Salò o le 120 giornate di Sodoma

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Salò o le 120 giornate di Sodoma
Salò o le 120 giornate di Sodoma 001.jpg
Il titolo all'inizio della pellicola
Titolo originale Salò o le 120 giornate di Sodoma
Paese di produzione Italia, Francia
Anno 1975
Durata 145 min (original cut)
117 min (versione rimontata e distribuita)
111 min (versione italiana censurata)
Colore colore
Audio sonoro
Genere drammatico
Regia Pier Paolo Pasolini
Soggetto Pier Paolo Pasolini (da Le 120 giornate di Sodoma del Marchese de Sade e dagli scritti di Roland Barthes e Pierre Klossowski)
Sceneggiatura Pier Paolo Pasolini, Sergio Citti, Pupi Avati (collaboratori non accreditati)
Produttore Alberto Grimaldi, Alberto De Stefanis, Antonio Girasante (ultimi due non accreditati)
Fotografia Tonino Delli Colli
Montaggio Nino Baragli, Tatiana Casini Morigi, Enzo Ocone
Effetti speciali Alfredo Tiberi
Musiche Pier Paolo Pasolini, Ennio Morricone
Scenografia Dante Ferretti
Costumi Danilo Donati
Interpreti e personaggi
  • Paolo Bonacelli: Il Duca
  • Giorgio Cataldi: Il Monsignore
  • Uberto Paolo Quintavalle: L'Eccellenza
  • Aldo Valletti: Il Presidente
  • Caterina Boratto: Signora Castelli
  • Elsa De Giorgi: Signora Maggi
  • Hélène Surgère: Signora Vaccari
  • Sonia Saviange: La Pianista
  • Marco Lucantoni: I° Vittima (Maschio)
  • Sergio Fascetti: Vittima (Maschio)
  • Bruno Musso: Vittima (Maschio)
  • Antonio Orlando: Vittima (Maschio)
  • Claudio Cicchetti: Vittima (Maschio)
  • Franco Merli: Vittima (Maschio)
  • Umberto Chessari: Vittima (Maschio)
  • Lamberto Book: Vittima (Maschio)
  • Gaspare Di Jenno: Vittima (Maschio)
  • Giuliana Melis: Vittima (Femmina)
  • Faridah Malik: Vittima (Femmina)
  • Graziella Aniceto: Vittima (Femmina)
  • Renata Moar: Vittima (Femmina)
  • Dorit Henke: Vittima (Femmina)
  • Antiniska Nemour: Vittima (Femmina)
  • Benedetta Gaetani: Vittima (Femmina)
  • Olga Andreis: Vittima (Femmina)
  • Tatiana Mogilansky: Figlia
  • Susanna Radaelli: Figlia
  • Giuliana Orlandi: Figlia
  • Liana Acquaviva: Figlia
  • Rinaldo Missaglia: Collaborazionista (Soldato)
  • Giuseppe Patruno: Collaborazionista (Soldato)
  • Guido Galletti: Collaborazionista (Soldato)
  • Efisio Etzi: Collaborazionista (Soldato)
  • Claudio Troccoli: Collaborazionista (Repubblichino di leva)
  • Fabrizio Menichini: Collaborazionista (Repubblichino di leva)
  • Maurizio Valaguzza: Collaborazionista (Repubblichino di leva)
  • Ezio Manni: Collaborazionista (Repubblichino di leva)
  • Paola Pieracci: Ruffiana
  • Carla Terlizzi: Ruffiana
  • Anna Maria Dossena: Ruffiana
  • Anna Recchimuzzi: Ruffiana
  • Ines Pellegrini: La serva nera
Doppiatori italiani

Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975) è l'ultimo film scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini, e parzialmente ispirato al romanzo del marchese Donatien Alphonse François De Sade, Le centoventi giornate di Sodoma. Pasolini ricolloca l'ambientazione delle vicende tra il 1944 e il 1945, nel nord Italia occupato dai nazifascisti durante la Repubblica di Salò, da cui la prima parte del titolo. Il film è considerato il più controverso del regista, oltre che fra i più scioccanti della storia del cinema.

