Il Decameron

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Il Decameron
Il Decameron.png
Il Decameron (dalla novella di comare Gemmata)
Titolo originale Il Decameron
Paese di produzione Italia, Francia, Germania Ovest
Anno 1971
Durata 110 min
Colore colore
Audio sonoro
Genere commedia
Regia Pier Paolo Pasolini
Soggetto Decameron di Giovanni Boccaccio
Sceneggiatura Pier Paolo Pasolini
Produttore Franco Rossellini
Casa di produzione PEA Produzione Europee Associate, Les Productions Artistes Associés, Artemis Film
Fotografia Tonino Delli Colli
Montaggio Nino Baragli, Tatiana Morigi
Musiche a cura dell'autore (Pasolini), con la collaborazione di Ennio Morricone
Scenografia Dante Ferretti
Costumi Danilo Donati
Trucco Alessandro Jacoponi
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani
Premi
« Perché realizzare un'opera quando è bello sognarla soltanto? »
(Pier Paolo Pasolini nel ruolo dell'allievo di Giotto)

Il Decameron è un film del 1971 scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini, tratto dal Decameron di Giovanni Boccaccio.

È il primo episodio della cosiddetta Trilogia della vita, proseguita con I racconti di Canterbury (1972) e completata da Il fiore delle Mille e una notte (1974).

Ebbe diversi problemi con la censura che sequestrò e dissequestrò il film, ed aprì anche un processo, che alla fine vide giudicati non colpevoli gli imputati (tra cui il regista stesso). In Germania e in gran parte dell'Europa invece il film ebbe notevole successo e vinse l'Orso d'argento al Festival del Cinema di Berlino.

Dal 2000, il film è vietato ai minori di 14 anni.

Trama[modifica | modifica sorgente]

Pier Paolo Pasolini ispirandosi al Decameron di Giovanni Boccaccio, trae alcune delle novelle più importanti e caratterizzanti. Infatti riadattandole alla sua maniera in un'atmosfera completamente napoletana, il regista intende esaltare i piaceri e i momenti decisivi della nostra vita, caratterizzati nella maggior parte dal sesso e dalla cupidigia, ma anche dall'amore e dal dolore.

Elenco delle novelle[modifica | modifica sorgente]

Segue l'elenco delle nove novelle tratte dal "Decameron" nell'ordine in cui appaiono nel film.

  • Giornata II, novella V - Il giovane Andreuccio viene truffato due volte, ma finisce col diventare ricco.
  • Giornata IX, novella II - Una badessa riprende una consorella ma è a sua volta ripresa per il medesimo peccato (Tradotta in napoletano da un vecchio ascoltato dalla folla)
  • Giornata III, novella I - Masetto si finge sordo-muto in un convento di curiose monache.
  • Giornata VII, novella II - Peronella è costretta a nascondere il suo amante quando suo marito torna improvvisamente a casa.
  • Giornata I, novella I - Ciappelletto si prende gioco di un prete sul letto di morte.
  • Giornata VI, novella V - L'allievo di Giotto aspetta la giusta ispirazione.
  • Giornata V, novella IV - Caterina dorme sul balcone per incontrare il suo amato la notte.
  • Giornata IV, novella V - I tre fratelli di Lisabetta si vendicano del suo amante.
  • Giornata IX, novella X - Il furbo don Gianni cerca di sedurre la moglie di un suo amico.
  • Giornata VII, novella X - Due amici fanno un patto per scoprire cosa accade dopo la morte.

Trama completa[modifica | modifica sorgente]

Andreuccio da Perugia[modifica | modifica sorgente]

