Bernabò Visconti

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Bernabò Visconti
Bernabò Visconti
Signore di Bergamo, Brescia, Cremona, Soncino, Lonato e Valcamonica
Stemma
Nascita Milano, 1323
Morte Trezzo sull'Adda, 19 dicembre 1385
Sepoltura Cripta di San Giovanni in Conca a Milano
Padre Stefano Visconti
Madre Valentina Doria
Consorte Regina della Scala
Signoria dei Visconti di Milano
(1277-1395)
Arms of the House of Visconti (1277).svg
Stemma dei Visconti dal 1277 al 1395
Ottone
Matteo I
Galeazzo I
Azzoneco-signore con gli zii Luchino e Giovanni
Matteo II co-signore coi fratelli Galeazzo II e Bernabò
Galeazzo II co-signore coi fratelli Matteo II e Bernabò
Bernabò co-signore coi fratelli Matto II e Galeazzo II
Gian Galeazzo
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Bernabò Visconti (Milano, 1323Trezzo sull'Adda, 19 dicembre 1385) fu Signore di Bergamo, Brescia, Cremona, Soncino, Lonato e Valcamonica e co-Signore di Milano insieme ai fratelli Matteo II e Galeazzo II. Congiuntamente al fratello Galeazzo, seppur non di comune accordo, estese i domini della famiglia spianando la strada per il grande "Stato Visconteo" che sarebbe stato definitivamente plasmato da suo nipote, Gian Galeazzo Visconti, assurto al potere dopo l'eliminazione di Bernabò.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Le origini[modifica | modifica sorgente]

Bernabò nacque a Milano, figlio di Stefano Visconti e di Valentina Doria (figlia di Bernabò Doria, figlio a sua volta di Branca Doria). I dati relativi alla sua infanzia sono scarsi. Nel 1340, con i fratelli Matteo e Galeazzo, si unì alla congiura di Francesco Pusterla contro lo zio Luchino Visconti, allora signore di Milano: la congiura venne sventata e Pusterla eliminato ma Luchino non trovò prove contro i nipoti. Nel 1346 una nuova congiura costò questa volta l'esilio ai figli di Stefano, scacciati da Luchino e dall'arcivescovo Giovanni Visconti, fratello di Luchino. Bernabò ripiegò in Savoia, nelle Fiandre, per finire ospite alla corte di Filippo VI di Francia (1348).

La conquista del potere[modifica | modifica sorgente]

Bernabò Visconti con la moglie Beatrice Regina Della Scala

Bernabò rientrò a Milano alla morte di Luchino (1349), richiamato dallo zio arcivescovo Giovanni insieme agli altri fratelli.

Il 27 settembre 1350, Bernabò sposò Beatrice Regina della Scala, figlia di Mastino II, signore di Verona, e di Taddea da Carrara. Il matrimonio, quasi certamente organizzato dall'arcivescovo Giovanni che contemporaneamente accasava Galeazzo II con una rampolla dei Savoia, creò un importante sodalizio politico e culturale tra Milano e Verona e garantì stabilità ai confini orientali del dominio visconteo.

Nel 1354, alla morte dell'arcivescovo Giovanni, il potere su Milano passò ai tre figli di Stefano Visconti. Mentre Matteo II occupava la parte subpadana del dominio milanese, Galeazzo II si fece carico dei domini occidentali, limitrofi al dominio sabaudo, ed a Bernabò spettarono i domini più orientali, limitrofi alle terre degli Scaligeri: Bergamo, Brescia, Cremona e Crema. La città di Milano era gestita congiuntamente dai tre fratelli, che eleggevano a turno il podestà. Soltanto la città di Genova e il relativo contado rimase possesso comune.

Bernabò prese residenza nel palazzo che era appartenuto allo zio Luchino, vicino alla basilica di San Giovanni in Conca. Bernabò riadattò la residenza secondo le sue esigenze, innalzando fino a venticinque braccia le mura merlate già presenti sulla struttura e collegandola con un camminatoio sopraelevato al palazzo-fortezza Visconti fatto costruire da Azzone Visconti (attuale Palazzo Reale di Milano).

Il 26 settembre 1355 Matteo II morì, si presume avvelenato dai due fratelli che si spartirono poi il dominio.

