Il fiore delle Mille e una notte

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Il fiore delle Mille e una notte
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Titolo originale Il fiore delle Mille e una notte
Paese Italia, Francia
Anno 1974
Durata 129 min
Colore colore
Audio sonoro
Genere fantastico
Regia Pier Paolo Pasolini
Soggetto Le mille e una notte
Sceneggiatura Pier Paolo Pasolini, con la collaborazione di Dacia Maraini
Produttore Alberto Grimaldi
Casa di produzione PEA Produzioni Europee Associate, Les Productions Artistes Associés
Distribuzione (Italia) P.E.A.
Fotografia Giuseppe Ruzzolini
Montaggio Nino Baragli, Tatiana Casini Morigi
Effetti speciali Rank Film Labs
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Dante Ferretti
Costumi Danilo Donati
Trucco Massimo Giustini
Interpreti e personaggi
Premi
« Una pellicola che si trasforma, durante lo svolgimento, piano piano in poesia. E poi, d'altronde, Ninetto Davoli non l'ho mica scoperto io. »

Il fiore delle Mille e una notte è un film del 1974 scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini, vincitore del Grand Prix Speciale della Giuria al 27º Festival di Cannes.[1]

È il terzo e conclusivo capitolo della cosiddetta "trilogia della vita", dopo Il Decameron (1971) e I racconti di Canterbury (1972).

Indice

[modifica] Trama

Seguendo l'architettura della raccolta di racconti orientali, organizzata nella forma attuale attorno al 1400, lo sviluppo narrativo de Il fiore delle mille e una notte procede secondo una struttura ad incastro. Il tema del viaggio di Nur ed-Din alla ricerca dell'amata schiava Zumurrud che gli è stata rapita, ne costituisce il filo conduttore. Ad esso, nella forma di brevi apologhi o di racconti più strutturati, si intrecciano, in una sottile trama, sogni e racconti di amori felici o tragici, a costituire un unico luminoso arazzo, in cui le singole storie si fondono in un armonioso canto alla vita e all'amore.

[modifica] Produzione

[modifica] Sceneggiatura

Vi è una sensibile differenza tra la sceneggiatura scritta e la forma definitiva del film, con un radicale cambiamento dell'impostazione complessiva.[2]

Sceneggiatura Film
  • Primo tempo
    • Prologo
    • Visione di Mohamed (storia di Abu Nuwàs)
    • Visione di Ahmed (storia della regina Zobeida)
    • Visione di Nur ed-Din (storia del re Harún e della regina Zobeida, di Hasan e di Sitt la Bella)
    • Visione di Alì (storia di Dúnya e Tagi, che contiene anche quelle di Aziz e Aziza e di Shahriyàr, Shahzamàn e Yunàn)
  • Intermezzo
    • Prologo (cadavere del gobbo ucciso quattro volte)
    • Storia del sensale cristiano (Baqbaq)
    • Storia del capocuoco musulmano (Quffa)
    • Storia del medico ebreo (Al-Baqbúq)
    • Storia del sarto cinese (Dalila)
  • Secondo tempo
    • Prologo (l'autore del film incontra i ragazzi)
    • Storia di Nur ed-Din e Zumurrud
      • Bacio di Nur ed-Din
      • Bacio di Mohamed
      • Bacio di Ahmed
      • Bacio di Alì
  • Nur ed-Din e Zumurrud
    • Il poeta Sium e i tre giovani (lettura-racconto)
    • Il re Harún, la regina Zeudi e la giovane coppia (lettura-racconto)
    • Munis racconta a Nur ed-Din la storia di Dúnya e Tagi
      • Tagi incontra Aziz che racconta la propria storia con Aziza
      • Tagi ascolta il racconto dei monaci Shahzamàn e Yunàn
  • Nur ed-Din e Zumurrud si ritrovano

La sceneggiatura è costruita su una struttura molto rigida, divisa in tre atti (Primo tempo, Intermezzo, Secondo tempo), ognuno dei quali a sua volta diviso in quattro parti, con la presenza forte della cornice come elemento di raccordo e omogeneizzazione fra i racconti scelti da Pasolini fra le Mille e una notte. Lo stesso materiale narrativo è presentato invece nel film in una forma rapsodica, continua, fluida.[2]

La sceneggiatura si apre con un prologo ambientato nel Cairo moderno, in cui quattro ragazzi si masturbano all'aperto e hanno delle «visioni» che corrispondono a racconti e frammenti di novelle.

Nell'Intermezzo, quattro personaggi (un sarto, un medico, un cuoco e un sensale), ognuno dei quali crede di essere responsabile della morte di una stessa persona (un gobbo), raccontano a turno una storia per cercare di divertire il Sultano ed evitare la condanna a morte.

Nel Secondo tempo l'autore entra in scena in prima persona (come già nei due precedenti episodi della Trilogia della vita, in cui interpretava i personaggi dell'allievo di Giotto e di Chaucer, stavolta però nel ruolo di se stesso) e, in un'esplicita rivendicazione della propria omosessualità,[3] bacia uno dopo l'altro i quattro ragazzi del prologo, generando ogni volta una «visione» che costituisce un tassello della storia di Nur ed-Din e Zumurrud.

È assente nella sceneggiatura una delle sequenze più celebri del film, quella in cui Aziz colpisce con una freccia a forma di fallo la vagina di Budur, aggiunta probabilmente durante le riprese.