Ninetto Davoli nel ruolo di Andreuccio

Il giovane Andreuccio si reca a Napoli dalla lontana Perugia per comperare alcuni cavalli. Ma non si accorge che una ragazza di origini siciliane lo ha adocchiato con la sua borsa di monete ed intende rubargliele con un astuto stratagemma. Infatti Andreuccio, non soddisfatto dalla merce del mercato, si addentra per le vie della città quando incontra una ragazza che lo invita a salire su una casa. Si tratta della residenza dell'imbrogliona che racconta ad Andreuccio di essere sua sorella illegittima concepita da un amore clandestino del padre con una matrona sicula; e lo invita a passare la notte in casa. Andreuccio è felice dell'invito e chiacchiera con la ragazza, mentre un fanciullo entra in bagno, segando la trave del pavimento per mettere in azione la trappola.
Infatti arrivata la sera Andreuccio ha dei dolori di pancia e si reca al bagno per fare i suoi bisogni. Quando mette il primo piede sul pavimento la trave di legno cede e il giovane cade in una vasca di escrementi liquidi dal quale riesce ad uscire solo per miracolo.
Andreuccio si cala sotto da una finestrina e chiede alla serva di farlo entrare, ma questo lo scambia per pazzo. Andreuccio allora capisce l'imbroglio e comincia a gridare, venendo però zittito e scacciato via dalle matrone del quartiere.
Senza un soldo e completamente ricoperto di poltiglia puzzolente, Andreuccio non sa dove andare, quando vede due viandanti e, vergognandosi della su situazione, va a nascondersi dentro una botte. I due viaggiatori si avvicinano alla cassa, attirati dall'odore nauseabondo e scoprono il giovane. I due, che in realtà sono dei ladri, gli propongono di venire con loro nella chiesa vicina dove è stato seppellito da poco in una tomba un famoso vescovo, cosicché possano aprire la cassa e rubargli le vesti.
Andreuccio è d'accoro, ormai disposto a tutto pur di essere risarcito e va con i due. Aperta la bara i ladri fanno entrare dentro Andreuccio che si mette all'opera. Il ragazzo ha sfilato al cadavere quasi ogni cosa che possa essere di valore, tenendosi l'anello al dito per sé. Quando i due gli ordinano di buttare fuori l'anello, Andreuccio fa finta di niente, e i ladri per sfregio richiudono la cassa di marmo.
Poco dopo sopraggiunge il sagrestano con altri due banditi intenti a compiere lo stesso furto di Andreuccio che, sentendo di nuovo la cassa riaprirsi, addenta immediatamente la gamba del sagrestano salito per entrare.
L'uomo urla di dolore e di paura, facendo scappare tutti e Andreuccio finalmente può tornare a Perugia con l'anello.

La novella della suora con l'amante[modifica | modifica sorgente]

Nella città di Napoli un vecchio sta raccontando la storia di un giovane entrato in un convento di monache, mentre il ladro Ciappelletto sta borseggiando gli spettatori.
In un convento una suora ha rapporti sessuali con un amante segreto, ma gli incontri notturni vengono scoperti dalle altre suore che si precipitano il giorno dopo dalla Madre Superiora a raccontare lo scabroso evento. Tuttavia, al contrario delle loro aspettative, la Madre sta facendo l'amore con il sacerdote e quando sente bussare alla porta, per la fretta, si mette al posto del copricapo le braghe dell'amante. Così quando la donna esce accade che la sorella, pur essendo punita dalla Madre perché superiore di grado, ottiene il permesso assieme alle sorelle di ricevere nello loro celle i loro amanti ogni notte.

Masetto l'ortolano nel convento[modifica | modifica sorgente]

Masetto è un contadino che pensa solo al piacere che si può provare facendo l'amore. Essendo impaziente pensa di travestirsi da spaccalegna sordomuto e di entrare in un convento poco distante dal campo.
Le suore vedendolo rimangono sorprese ed entusiaste allo stesso momento, dato che a quel tempo a un uomo fuorché il sagrestano non era concesso entrare in un monastero di monache, e cominciano a formulare pensieri licenziosi.
Infatti qualche giorno dopo mentre Masetto sta potando un albero le suore, una ad una lo chiamano invitandolo in un piccolo ripostiglio degli attrezzi per avere un fugace rapporto amoroso, mentre le altre guardano la scena da sopra i campanili.
Alla fine anche la Madre Superiora cede alla tentazione e porta Masetto nella cantina, ma verso il momento supremo l'uomo esplode.
Dichiara di essersi stufato di tutto ciò e la Madre, per non far uscire la notizia fuori dal convento che sarebbe portatrice di uno scandalo assoluto, decide di miracolare il ragazzo facendolo rimanere nel convento per soddisfare i piacevoli desideri delle suore.

