Panthera leo

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Leone
Lion waiting in Namibia.jpg

Okonjima Lioness.jpg
Maschio (in alto) e femmina (in basso)

Stato di conservazione
Status iucn3.1 VU it.svg
Vulnerabile[1]
Classificazione scientifica
Dominio Eukaryota
Regno Animalia
Sottoregno Eumetazoa
Superphylum Deuterostomia
Phylum Chordata
Subphylum Vertebrata
Infraphylum Gnathostomata
Superclasse Tetrapoda
Classe Mammalia
Sottoclasse Theria
Infraclasse Eutheria
Superordine Laurasiatheria
Ordine Carnivora
Sottordine Feliformia
Famiglia Felidae
Sottofamiglia Pantherinae
Genere Panthera
Specie P. leo
Nomenclatura binomiale
Panthera leo
Linnaeus, 1758

Il leone (Panthera leo, Linnaeus 1758) è un carnivoro della famiglia dei Felidi. Dopo la tigre, è il più grande dei cinque grandi felini del genere Panthera, con alcuni maschi la cui massa corporea supera i 250 kg.[2] Il suo areale è nel 2011 ridotto quasi esclusivamente all'Africa subsahariana; il continuo impoverimento del suo habitat naturale e il protrarsi della caccia di frodo ai suoi danni ne fanno una specie vulnerabile secondo la IUCN.[1] Questa definizione è giustificata da un declino stimato tra il 30 ed il 50% nella zona africana nei vent'anni precedenti.[1]

Una popolazione di dimensioni assai ridotte sopravvive nel Gir Forest National Park in India, mentre gli esemplari che abitavano il Nordafrica ed il Medio Oriente sono scomparsi da molti secoli. Sino al Pleistocene, circa diecimila anni fa, il leone era il secondo grande mammifero più diffuso dopo l'uomo. A quei tempi si trovavano leoni in gran parte dell'Eurasia e dell'Africa, e addirittura in America del Nord, dallo Yukon al Perù.[3]

In virtù delle dimensioni e delle abitudini, questo felino non può essere allevato al di fuori di aree protette e parchi naturali o zoologici. Celebre l'esempio della leonessa Elsa, restituita all'habitat naturale dopo aver vissuto per alcuni anni con i coniugi Adamson. Anche se le cause del declino dei leoni non sono certe, il degrado dell'habitat e i conflitti con l'uomo ne sembrano le cause predominanti. In natura un leone sopravvive da dieci a quindici anni, mentre in cattività può arrivare a venti. I maschi in particolare, non superano spesso i dieci anni d'età in natura, in seguito agli infortuni derivanti dalle lotte con i rivali per il dominio sul branco.[4]

Tipicamente, i leoni abitano la savana e le praterie, ma possono adattarsi ad aree cespugliose e foreste. In confronto ad altri felini, i leoni sono animali con uno spiccato spirito di socialità. Un branco è formato generalmente da un maschio alfa (o più raramente 2, se fratelli), un gruppo di femmine, imparentate tra loro, con cui, questo (o questi), si accoppia, e la loro prole. I cuccioli maschi, restano all'interno del branco fino alla loro maturazione sessuale, quando vengono scacciati da parte del maschio alfa (il loro padre). I giovani maschi adulti, una volta allontanati dal vecchio branco, possono, per qualche tempo restare insieme formando un piccolo branco di soli maschi (fratelli), finché non decidano di separarsi per formare delle loro famiglie, in genere scacciando un altro maschio da un branco rivale. Le femmine tipicamente cacciano insieme, principalmente ungulati. È un cosiddetto predatore alfa, ovvero si colloca all'apice della catena alimentare, non avendo predatori in natura, a parte l'uomo (ed eccezionalmente il coccodrillo del Nilo), ma ciononostante, può compiere sciacallaggio in caso di estremo bisogno. I leoni non cacciano l'uomo con regolarità, ma alcuni esemplari particolari lo hanno fatto.

Assai facile da distinguere, il maschio di leone ha una criniera caratteristica, e la sua immagine è uno dei simboli più sfruttati nella storia dell'umanità. Le prime rappresentazioni furono fatte nel Paleolitico superiore, e troviamo leoni scolpiti o dipinti nelle Grotte di Lascaux e nella Grotta Chauvet. Essi appaiono nella cultura di praticamente ogni civiltà antica che vi abbia avuto a che fare. Li troviamo inoltre in un enorme quantità di sculture, dipinti, bandiere nazionali e regionali, film e libri contemporanei. Furono tenuti in menagerie fin dai tempi dell'Impero romano e sono stati la chiave delle esibizioni degli zoo di tutto il mondo a partire dal XVIII secolo. Diversi zoo mondiali stanno collaborando per salvare la sottospecie asiatica.

