Salò o le 120 giornate di Sodoma
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Salò o le 120 giornate di Sodoma è l'ultimo film (1975) scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini e si ispira al romanzo del Marchese Donatien Alphonse François De Sade, Le centoventi giornate di Sodoma.
Indice |
[modifica] Trama
Pasolini sceglie come ambientazione del film la Salò del 1944, e prende a simbolo il potere fascista solo per richiamare un qualsiasi potere. Il film, che è strutturato in 4 gironi (4 è il numero che ritornerà spesso nel film, come nel libro di De Sade), si rifà ad un'impostazione dantesca. Come in Dante, nel passaggio da un girone all'altro la perversione dei supplizi subiti dai giovani sequestrati, maschi e femmine, inflitti da parte di quattro gerarchi di Salò, tra cui il monsignore, aumenta gradualmente di intensità fino al preannuncio della morte.
[modifica] Analisi
Nel film il "potere" prende le distanze dall'umanità, trasformandola in oggetto e il sesso ha un ruolo fondamentale, un "ruolo metaforico orribile", come dirà lo stesso Pasolini. Secondo Pasolini "il sesso in questo film, sia pure in modo onirico e stravolto, diventa la metafora di ciò che oggi il potere fa dei corpi"[1], descrive la "mercificazione dei corpi da parte del potere" rifacendosi al pensiero di Marx. È soprattutto metafora dell'essenza più intima del potere che per Pasolini è fatta di brutalità, violenza, sopraffazione, viltà e totale certezza dell'impunità. Facendo convergere l'intuizione di Sade sull'attuazione del potere attraverso il controllo del sesso, e l'analisi marxista, Pasolini disvela la correlazione fra la dominazione di classe e la sopraffazione sessuale. Constatando ferocemente e lucidamente la malafede di qualsiasi interpretazione tranquillizzante dello specifico caso italiano e della violenza massificante che il regista vi scorge. Un cambiamento epocale che per Pasolini trasforma anche il sesso, fino ad allora da considerare una risorsa giocosa e liberatrice delle classi subalterne, in un orribile obbligo di massa, imposto da una forza invisibile, a cui tutti si adeguano.
L'altra metafora oscena del film è quella escatologica: direttamente ripresa da Dante, è un'allegoria dell'ansia di uguaglianza nella degradazione consumistica, e simbolo della perversione capitalistica.
La rigorosa collocazione registica dei personaggi nell'inquadratura e la perfezione formale della fotografia negli interni e nei costumi, contrasta, volutamente e in modo netto, con il tema trattato.
Tra i riferimenti stilistici del film va rilevato quello brechtiano per l'utilizzo della tecnica dello straniamento teorizzata appunto da Bertold Brecht, qui operante attraverso lo stridente e abissale contrasto, volutamente insostenibile, tra l'oscenità del soggetto rappresentato e l'estremo rigore formale ed estetico.
È l'ultimo film di Pasolini che negli ultimi mesi della sua vita, terminata col suo omicidio, sentiva crescere intorno a sé un sentimento di ostilità. In quel periodo Pasolini denunciava lo sfacelo "culturale e antropologico" dell'Italia e delle classi popolari italiane ad opera della spietatezza livellatrice delle classi dominanti: intuizioni che furono meglio recepite solo molti anni dopo la sua morte, a partire dalla fine degli anni '80 e da numerosi critici e intellettuali considerate potenti e profetiche. Anche in relazione alle sue prese di posizione politiche e intellettuali sulla situazione italiana, le stragi e i misteri di Stato, Pasolini probabilmente temeva per la sua vita. Forse messa in conto la possibilità della sua morte, continuò nella sua indagine come per una sfida finale nei confronti del mondo, convinto più che mai di gettarsi contro l'indifferenza degli italiani e l'assuefazione inculcata dal potere.
[modifica] Storia del film
[modifica] Trilogia della Morte – Episodio I
Dopo la Trilogia della Vita (comprendente Il Decameron, I racconti di Canterbury e Il fiore delle Mille e una notte), Pier Paolo Pasolini ebbe in mente di realizzare una Trilogia della Morte (nome analogo alla Trilogia della morte di Lucio Fulci), dove con altri tre film si sarebbe ribaltato l'ottimismo favolistico dei tre classici tradotti in pellicola (fra il 1971 e il 1974) soprattutto nella componente sessuale: gioiosa e solare nel primo trittico, fredda e raccapricciante nel secondo. Su suggerimento di Sergio Citti, Salò venne scelto come primo episodio e rimase poi l’unico realizzato a causa della tragica prematura morte del regista. L'intenzione di Pasolini, per i motivi che abbiamo visto, era di non risparmiare nulla a livello di violenza e perversione. Benché si trattasse di violenza più simbolica che fisica, e benché l'ossessivo accanimento realistico con cui Sade la descriveva nel suo romanzo fosse effettivamente ridotto, Salò si preannunciò fin dalla lavorazione un film maledetto.