Peronella e l'orcio[modifica | modifica sorgente]

Angela Luce nel ruolo di Peronella

A Napoli Donna Peronella sta spettando il ritorno di suo marito e lo fa facendo l'amore con Giannello, venditore di orci e giare. Il marito torna in casa e Peronella fa nascondere l'amante nella giara in giardino. L'uomo si presenta alla moglie presentandogli un mercante e dichiarando di aver concluso un affare per l'acquisto di una giara per 5 denari.
Peronella tuttavia per liberarsi del parassita comunica al marito di averne comprata una per 7 soldi allora il coniuge congeda l'uomo e si reca con Peronella nel giardino. Giannello, nascosto dentro il recipiente, esce fuori avvertendo lo sciocco marito di Peronella che l'interno della giara è tutto lercio e che quindi bisogna pulirlo, altrimenti l'affare non è concluso. L'uomo subito si cala dentro a pulire, mentre Giannello ha un rapporto anale con Peronella.

Ser Ciappelletto (o Cepparello) da Prato[modifica | modifica sorgente]

Franco Citti nel ruolo di Ser Ciappelletto

Ser Ciappelletto è già comparso due volte nel film: la prima all'inizio quando è intento a gettare da una rupe un sacco contenente un cadavere, la seconda mentre un vecchio racconta la novella di Masetto. Infatti Ciappelletto sta rapinando gli spettatori, quando adocchia un bel giovanotto e gli propone di andare a consumare un fugace rapporto sessuale con lui.
In questa novella Ser Ciappelletto si reca da Prato in Germania per essere ospitato da due fratelli usurai. Quest'uomo ha passato un'intera vita di imbrogli, truffe, raggiri, rapporti sessuali con prostitute e omosessuali e bestemmie e ingiurie nei confronti della Chiesa.
Giunto in città viene ospitato dai due fratelli, mentre viene inquadrata una festosa sagra nel prato fuori la città. Ciappelletto entra in sala e mangia con loro fino a che non si sente male e crolla a terra. Passano alcuni giorni ma Ciappelletto è sempre più grave finché si riduce in fin di vita. I due compari napoletani, sotto le suppliche di Ciappelletto convocano un santo frate che possa assolverlo dai peccati mediante la confessione. Il sacerdote giunge in casa e inizia la confessione, mentre i due uomini ascoltano fuori dalla porta ridendo della finta confessione di ser Ciappelletto e commentando tutte le sue malefatte. L'astuto Ciappelletto si dimostra disperato dei suoi peccati confessando di aver sputato in chiesa e di aver ingiuriato la madre. Il frate, credendo di trovarsi di fronte all'uomo più pio che abbia mai conosciuto, decide di dargli subito l'assoluzione e di farlo venerare come un santo. Ciappelletto muore di lì a poco e viene portato nella chiesa principale dove tutti i pellegrini si recano a rendergli omaggio toccando la sua salma.

L'allievo di Giotto[modifica | modifica sorgente]

In tutta la regione si sta parlando di un certo pittore (Pasolini) che ha frequentato la scuola del famoso Giotto. L'uomo deve recarsi a Napoli nella Chiesa di Santa Chiara per affrescare la parete dell'altare.
Arrivato, l'uomo comincia tutti i preparativi costruendo la scala e diluendo i colori con i compagni. Mentre incomincia a dipingere il quadro, continuano le altre storie del Decameron.

Caterina di Valbona e Riccardo[modifica | modifica sorgente]

Giuseppe Zigaina nel ruolo del sacerdote

In un paese vicino Napoli la nobile Caterina ama il giovane Riccardo, ma ha paura di dichiararlo al padre. Per questo, con la scusa del caldo torrido dell'estate, dichiara alla madre di voler dormire per un po' sulla terrazza affinché possa rinfrescarsi. I genitori acconsentono e così il bel Riccardo quella notte può salire per fare l'amore con Caterina.
Il giorno dopo molto presto, i genitori della ragazza si svegliano e salgono su per vedere come sta la figlia e la trovano nuda con Riccardo.
La madre sta per gridare, ma il marito la rassicura spiegandole che il giovane potrebbe essere un buon partito e quindi pensano di farli sposare al più presto. E ciò avviene: i due genitori fanno svegliare la coppia e li convincono a sposarsi proprio in quel momento sulla terrazza e poi lasciano che Riccardo e Caterina se tornino a dormire beatamente abbracciati.

