Prima guerra persiana

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Se riscontri problemi nella visualizzazione dei caratteri, clicca qui.
Prima guerra persiana
parte delle guerre persiane
Invasione persiana
Invasione persiana
Data 492 a.C. - 490 a.C.
Luogo Tracia, Macedonia, Cicladi, Eubea, Attica
Casus belli Espansione persiana
Esito Vittoria ateniese
Modifiche territoriali Conquista persiana della Tracia, delle Cicladi e della Macedonia.
Schieramenti
Atene
Platea
Sparta (ma non combatté)
Impero persiano
alleati
Comandanti
Callimaco di Afidna (Atene)
Milziade (Atene)
Arimnesto (Platea)
Dario I
Mardonio (492 a.C.)
Dati (490 a.C.)
Artaferne (490 a.C.)
Voci di guerre presenti su Wikipedia

La prima guerra persiana scoppiò nel 492 a.C. e si concluse con la vittoria ateniese nella battaglia di Maratona, nel 490 a.C. Il conflitto, formato da due spedizioni distinte, fu voluto dal re di Persia Dario I principalmente per punire Atene ed Eretria, che in precedenza avevano sostenuto le poleis dell'Ionia durante la rivolta contro il dominio persiano, suscitando in tal modo l'ira di Dario, che nel conflitto vide anche l'opportunità di estendere il suo dominio in Europa e di rendere sicura la frontiera occidentale del suo vasto impero.

Mediante la prima campagna, avvenuta nel 492 a.C., i Persiani sottomisero per la seconda volta la Tracia e costrinsero la Macedonia a diventare un regno vassallo della Persia. Tuttavia questa campagna venne interrotta dal naufragio della flotta persiana in una tempesta al largo del monte Athos. L'anno seguente Dario inviò dei messi in tutta la Grecia, chiedendo ai Greci di diventare suoi sudditi: quasi tutte le città accettarono questa offerta, ad eccezione di Atene e Sparta, che invece uccisero gli ambasciatori. Dal momento che Atene riproponeva un atto provocatorio nei suoi confronti e che Sparta gli aveva apertamente dichiarato guerra, Dario ordinò un'altra spedizione militare per l'anno successivo.

La seconda campagna, nel 490 a.C., fu comandata da Dati ed Artaferne. La spedizione si concentrò inizialmente sulla conquista delle isole Cicladi, che furono tutte annesse al regno di Persia. Raggiunta la terraferma, le truppe sbarcarono ad Eretria, che fu assediata e, dopo poco, conquistata; fu quindi rasa al suolo ed i suoi cittadini vennero ridotti in schiavitù. Infine l'esercito persiano si diresse verso l'Attica e sbarcò a Maratona, vicino ad Atene, dove fu gravemente sconfitto dal piccolo esercito schierato dalle poleis di Atene e Platea.

Questa sconfitta impedì il proseguimento della spedizione, costringendo i Persiani a tornare in Asia. La campagna persiana era tuttavia riuscita a centrare la maggior parte dei suoi obiettivi, punendo la maggior parte di coloro che avevano appoggiato i ribelli ioni e conquistando le isole del mar Egeo, che passò così sotto l'egemonia persiana. Data la brusca interruzione di questa spedizione, Dario ne preparò un'altra molto più grande per sottomettere definitivamente tutta la Grecia e per punire Atene e Sparta; questa spedizione però continuò ad essere rimandata a causa dello scoppio di insurrezioni a carattere locale all'interno dell'Impero achemenide e Dario nel frattempo morì di vecchiaia. Il compito di condurre la seconda guerra persiana fu quindi lasciato a suo figlio Serse I, che la attuò nel 480 a.C.

Fonti[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Erodoto.
Busto di Erodoto.

L'unica fonte primaria per la rivolta ionia è lo storico greco Erodoto.[1] Questi, chiamato anche con l'appellativo di "Padre della Storia",[2] nacque nel 484 a.C. ad Alicarnasso, città in quel tempo sottomessa al dominio persiano. Tra il 440 ed il 430 a.C. scrisse le Storie (in greco antico Ἰστορίαι), ricercando in questi scritti le origini delle guerre persiane, eventi appartenenti a un passato non molto distante rispetto a quell'epoca essendo terminate definitivamente nel 450 a.C.[3] L'approccio di Erodoto alla narrazione storica era del tutto nuovo, tanto da essergli riconosciuta la paternità della storiografia moderna.[3] Molti storici riconoscono l'importanza del suo operato: Tom Holland arriva a dire che "per la prima volta uno storico cercò di rintracciare le origini di un conflitto così vicino da non essere avvolto da circostanze favolose, dai capricci e desideri di qualche dio, dalla necessità del destino di un popolo, apportando spiegazioni da lui verificabili di persona".[3]