Etimologia[modifica | modifica sorgente]

La parola leone, assai simile anche in altre lingue romanze, deriva dal latino leō[5] a sua volta preso in prestito in età arcaica[6] dal greco antico λέων (léōn).[7] La parola ebraica לָבִיא (lavi) potrebbe anch'essa avere una relazione con le precedenti,[8] così come quella in egiziano antico rw.[9] Si tratta di una delle molte specie descritte nel XVIII secolo da Linneo nel suo lavoro Systema Naturae, con il nome di Felis leo.[10] Panthera è dal greco πάνθηρ panthēr, imparentato col sanscrito puṇḍarīka, "tigre".[11]

Descrizione[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Criniera.
Questa ricostruzione degli scheletri di un leone all'attacco di un'antilope alcina è conservata al Museo di Osteologia di Oklahoma City.
Visione comparata della struttura dell'uomo e del leone, ca. 1860
Cranio di leone conservato al Parco Nazionale Kruger in Sudafrica.
Schema della laringe.

Il leone è uno dei più grandi predatori terrestri in assoluto ed il più grande in Africa. Fra i felini, è quello più alto al garrese e, in quanto al peso, è secondo solo alla tigre. Il maschio può pesare dai 150 ai 250 kg,[2] mentre la massa corporea delle femmine varia dai 120 ai 182 kg.[2][12]

Nowell e Jackson hanno riportato masse corporee medie di 181–220 kg per il maschio e di 126–150 kg per le femmine, ed hanno registrato l'abbattimento di un esemplare eccezionale di 272 kg presso il Monte Kenya.[13] L'appartenenza regionale influisce pesantemente sulle dimensioni dei leoni: quelli sudafricani ad esempio tendono a pesare in media il 5% in più rispetto a quelli dell'Africa orientale.[14] Sembra comunque che il record di massa corporea per un leone in libertà appartenga ad un esemplare di ben 313 kg abbattuto nel 1936 presso Hectorspruit nel Transvaal orientale in Sudafrica. Sembra che questo animale fosse un mangiatore di uomini.[15]

La lunghezza del corpo, esclusa la coda, varia da 170 a 250 cm nei maschi e da 140 a 175 cm nelle femmine;[2] l'altezza media al garrese è intorno ai 123 cm per i maschi e 107 cm[2] per le femmine (il massimo è rispettivamente di 126 e 110 cm).[15] Il record di lunghezza succitato appartiene ad un leone dalla criniera nera che è stato abbattuto presso Muccso, nell'Angola meridionale nell'ottobre 1973.[15]

In cattività tuttavia i leoni hanno la possibilità di evitare i pericoli della vita libera ed arrivano a pesare anche 300 kg; un maschio in particolare è riuscito a raggiungere la massa corporea record di 375 kg. Il leone in questione si chiamava Simba e nel 1970, epoca della misurazione, viveva nello zoo di Colchester in Inghilterra.[16]

La coda ha una lunghezza considerevole compresa tra 90 e 105 cm per i maschi e tra 70 e 100 cm per le femmine.[2] Fatto unico per i Felidi, la coda termina con un ciuffo peloso che nasconde una punta ossea di circa 5 cm di lunghezza, la cui funzione non è nota. Assente alla nascita, questa propaggine, spesso dotata di spine e formata dalle ultime ossa della coda saldate assieme, inizia a formarsi dopo i cinque mesi e mezzo d'età ed è completa a sette.[17]

Formula dentaria
Arcata superiore
1 3 1 3 3 1 3 1
1 2 1 3 3 1 2 1
Arcata inferiore
Totale: 30
1.Incisivi; 2.Canini; 3.Premolari; 4.Molari;

Oltre alla differenza di stazza, il più evidente indizio di dimorfismo sessuale è rappresentato dalla folta criniera, di cui solo i maschi sono dotati. Si tratta degli unici felini che presentano una caratteristica dimorfa così spiccata. Ciò si riflette anche sulle abitudini dell'animale: mentre la femmina è un'attiva cacciatrice, il maschio è impedito nell'attività predatoria dalla presenza dell'ingombrante criniera, che da un lato provoca condizione di surriscaldamento e dall'altro rende problematico il mimetismo.