Il pranzo dell'allievo[modifica | modifica sorgente]

Qui vi è un secondo intermezzo delle storie: l'allievo di Giotto viene invitato dai sacerdoti a mangiare per rifocillarsi un po', ma l'uomo trangugia tutto in pochi minuti e si precipita di nuovo a lavorare, scherzando sempre con i giovani aiutanti.

Elisabetta (o Lisabetta) da Messina e Lorenzo[modifica | modifica sorgente]

Elisabetta è la sorella di tre ricchi mercanti i quali pensano solo a far soldi. Ma la ragazza è innamorata di un giovane garzone: Lorenzo e con lui ha appassionanti rapporti sessuali. Ma i tre lo vengono a sapere e pensano di ucciderlo. Infatti qualche giorno dopo i tre fratelli invitano l'ignaro Lorenzo a giocare insieme nel giardino lì vicino e di segreto lo pugnalano alle spalle.
Fatto ciò comunicano a Elisabetta che il suo Lorenzo si è recato in Sicilia per affari e che sarebbe tornato qualche settimana dopo. Ma Lorenzo non fa ritorno ed Elisabetta passa le intere notti a piangere invocando il suo nome. Una di queste notti il fantasma di Lorenzo le appare in sogno comunicandole di essere stato ucciso e di andare a disseppellire il suo corpo nel giardino.
Il pomeriggio dopo Elisabetta chiede ai fratelli il permesso di uscire e si reca in giardino con una serva. Dissotterrato il corpo di Lorenzo, Elisabetta gli recide la testa e se la porta in camera sua, nascondendola dentro un vaso di basilico.

Gemmata e la cavalla[modifica | modifica sorgente]

Guido Alberti nel ruolo del mercante

Un vecchio contadino incontra a Napoli un amico: Gianni e i due decidono di riprendere il viaggio verso il paesello. Durante il tragitto il contadino propone a Gianni di ospitarlo dato che in paese vi è una grande festa. Donna Gemmata, moglie del contadino, riceve la vista del coniuge e di Gianni il quale, spacciandosi per una sorta di stregone indovino, ritiene che una donna si possa tramutare con un suo sortilegio in cavalla e, se si vuole, farla ritornare alle sue sembianze.
L'obiettivo di Gianni è di avere un rapporto sessuale con Gemmata, dato che è bellissima ed è soggetto di tutte le attenzioni del villaggio. I due sciocchi contadini subito credono all'imbroglio e invitano Gianni a casa loro, facendolo dormire nella stanza.
Il giorno dopo all'alba, Gemmata si sveglia e chiede al marito se può essere tramutata in cavalla cosicché possa aiutarlo nell'arare i campi, dato che sono molto poveri. Il marito acconsente e la porta da Gianni, comunicandogli il desiderio di Gemmata.
Gianni subito prende al volo l'occasione e dichiara al coniuge che, durante il rito, deve starsi zitto senza proferire una sola parola. Infatti secondo il sortilegio, la parte più difficile è quella di "attaccare alla donna la coda". Fatto ciò Gianni fa spogliare nuda Gemmata a la fa inginocchiare a mo' di pecorina, mentre egli si scopre il cavo inguinale. Durante l'operazione il marito, ormai fremente di rabbia, comincia ad urlare e Gianni, con faccia affranta, gli dichiara che il rito ormai è irrimediabile perché lui ha parlato.