A partire da Tucidide, alcuni successivi storici antichi, pur seguendo la sua strada, criticarono il suo lavoro.[4][5] Tuttavia Tucidide stesso iniziò la propria opera da dove Erodoto aveva terminato la sua, ovvero in corrispondenza dell'assedio di Sesto: si può dedurre che presumibilmente riteneva la versione dei fatti data da Erodoto abbastanza accurata da non avere bisogno di essere riscritta o corretta.[5] Plutarco criticò Erodoto nella sua opera Sulla malignità di Erodoto, dove lo descrive come vicino alle posizioni dei Persiani (in greco antico φιλοβάρβαρος, "amico dei barbari") e non abbastanza filellenico, il che, però, potrebbe persino dimostrare l'imparzialità di Erodoto e del suo lavoro.[6] Fino al Rinascimento è stata tramandata una visione negativa di Erodoto, che comunque rimase un autore molto letto.[7] A partire dal XIX secolo lo storico venne tuttavia riabilitato grazie al ritrovamento di alcuni reperti archeologici che confermano la sua versione dei fatti.[8] Oggi si ritiene che Erodoto con la redazione delle sue Storie abbia fatto un notevole lavoro, nonostante alcuni dei dettagli specifici, in particolare i numeri delle truppe e le date, debbano essere considerati con scetticismo.[8] Nonostante tutto ci sono ancora molti storici che ritengono il racconto di Erodoto caratterizzato non solo da una connotazione antipersiana ma anche dall'aggiunta di particolari drammatici inseriti al fine di arricchire la narrazione.[9]

Anche lo storico siculo Diodoro, che scrisse nel I secolo a.C. la sua Bibliotheca historica, fornisce un racconto delle guerre persiane, derivato principalmente dal lavoro del precedente storico greco Eforo. La sua versione è abbastanza coerente con quella di Erodoto. Le guerre persiane sono inoltre descritte, meno dettagliatamente, da molti altri storici antichi come Plutarco e Ctesia di Cnido, e sono menzionate da altri autori, come il tragediografo Eschilo. Le scoperte archeologiche, come la colonna serpentina, supportano comunque la versione dei fatti data da Erodoto.[10]

Antefatti[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Rivolta ionia.

La prima guerra persiana trova la sua causa immediata nella rivolta ionia, pur essendo identificabile come il risultato anche di un lungo periodo di scontri tra i Greci ed i Persiani. Nel 500 a.C. l'Impero persiano era ancora relativamente giovane ed in fase di espansione, ma aveva già vissuto varie rivolte dei popoli da esso assoggettati.[11][12][13] Inoltre il re Dario I era considerato un usurpatore e per questo aveva passato molto tempo nell'estinguere le rivolte contro il suo potere.[14][15] Già prima della rivolta ionia Dario, sedate le rivolte interne, aveva cominciato ad espandere l'impero in Europa, conquistando la Tracia e costringendo la Macedonia a diventare sua alleata; tuttavia una futura espansione persiana nella Penisola Balcanica era inevitabile, vista anche la fragilità del mondo greco, diviso in tante poleis spesso in conflitto tra loro.[11][16] Però la rivolta ionia aveva minacciato direttamente l'integrità dell'impero persiano e l'indipendenza degli Stati della Grecia continentale, in particolare di Atene ed Eretria, rimaneva una potenziale minaccia per la sua stabilità futura: Dario prese così la decisione di invadere la Grecia per pacificarla e di punire le città di Atene ed Eretria.[17].[18][19]

La rivolta ionia era iniziata in seguito ad una fallimentare spedizione contro Nasso, per mezzo della quale il satrapo persiano Artaferne ed il tiranno di Mileto Aristagora avevano tentato di dimostrare il loro valore.[20] Dopo la sconfitta dei persiani, Artaferne decise di rimuovere Aristagora dal potere, ma prima che potesse farlo Aristagora abdicò e proclamò la nascita della democrazia nella sua polis.[20] Le altre città dell'Ionia, che non attendevano altro che una ribellione, espulsero i tiranni nominati dai Persiani che le governavano e si dichiararono democrazie.[20][21] Allora Artistagora richiese agli stati della Grecia continentale un supporto militare, ma solamente Atene ed Eretria inviarono ai ribelli delle truppe.[22]

Bassorilievo proveniente da Persepoli raffigurante dei sudditi intenti a portare dei doni al sovrano persiano.

Il coinvolgimento di Atene nella rivolta ionia è la conseguenza di una complessa serie di circostanze, che cominciano con l'istituzione della democrazia ad Atene alla fine del VI secolo a.C.[22] Nel 510 a.C. gli Ateniesi, appoggiati dal re di Sparta Cleomene I, cacciarono Ippia, il tiranno di Atene, subentrato al padre Pisistrato.[23] Ippia fuggì a Sardi, presso la corte del satrapo persiano Artaferne, promettendo ai Persiani il controllo su Atene se quelli lo avessero aiutato a risalire al potere.[24] Nel frattempo Cleomene stava instaurando ad Atene una tirannia filospartana con Isagora, in opposizione a Clistene, il capo della potente famiglia alcmeonide, che si considerava la legittima famiglia per il governo della città.[25] Con un gesto quasi azzardato, Clistene propose al popolo di stabilire una democrazia, suscitando un grande timore fra gli aristocratici. Non sono chiari i motivi per cui Clistene propose una riforma così radicale, che avrebbe messo in pericolo anche il potere della sua famiglia: forse si accorse che il governo aristocratico stava tramontando inesorabilmente; sicuramente voleva impedire con ogni mezzo possibile che Atene diventasse un burattino di Sparta.[25] Tuttavia, in risposta a questa proposta, Clistene e la sua famiglia furono esiliati da Atene da Isagora. Però il popolo, infiammato dall'idea di democrazia, colse il momento opportuno ed espulse Isagora e Cleomene.[26] Nel 507 a.C. Clistene poté tornare ad Atene, dove si dedicò alla creazione di un governo democratico. L'istituzione della democrazia rivoluzionò Atene, tanto che da allora in poi divenne una delle città più importanti città della Grecia.[26] La ritrovata libertà e l'autogoverno degli Ateniesi resero i cittadini incredibilmente ostili al ritorno della tirannide di Ippia o di qualsiasi altra forma di sottomissione dal di fuori, che si trattasse di Sparta, della Persia o di chiunque altro.[26]