Le guerre[modifica | modifica sorgente]

Nel 1356, causa un'offesa recata all'imperatore Carlo IV durante il suo passaggio in Italia (1354-55), Bernabò dovette fronteggiare un'armata imperiale guidata dal vicario imperiale Markward von Raudeck. Il 12 novembre, gli imperiali vennero però sconfitti dalle truppe viscontee guidate da Lodrisio Visconti che catturò ed imprigionò von Raudeck. Nel 1360, mentre suo fratello Galeazzo conquistava Pavia, Bernabò venne dichiarato eretico da Papa Innocenzo VI e condannato dall'imperatore Carlo IV. Il 26 luglio 1361, nella Battaglia di San Ruffillo, le truppe viscontee vennero pesantemente sconfitte dagli imperiali guidati da Galeotto I Malatesta. Nel 1362 Bernabò attaccò Mantova, retta dal Capitano del Popolo Guido Gonzaga. Impegnato a combattere su troppi fronti, Bernabò accettò, quasi certamente su pressione del fratello Galeazzo II, la mediazione del re Giovanni II di Francia per chiudere il conflitto con il nuovo Papa Urbano V. Il Visconti mancò però di rendere allo Stato Pontificio la città di Bologna e non si presentò al papa ad Avignone; venne così nuovamente scomunicato il 4 marzo 1363, mentre suo figlio Ambrogio veniva catturato dal condottiero pontificio Gil de Albornoz. Il conflitto tra Bernabò Visconti ed il papa venne chiuso il 13 marzo 1364 da un trattato di pace che garantì ai Visconti una borsa di 500.000 fiorini per la restituzione delle terre pontificie occupate.

Mentre a Milano il Monumento equestre a Bernabò Visconti, opera del maestro Bonino da Campione (già autore del monumento funebre dei coniugi Stefano Visconti e Valentina Doria), veniva esposto accanto all'altare maggiore della basilica di San Giovanni in Conca come una sacra reliquia, a partire dal 1364, il Visconti iniziava a stringere alleanze con le famiglie della nobiltà imperiale. Fondamentale fu l'alleanza con i Wittelsbach, suggellata con un doppio matrimonio: Taddea Visconti, figlia di Bernabò, sposò Stefano III di Baviera, mentre Marco, altro figlio di Bernabò, sposava Elisabetta di Baviera, cugina di Stefano. L'anno successivo (1365), un'altra figlia di Bernabò, Verde Visconti, andò in sposa al duca d'Austria Leopoldo III d'Asburgo.

Nell'estate del 1368, il Visconti si alleò con Cansignorio della Scala e tornò ad attaccare i Gonzaga a Mantova. Nel 1370 le truppe di Bernabò attaccarono Reggio Emilia che l'anno dopo divenne suo dominio grazie ad un accordo con il Gonzaga. I malintesi tra Bernabò e l'Impero venivano nel frattempo risolti.

Nel 1371 Bernabò Visconti mosse guerra agli Estensi, signori di Modena e Ferrara, strappando loro territori che appartenevano, formalmente, alla Chiesa, ed attirando così su di sé le ire di Papa Gregorio XI. Il conte Amedeo VI di Savoia si unì alla Lega Pontificia e mosse guerra ai Visconti (1372), liberando Asti dall'assedio. Scomunicato una nuova volta nel 1373 e sconfitto nuovamente da Galeotto Malatesta presso Montichiari (Brescia), Bernabò dovette anche fronteggiare i problemi causati dal dilagare della peste nera a Milano[1] e dalla rivolta delle genti bergamasche il cui nefasto esito fu la distruzione, per ordine del Visconti, dell'Abbazia di Pontida, da lui precedentemente favorita. Fu in questo periodo che Bernabò prese al proprio servizio il condottiero inglese John Hawkwood (il Giovanni Acuto di Niccolò Machiavelli), cui diede poi in sposa la figlia illegittima Donnina (1377).