Gli arti potenti, la formidabile mascella ed i canini di 8 cm gli permettono di abbattere prede di grandi dimensioni.[18] Il teschio è assai simile a quello di una tigre, anche se la parte frontale è più depressa ed appiattita e la parte suborbitale è leggermente più corta. Le aperture nasali sono inoltre più grandi rispetto a quelle della tigre. In ogni caso, vista la grande somiglianza, soltanto la mascella inferiore viene considerata un indicatore affidabile per distinguere le due specie.[19]

Il colore della pelliccia varia sui toni del giallo e del camoscio, sino al rossiccio ed all'ocra, più chiaro nelle parti inferiori del corpo. La criniera varia in colore dal biondo al marrone scuro e generalmente si scurisce con l'età, mentre il ciuffo al termine della coda è invariabilmente nero. I cuccioli nascono con la pelliccia maculata, simile a quella di un leopardo. Anche se al sopraggiungere dell'età adulta le macchie scompaiono, qualche puntino tenue si può spesso osservare sulle zampe e sul ventre, in modo particolare nelle leonesse.

La criniera è una caratteristica dimorfica fondamentale nei leoni.
Immagine termografica di un leone in inverno.

Variazioni[modifica | modifica sorgente]

Nelle popolazioni di leoni sono state osservate un certo numero di variazioni naturali. Alcune di queste sono state facilitate dalla cattività.

Leoni bianchi[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Leone bianco.
Il leone bianco deve il suo manto alla presenza di un gene recessivo. Si tratta di una forma piuttosto rara della sottospecie Panthera leo krugeri.

Sebbene siano rari, leoni bianchi si incontrano occasionalmente a Timbavati, in Sudafrica. Il loro insolito colore è dovuto alla presenza di un gene recessivo.[20] In particolare non si può parlare di una sottospecie distinta, ma di un caso di polimorfismo genetico legato ad una condizione di leucismo,[21] che causa una colorazione pallida e simile a quella delle tigri bianche. La condizione è inoltre analoga, anche se con effetti opposti, al melanismo tipico della pantera nera. Non si tratta invece di una variante dell'albinismo, in quanto la pigmentazione degli occhi e della pelle è quella classica.

Un leone bianco incontra comunque degli svantaggi quando va a caccia: la sua presenza può essere tradita dal suo colore, diversamente da quanto avviene per la versione classica del felino che si immerge quasi perfettamente nell'ambiente circostante. I leoni bianchi nascono quasi completamente di quel colore, senza le normali macchie di camuffamento che si trovano generalmente nei cuccioli di leone. Il loro colore si scurisce gradualmente fino a diventare crema o avorio (colore noto con il nome di biondo).[22]

La sottospecie in cui più frequentemente viene osservata questa caratteristica è la Panthera leo krugeri, in particolare all'interno e nei pressi del Parco nazionale Kruger e dell'adiacente Riserva di Timbavati, che si trovano nel Sudafrica orientale. La peculiarità è comunque molto più frequente in cattività, grazie alla selezione effettuata dagli allevatori. Questi leoni sono stati infatti allevati per anni in Sudafrica in modo da poter essere usati come trofei per battute di caccia.[23]

Le prime conferme dell'esistenza di questi animali sono arrivati soltanto nel tardo XX secolo. Per centinaia di anni, si credeva che essi fossero solo i protagonisti di un ciclo di leggende sudafricane, e che il loro manto candido simboleggiasse la bontà presente in tutte le creature. I primi avvistamenti attendibili all'inizio del Novecento tuttavia, sono stati seguiti da molti altri, anche se non frequenti, sino al 1975, quando una cucciolata di leoni bianchi è stata ritrovata nella Riserva Timbavati.[24]

Coppia di ligri.

Ibridi[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ligre e Tigone.