Cleomene, ovviamente, marciò su Atene con l'esercito spartano per ristabilire il suo ordine.[27] I tentativi di Cleomene di ripristinare Isagora ad Atene si conclusero con un nulla di fatto, ma, temendo il peggio, gli Ateniesi avevano inviato ancora prima della fine di questi fatti un'ambascieria ad Artaferne per chiedere aiuto all'impero persiano.[28] Il satrapo esigette dagli Ateniesi un dono di "terra e acqua", che rappresentavano un tradizionale segno di sottomissione, e tutti gli ambasciatori Ateniesi acconsentirono a questa richiesta.[28] Tuttavia, tornati ad Atene, vennero fortemente criticati per questo.[28] Poco dopo Cleomene organizzò un complotto per restaurare Ippia al governo di Atene. Questo tentativo non riuscì ed Ippia tornò nuovamente a Sardi e cercò di convincere i Persiani ad attaccare Atene.[24] Gli Ateniesi inviarono altri ambasciatori per cercare di dissuadere Artaferne da ciò, ma questo si limitò ad imporre loro di accettare Ippia come tiranno.[22] Naturalmente gli Ateniesi si rifiutarono e dichiararono apertamente guerra alla Persia.[24] Essendo già nemici della Persia, gli Ateniesi poterono sostenere le città dell'Ionia nella loro rivolta.[22] Senza dubbio ciò che coinvolse Atene nella rivolta fu il fatto che le città ionie si ispirarono alla sua struttura nell'istituzione della democrazia; inoltre bisogna ricordare che, probabilmente, tali città erano in origine colonie ateniesi.[22]

Anche la città di Eretria mandò delle truppe agli Ioni per ragioni che non sono del tutto chiare. Forse un fattore furono i traffici commerciali: l'economia di Eretria era basata sul commercio e tale attività era seriamente minacciata dalla dominazione persiana del mar Egeo.[22] Erodoto scrive che gli Eretriesi sostennero la rivolta per ricambiare l'aiuto che i Milesi avevano dato a loro in una precedente guerra contro Calcide.[29]

Gli Ateniesi e gli Eretriesi inviarono complessivamente 25 triremi in Asia Minore.[30] Là l'esercito greco sorprese e sconfisse Artaferne, quindi marciò su Sardi ed incendiò la città bassa.[31] Però questo fu il massimo che i Greci poterono ottenere, e furono poi cacciati ed inseguiti dalla cavalleria persiana fino sulla costa, subendo gravi perdite. Nonostante il fatto che le loro azioni furono prive di conseguenze, gli Eretriesi e, in particolare, gli Ateniesi si attirarono l'inimicizia perpetua di Dario, che promise di punire entrambe le città.[32] La vittoria navale persiana nella battaglia di Lade, del 494 a.C., pose fine definitivamente alla rivolta ionia, ed entro il 493 a.C. la flotta achemenide riconquistò tutte le ultime roccaforti dei ribelli.[33] La rivolta fu utilizzata da Dario come pretesto per estendere l'impero fino alle isole del Mar Egeo orientale[34] e alla Propontide, che precedentemente non appartenevano ai domini persiani.[35] La pacificazione dell'Ionia permise ai Persiani di avviare il loro programma futuro, che consisteva nell'estinguere la minaccia per l'impero costituita dalla Grecia e nel punire Atene ed Eretria.[36]

L'invasione della Grecia[modifica | modifica sorgente]

La spedizione di Mardonio (492 a.C.)[modifica | modifica sorgente]

Nella primavera del 492 a.C. il generale persiano Mardonio, genero del Gran Re Dario, fu messo a capo di una spedizione militare composta da una flotta e da un esercito terrestre.[37] L'obiettivo finale della spedizione era quello di punire Atene ed Eretria, oltre che di sottomettere il maggior numero possibile di città greche.[37][38] L'esercito terrestre partì dalla Cilicia verso l'Ellesponto, mentre la flotta, con a bordo Mardonio,[37] navigò vicino alle coste dell'Asia Minore, dove sostituì i tiranni della zona con regimi democratici, fatto quasi paradossale se si considera che la scintilla della rivolta ionia furono proprio le democrazie.[37]

L'esercito marciò poi attraverso la Tracia, che sottomise nuovamente poiché, conquistata nel 512 a.C. da Dario nella campagna contro gli Sciti, si era nel frattempo ribellata ai Persiani.[39] Quindi passò in Macedonia, regno che da semplice alleato persiano divenne un regno sottoposto all'Impero.[38]

