio degli Spartiati nella battaglia: Erodoto riporta come Filippide avesse visitato il tempio di Pan durante tale viaggio o durante il ritorno.[48] Pan avrebbe domandato all'intimorito Filippide perché gli Ateniesi non lo onorassero e lui avrebbe risposto che da allora innanzi l'avrebbero fatto. Il dio, fiducioso della promessa fatta e comprendendo la buona fede del corridore, sarebbe poi comparso durante la battaglia, facendo cadere nel panico i Persiani. In seguito, venne dedicata a Pan un'ara sacra posta a nord dell'Acropoli, nella quale venivano realizzati annualmente sacrifici.[197]

Allo stesso modo, gli Ateniesi innalzarono sacrifici ad Artemide Cacciatrice (in greco antico ἀγροτέρας θυσία, traslitterato in agrotèras thysìa) durante un'apposita festività, memori di un voto fatto dalla città alla dea prima della battaglia nel quale i cittadini si impegnavano di immolarle un numero di capre pari a quello di Persiani uccisi in battaglia: essendo il numero troppo elevato, si decise di offrire 500 capre all'anno.[198][199][200] Senofonte riporta come tale usanza fosse viva anche nel periodo a lui contemporaneo, circa 90 anni dopo il conflitto.[201]

Intervento di eroi nel conflitto[modifica | modifica sorgente]

Plutarco menzione che gli Ateniesi dissero di aver visto il fantasma del mitico re Teseo durante la battaglia:[202] tale supposizione è sostenuta pure dalla sua raffigurazione nel dipinto murale della Stoà Pecile, nella quale combatte affiancato da altri eroi e dai dodici dei dell'Olimpo.[203] Secondo Nicholas Sekunda questa leggenda potrebbe essere frutto della propaganda fatta negli anni 460 a.C. da Cimone, figlio di Milziade.[204]

Pausania riporta che avrebbe partecipato alla battaglia anche un contadino dalle sembianze rozze, che sarebbe scomparso nel nulla dopo aver ucciso molti Persiani con un aratro; quando gli Ateniesi andarono a consultare in proposito l'oracolo di Delfi, Apollo rispose loro di venerare come un eroe Echetlo ("dal manico di aratro").[140]

Un'altra misteriosa presenza che avrebbe combattuto la battaglia di Maratona sarebbe stata, secondo Claudio Eliano, un cane appartenente a un militare ateniese, che l'aveva condotto con sé nell'accampamento: pure tale animale sarebbe riprodotto nel dipinto della Stoà Pecile.[205]

Epizelo[modifica | modifica sorgente]

Erodoto riferisce che durante la battaglia un ateniese chiamato Epizelo sia stato accecato in modo permanente senza essere stato ferito; Erodoto narra anche che Epizelo era solito raccontare di essere stato assalito da un oplita gigantesco, la cui barba copriva per intero il suo scudo, che gli era passato accanto e aveva ucciso il soldato di fianco a lui.[171]

Nonostante la responsabilità di tale fatto sia stata attribuita dallo storico a Marte, potrebbe trattarsi di un caso di disturbo post traumatico da stress:[204] tale spiegazione sarebbe concorde sia col racconto di Erodoto sia con un eccessivo livello di cortisone nel sangue del soldato di fronte ad una situazione obiettivamente stressante. L'eccesso di cortisone avrebbe portato al collasso dei capillari nella parte posteriore dell'occhio, e quindi ad una retinopatia sierosa centrale.[206]

La corsa della maratona[modifica | modifica sorgente]

La leggenda di Fidippide[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Fidippide.
Statua di Fidippide a Maratona.