L'ultima novella di Tingoccio e Meuccio e il completamento dell'affresco[modifica | modifica sorgente]

Silvana Mangano nel ruolo della Madonna

Mentre l'allievo di Giotto sta per finire l'opera, due popolani: Tingoccio e Meuccio sono ansiosi di capire cosa ci sia dopo la morte e soprattutto come sia il Paradiso o l'oscuro antro dell'Inferno; ma i due sono un po' riluttanti perché credono che sia peccato avere rapporti sessuali con le comari e quindi non vorrebbero finire all'inferno. Meuccio dichiara che chi muore per prima tornerà in sogno al secondo per rivelargli i segreti dell'altro mondo. Arrivata la notte però, mentre Meuccio cerca in tutti i modi di morire senza la violenza su se stesso, Tingoccio ha un rapporto sessuale la comare e poi si reca dall'amico, raccontandogli l'avventura. Meuccio gli rinfaccia che ormai è condannato, perché, secondo lui, ha commesso un grave peccato contro Dio.
Dopo qualche tempo Tingoccio, a causa dei ripetuti rapporti sessuali con la comare, muore e quella stessa notte appare di fronte a Meuccio il quale gli domanda in che mondo sia stato collocato. Tingoccio risponde che al momento si trova in una specie di "Limbo" in attesa di essere condotto nell'Inferno o nel Purgatorio, ma gli comunica che in quella zona non si scontano pene per aver avuto nella vita rapporti con la comare.
Di seguito prega Meuccio affinché il popolo di Napoli lo veneri e faccia messe in suo onore per raccogliere denaro che gli sarà d'aiuto nella vita ultraterrena.
Contentissimo, Meuccio corre dalla comare per soddisfare i suoi desideri.

Nella chiesa di Santa Chiara nel frattempo l'allievo, che sta dormendo, fa un sogno in cui gli appare la Vergine Maria con in braccio il bambin Gesù e tutta la schiera di angeli e santi.
Il sogno si interrompe e l'allievo il giorno dopo completa finalmente l'affresco riproducendo ciò che ha avuto nella visione, mentre tutti i preti e i sagrestani festeggiano l'avvenimento.

Produzione[modifica | modifica sorgente]

Sceneggiatura[modifica | modifica sorgente]

In una lettera della primavera del 1970, Pasolini spiega al produttore Franco Rossellini di aver modificato la sua originaria idea ispiratrice di ridurre l'intero Decameron a quattro o cinque novelle di ambiente napoletano e di voler dare invece «un'immagine completa e oggettiva del Decameron» attraverso la scelta del maggior numero possibile di racconti. Al gruppo centrale dei racconti ambientati nella Napoli popolare se ne devono aggiungere altri per rappresentare lo «spirito interregionale e internazionale» dell'opera di Boccaccio, con l'ambizione di realizzare «una specie di affresco di tutto un mondo, tra il medioevo e l'epoca borghese». Il film dovrà durare almeno tre ore ed essere diviso in tre tempi, ognuno dei quali rappresenti un'unità tematica.[1]

Il primo trattamento elaborato dall'autore è costruito appunto su questa struttura tripartita (15 novelle suddivise in tre tempi, ognuno dei quali racchiuso da un racconto cornice, con protagonisti Ser Ciappelletto, Chichibio e Giotto), che sostituisce la complessa architettura narrativa dell'opera di Boccaccio. La scelta delle novelle appare ancora caratterizzata da estrema eterogeneità. Solo tre novelle del Decameron sono di ambientazione partenopea e l'autore rafforza la "napoletanità" della propria rivisitazione trasferendone altre, di ambientazione toscana, a Napoli e dintorni.[2]

Rispetto al trattamento, nella sceneggiatura, datata 26 agosto 1970,[3] Pasolini allenta il rigido schema tripartito, eliminando cinque novelle «orientali» o «nordiche» e aggiungendone due nuove, e cerca di bilanciare il rischio dell'eccessiva frammentarietà con una maggior omogeneità d'ambiente (napoletano e popolare).[4]