Contemporaneamente la flotta si diresse verso l'isola di Taso e la sottomise,[38] per poi cercare di circumnavigare il promontorio del monte Athos, nella penisola Calcidica.[38] Tuttavia, la flotta incappò in una terribile tempesta che distrusse, secondo Erodoto, 300 navi e uccise 20.000 uomini.[38]

Intanto la spedizione terrestre, accampata in Macedonia, subì gravi perdite per l'attacco notturno dei Brigi, una tribù tracia locale, che uccisero molti soldati e ferirono lo stesso Mardonio,[40] anche se, alla fine, furono respinti e sottomessi. Mardonio, vedendo la sconfitta del proprio esercito, ritornò in Ellesponto, mentre i resti della flotta ripararono in Asia.[40] Anche se questa campagna finì con una ritirata, i Greci intesero le vere intenzioni di Dario nei loro confronti.[41]

Il tentativo diplomatico[modifica | modifica sorgente]

Tempio di Afaia ad Egina.

Vista la disfatta militare dell'anno prima, nel 491 a.C. il Gran Re Dario inviò ambasciatori in tutte le poleis greche, chiedendo la loro sottomissione tramite la formula usuale di "terra e acqua".[42] La maggior parte delle città-stato accettò il compromesso, temendo l'ira di Dario. La polis di Atene, invece, rifiutò di sottostare all'Impero Persiano e processò e giustiziò gli ambasciatori, mentre a Sparta essi furono semplicemente gettati in un pozzo.[41] Questi due avvenimenti sancirono una specie di alleanza tra le due poleis storicamente rivali, che si unirono per contrastare l'avanzata persiana nella penisola Balcanica.[41]

Tuttavia nacque a Sparta un certo scompiglio dovuto a cause interne. I cittadini di Egina avevano accettato l'offerta degli ambasciatori persiani; tale decisione preoccupò molto gli Ateniesi, turbati dalla possibilità che i Persiani potessero utilizzare Egina come base navale, e chiesero aiuto a Sparta.[43] Il re Cleomene I si recò ad Egina per persuadere personalmente la cittadinanza a non cedere alle pressioni persiane, ma gli stessi abitanti si rivolsero all'altro re spartano, Demarato, che sostenne la posizione di Egina.[44] Dopo questo scontro di opinioni tra i due re, a Sparta scoppiò il caos. Cleomene dichiarò illegittimo il potere di Demarato grazie all'aiuto della Pizia di Delfi, da lui corrotta; così Demarato fu sostituito da suo cugino Leoticida, della stessa opinione di Cleomene. Di fronte alle ripetute richieste dei due re spartani, gli abitanti di Egina capitolarono e consegnarono alcuni ostaggi agli Ateniesi come garanzia della loro fedeltà.[45] Tuttavia l'assemblea di Sparta venne a conoscenza della corruzione della Pizia di Delfi da parte di Cleomene, che fu espulso dalla città.[46] In seguito alla sua cacciata, Cleomene persuase le città settentrionali del Peloponneso ad aderire alla sua causa. A questo punto gli Spartani riammisero tra loro Cleomene che poté rientrare in città;[43] egli però fu considerato pazzo e venne condannato alla prigione, dove morì il giorno seguente al suo arresto.[43] A Cleomene successe il fratellastro Leonida I.

La campagna di Dati e Artaferne[modifica | modifica sorgente]

Approfittando del caos generatosi a Sparta, che di fatto lasciò Atene isolata, Dario decise di lanciare una nuova spedizione per punire finalmente Atene ed Eretria.[47] Dopo aver radunato l'esercito nella città di Susa, mise al comando della spedizione i generali Artaferne, che aveva già partecipato alla soppressione dei moti ionici, e Dati. In seguito l'esercito marciò in Cilicia dove, nel frattempo, era stata raccolta una flotta.[47]

Entità dell'esercito persiano[modifica | modifica sorgente]

Secondo Erodoto la flotta persiana poteva contare su 600 triremi.[48] Non vi è alcuna indicazione nelle fonti storiche di quante navi da trasporto le accompagnassero: Erodoto si limita a dire che 3 000 di queste fossero al fianco di 1 207 triremi nella seconda invasione persiana della Grecia.[49] Tra gli storici moderni, c'è chi ha accettato questa stima, mentre altri sostengono che le navi fossero 600 in tutto, incluse anche quelle da carico,[50][51] o che, in aggiunta, ci fossero anche delle navi per il trasporto dei cavalli.[52] Ci sono invece dei dubbi sull'entità dell'esercito: Erodoto non ne rivela il numero preciso, limitandosi a dire che era dotato di una grande e poderosa fanteria;[53] Simonide, quasi contemporaneo agli eventi, racconta che l'esercito di Artaferne e di Dati superava le 200 000 unità; lo storico romano Cornelio Nepote afferma che i Persiani potevano contare su 200 000 fanti e 10 000 cavalieri;[54] Plutarco e Pausania il Periegeta dichiarano che i Persiani erano 300 000, come anche il dizionario Suda;[55][56][57] Platone e Lisia parlano di 500 000 uomini, mentre Marco Giuniano Giustino fa menzione di 500 000 soldati.[58][59][60] Gli storici moderni generalmente respingono questi dati, considerandoli esagerazioni.[52] La stima del numero esatto delle truppe si può fare calcolando il totale dei marinai trasportati dalle 600 triremi persiane. Erodoto sostiene che ogni trireme poteva trasportare al massimo 44 marinai.[61] Così, 600 triremi avrebbero potuto facilmente accogliere tra le 18 000 e le 26 000 unità di fanteria.[52][62] I numeri proposti per la fanteria di terra persiana oscillano invece tra le 18 000 e le 100 000 unità.[50][51][63][64][65] Tuttavia, il numero esatto dovrebbe essere intorno alle 25.000 unità.[52][64]