In cattività si sono verificati alcuni casi di incrocio fra leoni e tigri: l'accoppiamento tra un esemplare di leone maschio ed uno di tigre femmina da origine ad un ibrido detto ligre,[25][26] mentre l'incrocio tra una leonessa ed un esemplare di tigre maschio dà origine al tigone.[26][27]

Biologia[modifica | modifica sorgente]

Comportamento[modifica | modifica sorgente]

I leoni restano per molto tempo inattivi durante la giornata, stando a riposo per circa 20 ore su 24.[28] Nonostante questo, se si dovesse rendere necessario, i leoni possono attivarsi in qualsiasi momento. In genere, il periodo di massima mobilità è quello successivo al tramonto, dedicato alla socialità, alla toelettatura ed ai bisogni fisiologici. Raffiche intermittenti di grande attività avvengono durante le ore notturne fino all'alba, dedicate alla caccia. Spendono una media di due ore al giorno camminando o correndo ed all'incirca 50 minuti per nutrirsi.[29]

Vita e salute[modifica | modifica sorgente]

La vita dei leoni in natura arriva al massimo a circa 16 anni, mentre in cattività può protrarsi per ulteriori 10. Tuttavia, per varie cause, pochi esemplari riescono a vivere così a lungo, ed in particolare i maschi solitari.[18] Anche se i leoni adulti non hanno predatori naturali, alcuni indizi provano come la maggior parte delle morti siano violente e causate dall'uomo o da altri leoni.[30] Ciò è particolarmente vero per i maschi i quali, essendo il primo baluardo in difesa della prole, sono esposti agli attacchi di altri aspiranti leader. Infatti, anche se l'età massima in natura è di circa 16 anni, la maggioranza dei maschi non supera i 10. Ne consegue che la vita di un maschio dura generalmente meno di quella di una femmina, in natura. Tuttavia non solo i maschi sono soggetti a morte violenta: qualora i territori di due branchi si sovrappongano, esemplari di entrambi i sessi possono perdere la vita nelle lotte che ne conseguono.

Uno dei leoni arrampicatori del Serengeti in Tanzania.

Le specie di zecche che infastidiscono i leoni sono diverse, ed attaccano orecchio, collo ed inguine.[31][32] Forme adulte del Cestoda Taenia sono state ritrovate nell'intestino di alcuni leoni, che li avevano probabilmente ingeriti allo stadio larvale dalla carne di un'antilope.[33]

Altri leoni all'interno del cratere di Ngorongoro erano infastiditi da una diffusione anomala di mosche cavalline avvenuta nel 1962. I leoni in questione apparivano ricoperti di macchie pallide, indicative di aree prive di sangue, ed emaciati. I felini hanno tentato inutilmente di liberarsi del fastidioso parassita arrampicandosi sugli alberi e rifugiandosi in tane di iena. Alla fine molti sono morti o fuggiti, poiché il loro numero è crollato da 70 a 15 individui.[34] Un'invasione di questi insetti avvenuta nel 2001 ha poi ucciso altri sei leoni.[35] In modo particolare quando si trovano in cattività, i leoni sono assai vulnerabili al virus del cimurro, al virus dell'immunodeficienza felina ed alla peritonite infettiva felina.[21] Il primo è assai diffuso tra i cani domestici e tra altri carnivori, ed un'epidemia di questa patologia avvenuta nel Parco nazionale del Serengeti nel 1994 ha portato molti esemplari allo sviluppo di sintomi neurologici come le convulsioni. Molti di questi leoni sono morti in seguito di polmonite ed encefalite.[36] Il secondo virus, che è simile all'HIV, non è ritenuto molto dannoso per un leone, ma visti i suoi effetti devastanti sui gatti, i leoni in cattività sono tenuti sotto stretto controllo da questo punto di vista. Appare con frequenza alta o addirittura endemica in molte popolazioni di leone africano in natura, ma è praticamente assente nelle zone asiatiche ed in Namibia.[21]

Alimentazione[modifica | modifica sorgente]

Le leonesse sfruttano i denti aguzzi per uccidere le prede con un morso al collo.