Trama[modifica | modifica sorgente]

Il film è suddiviso in quattro parti, che richiamano nel titolo la geografia dantesca dell'Inferno:
Antinferno, Girone delle Manie, Girone della Merda e Girone del Sangue;

Antinferno[modifica | modifica sorgente]

« Tutto è buono quando è eccessivo! »
(Il Monsignore)

Nel 1944-1945, nella Repubblica di Salò durante l'occupazione nazifascista, quattro "Signori", rappresentanti di tutti i tipi di Potere, il "Duca" (quello nobiliare), il "Monsignore" (quello ecclesiastico), Sua "Eccellenza" giudice di Corte d'Assise (quello giudiziario) e il "Presidente" di una banca (quello economico), stabiliscono di ritirarsi per un lungo soggiorno in una villa isolata dal resto del mondo, presso la quale rinchiuderanno un gruppo di giovani di entrambi i sessi, appositamente rapiti, da usare per soddisfare e sperimentare tutte le loro perversioni sessuali.

Alla sottoscrizione da parte dei Signori del regolamento del soggiorno e del loro patto di sangue (ciascuno sposerà una figlia di uno degli altri tre) fa seguito l'assoldamento di giovani repubblichini di leva, con l'aiuto delle SS, e subito dopo la caccia alle potenziali giovani vittime da parte dei repubblichini stessi e dei collaboratori al soldo dei quattro libertini.

La caccia dura settimane: i giovani, adocchiati in base a determinate caratteristiche, vengono adescati, rapiti, catturati e strappati dalle proprie famiglie o, in alcuni casi, addirittura venduti dai loro stessi familiari; dopodiché vengono sottoposti al vaglio dei libertini i quali, dopo una lunga selezione in cui un soggetto viene respinto anche per il minimo difetto fisico, scelgono infine nove ragazzi e nove ragazze, di età compresa tra i quindici e i vent'anni.

Le vittime vengono poi caricate su dei camion militari e trasportati fino a Marzabotto, dove si trova l'enorme villa, di proprietà del Duca, scelta per il soggiorno. Durante il trasferimento Ferruccio, un ragazzo proveniente "da una famiglia di sovversivi" di Castelfranco Veneto, tenta la fuga dal camion, ma viene ucciso dai soldati: il Presidente subito dopo chiosa la perdita della vittima con una barzelletta.

La comunità che giunge alla villa è dunque così composta: i quattro Signori, tre narratrici ex-prostitute, diciassette giovani vittime (nove ragazze e otto ragazzi), le quattro figlie-spose (che saranno da qui in avanti trattate come schiave, perennemente nude), otto collaborazionisti (quattro soldati e quattro repubblichini), una pianista e sei domestici tra cui una ragazza di colore.

Il regolamento[modifica | modifica sorgente]

« Deboli creature incatenate, destinate al nostro piacere, spero non vi siate illuse di trovare qui la ridicola libertà concessa dal mondo esterno. Siete fuori dai confini di ogni legalità. Nessuno sulla Terra sa che voi siete qui. Per tutto quanto riguarda il mondo, voi siete già morti. »
(Il Duca)

Non appena il gruppo giunge a destinazione, i Signori dànno lettura del regolamento: per tutta la durata del soggiorno, i Signori disporranno indiscriminatamente e liberamente della vita di tutti i membri della comunità (specialmente di quella delle giovani vittime, dei collaborazionisti e delle figlie-spose) che a loro devono assoluta obbedienza, rispettando le leggi e gli ordini da loro impartiti, e dovranno soddisfare tutte le loro richieste e i loro desideri senza eccezioni. In caso di disobbedienza andranno incontro a terribili punizioni.