Secondo quanto riferito da Erodoto un emerodromo ateniese di nome Fidippide fu mandato da Atene a Sparta per chiedere appoggio nel conflitto che stava per scoppiare, percorrendo una distanza superiore a 225 km e arrivando a Sparta il giorno successivo a quello della partenza.[207] Riguardo a questo viaggio furono fatte numerose osservazioni concernenti la fattibilità e le motivazioni del rifiuto spartano. Dopo la battaglia buona parte dell'esercito ateniese tornò in città percorrendo all'incirca 40 km, marciando sotto il peso dell'armatura: i soldati greci arrivarono in tempo per vedere che la flotta persiana, constatata la sconfitta, si stava allontanando, dopo aver tentato un attacco alla polis mediante una manovra di superamento delle file greche che prevedeva di doppiare capo Sunio via mare.[208]

Nella cultura popolare i due eventi cominciarono ad essere fusi l'uno con l'altro, dando vita a una versione leggendaria ma inaccurata della vicenda: infatti, è diffusa la credenza per la quale Fidippide sarebbe corso da Maratona sino ad Atene, avrebbe pronunciato la celebre frase "Abbiamo vinto" (in greco antico Νενικήκαμεν, traslitterato in Nenikèkamen) e sarebbe poi morto per lo sforzo. È tradizione attribuire la diffusione di tale leggenda ad Erodoto, nonostante sia possibile affermare come essa sia comparsa per la prima volta con Plutarco nell'opera Sulla gloria degli Ateniesi, composto durante il I secolo d.C.: l'autore sostiene di riprendere una frase di Eraclide Pontico e identifica il corridore con il nome di Eucle o, in alternativa, di Tersippo.[209] Luciano di Samosata, scrittore e retore di origine siriana vissuto durante il II secolo d.C., riporta la stessa leggenda, attestando però come il nome del corridore non fosse Eucle, bensì Filippide. Tale nome viene ripreso anche nella tradizione medievale, che lo preferisce a Fidippide, anche se quest'ultima dicitura è comunque la più diffusa nelle opere contemporanee.[210]

La maratona moderna[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Maratona (atletica leggera) e Giochi della I Olimpiade.
La maratona durante la Prima Olimpiade.