Nel passaggio della sceneggiatura al film vero e proprio, Pasolini ne stravolge completamente la struttura, «conquistando una leggerezza fabulatoria di straordinaria suggestione strutturale» e riuscendo a rendere «la dimensione plurima e polifonica del favolismo onirico»:[4] vengono completamente eliminati il prologo moderno e l'Intermezzo, la novella di Nur ed-Din e Zumurrud sostituisce la cornice e diventa la narrazione principale, sviluppata lungo tutto il film e non più nel solo Secondo tempo, una novella-contenitore all'interno della quale vengono raccontate le altre storie (con tagli e modifiche rispetto alla sceneggiatura), in un gioco di rimandi a scatole cinesi.[5]

Nel segno della ricerca della «leggerezza» si inserisce forse anche l'eliminazione della presenza fisica e simbolica dell'autore nel film, della sua «ridondante rivendicazione della propria omosessualità» e della «scontata dichiarazione di fede e di eresia»[4] (nella sceneggiatura l'autore, sorridendo, alza il pugno chiuso e dice: «Io sono comunista, e nella vita sono insieme con gli operai che lottano per la loro libertà e i loro diritti. Però non posso per questo rinunciare alla mia libertà e al mio diritto di raccontare fiabe [...] E raccontando le mie libere fiabe, non voglio scandalizzare solo i piccolo-borghesi, ma anche i piccolo-borghesi comunisti! [...] I giovani che disapprovano da sinistra il sesso e la gioia di vivere sono figli dei vecchi che li disapprovano da destra [...] Bisogna avere la libertà di raccontare storie politiche, non l'obbligo di raccontare storie politiche!»).[6]

[modifica] Doppiaggio

Pasolini si recò a Lecce alla ricerca di doppiatori, in quanto vedeva nell'accento leccese delle somiglianze con la lingua araba.[senza fonte]

[modifica] Caratteri generali

Girato in Yemen, Etiopia, Iran, India e Nepal, "Il fiore delle mille e una notte" - che pure ebbe un'accoglienza più tiepida da parte del pubblico, rispetto a Il Decameron e I racconti di Canterbury, con incassi molto inferiori, rappresenta il punto più ambizioso della Trilogia della vita.

Nei due film precedenti, la ricerca pasoliniana di un uomo riscattato dall'omologazione seriale dei costumi, dei modi, dello stesso apparire fisico, prodotte dal capitalismo e dalla società dei consumi - ricerca iniziata con i giovani sottoproletari delle periferie di Roma, di Accattone - si era rivolta ad un nostalgico passato letterario e storico. Qui tale ricerca sembra acquistare maggiore concretezza dall'esplorazione di aree geografiche, toccate solo marginalmente dallo sviluppo economico, in continuità con l'attenzione già rivolta da Pier Paolo Pasolini ai problemi del Terzo mondo, ad es. in Appunti per un'Orestiade africana.

Frotte di ragazzini urlanti che seguono, come in un coro di tragedia greca, i protagonisti della vicenda, correndo o ritraendosi paurosi, i tratti dei volti delle comparse, prese nella popolazione locale, il doppiaggio con l'accento pugliese, concorrono a rendere con efficacia questo abbraccio tra realtà e racconto, tra storia e mito.

È al sesso, all'atto sessuale in tutte le sue manifestazioni - eterosessuali, omosessuali, anche pedofile - nella purezza dei suoi modi, nella dolcezza dei corpi, nella serenità del reciproco abbandono, nell'assenza in esso di ogni forma di potere e di mercificazione, che è affidato il compito di illustrare il riscatto dell' uomo sulla Storia. Senza illusioni. Nel suo lucido pessimismo, il regista è perfettamente consapevole dell'inesorabile china della Storia, anche per il Terzo Mondo. È solo nell'arte che l'uomo può riscattarsi.

Tale pessimismo troverà di lì a poco manifestazione in Salò o le centoventi giornate di Sodoma, primo, e unico capitolo, di una Trilogia della morte.

Curiosamente, a questo film, benché fosse stato denunciato sin dalla sua prima proiezione in pubblico, per oscenità, furono risparmiate le peripezie giudiziarie degli altri. Il 15 agosto 1974, il giudice di Milano Caizzi dichiarò di «non doversi promuovere l'azione penale» contro il film giudicato «opera cinematografica di buon livello» e anche come «rappresentazione di una sensualità e di una affettività non malate... perché libere dall'idea del peccato, propria della tradizione cristiana».

La sentenza, però, non piacque a Pasolini, che vi vide una perdita di mordente della sua opera proprio in quanto cominciava a essere accettata e riconosciuta come arte.[senza fonte]

[modifica] Note

  1. ^ (EN) Awards 1974. festival-cannes.fr. URL consultato il 18 giugno 2011.
  2. ^ a b Gianni Canova, Prefazione, in Pier Paolo Pasolini, Trilogia della vita. Le sceneggiature originali di Il Decameron, I racconti di Canterbury, Il Fiore delle Mille e una notte, Garzanti, 1995. p. 32
  3. ^ Gianni Canova, op. cit., p. 33
  4. ^ a b Gianni Canova, op. cit., p. 36
  5. ^ Gianni Canova, op. cit., p. 34
  6. ^ Pier Paolo Pasolini, Trilogia della vita. Le sceneggiature originali di Il Decameron, I racconti di Canterbury, Il Fiore delle Mille e una notte, Garzanti, 1995. pp. 672-673

[modifica] Bibliografia

  • Pier Paolo Pasolini, Trilogia della vita. Le sceneggiature originali di Il Decameron, I racconti di Canterbury, Il Fiore delle Mille e una notte, prefazione di Gianni Canova, Milano, Garzanti, 1995. ISBN 88-11-66922-7

[modifica] Altri progetti

[modifica] Collegamenti esterni

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