Il regolamento prevede che ogni giornata si svolga nel seguente modo: alle ore sei in punto, tutti dovranno ritrovarsi nella cosiddetta Sala delle Orge, dove tre ex prostitute d'alto bordo, a turno, nella mansione di narratrici, avranno il compito di raccontare le proprie perversioni sessuali con lo scopo di eccitare i Signori e contemporaneamente di "educare" i ragazzi alla soddisfazione dei loro appetiti sessuali.

Le narratrici saranno accompagnate al pianoforte da una quarta donna che avrà il compito di estetizzare ulteriormente le loro crude ed esplicite narrazioni. La sera, dopo cena, avranno luogo le cosiddette "orge", che consisteranno nella messa in pratica delle "passioni" narrate in giornata, in cui tutti i presenti si "mescoleranno" e si "intrecceranno" tra di loro consumando ogni tipo di atto sessuale, purché di natura sodomitica, incestuosa o adulterina.

In caso di infrazione, anche di lieve entità, ai regolamenti o a un ordine impartito da uno dei Signori, il colpevole verrà meticolosamente segnato su un quaderno speciale adibito allo scopo (chiamato "Libro delle punizioni" o semplicemente "Lista") e punito in un secondo momento, inoltre qualunque uomo venisse colto "in flagrante delitto" con una donna verrà punito con l'amputazione di un arto; ogni più piccolo atto di devozione religiosa, infine, sarà punito con la morte. Il gruppo fa quindi il suo ingresso nella villa, dove ogni porta e finestra viene sbarrata per impedire qualsiasi tentativo di fuga.

Girone delle Manie[modifica | modifica sorgente]

« I capricci, per barocchi che essi siano, li trovo tutti rispettabili. Sia perché non ne siamo arbitri, sia perché anche il più singolare e il più bizzarro, a ben analizzarlo, risale sempre a un principe de délicatesse... e sì, vecchi rottinculo: esprit de délicatesse»
(Il Monsignore)

Il primo Girone è quello delle Manie. In esso, la Signora Vaccari, la prima narratrice, intrattiene gli ospiti raccontando le sue esperienze libertine avute in gioventù, riferendosi in particolare a quelle della sua infanzia. I Signori, eccitati da questi racconti, iniziano a compiere una serie di sevizie e abusi sui corpi nudi o vestiti delle giovani vittime e delle figlie, aiutati e rinforzati dai loro fedeli collaboratori. Il resto delle giornate i Signori lo trascorrono a dissertare eruditamente sul significato morale del libertinaggio e sull'anarchia del potere, citando a memoria brani scritti da Klossowski, Baudelaire, Proust e Nietzsche, nonché raccontando barzellette di cattivo gusto.

Tra le molte sevizie, spicca un matrimonio simulato tra due giovani vittime, cui viene poi impedito di consumare il primo rapporto, ma vengono separatamente seviziati dai potenti; o ancora le vittime nude a quattro zampe, tenute al guinzaglio e latranti, sono costrette come cani a mangiare scampoli di cibo gettati in terra o in ciotole: uno dei bocconi di cibo viene anche riempito, a sorpresa, di chiodi. Una mattina, a tutta la compagnia riunita nella Sala delle Orge viene mostrato il corpo di una delle ragazze vittime, che giace con la gola tagliata davanti a un altare religioso adiacente alla Sala ove presumibilmente era stata sorpresa a pregare, violando il regolamento. La scena è commentata dal Presidente con un'altra barzelletta, dopodiché la comunità, con il cadavere della giovane ancora in terra, riprende come nulla fosse accaduto ad ascoltare un nuovo racconto della Vaccari.