Dalla sceneggiatura alla forma definitiva del film, il cambiamento più importante riguarda la sostituzione dello schema tripolare con quello bipolare.[4] Vengono eliminati il racconto-cornice di Chichibio e altre due novelle (tra cui quella di Alibech, nel trattamento definita dall'autore di «grazia sublime»[5] ma dissonante rispetto al resto del film, eliminata solo all'ultimo, tanto che gli interpreti appaiono comunque accreditati nei titoli di testa), e vengono effettuati degli spostamenti strutturali che danno all'insieme una maggior coesione. Malgrado l'apparente eterogeneità dell'intreccio, il film mostra una logica interna e una sostanziale omogeneità,[6] a cui contribuisce la napoletanità che pervade tutti i dialoghi. In merito a questa scelta linguistica, Pasolini afferma: «Ho scelto Napoli contro tutta la stronza Italia neocapitalistica e televisiva: niente babele linguistica, dunque, ma puro parlare napoletano».[7]

Un'importanza particolare riveste, fin dal trattamento e poi nelle elaborazioni successive, la vicenda di Giotto che si reca a Napoli per affrescare la Chiesa di Santa Chiara, assente nel Decameron, nel quale c'è solo lo spunto di un aneddoto sul pittore, e che costituisce invece un racconto-cornice delle tre e poi due parti dell'opera di Pasolini. A Giotto è affidato fin dalla prima stesura l'explicit del film: guardando la sua opera compiuta, nel trattamento l'artista «ha un lieve, ingenuo e misterioso sorriso»,[8] nella sceneggiatura «nel suo viso è stampato - come una leggera ombra, non priva di malinconia - il sorriso dolce, misterioso e ingenuo con cui l'autore guarda la sua opera finita»,[9] mentre nel film (in cui Giotto diventa «un allievo di Giotto», forse contestualmente alla decisione di Pasolini di interpretare in prima persona il personaggio)[10] pronuncia, di spalle, la battuta «Perché realizzare un'opera quando è così bello sognarla soltanto?», aggiunta dal regista direttamente sul set.[11]

Trattamento

  • Primo tempo. Racconto-cornice: Ser Ciappelletto
  1. Martellino (II, 1)
  2. Andreuccio da Perugia (II, 5)
  3. Alatiel (II, 7)
  4. Masetto (III, 1)
  5. Ser Ciappelletto (I, 1)
  • Secondo tempo. Racconto-cornice: Chichibio
  1. Agilulfo e il palafreniere (III, 2)
  2. Alibech (III, 10)
  3. Gerbino (IV, 4)
  4. Lisabetta da Messina (IV, 5)
  5. Caterina di Valbona (V, 4)
  6. Chichibio (VI, 4)[12]
  • Terzo tempo. Racconto-cornice: Giotto
  1. Giotto e Forese (VI, 5)
  2. Peronella (VII, 2)
  3. Natan e Mitridanes (X, 3)
  4. Gemmata (IX, 10)

Sceneggiatura

  • Racconto-cornice: Ser Ciappelletto
  1. Andreuccio da Perugia
  2. Masetto
  3. Ser Ciappelletto
  • Racconto-cornice: Chichibio
  1. Girolamo e Salvestra (IV, 8)
  2. Alibech
  3. Lisabetta da Messina
  4. Caterina di Valbona
  5. Chichibio
  • Racconto-cornice: Giotto
  1. Peronella
  2. Tingoccio e Meuccio (VII, 10)
  3. Gemmata
  • Epilogo: Giotto

Film

  • Primo tempo. Racconto-cornice: Ser Ciappelletto[13]
  1. Andreuccio da Perugia
  2. Masetto
  3. Peronella
  4. Ser Ciappelletto
  • Secondo tempo. Racconto-cornice: Giotto
  1. Giotto
  2. Caterina di Valbona
  3. Lisabetta da Messina
  4. Gemmata
  5. Tingoccio e Meuccio
  • Epilogo: Giotto

Cast[modifica | modifica sorgente]

In un cast composto in gran parte da non professionisti, tra cui il pittore Giuseppe Zigaina nel ruolo di un pio frate confessore, non mancano i due attori-feticcio di Pasolini, Franco Citti e Ninetto Davoli, rispettivamente nei ruoli di Ser Ciappelletto e Andreuccio da Perugia.