La fanteria persiana utilizzata durante l'invasione era probabilmente un gruppo eterogeneo arruolato in tutte le parti dell'impero. Tuttavia, secondo Erodoto, c'era una coesione nel tipo di armatura e nello stile di combattimento.[66] Le truppe erano, in generale, armato di arco, lancia corta e spada, portavano uno scudo di vimini ed indossavano talvolta un giustacuore di pelle.[66][67] L'unica eccezione poteva essere rappresentata dalle truppe etniche persiane, che avrebbero potuto indossare un'armatura a scaglie.[66] Anche alcuni altri contingenti erano probabilmente armati in un modo diverso;[66] ad esempio, i Saka erano degli abili guerrieri con l'ascia.[68] I contingenti elitari della fanteria persiana erano le truppe etniche, medie, cissiane e Saka;[66] Erodoto menziona esplicitamente la presenza di Persiani e Saka a Maratona.[69] La tattica di combattimento utilizzata dai Persiani consisteva probabilmente nello stare lontani dal nemico e nel logorarlo con l'arco, o comunque con le armi da lancio, prima di dargli il colpo di grazia con lo scontro frontale.[66]

Le stime per la cavalleria si aggirano tra le 1 000 e 3 000 unità.[52][70] La cavalleria persiana era solitamente costituita dalle truppe etniche persiane, dai Battriani, Medi, Cissiani e Saka; la maggior parte di questi probabilmente combatté come cavalleria leggera.[66][71] La flotta doveva essere per forza affiancata da un numero di navi da carico, dal momento che la cavalleria fu trasportata per mare ed è improbabile quello che dice Erodoto al riguardo, cioè che fu ospitata nelle triremi. Lazenby presume che le navi necessarie per portare 1 000 cavalieri fossero dalle 30 alle 40.[52]

Lindo[modifica | modifica sorgente]

Una volta preparata la flotta, i Persiani salparono dalla Cilicia verso l'isola di Rodi. Una cronaca del tempio di Lindo ricorda che Lindo, dove si erano rifugiati anche molti abitanti dell'isola, fu la prima città assediata da Dati durante la spedizione verso la Grecia; la cronaca racconta che i Lindii, sul punto di arrendersi per mancanza d'acqua, furono convinti da un magistrato, che diceva di essere stato visitato nel sonno da Atena, a chiedere ai Persiani una tregua per cinque giorni (il tempo per il quale sarebbero durate le loro riserve d'acqua), dato che Atena aveva promesso di chiedere l'intercessione di Zeus per procurare loro dell'acqua. Secondo la cronaca Dati si mise a ridere per la richiesta, ma il giorno dopo, vedendo che i Lindii avevano ricevuto acqua sufficiente grazie ad un temporale verificatosi sull'acropoli, inviò delle offerte alla dea e molti doni a loro; strinse poi un'alleanza coi Lindii dicendo: "questi uomini sono protetti dagli dei".[72]

Nasso[modifica | modifica sorgente]

La flotta poi si spostò a nord, lungo la costa dell'Ionia, verso Samo, ma virò bruscamente a ovest, addentrandosi nel mar Egeo.[73] La flotta giunse a Nasso per punire i suoi abitanti per la loro resistenza alla spedizione persiana di dieci anni prima.[73] Molti degli abitanti si rifugiarono sulle montagne e quelli che furono catturati furono ridotti in schiavitù.[74] Quindi i Persiani incendiarono la città ed i templi.[74]

Le Cicladi[modifica | modifica sorgente]

Le rovine del tempio di Apollo a Delo.

La flotta persiana si avvicinò allora a Delo, facendo fuggire gli abitanti di quell'isola.[75] Avendo già dimostrato la potenza persiana con l'episodio di Nasso, Dati voleva mostrare alle isole la sua clemenza, a condizione che fossero gli isolani stessi a sottomettersi ai Persiani.[73] Mandò un messo all'isola di Delo, che disse:

« Santi uomini, perché siete fuggiti, ed avete così mal interpretato il mio arrivo? È mio desiderio, e comando stesso del re, di non fare del male alla terra dove sono nate due divinità, né alla terra, né ai suoi abitanti. Così tornate ora alle vostre case e rimanete sulla vostra isola »
(Erodoto, op. cit., VI, 97.)

Dati poi offrì in sacrificio 300 talenti d'incenso nel tempio di Apollo a Delo per mostrare il suo rispetto verso uno degli dei dell'isola. La flotta continuò per tutto il resto del mar Egeo con questa strategia, sulla strada per Eretria, catturando ostaggi e ricevendo truppe da ogni isola.[73]

Karystos[modifica | modifica sorgente]

I Persiani giunsero al largo della punta meridionale dell'Eubea, a Karystos. I suoi cittadini si rifiutarono di fornire degli ostaggi ai Persiani, così furono assediati e la loro terra fu devastata, finché non si arresero ai Persiani.[76]

L'assedio di Eretria[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Assedio di Eretria.