Girone della Merda[modifica | modifica sorgente]

« Vi renderete conto che non esiste cibo più inebriante, e che i vostri sensi trarranno nuovo vigore per le tenzoni che vi attendono. »
(La Signora Maggi)

In questo girone, la seconda narratrice, la Signora Maggi, narra le sue esperienze nel campo delle pratiche anali, in particolare quelle relative all'oroanalità e alla scatofilia, coronamento metaforico del film. Accanto alle sempre più fitte chiacchiere erudite dei Signori, che discutono sulla raffinatezza del libertinaggio e del gesto sodomitico, vengono celebrati falsi matrimoni tra i libertini e le giovani vittime (vestiti da spose), un "concorso" per premiare chi ha il "deretano più bello" e scene di coprofagia: prima il Duca costringe una ragazza in lacrime a mangiare con un cucchiaino gli escrementi che ha appena defecato al centro della sala, successivamente tutte le vittime vengono obbligate a non espellere i propri bisogni per alcuni giorni, nonostante si provochino loro intossicazioni alimentari, ed infine le feci, da loro prodotte tutte assieme, vengono raccolte e servite a tavola durante la cena.

Girone del Sangue[modifica | modifica sorgente]

« Tutto è pronto. Tutti i macchinari vengono azionati. Le torture incominciano contemporaneamente, provocando un terribile frastuono. »
(La Signora Castelli)

Il Girone si apre con il Monsignore che "celebra" i falsi matrimoni del Duca, dell'Eccellenza e del Presidente (vestiti da nobildonne) con tre soldati. L'ultima sera di permanenza alla villa, mentre il Monsignore compie il giro d'ispezione notturna nelle camere degli ospiti, vengono a galla i tradimenti e le violazioni delle regole da parte degli inquilini della magione: un ragazzo del gruppo delle vittime, per salvarsi dall'imminente punizione che lo attende l'indomani, accusa una delle ragazze di tenere nascosta sotto il cuscino la fotografia di un uomo; consegnata la foto, la giovane a sua volta denuncia due sue compagne di stanza perché fanno l'amore ogni notte.

Costoro vengono colte sul fatto ed una delle due rivela che uno dei repubblichini ha una relazione segreta con la serva nera, anche questa coppia viene sorpresa a fare l'amore e uccisa seduta stante; il ragazzo si offre ai colpi di pistola di tutti e quattro i Potenti con il pugno sinistro chiuso alzato. Successivamente, una giovane vittima di nome Lamberto verrà scelta come rimpiazzo del collaborazionista ucciso. Il giorno successivo, il Duca annuncia i nomi di coloro che sono designati alle punizioni, ovvero le quattro figlie-spose e dodici vittime (sei ragazzi e sei ragazze), facendoli contrassegnare con un nastro azzurro, dopodiché a tutte le altre vittime dice che possono "soltanto sperare" di seguire i Signori a Salò, purché continuino a "collaborare".

Dopo un'ultima narrazione della Signora Castelli, i Signori, con l'aiuto di vecchi e nuovi collaboratori, eseguono nel cortile interno le punizioni, prodigandosi in balletti isterici e atti sessuali necrofili sulle vittime, in un'orgia di torture, sodomie, ustioni, lingue mozzate, occhi cavati, scalpi, impiccagioni e altre uccisioni rituali che, a turno, ciascuno dei Signori osserva compiaciuto da una finestra della villa, con un binocolo. La pianista intanto, dall'interno della casa, accompagna con la musica le scene di tortura, ma poi smette di suonare e si toglie la vita gettandosi da una finestra.

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Mentre fuori dalla villa sono ancora in corso crudelissime torture, in una delle stanze interne, due giovanissimi soldati repubblichini, annoiati e assuefatti mentre attendono i prossimi ordini, cambiano canale a una radio d'epoca che stava trasmettendo i Carmina Burana di Orff e, sulle note della canzonetta degli anni quaranta Son tanto triste, già udita nei titoli di testa del film, decidono di improvvisare maldestramente qualche passo di valzer; il film si chiude con un breve dialogo tra i due:

« - Come si chiama la tua ragazza?[1] »
« - Margherita. »

Analisi[modifica | modifica sorgente]

"Nulla è più anarchico del potere, il potere fa praticamente ciò che vuole e ciò che il potere vuole è completamente arbitrario, o dettatogli da sue necessità di carattere economico che sfuggono alla logica comune."
Pier Paolo Pasolini durante la sua ultima intervista sul set del film. Citato in Pasolini prossimo nostro.