I leoni sono carnivori, ed il fabbisogno giornaliero di carne raggiunge i 5 kg tra le femmine adulte ed i 7 kg tra i maschi.[18] Questi animali possono tuttavia mangiare molto di più quando hanno una preda a disposizione. Riescono infatti ad ingoiare fino a 30 kg di carne in un'unica battuta di caccia.[37] Se la preda è troppo grande per divorarla completamente si riposano per qualche ora e ricominciano a mangiare in seguito. Durante le giornate più calde, nel corso di questi momenti di riposo il branco può lasciare uno o due maschi a difendere la preda e ritirarsi in zone più in ombra.[38]

Le prede predilette sono grandi mammiferi, in particolare gnu, impala, zebre, bufali neri e facoceri nella zona africana dell'areale, antilopi azzurre, cinghiali e varie specie di cervo nella parte indiana. Sono molte tuttavia le specie di animale che possono divenire oggetto della caccia di questi felini, a seconda delle necessità. Tra queste ricordiamo ungulati tra i 50 ed i 300 kg come kudu, alcelafi, orici gazzella ed antilopi.[2] In alcune occasioni, possono nutrirsi anche di animali più piccoli come gazzelle di Thomson, springboks, o addirittura lepri ed uccelli. In generale un gruppo di leoni è in grado di abbattere qualsiasi animale, anche se adulto e perfettamente in salute, ma essi tendono ad evitare di attaccare animali troppo grandi, come ad esempio le giraffe adulte, per evitare il rischio di ferirsi durante l'attacco.

Altre statistiche portano alla luce risultati analoghi, ma leggermente diversi, dovuti anche alle differenze geografiche. Il range di massa corporea delle prede sarebbe infatti compreso tra i 190 ed i 550 kg. In Africa, la preda preferita sarebbe lo gnu, che nel Serengeti costituisce più di metà della dieta, seguito dalla zebra.[39] La maggior parte degli ippopotami, rinoceronti ed elefanti adulti, e per opposti motivi le gazzelle e gli impala più piccoli, escono dall'intervallo sopracitato e quindi sono normalmente evitati. In particolari regioni comunque bufali e giraffe adulte sono considerate prede dai leoni locali. Nel Parco nazionale Kruger ad esempio, le giraffe sono regolarmente uccise e mangiate,[40] mentre nel Parco nazionale del lago Manyara sono i bufali neri a costituire sino al 62% della dieta dei leoni, poiché in quella zona tali bovini sono presenti in numero abbondante.[41]

Un gruppo di leonesse collabora per abbattere un bufalo nel Delta dell'Okavango in Botswana.
I leoni del fiume Savuti sono noti per attaccare spesso gli elefanti.

Negli stessi luoghi possono occasionalmente catturare addirittura degli ippopotami, mentre in generale i rinoceronti non sono alla loro portata. D'altro canto, anche se pesano meno di 190 kg, i facoceri sono spesso catturati in base alla disponibilità del momento.[42]

Questi felini sono inoltre in grado di apprendere nuove tecniche di caccia e acquisire una preferenza non istintiva per determinati tipi di prede: i leoni della zona del fiume Savuti in Botswana ad esempio, sono specializzati nella caccia ai cuccioli di elefante,[43] mentre quelli che vivono presso il fiume Cuando (ancora Botswana) si nutrono soprattutto di ippopotami.

Nel primo caso le guide del Parco nazionale del Chobe hanno spiegato come, spinti da una fame estrema, i leoni abbiano iniziato dapprima ad attaccare i cuccioli di elefante, poi i giovani ed in alcuni casi addirittura gli adulti. Per avere la meglio su questi giganti approfittano delle ore notturne, che riducono le capacità visive dei pachidermi.[44] In genere, l'attacco a prede di specie insolite è inizialmente giustificato dalla scarsa disponibilità di cibo, ma può in seguito consolidarsi come abitudine. In alcune occasioni, comportamenti acquisiti di questo tipo hanno trasformato i leoni in cacciatori di uomini.

I leoni non disdegnano comunque la carne di animali da allevamento: in India ad esempio i bovini domestici rappresentano una parte importante della dieta dei pochi leoni liberi ancora presenti.[45] I re della savana arrivano inoltre ad uccidere i loro competitori come leopardi, ghepardi, iene, licaoni anche se, diversamente da quanto fanno la maggior parte degli altri felini predatori, assai raramente se ne nutrono. Infine, i leoni possono nutrirsi di carogne di animali morti per cause naturali o uccisi da altri predatori, e stanno molto attenti ai movimenti degli avvoltoi, che sono indicatori di animali morti o in gravi difficoltà.[46]

Comportamento sociale[modifica | modifica sorgente]

I leoni sono carnivori predatori che manifestano due tipi di struttura sociale.