Il regista scelse di interpretare in prima persona il ruolo dell'allievo di Giotto, calandosi anche fisicamente dentro la propria opera, dopo aver ricevuto un rifiuto da parte degli amici scrittori a cui l'aveva proposto, Sandro Penna e Paolo Volponi.[14]

Commento[modifica | modifica sorgente]

Nel 1975 Pasolini spiega così le ragioni che lo hanno spinto a comporre la trilogia, e soprattutto a dare tanto rilievo: "alla rappresentazione dei corpi e del loro simbolo culminante, il sesso". In primo luogo quella rappresentazione si inseriva nella lotta per la democratizzazione del diritto di esprimersi senza divieti e censure e per la liberalizzazione dei costumi sessuali, che erano stati "due momenti fondamentali della tensione progressista degli anni Cinquanta e Sessanta". In secondo luogo, in un momento di "crisi culturale e antropologica" come la fine degli anni sessanta, in cui il trionfo "della sottocultura dei mass-media" cancellava le antiche forme di vita della civiltà contadina e proletaria italiana, introducendo un'omologazione che appiattiva e spersonalizzava ogni suo aspetto e toglieva ogni autenticità della vita, sostituendovi realtà falsificate e inautentiche, l'innocenza dei corpi popolari, insieme con "l'arcaica, fosca, vitale violenza" del sesso, sembrava allo scrittore-regista l'ultimo baluardo per difendere l'autenticità minacciata.

Per questo Pasolini si volge al Decameron (come poi a I racconti di Canterbury di Chaucer e a Le mille e una notte) come fonte di una visione innocente del sesso, piena di immediata vitalità: donde il titolo complessivo, Trilogia della vita. L'operazione cinematografica si inseriva nell'aspra polemica che lo scrittore conduceva nello stesso periodo, attraverso saggi, articoli, poesie, romanzi, contro la mutazione antropologica e l'omologazione prodotte dalla trasformazione neocapitalistica della società italiana e dal dominio dei mezzi di comunicazione di massa.

Tuttavia, se si "legge" attentamente il Decameron pasoliniano, si può constatare come l'ispirazione e la sensibilità dell'autore siano lontanissime da quelle di Boccaccio. È vero che vi è una tensione verso la rappresentazione dell'"innocenza" di corpi e atti sessuali, ma in realtà il sesso vi appare come qualche cosa di sporco e morboso. Il sesso in Pasolini appare l'unico nesso tra persone di ceti diversi. Ciò è palese soprattutto in questo film, ma anche nella Medea di Pasolini in cui la maga della Colchide appunto, Medea, non ha alcun legame intellettivo con l'eroe greco e razionale Giasone. Mentre per Medea il sesso ha un valore affettivo e sacro, in quanto Giasone è suo marito, Giasone concepisce solo il lato fisico del sesso e annulla questo unico legame che aveva con Medea la quale, ripudiata, compierà un'atroce vendetta.
Pasolini non usa di norma attori professionisti, ma attori occasionali, presi "dalla strada", scelti spesso tra i ceti sottoproletari e contadini, quei ceti per cui il regista sentiva attrazione in quanto vi vedeva sopravvivere quell'antica autenticità che l'omologazione presente andava cancellando. Non ci troviamo quindi di fronte, nel film, a quella realtà umana levigata, idealizzata, che in genere il cinema offre scegliendo solo attori e attrici di bellezza fuori dal comune: noi vediamo corpi e visi comunissimi, pieni di difetti e irregolarità, spesso volgari e rozzi se presentano qualche forma di bellezza, o addirittura laidi, deformi e ripugnanti.

Si direbbe che vi sia in Pasolini il compiacimento del brutto, del degradato, del repellente. Lungi dal suggerire l'idea dell'innocenza, ceffi e corpi laidi danno l'idea del vizio, della corruzione che irrimediabilmente coinvolge gli strati bassi del popolo. Più che di innocenza, allora, si dovrà parlare di una torbida, animalesca vitalità, che fermenta nel fondiglio più malsano della società. Ma questo gusto del turpe e del corrotto rivela chiaramente quale sia la matrice culturale di Pasolini, quella decadente, e rivela anche come, nei riguardi del sesso, nonostante la tensione disperata verso l'innocenza, permanga in lui un forte senso di colpa, che ha le radici nella sensibilità moderna, complessa e tormentata, in cui una componente fondamentale è quella religiosa.