La flotta circumnavigò l'isola di Eubea fino ad arrivare alla polis di Eretria, primo obiettivo persiano.[77] Secondo Erodoto, gli Eretriesi erano divisi tra loro: alcuni avrebbero preferito fuggire sulle alture, altri intendevano resistere e difendere la città, altri ancora volevano arrendersi ai Persiani.[77] La maggioranza dei cittadini decise di rimanere in città.[78] Gli Eretriesi non tentarono minimamente di ostacolare lo sbarco o l'avanzata dei Persiani: semplicemente lasciarono che i nemici gli assediassero.[78] Per sei giorni gli Eretriesi resistettero ai Persiani, che subirono alcune perdite,[78] ma il settimo giorno due Eretriesi aprirono i le porte e consegnarono la città ai nemici.[78] La città fu rasa al suolo e furono saccheggiati e bruciati i templi e i santuari. Inoltre, per ordine di Dario, tutti gli abitanti sopravvissuti vennero ridotti in schiavitù.[78]

La battaglia di Maratona[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Maratona.
Ipotesi con schieramenti paralleli al mare: prima fase della battaglia.
Ipotesi con schieramenti paralleli al mare: seconda fase della battaglia.

Successivamente la flotta persiana navigò verso sud, lungo la costa dell'Attica, per poi sbarcare nella baia di Maratona, a circa 42 km da Atene, su consiglio di Ippia, figlio dell'ex tiranno di Atene Pisistrato e ora alla corte persiana.[79] Gli Ateniesi, uniti ad una piccola forza della polis di Platea, marciarono verso Maratona e riuscirono a bloccare le due uscite dalla piana di Maratona.[80] Allo stesso tempo, l'assemblea di Atene inviò a Sparta l'emerodromo Fidippide (o Filippide), il più grande del suo tempo, per chiedere aiuto all'esercito spartano.[80] Fidippide arrivò nella polis durante le Carnee, un periodo di pace sacrosanta, e fu informato che l'esercito spartano non avrebbe potuto marciare in guerra fino al primo plenilunio dopo la festività religiosa e che, quindi, Atene avrebbe dovuto aspettare dieci giorni.[81] Dopo esserne venuti a conoscenza, gli Ateniesi, insieme a un piccolo contingente di opliti di Platea, decisero di resistere a Maratona.[80]

Seguì una situazione di stallo che durò cinque giorni finché gli Ateniesi, per ragioni ancora oscure, decisero di attaccare i Persiani.[82] Nonostante la superiorità numerica dei nemici, la falange oplitica greca, formata dalla fanteria ateniese si dimostrò straordinariamente efficace: gli Ateniesi attaccarono frontalmente l'esercito persiano, che sfondò la parte centrale dello schieramento greco ma non riuscì a sconfiggerla; intanto le ali dell'esercito persiano erano state sopraffatte e fuggivano verso le navi.[67] Le ali destra e sinistra dell'esercito greco bloccarono la via di fuga diretta alle navi e, insieme alla parte centrale dell'esercito greco, premevano contro le linee persiane; sotto questa pressione l'esercito di Dati si sfaldò e si diresse verso le navi, che salparono immediatamente. Erodoto afferma che ci furono 6.400 caduti tra le file persiane[83] contro soli 192 degli Ateniesi[83] e 11 di Platea.[84]

Nel periodo immediatamente successivo alla battaglia, Erodoto sostiene che la flotta persiana circumnavigò Capo Sunio cercando di attaccare direttamente Atene,[85] anche se alcuni storici moderni tendono a collocare questo tentativo poco prima della battaglia.[86] In entrambi i casi, gli Ateniesi si resero conto che la loro città era ancora sotto minaccia persiana, e marciarono il più rapidamente possibile verso Atene;[87] gli Ateniesi arrivarono ad Atene in tempo per evitare che i Persiani sbarcassero. Vedendo che lo sbarco a sorpresa era fallito, i Persiani tornarono sconfitti in Asia Minore.[87] Il giorno successivo alla battaglia l'esercito spartano giunse ad Atene, coprendo i 220 km che separano Sparta e Atene in soli tre giorni; gli Spartani, visitando il campo di battaglia a Maratona, convennero che gli Ateniesi avevano ottenuto una grande vittoria.[88]

Conseguenze[modifica | modifica sorgente]

L'Impero Persiano sotto gli Achemenidi.