[modifica] Durante la lavorazione
Le riprese, effettuate in una villa liberty presso Mantova nella primavera del 1975, furono molto difficili; non tanto a livello tecnico (il direttore della fotografia era Tonino Delli Colli) quanto nella direzione degli attori: le scene di omofilia, coprofagia e sadomasochismo richiedevano una pazienza che solo il savoir faire e il carisma di Pasolini rendevano accettabili. La sequenza del cortile, poi, in cui le torture raggiungono il culmine, causò abrasioni e ustioni su alcuni corpi (nudi) dei giovani attori che interpretavano le vittime, e fu forse il momento peggiore del set: lo stesso Pasolini – sempre autocontrollato per ovvie ragioni “rassicurative” – vi tradì qualche imbarazzo e senso di colpa. Tuttavia, si racconta che le pause di lavorazione fossero spesso giocose, con lunghe tavolate nei pasti – a base preferibilmente di risotto – fino ad arrivare a una partita di calcio disputata contro la troupe di Novecento di Bernardo Bertolucci, che girava nelle vicinanze. Essa sancì anche la riconciliazione fra l'allora giovane regista (34 anni) e il suo indiscusso maestro (53) dopo alcuni dissapori seguìti alle generose critiche che quest'ultimo aveva riservato per Ultimo tango a Parigi (1972), senza difenderlo dai drastici provvedimenti della censura.
[modifica] Uscita del film e censura
Il contrappasso per Salò, tuttavia, era ugualmente prossimo a venire: pur evitando il rogo delle bobine come Ultimo tango, l'ultimo film di Pasolini ebbe traversie giudiziarie non meno dure. Proiettato in anteprima al Festival di Parigi il 22 novembre 1975 (Pasolini era morto da tre settimane) il 23 dicembre ottenne il visto-censura per le sale italiane - la prima nazionale fu poi al cinema Majestic di Milano - ma tre settimane dopo venne sequestrato dal Procuratore della Repubblica della stessa città, e si aprì un procedimento penale contro il produttore Alberto Grimaldi. Fu questo l’inizio di un’odissea giudiziaria che durò ben quindici anni: infatti, solo nel 1991 venne riconosciuta piena dignità artistica al film, per altro mantenendone il divieto della visione ai minori di 18 anni. A causa di questo vincolo, il film è tuttora inedito nelle televisioni “in chiaro”, mentre per quelle a pagamento, il primo passaggio è avvenuto sul canale Stream il 2 novembre 2000 per i 25 anni della morte di Pasolini.
[modifica] Reticenza
Di coloro che lavorarono in Salò, pochissimi hanno accettato di parlarne negli anni successivi. Ancora più reticenti gli attori non professionisti (cfr. per esempio Franco Merli), tornati subito o quasi nell’anonimato dopo aver preso parte al film.
[modifica] Curiosità
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- Per proteggerli dai possibili problemi giudiziari del film, Pasolini rinunciò a utilizzare due dei suoi attori abituali: Ninetto Davoli, cui inizialmente era assegnato il ruolo di un giovane collaborazionista, e Laura Betti che doveva interpretare (ma poi si limitò a doppiarla) la signora Vaccari. Anche Franco Citti, terzo attore abituale pasoliniano nonché fratello dello sceneggiatore Sergio, non compare nel cast.
- Oltre alla Betti, altri due amici di Pasolini doppiano una parte. Ma si tratta di doppiatori atipici, come atipici sono gli interpreti. Uno è il regista Marco Bellocchio che presta la voce ad Aldo Valletti (generico di Cinecittà), l'altro è il poeta Giorgio Caproni che la presta a Giorgio Cataldi (amico borgataro del regista).
- Franco Merli e Ines Pellegrini avevano già recitato nel precedente film di Pasolini Il fiore delle Mille e una notte interpretando due giovanissimi amanti.
- Il sostituto di Davoli è Claudio Troccoli, un giovane che ricorda il Ninetto dei primi tempi.
- Da poco si è scoperto che il finale del film era stato concepito diversamente. Dopo la carneficina finale e la serena parentesi dei due ragazzi maschi che ballano ("Come si chiama la tua ragazza?" "Margherita.") si sarebbero dovuti vedere i quattro signori che passeggiano fuori dalla villa e concludono le farneticazioni sulla loro morale.
- A un primo progetto scritto del film collaborò Maurizio Costanzo.
- Nel curioso libricino di B. J. Loz Uccello asinino cercasi (Millelire - Stampa Alternativa, 1995), elenco dei più divertenti annunci erotici italiani (contornati da un comico mini-commento dell'autore), ve n'è uno da Milano che dice: "Ispirandosi al film Salò o le 120 giornate di Sodoma, con le doverose modifiche, padrone ospitale cerca schiave/i minimo 20enni". L'autore commenta: "Speriamo che le modifiche siano in meglio..."
- Il gruppo black metal Cradle of Filth ha citato questo film nel proprio video Babylon A.D., nel quale il cantante Dani Filth è il protagonista.
- Il gruppo electro/dark wave giapponese Gothika ha usato il titolo 120 Days of Sodom per il suo nuovo album in uscita a settembre 2007, riprendendo i temi principali di Pasolini.
[modifica] Note
- ^ Intervista di Pier Paolo Pasolini a Marco Olivetti su Sipario, giugno-luglio 1975
[modifica] Voci correlate
- Le 120 giornate di Sodoma
- Marchese de Sade
- Omosessualità nel cinema
- Repubblica di Salò
- Sadomasochismo
[modifica] Altri progetti
Wikiquote contiene citazioni di o su Salò o le 120 giornate di Sodoma
[modifica] Collegamenti esterni
- Scheda su Salò o le 120 giornate di Sodoma dell'Internet Movie Database
- Approfondimento su Pasolini.net
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