Nel 1376 Bernabò venne avvicinato da Pietro II di Cipro, bisognoso di un alleato sulla terraferma italica per muovere un attacco alla Repubblica di Genova, in guerra con Cipro. L'accordo venne suggellato dal matrimonio di Pietro con Valentina, figlia di Bernabò. Nel 1378 il Visconti appoggiò la Repubblica di Venezia nella Guerra di Chioggia contro Genova. Le truppe viscontee vennero però sconfitte pesantemente in Val Bisagno nel settembre del 1379. Il condottiero Hawkwood abbandonava nel frattempo Bernabò, passando al servizio degli Angioini di Napoli e quindi dello schieramento papale. Il Visconti rispose appoggiandosi al condottiero italiano Alberico da Barbiano, già compagno d'armi di Hawkwood alla presa di Cesena (1377), di cui finanziò la Compagnia di San Giorgio, composta unicamente da soldati italiani. Moriva in quello stesso anno Galeazzo II Visconti, lasciando Bernabò signore assoluto del dominio visconteo.

In quegli stessi anni, i Visconti vennero avvicinati da Riccardo II d'Inghilterra, impegnato a riorganizzare le forze inglesi in vista del riaccendersi della Guerra dei Cent'Anni. Durante questa ambasciata avvenne il presunto incontro tra Bernabò ed il poeta inglese Geoffrey Chaucer che avrebbe poi parlato del Visconti nella novella Il racconto del Monaco (I racconti di Canterbury).

Il rafforzamento dello stato visconteo[modifica | modifica sorgente]

Il castello di Trezzo sull'Adda
Il castello di Pagazzano

Costantemente ampliata dai conflitti di Bernabò, la zona orientale del dominio visconteo venne riorganizzata per permettere un maggiore controllo del Visconti sulle città ed i territori controllati.

  • Al fine di garantirsi una miglior presa sui territori del dominio, Bernabò ordinò la demolizione di buona parte dei castelli germinati durante lo scorrere dei secoli sulle terre dei vari signorotti locali. Sopravvissero alla distruzione solo i castelli passati sotto il diretto dominio visconteo, come il castello di Pagazzano, già residenza dell'arcivescovo Giovanni Visconti;
  • Cittadelle strategiche sorsero nelle città occupate per garantire la presa in loco dei Visconti: esemplare in questo senso i lavori di ampliamento della Rocca di Bergamo;
  • Bernabò prese dimora stabile nel Castello di Trezzo sull'Adda presso il quale, nel 1370, ordinò l'erigenda di un nuovo ponte sul fiume Adda: un'opera architettonica imponente per allora; stando ad alcune fonti forse l'allora più grande ponte ad arco singolo del territorio europeo.
  • L'assetto dei commerci sull'Adda venne stravolto da Bernabò che (post 1370) dirottò il transito del grosso delle merci sul nuovo ponte di Trezzo sull'Adda, a discapito dei vecchi ponti di Canonica d'Adda e Cassano d'Adda.

La fine[modifica | modifica sorgente]

L'arresto di Bernabò Visconti.

Morto il fratello Galeazzo II, Bernabò Visconti accasò sua figlia Caterina con Gian Galeazzo, figlio del defunto Galeazzo II, con il chiaro intento di legare a sé il nipote e rimanere l'unico capo del vasto dominio visconteo (1380). Convinto di poter controllare Gian Galeazzo, la cui sorella Violante, nel frattempo (1381), andava in sposa a Ludovico Visconti, altro suo figlio, Bernabò avviò poi una serrata campagna di alleanze matrimoniali, accasando le figlie con regnanti europei, mentre tra i figli maschi era già stato spartito il dominio nel 1379.

Nel 1382, Marco Visconti, erede primogenito di Bernabò, moriva.

Nel 1385 Bernabò impresse una decisa svolta filo-francese alla sua politica matrimoniale. Mentre arrivavano finalmente a conclusione le trattative per il matrimonio tra sua figlia Lucia Visconti ed un figlio del re di Napoli Luigi II d'Angiò, sua nipote Isabella di Baviera, figlia di Taddea, veniva promessa in sposa al re Carlo VI di Francia.

Gian Galeazzo, vedendo minacciate le sue alleanze francesi, mosse risolutamente contro lo zio. Con la scusa di un pellegrinaggio, attirò Bernabò fuori dalla Pusterla di Sant'Ambrogio, a Milano. Bernabò si recò all'appuntamento accompagnato solo dai figli Rodolfo e Ludovico. Venne facilmente catturato dagli uomini di Gian Galeazzo che poi si impadronirono dei punti chiave di Milano, mentre alla plebaglia veniva lasciata licenza di saccheggiare il palazzo di Bernabò. Il vecchio "tiranno" venne rinchiuso nelle segrete del suo stesso castello di Trezzo sull'Adda. Rimase segregato per alcuni mesi, poi morì, probabilmente avvelenato[2].