La sconfitta a Maratona pose momentaneamente fine ai tentativi di invasione persiana della Grecia. Tuttavia, la Tracia e le Cicladi erano state annesse all'impero persiano, mentre la Macedonia era ancora un vassallo persiano. Dario aveva ancora intenzione di invadere e di conquistare la Grecia, per rendere sicura la parte occidentale del suo impero.[89] Inoltre, Atene rimase impunita nonostante il ruolo ricoperto nella rivolta ionia e, al pari di Sparta, non conobbe conseguenze per il trattamento che aveva riservato agli ambasciatori persiani.[90]

Dario stava cominciando nuovamente a organizzare un enorme esercito con cui intendeva sottomettere completamente la Grecia; tuttavia, nel 486 a.C., i suoi sudditi egiziani si ribellarono, rimandando a tempo indeterminato ogni spedizione contro le poleis greche.[90] Dario morì mentre si preparava a marciare verso l'Egitto e il trono di Persia passò a suo figlio Serse I.[91] Serse soffocò la rivolta egiziana e cominciò a progettare una nuova invasione della Grecia.[92] Questa spedizione fu finalmente pronta nel 480 a.C., anno in cui iniziò la seconda guerra persiana, sotto il comando dello stesso Serse.[93]

Importanza[modifica | modifica sorgente]

Per i Persiani le due spedizioni contro la Grecia furono assolutamente positive; nuovi territori furono aggiunti all'impero e la polis di Eretria venne punita.[90] Una lieve battuta d'arresto fu rappresentata dalla sconfitta subita a Maratona, che tuttavia non aveva intaccato in modo considerevole le enormi risorse dell'Impero Persiano.[94] Eppure, per i Greci, quella di Maratona fu una vittoria estremamente significativa, dal momento che essi non erano mai riusciti a battere in battaglia i persiani prima d'allora.[95]

La vittoria di Maratona rappresentò un momento fondamentale per la recente democrazia ateniese e mostrò i risultati che potevano essere ottenuti attraverso l'unità e la fiducia in sé stessi; questo scontro segnò l'inizio dell'età d'oro di Atene.[96] Ciò poté essere applicato anche a tutta la Grecia: "la vittoria dotò i Greci di una fiducia in sé stessi che rimase per tre secoli, durante i quali si sviluppò la cultura occidentale".[3][97] Secondo John Stuart Mill "la battaglia di Maratona, anche come evento della storia britannica, è più importante della battaglia di Hastings".[98]