Verso la fine del XIX secolo si concretizzò l'idea di dare vita a dei nuovi Giochi olimpici: tale proposta venne avanzata da Pierre de Coubertin. Quando si cercò una manifestazione che potesse richiamare l'antica gloria della Grecia, la scelta cadde sulla corsa della maratona,[211] che era stata proposta da Michel Bréal. Anche il fondatore appoggiò tale scelta,[211] che vide la luce durante la prima olimpiade moderna, che si tenne ad Atene nel 1896. Nella necessità di stabilire una distanza standard da percorrere durante la gara, si decise di fare riferimento alla leggenda di Fidippide. I maratoneti dovettero perciò correre da Maratona allo stadio Panathinaikos di Atene (per una distanza di circa 40 chilometri), e la prima edizione venne vinta proprio da un greco, Spiridon Louis. L'evento divenne ben presto largamente popolare e molte città cominciarono ad organizzarne di annuali.[211] La distanza venne fissata ufficialmente a 42 chilometri e 195 metri successivamente, nel 1921.[211]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b Erodoto, op. cit., V, 105.
  2. ^ a b Holland, op. cit., pp. 47–55.
  3. ^ a b Holland, op. cit., pp. 58–62.
  4. ^ a b Holland, op. cit., p. 203.
  5. ^ Holland, op. cit., pp. 171–178.
  6. ^ a b c Holland, op. cit., pp. 154–157.
  7. ^ Erodoto, op. cit., V, 97.
  8. ^ a b c d Holland, op. cit., pp. 157–161.
  9. ^ Erodoto, op. cit., V, 65.
  10. ^ a b c Erodoto, op. cit., V, 96.
  11. ^ Holland, op. cit., pp. 131–132.
  12. ^ a b Holland, op. cit., pp. 133–136.
  13. ^ (EN) Richard M. Berthold, Dare To Struggle. The History and Society of Greece, iUniverse, 2009, pp. 81-94, ISBN 978-1-4401-6395-1.
  14. ^ Holland, op. cit., pp. 136–138.
  15. ^ a b Holland, op. cit., p. 142.
  16. ^ Erodoto, op. cit., V, 99.
  17. ^ Holland, op. cit., p. 160.
  18. ^ Holland, op. cit., p. 168.
  19. ^ Holland, op. cit., p. 176.
  20. ^ Erodoto, op. cit., VI, 31.
  21. ^ Erodoto, op. cit., VI, 33.
  22. ^ Holland, op. cit., pp. 177–178.
  23. ^ Erodoto, op. cit., VI, 44.
  24. ^ Erodoto, op. cit., VI, 94.
  25. ^ Fink, op. cit., pp. 3-4.
  26. ^ Fink, op. cit., pp. 5-10.
  27. ^ Fink, op. cit., pp. 10-11.
  28. ^ Fink, op. cit., p. 11.
  29. ^ Fink, op. cit., p. 5.
  30. ^ Fink, op. cit., pp. 118-120 e 209 (fonti).
  31. ^ Fink, op. cit., p. 120.
  32. ^ Fink, op. cit., pp. 11-13 e 192-193 (fonti).
  33. ^ a b (EN) D.W. Olson, The Moon and the Marathon, et al., 2004, pp. 34-41.
  34. ^ a b c Erodoto, op. cit., VI, 106.
  35. ^ a b c Erodoto, op. cit., VI, 120.
  36. ^ a b c Platone, Leggi, 698E.
  37. ^ Sekunda, op. cit., pp. 77 e 134-135.
  38. ^ Krentz, op. cit., pp. 215-216.
  39. ^ Fink, op. cit., p. 127.
  40. ^ a b Nepote, op. cit., Milziade, 5.
  41. ^ Pausania, op. cit., X, 20.
  42. ^ Plutarco, Moralia, op. cit., 305B.
  43. ^ Pausania, op. cit., IV, 25, 5.
  44. ^ Pausania, op. cit., X, 20, 2.
  45. ^ Giustino, op. cit., II, 9.
  46. ^ Erodoto, op. cit., IX, 28.
  47. ^ Fink, op. cit., p. 133 e 211 (fonti).
  48. ^ a b c d Holland, op. cit., pp. 187–190.
  49. ^ Lazenby, op. cit., p. 54.
  50. ^ Sekunda, op. cit., pp. 29-30.
  51. ^ a b Fink, op. cit., pp. 132-134 e 211 (fonti).
  52. ^ Krentz, op. cit., p. 124.
  53. ^ Pausania, op. cit., VII, 15, 7.
  54. ^ Fink, op. cit., p. 134 e 211 (fonti).
  55. ^ a b c Pausania, op. cit., I, 32, 3.
  56. ^ Sekunda, op. cit., pp. 28-29.
  57. ^ a b Fink, op. cit., p. 144.
  58. ^ Erodoto, op. cit., VI, 95.
  59. ^ Fink, op. cit., pp. 127-129 e 210-211 (fonti).
  60. ^ Fink, op. cit., pp. 130-132 e 211 (fonti).
  61. ^ Fink, op. cit., pp. 143-144.
  62. ^ Erodoto, op. cit., VI, 102.
  63. ^ Fink, op. cit., p. 124.
  64. ^ Fink, op. cit., p. 124-125 e 211 (fonti).
  65. ^ Fink, op. cit., pp. 124-126 e 211 (fonti).
  66. ^ Erodoto, op. cit., VI, 107.
  67. ^ Erodoto, op. cit., VI, 105.
  68. ^ Fink, op. cit., p. 139.
  69. ^ Fink, op. cit., pp. 139-142 e 212 (fonti).
  70. ^ Fink, op. cit., p. 142.
  71. ^ Fink, op. cit., pp. 138-139 e 212 (fonti).
  72. ^ Aristotele, Retorica, III, 10.
  73. ^ Demostene, Sulla falsa ambasciata, 303.
  74. ^ Fink, op. cit., p. 135 e 211 (fonti).
  75. ^ a b Nepote, op. cit., Milziade, 4.
  76. ^ a b Erodoto, op. cit., VI, 108.
  77. ^ Fink, op. cit., pp. 136-137 e 211 (fonti).
  78. ^ Erodoto, op. cit., VI, 103.
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  80. ^ a b c Erodoto, op. cit., VI, 110.
  81. ^ Lazenby, op. cit., pp. 57–59.
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  83. ^ a b Fink, op. cit., p. 144 e 212 (fonti).
  84. ^ a b Lazenby, op. cit., p. 56.
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Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti primarie
Fonti secondarie

Per un elenco di gran parte delle pubblicazioni in lingua inglese riguardanti la battaglia di Maratona negli anni 1850-2012 vedi Dennis L. Fink, The Battle of Marathon in Scholarship, pp. 217-226.

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