Nel film il "potere" prende le distanze dall'umanità, trasformandola in oggetto e il sesso ha un ruolo fondamentale, un "ruolo metaforico orribile", come dirà lo stesso regista. Secondo Pasolini "il sesso in questo film, sia pure in modo onirico e stravolto, diventa la metafora di ciò che oggi il potere fa dei corpi"[2], descrive la "mercificazione dei corpi da parte del potere" rifacendosi al pensiero di Marx. È soprattutto metafora dell'essenza più intima del potere che per Pasolini è fatta di brutalità, violenza, sopraffazione, viltà e totale certezza dell'impunità.

Facendo convergere l'intuizione del marchese De Sade sull'attuazione del potere attraverso il controllo del sesso, e l'analisi marxista, Pasolini svela la correlazione fra la dominazione di classe e la sopraffazione sessuale. Constatando ferocemente e lucidamente la malafede di qualsiasi interpretazione tranquillizzante dello specifico caso italiano e della violenza massificante che il regista vi scorge. Un cambiamento epocale che per Pasolini trasforma anche il sesso, fino ad allora da considerare una risorsa giocosa e liberatrice delle classi subalterne, in un orribile obbligo di massa, imposto da una forza invisibile, a cui tutti si adeguano.

L'altra metafora oscena del film è quella scatologica: direttamente ripresa da Dante, è un'allegoria dell'ansia di uguaglianza nella degradazione consumistica, e simbolo della perversione capitalistica. E tuttavia valutata con distacco temporale dalla rovente stagione ideologica in cui esso fu concepito, il Salò di Pasolini appare essenzialmente una proiezione di moti dell'animo del poeta stesso, oltre che essere una potente metafora del potere. La rigorosa collocazione registica dei personaggi nell'inquadratura e la perfezione formale della fotografia negli interni e nei costumi, contrasta, volutamente e in modo netto, con il tema trattato.

Tra i riferimenti stilistici del film va rilevato quello brechtiano per l'utilizzo della tecnica dello straniamento teorizzata appunto da Bertolt Brecht, qui operante attraverso lo stridente e abissale contrasto, volutamente insostenibile, tra l'oscenità del soggetto rappresentato e l'estremo rigore formale ed estetico, accentuato anche dal volontario rifiuto pasoliniano di tratteggiare psicologicamente i personaggi, in particolare delle giovani vittime, e l'eliminazione di ogni elemento che potesse suscitare sentimenti di pietà e di empatia nei loro confronti, lasciando dei "cenni" dove era strettamente necessario perché, secondo quanto dichiarato dal regista, se le vittime fossero state caratterizzate in modo tale che lo spettatore avesse provato simpatia nei loro confronti, per quest'ultimo la visione del film sarebbe stata veramente insostenibile, e poi perché ciò avrebbe stonato con il suo stile registico.[3]

È l'ultimo film di Pasolini che negli ultimi mesi della sua vita, terminata con un omicidio, sentiva crescere intorno a sé un sentimento di ostilità. In quel periodo Pasolini denunciava lo sfacelo "culturale e antropologico" dell'Italia e delle classi popolari italiane a opera della spietatezza livellatrice delle classi dominanti: intuizioni che furono meglio recepite solo molti anni dopo la sua morte, a partire dalla fine degli anni ottanta, e considerate potenti e profetiche. Anche in relazione alle sue prese di posizione politiche e intellettuali sulla situazione italiana, le stragi e i misteri di Stato, Pasolini probabilmente temeva per la sua vita. Forse messa in conto la possibilità della sua morte, continuò nella sua indagine come per una sfida finale nei confronti del mondo, convinto più che mai di gettarsi contro l'indifferenza degli italiani e l'assuefazione inculcata dal potere.