Questo fa comprendere come Pasolini, pur ispirandosi alle novelle decameroniane, sia agli antipodi rispetto alla visione veramente sana e innocente del sesso propria di Boccaccio, sgombra di ogni complicazione e di ogni senso di peccato, fondata su una visione serenamente laica e naturalistica. Inoltre il compiacimento pasoliniano per figure umane e ambienti sottoproletari, sordidi e sporchi, a cui si unisce la riproduzione di parlate pesantemente dialettali, è l'antitesi esatta della visione bocacciana, del suo culto aristocratico per le belle forme, per i modi eleganti, per i costumi civilissimi, per il bel parlare forbito (quale si manifesta soprattutto nella celebrazione della civiltà fiorentina contenuta nella sesta giornata, ma che percorre tutto il Decameron). Anche quando viene rappresentato il mondo popolare (si pensi alla novella di frate Cipolla) la realtà bassa è sempre contemplata da Boccaccio dall'alto di quel punto di vista aristocratico, con superiore distacco, che alleggerisce ogni particolare troppo ruvido e greve (si ricordi la caduta di Andreuccio da Perugia nel chiassetto pieno di escrementi).

Con questo non si può affermare che Pasolini abbia "tradito" Boccaccio. L'artista ha tratto spunto da un altro artista, ma poi ha espresso la propria visione del mondo, attraverso la propria sensibilità. Se Pasolini fosse stato fedele allo spirito e alle forme del Decameron, ne sarebbe risultata un'illustrazione piatta e priva di vita, mentre così ci troviamo di fronte a una creazione originalissima, in cui l'autore ha espresso se stesso con il linguaggio che gli è consentaneo. È legittimo che lo spettatore attraverso il confronto prenda atto della distanza che separa i due artisti e colga le motivazioni storiche di essa, ma poi deve accettare l'opera moderna nella sua autonomia e valutarla in base ai principi ad essa intrinseci. Pasolini ha obbedito alla sua sensibilità decadente e in tal modo, se non ci ha restituito l'immagine di una vita innocente, ci ha offerto ciò che è nel patrimonio della grande arte decadente moderna, la capacità di dare forma al lato più torbido e oscuro della realtà.

Curiosità[modifica | modifica sorgente]

Il film Decameron è stato il primo film, in Italia, nel quale sono presenti scene di nudo integrale maschile.[senza fonte]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Pier Paolo Pasolini, Trilogia della vita. Le sceneggiature originali di Il Decameron, I racconti di Canterbury, Il Fiore delle Mille e una notte, Garzanti, 1995. pp. 43-44
  2. ^ Gianni Canova, Prefazione, in Pier Paolo Pasolini, Trilogia della vita. Le sceneggiature originali di Il Decameron, I racconti di Canterbury, Il Fiore delle Mille e una notte, Garzanti, 1995. pp. 21-22
  3. ^ Pier Paolo Pasolini, op. cit., p. 232
  4. ^ a b Gianni Canova, op. cit., p. 24
  5. ^ Pier Paolo Pasolini, op. cit., p. 66
  6. ^ Gianni Canova, op. cit., p. 25
  7. ^ Dario Bellezza, Io e Boccaccio, intervista a Pasolini, L'Espresso colore, 24-11-1970, citato in Pier Paolo Pasolini, op. cit., p. 26
  8. ^ Pier Paolo Pasolini, op. cit., p. 94
  9. ^ Pier Paolo Pasolini, op. cit., p. 232
  10. ^ Gianni Canova, op. cit., p. 27
  11. ^ Gianni Canova, op. cit., p. 9
  12. ^ Comprende anche una rapida visualizzazione della novella di Guido Cavalcanti (VI, 9).
  13. ^ Comprende la novella IX, 2, narrata in breve, solo a parole e non per immagini, attraverso un vecchio cantastorie che la racconta alla folla.
  14. ^ Gianni Canova, op. cit., p. 27

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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