Militarmente questa guerra evidenziò il potenziale della falange oplitica. Questo stile di combattimento si era sviluppato durante le numerose guerre tra i Greci; poiché ogni città-stato combatteva allo stesso modo, i vantaggi e gli svantaggi di questo metodo non erano evidenti ai Greci.[99] La battaglia di Maratona fu la prima volta che una falange batteva delle truppe armate alla leggera, mostrò quanto potessero essere devastanti gli opliti in battaglia.[99] La formazione oplitica era sì vulnerabile alla cavalleria, ma, utilizzata nelle giuste circostanze, era molto efficace.[100] I Persiani, però, non fecero tesoro della lezione a loro impartita a Maratona. La composizione della fanteria durante la seconda guerra persiana era pressoché identica a quella della prima, nonostante i Persiani avessero grande disponibilità di opliti e altri tipi di fanteria pesante nelle terre da loro dominate.[101] Avendo già precedentemente vinto combattimenti contro gli opliti, i Persiani considerarono Maratona semplicemente come un'eccezione.[101]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Fine, op. cit., pp. 269–277.
  2. ^ Cicerone, op. cit., I, 5.
  3. ^ a b c d Holland, op. cit., pp. XVI–XVII.
  4. ^ Tucidide, op. cit., I, 22.
  5. ^ a b (EN) Moses Finley, Introduction in Thucydides – History of the Peloponnesian War, Penguin, 1972, p. 15. ISBN 0-14-044039-9.
  6. ^ Holland, op. cit., p. XXIV.
  7. ^ (EN) David Pipes, Herodotus: Father of History, Father of Lies in Student Historical Journal, vol. 30, Loyola University New Orleans, 2004. (archiviato dall'url originale il 27 dicembre 2007).
  8. ^ a b Holland, op. cit., p. 377.
  9. ^ (EN) D. Fehling, Herodotus and His "Sources": Citation, Invention, and Narrative Art, Francis Cairns, 1989, pp. 1-277.
  10. ^ Erodoto, op. cit., IX, 81.
  11. ^ a b Krentz, op. cit., pp. 33-46.
  12. ^ Holland, op. cit., pp. 58–62.
  13. ^ Holland, op. cit., p. 203.
  14. ^ Krentz, op. cit., pp. 46-47.
  15. ^ Holland, op. cit., pp. 47–55.
  16. ^ Fine, op. cit., p. 276.
  17. ^ Krentz, op. cit., pp. 81-99.
  18. ^ Holland, op. cit., pp. 171–178.
  19. ^ Erodoto, op. cit., V, 105.
  20. ^ a b c Holland, op. cit., p. 154–157.
  21. ^ Erodoto, op. cit., V, 97.
  22. ^ a b c d e f Holland, op. cit., pp. 157–161.
  23. ^ Erodoto, op. cit., V, 65.
  24. ^ a b c Erodoto, op. cit., V, 96.
  25. ^ a b Holland, op. cit., pp. 131–132.
  26. ^ a b c Holland, op. cit., pp. 133–136.
  27. ^ Holland, op. cit., p. 136–138.
  28. ^ a b c Holland, op. cit., p. 142.
  29. ^ Erodoto, op. cit., V, 98.
  30. ^ Erodoto, op. cit., V, 99.
  31. ^ Holland, op. cit., p. 160.
  32. ^ Holland, op. cit., p. 168.
  33. ^ Holland, op. cit., p. 176.
  34. ^ Erodoto, op. cit., VI, 31.
  35. ^ Erodoto, op. cit., VI, 33.
  36. ^ Holland, op. cit., p. 177–178.
  37. ^ a b c d Erodoto, op. cit., VI, 43.
  38. ^ a b c d e Erodoto, op. cit., VI, 44.
  39. ^ Holland, op. cit., p. 153.
  40. ^ a b Erodoto, op. cit., VI, 45.
  41. ^ a b c Holland, op. cit., pp. 178–179.
  42. ^ Erodoto, op. cit., VI, 48.
  43. ^ a b c Holland, op. cit., pp. 179–181.
  44. ^ Erodoto, op. cit., VI, 49.
  45. ^ Erodoto, op. cit., VI, 73.
  46. ^ Erodoto, op. cit., VI, 74.
  47. ^ a b Holland, op. cit., pp. 181–183.
  48. ^ Erodoto, op. cit., VI, 95.
  49. ^ Erodoto, op. cit., VII, 97.
  50. ^ a b (EN) Livio C. Stecchini, The Persian Wars, Iran Chamber Society. URL consultato il 19 aprile 2014.
  51. ^ a b (EN) Peter Green, The Greco-Persian Wars, University of California Press, 1996, p. 90. ISBN 0-520-20313-5.
  52. ^ a b c d e f Lazenby, op. cit., p. 46.
  53. ^ Erodoto, op. cit., VI 94.
  54. ^ Nepote, op. cit., IV.
  55. ^ Plutarco, Moralia, op. cit., 305B.
  56. ^ Pausania, op. cit., IV, 22.
  57. ^ Suda, op. cit., Hippias.
  58. ^ Platone, op. cit., 240.
  59. ^ Lisia, Orazione funebre, 21.
  60. ^ Giustino, op. cit., II, 9.
  61. ^ Erodoto, op. cit., VII, 184.
  62. ^ (EL) M. Kampouris, Η Μάχη του Μαραθώνα, το λυκαυγές της κλασσικής Ελλάδος: Πόλεμος και ιστορία, n. 26, Communications Editions, gennaio 2000.
  63. ^ (EN) Paul Davis, 100 Decisive Battles, Oxford University Press, 1999, pp. 9-13. ISBN 1-57607-075-1.
  64. ^ a b Holland, op. cit., p. 390.
  65. ^ (EN) Alan Lloyd, Marathon: The Crucial Battle That Created Western Democracy, Souvenir Press, 2004, p. 164. ISBN 0-285-63688-X.
  66. ^ a b c d e f g Lazenby, op. cit., pp. 23-29.
  67. ^ a b Holland, op. cit., pp. 195-197.
  68. ^ Holland, op. cit., pp. 17–18.
  69. ^ Erodoto, op. cit., VI, 113.
  70. ^ (EL) Ιστορία του Ελληνικού Έθνους, B, Atene, Εκδοτική Αθηνών, 1971. ISBN 960-213-097-0.
  71. ^ Lazenby, op. cit., p. 232.
  72. ^ Sekunda, op. cit., pp. 45-47.
  73. ^ a b c d Holland, op. cit., pp. 183–186.
  74. ^ a b Erodoto, op. cit., VI, 96.
  75. ^ Erodoto, op. cit., VI, 97.
  76. ^ Erodoto, op. cit., VI, 99.
  77. ^ a b Erodoto, op. cit., VI, 100.
  78. ^ a b c d e Erodoto, op. cit., VI, 101.
  79. ^ Erodoto, op. cit., VI, 102.
  80. ^ a b c Holland, op. cit., pp. 187-190.
  81. ^ Erodoto, op. cit., VI, 105.
  82. ^ Lazenby, op. cit., pp. 59–62.
  83. ^ a b Erodoto, op. cit., VI, 117.
  84. ^ (EN) Janice Siegel, Dr. J's Illustrated Persian Wars, Hampden–Sydney College, 2 agosto 2005. URL consultato il 19 aprile 2014.
  85. ^ Erodoto, op. cit., VI, 115.
  86. ^ Holland, op. cit., pp. 191-194.
  87. ^ a b Erodoto, op. cit., VI, 116.
  88. ^ Erodoto, op. cit., VI, 120.
  89. ^ Holland, op. cit., p. 177.
  90. ^ a b c Holland, op. cit., pp. 202-203.
  91. ^ Holland, op. cit., pp. 206-208.
  92. ^ Holland, op. cit., pp. 208-211.
  93. ^ Holland, op. cit., pp. 240-244.
  94. ^ Holland, op. cit., p. 200.
  95. ^ Holland, op. cit., p. 201.
  96. ^ Holland, op. cit., p. 138.
  97. ^ (EN) J.F.C. Fuller, A Military History of the Western World, Funk & Wagnalls, 1954, pp. 11-32.
  98. ^ (EN) J. Powell, et al., Biographical Dictionary of Literary Influences: The Nineteenth Century, 1800-1914, Greenwood Publishing Group, 2001. ISBN 978-0-313-30422-4.
  99. ^ a b Holland, op. cit., pp. 194-197.
  100. ^ Holland, op. cit., pp. 344-352.
  101. ^ a b Lazenby, op. cit., p. 28.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti primarie
Fonti secondarie

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]