Produzione[modifica | modifica sorgente]

Trilogia della Morte – Episodio I[modifica | modifica sorgente]

Dopo la Trilogia della Vita (comprendente Il Decameron, I racconti di Canterbury e Il fiore delle Mille e una notte), il poeta-regista ebbe in mente di realizzare una Trilogia della Morte, nella quale ribaltare l'ottimismo favolistico dei tre "classici" precedenti, in particolare per quanto riguarda la componente sessuale: gioiosa e solare nel primo trittico, fredda e raccapricciante nel secondo. Su suggerimento di Sergio Citti, Salò venne scelto come primo episodio e rimase poi l’unico realizzato a causa della tragica prematura morte del celebre PPP. L'intenzione di Pasolini, per i motivi che abbiamo visto, era di non risparmiare nulla a livello di violenza e perversione: senché si trattasse di violenza più simbolica che fisica, e benché l'ossessivo accanimento realistico con cui De Sade la descriveva nel suo romanzo fosse nel film di Pasolini effettivamente ridotto, Salò si preannunciò fin dalla lavorazione un film maledetto.

A un primo progetto scritto del film collaborarono Maurizio Costanzo e soprattutto Pupi Avati che fu il deus ex machina della primissima stesura del film.[senza fonte]

Cast[modifica | modifica sorgente]

Per proteggerli dai possibili problemi giudiziari del film, Pasolini rinunciò a utilizzare due dei suoi attori abituali[senza fonte]: Ninetto Davoli, cui inizialmente era assegnato il ruolo di un giovane collaborazionista, e Laura Betti che doveva interpretare (ma poi si limitò a doppiarla) la signora Vaccari. Anche Franco Citti, terzo attore abituale pasoliniano nonché fratello dello sceneggiatore Sergio, non compare nel cast. Il sostituto di Davoli è Claudio Troccoli, un giovane che ricorda il Ninetto dei primi tempi.

Location[modifica | modifica sorgente]

Alcuni esterni sono girati a Villa Aldini,[4] un edificio neoclassico sui colli di Bologna, la città natale di Pasolini. Interni sono stati girati a Villa Sorra, sia nel salone dell'edificio nobile che nella Limonaia all'interno del Giardino Storico.

Lavorazione[modifica | modifica sorgente]

Le riprese, effettuate principalmente nella cinquecentesca Villa Zani a Villimpenta nella primavera del 1975, furono molto difficili; non tanto a livello tecnico (il direttore della fotografia era Tonino Delli Colli) quanto nella direzione degli attori: le scene di omofilia, coprofagia e sadomasochismo richiedevano una pazienza che solo il savoir faire e il carisma di Pasolini rendevano accettabili. La sequenza del cortile, poi, in cui le torture raggiungono il culmine, causò abrasioni e ustioni su alcuni corpi (nudi) dei giovani attori che interpretavano le vittime e fu forse il momento peggiore del set: lo stesso Pasolini – sempre autocontrollato per ovvie ragioni “rassicurative” – vi tradì qualche imbarazzo e senso di colpa.

Tuttavia, si racconta che le pause di lavorazione fossero spesso giocose, con lunghe tavolate nei pasti – a base preferibilmente di risotto – fino ad arrivare a una partita di calcio disputata contro la troupe di Novecento di Bernardo Bertolucci, che girava nelle vicinanze. Essa sancì anche la riconciliazione fra l'allora giovane regista (34 anni all'epoca) e il suo indiscusso maestro (53enne) dopo alcuni dissapori seguiti alle ingenerose critiche che il secondo aveva riservato a Ultimo tango a Parigi (1972), senza difenderlo dai drastici provvedimenti della censura.