Alcuni di essi sono stanziali, e vivono all'interno di gruppi chiamati branchi.[47] Il branco è normalmente costituito da cinque o sei femmine adulte, con i rispettivi cuccioli di ambo i sessi, ed uno o due leoni maschi adulti (che diventano una coalizione se sono più di uno) che si accoppiano con le femmine. Sono stati comunque osservati branchi molto più numerosi, composti da circa trenta esemplari. Il numero di maschi in una coalizione è tipicamente due, ma può aumentare a quattro, e poi ulteriormente incrementare fino, in casi molto rari, ad arrivare a 8-9 esemplari.

Un leader con due leonesse, nel Serengeti settentrionale
Un branco fotografato lungo la strada che attraversa la Masai Mara in Kenya.
Durante la lotta, la criniera consente al maschio di apparire più imponente di quanto non sia in realtà.

Altri leoni vivono in condizioni di nomadismo, coprendo grandi distanze, singolarmente o in coppia.[47] Le coppie sono spesso formate da maschi imparentati che sono stati esclusi dal branco di nascita. Lo stile di vita comunque è soggetto a variazioni: un leone del branco può diventare nomade e viceversa. In ogni caso un maschio è costretto prima o poi a sopportare questa situazione, e potrebbe non essere mai in grado di imporsi come capo di un branco. Ciò in quanto i maschi sono espulsi dal branco non appena raggiungono la maturità sessuale, cioè a 2-3 anni d'età.[48]. Mentre il maschio cambia, le femmine costituiscono il nucleo sociale del gruppo e per questo non tollerano altre leonesse che cerchino di entrare a farne parte[49]. Un certo turnover è possibile solo tramite il ciclo naturale della vita: alcune giovani cucciole del gruppo sostituiscono le leonesse che dovessero morire[50], ma altre devono allontanarsi e diventano nomadi[48]. Per questi motivi, una femmina che fosse in stato di nomadismo, avrebbe anch'essa grosse difficoltà a trovare un nuovo branco.

Il branco occupa un territorio di medie dimensioni, i nomadi un'area più grande.[47] In particolare i maschi di un branco tendono ad occupare le estremità del territorio, in modo da poterlo sorvegliare.

Il motivo per il quale le leonesse siano più spiccatamente sociali rispetto ad altri felini è fonte di dibattito; la ragione più ovvia potrebbe essere la maggiore probabilità di successo nella caccia, ma un'analisi più attenta ci mostra altri risvolti di questa caratteristica. La caccia cooperativa non solo assicura una predazione più efficace, ma riduce il consumo calorico da parte degli animali che pur non partecipandovi, sono ammessi al pasto. Alcune leonesse infatti si occupano dei cuccioli, che altrimenti sarebbero lasciati soli per lunghi periodi di tempo. La salute delle cacciatrici, che è fondamentale per la sopravvivenza del branco, è privilegiata, ed esse hanno comunque diritto a nutrirsi per prime della preda.

Ulteriori benefici di un comportamento collaborativo familiare sono rappresentati dalla possibilità di favorire i propri parenti sul percorso evoluzionistico (si preferisce infatti dividere il cibo con i propri parenti piuttosto che con estranei), dalla protezione congiunta della prole, dalla capacità di mantenimento del territorio, dalla maggior protezione dalle ferite di caccia e dalla fame.[51]

Nei branchi, vi è una ripartizione dei ruoli molto più marcata che in altre specie. Se da un lato l'attività della caccia è appannaggio quasi esclusivo delle femmine, i maschi hanno un ruolo ugualmente importante, ma diverso. Hanno infatti il compito di perlustrare il territorio, difendere le prede catturate e proteggere il gruppo, ed in particolare i cuccioli, da minacce esterne. Questo li espone costantemente a scontri diretti contro altri leoni, iene, leopardi e ghepardi, facendo dei leoni maschi dei combattenti perfetti, modellati dalla selezione naturale. Inoltre i giovani maschi, che presentano criniere relativamente corte, sono discreti cacciatori, anche se non validi quanto le leonesse, mentre i maschi adulti partecipano solo occasionalmente a battute di caccia se la preda è un animale particolarmente vigoroso, come un bufalo o una giraffa (che può arrivare alle due tonnellate di peso).

Un cucciolo gioca con un adulto.