Bernabò Visconti fu sepolto a Milano nella cripta di San Giovanni in Conca.

La leggenda nera[modifica | modifica sorgente]

Bernabò viene descritto dagli storici dell'epoca come uomo di bell'aspetto, intelligente, colto, fine politico e abile giurista ma anche capace di atti di incredibile e maniacale crudeltà. Le storie delle nefandezze perpetrate dal Visconti sono numerose:

  • Si narra che l'affare di Stato più importante fosse la caccia al cinghiale del principe; chiunque si rendeva negligente al riguardo, era messo a morte fra i tormenti;
  • Grande amante dei cani, si racconta che ne possedesse cinquemila. Non potendoli tenere tutti a palazzo, li distribuì ai propri sudditi, i quali avrebbero dovuto provvedere a mantenerli in buona salute. Periodicamente questi dovevano recarsi alla casa del signore per farne verificare le condizioni. Qualora apparissero in cattiva forma venivano inflitte pene severissime. Da questo parrebbe derivare l'espressione milanese alla cà di can, ovvero "alla casa del cane" per indicare l'angoscia di recarsi dal signore in tali circostanze. Nel dopoguerra, una errata traduzione sembrerebbe aver storpiato la frase in alla cazzo di cane, fraseologia più scurrile, significante 'lavorare male, con nessun criterio'.
  • Due legati del Papa che nel 1361 andarono da Bernabò a notificargli le volontà dal Papa in merito ad una controversia sul possesso di Bologna (o, secondo altri, la scomunica papale nel 1373[3];) furono accolti sul fiume Lambro da Bernabò in persona con un piccolo esercito. Alla lettura del plico papale, Bernabò disse "Scegliete pur voi, o mangiare o bere": i due capirono che il "bere" significava essere buttati nel fiume e preferirono ingoiare la pesante pergamena con tanto di cordone di seta, da cui il modo di dire "mangiare la foglia" ("manger la feuille": "mangiare il foglio" in francese[3]). Uno dei legati si chiamava Guglielmo da Grimoard, futuro Papa Urbano V.[4]
  • Le imposte erano percepite nei modi più odiosi che si possano immaginare;
  • Le sette figlie ricevettero una dote di 100.000 fiorini d'oro ciascuna ed un enorme tesoro si trovò accumulato nelle mani del principe;
  • Alla morte di Beatrice Regina Della Scala (1384) una notificazione «ai sudditi» intimava che, come altre volte essi avevano partecipato alle gioie del loro signore, così ora dovevano dividere con lui il dolore, e quindi portare il lutto per un intero anno.

Discendenza[modifica | modifica sorgente]

Il matrimonio tra Bernabò e Beatrice Regina Della Scala diede una nutrita figliolanza:

Bernabò ebbe inoltre dall'amante Bertramola dè Grassi:

e da un'altra amante:

  • Valentina, (?-?) legittimata, sposò Gentile di Antonio Visconti di Orago

e da un'altra amante:

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Rosemary Horrox, The Black Death, 1994, III. 65, p 203.
  2. ^ Barbara W. Tuchman, Uno specchio lontano: un secolo di avventure e di calamità, il Trecento, Milano, 1979, pp. 470-73.
  3. ^ a b Prof. Luciano Pranzetti, Conferenza del 24 settembre 2011 "Curiosità linguistiche"
  4. ^ "Le grandi famiglie d'Europa: I Visconti", Mondadori 1972, p.66

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti[modifica | modifica sorgente]

  • T. Calchi, Genealogia dei Viscondi, Napoli, 1737.
  • G. Volpi, Dell'istoria dei Visconti, Napoli, 1748.
  • Glorie dehgli eroi Visconti, Milano, 1784.

Studi[modifica | modifica sorgente]

  • Daniela Pizzagalli, Bernabò Visconti, Milano, 1994.
  • Luigi Barnaba Frigoli, Un denaro in meno di Cristo - Bernabò Visconti nella novellistica toscana, in Archivio storico lombardo 2007, Milano, 2007.

Romanzi storici[modifica | modifica sorgente]

  • Luigi Barnaba Frigoli, La Vipera e il Diavolo, edizioni Meravigli, Milano 2013.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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