Il furto delle bobine[modifica | modifica sorgente]

Durante la lavorazione del film, alcune bobine furono rubate, chiedendo un riscatto. Per il montaggio furono usati quindi i "doppi": le stesse scene, girate però da una inquadratura diversa (in occasione dell'ultima riapertura del "caso Pasolini", si è formulata l'ipotesi che Pasolini fosse stato informato del ritrovamento delle suddette bobine sul lido di Ostia, ove egli si recò guidato dal Pelosi, cadendo così nell'agguato che lo uccise).[5]

Distribuzione[modifica | modifica sorgente]

Il contrappasso per Salò, tuttavia, era ugualmente prossimo a venire: l'ultimo film di Pasolini ebbe, come il precedente Teorema, traversie giudiziarie durissime. Venne proiettato in anteprima il 22 novembre 1975 al Festival di Parigi, con Pasolini morto da tre settimane; in Italia la pellicola venne inizialmente bocciato dalla commissione di censura l'11 novembre 1975 perché "nella sua tragicità porta sullo schermo immagini così aberranti e ripugnanti di perversione sessuale che offendono sicuramente il buon costume e come tali sopraffanno la tematica ispiratrice del film sull'anarchia di ogni potere". Il film ottenne comunque il visto-censura in appello il 23 dicembre successivo e venne distribuito nei cinema Majestic, Nuovo Arti e Ritz di Milano il 10 gennaio 1976.

Tuttavia, dopo appena tre giorni di programmazione, il film venne sequestrato dal Procuratore della Repubblica di Milano, mentre il produttore Alberto Grimaldi venne riviato a giudizio per direttissima e fu condannato a due mesi di reclusione in base all'art. 528 (per oscenità); Grimaldi venne successivamente assolto dalla Prima sezione penale della Corte d'Appello perché il fatto non costituiva reato e si accordò con la magistratura per far uscire il film con il taglio di quattro sequenze. Il film venne così ridistribuito nelle sale cinematografiche italiane a partire dal 10 marzo 1977. Il 6 giugno di quell'anno Evangelista Boccuni, pretore di Grottaglie, sequestrò nuovamente il film con procedura d'urgenza su tutto il territorio nazionale perché offendeva il comune senso del pudore.

Grimaldi inviò un esposto al procuratore generale della Cassazione, contestando l'operato del magistrato di Grottaglie e minacciando di costituirsi parte civile in un procedimento penale per ottenere il risarcimento dei danni. La vicenda si concluse il 16 febbraio 1978, con una sentenza con la quale la Corte di Cassazione si pronunciò a favore della libera circolazione del film nella sua versione integrale: tuttavia il film non ritornò ad essere proiettato nelle sale cinematografiche prima del 1985[6] e solo nel 1991 venne riconosciuta piena dignità artistica al film. Salò è tuttora inedito nelle televisioni “in chiaro”, mentre per quelle a pagamento il primo passaggio è avvenuto sul canale Stream il 2 novembre 2000 per i 25 anni della morte di Pasolini. Dal 2003, in Italia ed in altri paesi, il film è uscito in commercio in DVD, in versione restaurata e con interviste di critici e attori cinematografici.

Di coloro che lavorarono in Salò, pochissimi hanno accettato di parlarne negli anni successivi (tra questi anche l'attore Paolo Bonacelli e Sergio Citti)[7]; ancora più reticenti furono gli attori non professionisti (ad esempio Franco Merli), tornati subito o quasi nell’anonimato dopo aver preso parte al film.[senza fonte]

Doppiaggio[modifica | modifica sorgente]

Oltre alla Betti, altri due amici di Pasolini doppiano una parte: ma si tratta di doppiatori atipici, come atipici sono gli interpreti. Uno è il regista Marco Bellocchio che presta la voce ad Aldo Valletti (generico di Cinecittà), l'altro è il poeta Giorgio Caproni che la presta a Giorgio Cataldi (amico borgataro del regista).