La maggior parte del lavoro per la caccia è svolto dalle leonesse, che sono più snelle ed agili dei maschi e non presentano l'ingombro della pesante criniera, che può essere causa di surriscaldamento durante gli sforzi e rende l'animale più visibile durante la stagione secca. La strategia di caccia cooperativa permette di infastidire e poi abbattere la preda. Se un maschio si trova nei pressi della preda stessa, tende a cercare di impossessarsene una volta che essa è stata neutralizzata dalle leonesse. I leoni maschi sono più propensi a dividere il cibo con i cuccioli piuttosto che con le femmine, ma è generalmente assai raro che condividano una preda catturata autonomamente. Le prede più piccole sono consumate in loco, mentre quelle più grandi possono venire trascinate all'interno del territorio. Le prede più grandi sono anche le più condivise,[52] benché ciascun leone cerchi di approfittare il più possibile della carne a disposizione, e quindi possa essere aggressivo nei confronti degli altri.

Sia le femmine che i maschi si occupano della difesa del branco contro gli intrusi, ma sono soprattutto i maschi a condurre questa operazione: uno o alcuni di loro si portano in faccia al pericolo, gli altri (comprese le femmine) li spalleggiano da dietro[53]. Visto che ogni leone ha il suo ruolo all'interno del branco, anche quelli che stanno alle spalle tendono a rendersi utili nella lotta[54]. Ciò potrebbe essere anche dovuto al fatto che all'interno delle logiche del branco chi riesce a scacciare con successo un intruso acquista un certo credito, ed il livello di popolarità delle leonesse dipende in modo assai marcato da questo fattore[55].

Caccia[modifica | modifica sorgente]

Malgrado il peso elevato, il leone è un animale eccezionalmente agile: può salire sugli alberi, nuotare, lanciarsi nel vuoto, correre con grande rapidità (quando è lanciato, raggiunge i 75 km/h su terreni pianeggianti e percorre cento metri in cinque secondi) e spiccare balzi incredibili, fino a dodici metri in lunghezza e tre in altezza. Malgrado ciò, un aspetto peculiare dell'attività predatoria dei leoni è il fatto che in realtà non sono dotati di grandi capacità di resistenza agli sforzi: il cuore di una femmina infatti costituisce lo 0.57% della massa corporea totale, mentre quello di un maschio arriva appena allo 0.45%. A titolo di paragone, si sappia che il cuore di una iena pesa quanto l'1% del corpo.[50] Pertanto, anche se una leonessa è capace di raggiungere velocità di punta pari a circa 81 km/h,[56] non può riuscire a mantenerla se non per la durata di uno scatto repentino,[57] e per questo motivo tende ad avvicinarsi silenziosamente alla preda prima di attaccarla.

Quattro leonesse riescono ad avere la meglio su un grosso maschio di bufalo nel Serengeti centrale, in Tanzania.

A questo riguardo va notato come i leoni siano abili nello sfruttare il territorio se questo permette loro di nascondersi: la maggior parte delle volte che uccidono una preda infatti, ciò avviene di notte o in presenza di efficaci nascondigli.[58]

La strategia di caccia prevede l'avvicinamento silenzioso già citato in precedenza sino ad una distanza di circa 30 metri. Tipicamente inoltre alcune femmine si avvicinano in gruppo a branchi di prede circondandoli, e quando si trovano alla distanza adatta, attaccano repentinamente l'esemplare più vicino o apparentemente più debole. L'attacco è breve e potente e consiste in uno scatto poderoso che culmina in un balzo finale. La malcapitata preda è generalmente uccisa per strangolamento in seguito al tenace morso sul collo da parte del felino,[59] che può causare ischemia cerebrale o asfissia, che a sua volta può trasformarsi in ipossiemia o più in generale in ipossia. Il morso causa spesso il perforazione della trachea, che tronca sul nascere ogni possibile velleità di fuga della preda. A volte i leoni uccidono la preda mordendole la bocca e le narici[2] causando ancora asfissia, altre volte, se la preda è sufficientemente piccola (come nel caso delle zebre) sfondando il cranio con i canini. Quest'ultimo comportamento è tipico anche delle tigri. Le prede più piccole comunque, possono morire anche in seguito ad un colpo di zampa ben assestato.[2]

Generalmente un attacco preliminare è portato tramite gli artigli, in modo da proteggere i denti da possibili urti con corna e zoccoli. La carcassa, specialmente se di grandi dimensioni, viene rapidamente portata in un luogo riparato, dove il branco può difenderla da predatori opportunisti come iene, sciacalli ed avvoltoi. Al momento di nutrirsi, liti e zuffe all'interno del branco sono comuni, e servono in genere a confermare i rapporti gerarchici, con i maschi adulti che di solito mangiano per primi seguiti dalle femmine e infine dai cuccioli.