Versioni alternative[modifica | modifica sorgente]

Pare che Pasolini fosse indeciso su quale tipo di conclusione dare al film, a tal punto da aver ideato e girato quattro finali diversi: il primo era l'inquadratura di una bandiera rossa al vento con su scritto "È amore", ma fu abbandonato dal regista perché lo riteneva "troppo enfatico" e "incline all'etica psichedelica giovanile" da lui detestata.[8] Il secondo mostrava tutti gli attori del film (esclusi i quattro Signori), il regista e la troupe eseguire un ballo scatenato in una sala della villa arredata da bandiere rosse: la scena fu girata con lo scopo di usarla per metterci dentro i titoli di coda, ma venne scartata perché risultava, agli occhi di Pasolini, caotica e insoddisfacente.[8] Un altro finale, scoperto di recente e rimasto solo nella stesura iniziale del copione, mostrava, dopo le torture finali, i quattro Signori passeggiare fuori dalla villa e tirare le conclusioni sulla morale di tutta la vicenda.[7] Infine, mantenendo l'idea del ballo come azzeramento della carneficina, Pasolini scelse per il montaggio definitivo il cosiddetto finale "Margherita", con i due giovani soldati repubblichini che ballano.[8]

Nella versione rimasterizzata del film, pubblicata in Inghilterra dalla British Film Institute (BFI), è presente una scena che non è stata inserita nelle altre versioni internazionali (Italia compresa): in essa, dopo il primo matrimonio dissimulato tra due giovani vittime, il Duca fa uscire in malo modo tutti i presenti dalla sala (a eccezione dei due sposi) e poco prima di chiudere la porta recita in tedesco un brano di Gottfried Benn.[9][10]

Citazioni e riferimenti[modifica | modifica sorgente]

Curiosità[modifica | modifica sorgente]

  • Franco Merli e Ines Pellegrini avevano già recitato nel precedente film di Pasolini Il fiore delle Mille e una notte interpretando due giovanissimi amanti.
  • Le feci servite nel capitolo "Girone della merda" non erano ovviamente autentiche. Ma erano comunque un intruglio disgustoso, a base di cioccolata e marmellata eccessivamente dolci e altri ingredienti stridenti, per sollecitare la reazione schifata di chi le mangiava.[senza fonte]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Luca Martello, Recensione a Salò o le 120 giornate di Sodoma in Pagine Corsare, Cineteca di Bologna. URL consultato il 24 maggio 2014.
  2. ^ Intervista di Pier Paolo Pasolini a Marco Olivetti su Sipario, giugno-luglio 1975
  3. ^ Giuseppe Bertolucci, Pasolini Prossimo Nostro; 2006; Sony Pictures Home Entertainment
  4. ^ Pierluigi Sassetti (a cura di), L'eredità di Pier Paolo Pasolini, Mimesis Edizioni, 2009, p. 54, ISBN 9788884838384.
  5. ^ Gianni Borgna e Walter Veltroni, Chi ha ucciso Pasolini in L'Espresso, 18 febbraio 2011. URL consultato il 24 maggio 2014.
  6. ^ Glauco Benigni, Salò una storia italiana in la Repubblica, 25 agosto 1985. URL consultato il 24 maggio 2014.
  7. ^ a b Mario Sesti, La fine di Salò, extra del DVD La voce di Pasolini, di Mario Sesti e Matteo Cerami.
  8. ^ a b c Murri, 2008, op. cit.
  9. ^ Roberto Chiesi, Salò e altri inferni. Da Jancsó a Fassbinder: matrici e filiazioni del capolavoro ‘maledetto’ di Pasolini. in Centro Studi - Archivio Pier Paolo Pasolini, Cineteca di Bologna. URL consultato il 24 maggio 2014.
  10. ^ Kim Hendrickson, Because You Can Never Have Enough..., The Criterion Collection, 27 agosto 2008. URL consultato il 24 maggio 2014.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti
Bibliografia essenziale secondo Pasolini

L'elenco propone la "bibliografia essenziale" voluta da Pasolini nei titoli di testa del film perché lo spettatore si informasse meglio sui contenuti della pellicola.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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