In alcuni casi, il leone maschio insegue altri predatori come il licaone e il ghepardo e, dopo che questi hanno abbattuto la preda, interviene scacciandoli e impadronendosi delle spoglie.

Un gruppo di cacciatrici divora una zebra appena catturata ed uccisa.

Le leonesse cacciano in spazi aperti dove possono essere facilmente identificate dalle prede. Per questo motivo le possibilità di successo sono molto più alte quando esse si riuniscono in gruppo per la caccia. In particolare questo è vero quando le dimensioni della preda superano quelle del predatore. Il lavoro di gruppo consente inoltre di proteggere il pasto dalle mire di altri predatori quali le iene, che raggiungono rapidamente i luoghi di caccia percorrendo anche decine di chilometri attirate dal volo degli avvoltoi al di sopra degli spazi aperti della savana. La maggior parte del lavoro durante la predazione è svolto dalle femmine, mentre i membri maschi del branco non vi partecipano, se non quando si tratta di uccidere animali molto grandi come giraffe e bufali. Ciascuna leonessa ha una posizione prediletta durante la caccia: alcune colpiscono la preda sui fianchi per disturbarla, altre si muovono al centro del branco e balzano al di sopra di essa, utilizzando a volte altre leonesse come trampolino.[60]

I giovani iniziano ad infastidire la preda a partire dai 3 mesi d'età, ma non partecipano alla caccia sino al compimento del primo anno. Hanno un ruolo attivo ed efficace soltanto quando hanno all'incirca due anni d'età.[61]

Competizione con altri predatori[modifica | modifica sorgente]

I leoni e le iene ridens occupano la stessa nicchia ecologica e pertanto si trovano in competizione. Si stima che i loro areali si sovrappongano per il 58.6%.[62] Mentre i leoni ignorano le iene, a meno che esse non stiano uccidendo una preda o si sentano infastiditi da loro, le iene reagiscono alla presenza dei felini, sia in presenza di cibo che non. I re della savana possono impossessarsi delle vittime delle iene: nel cratere di Ngorongoro i primi si sostengono in maniera consistente proprio in questo modo, obbligando le seconde ad incrementare l'attività di caccia. I leoni sono rapidi ad individuare le rivali quando si nutrono, e ciò fu provato dal Dr. Hans Kruuk, che li vide avvicinarsi ogni volta che simulava tramite nastri registrati il loro pasto.[63] Al sopraggiungere dei felini, le iene fuggono o attendono pazientemente ad una distanza di almeno 30-100 metri che essi abbiano consumato.[64] In alcuni casi, esse sono abbastanza coraggiose da mangiare accanto ai leoni, e in rare situazioni riescono addirittura ad allontanarli dalla preda. Le due specie possono essere aggressive l'una nei confronti dell'altra anche in assenza di cibo. I leoni possono attaccare branchi di iene per nessuna ragione apparente. Ad esempio, un maschio di leone è stato filmato mentre uccideva due iene capi branco femmina senza nutrirsene.[65] Un'interessante strategia di adattamento ha portato le iene ad infastidire i leoni ripetutamente ogni qual volta essi invadono il loro territorio.[66] Esperimenti condotti in cattività hanno mostrato come le iene non avessero paura alla vista dei felini, ma fossero terrorizzate dal loro odore.[63]

I leoni tendono a dominare felini di minori dimensioni come ghepardi o leopardi ove gli areali si sovrappongano, rubando le loro prede ed uccidendo cuccioli o addirittura adulti in caso di necessità. Il ghepardo ha addirittura il 50% di possibilità di vedersi sottrarre la preda da leoni o altri predatori.[67]

I leoni uccidono molti cuccioli di ghepardo: fino al 90% di quelli che muoiono nelle prime settimane di vita in seguito all'attacco di predatori. I ghepardi reagiscono cacciando in ore del giorno diverse da quelle dei rivali e nascondendo i cuccioli in folti gruppi di cespugli.

Anche i leopardi usano le stesse tattiche, ma hanno il vantaggio supplementare su leoni e ghepardi di sapersi sostentare tramite prede di piccole dimensioni. Inoltre, a differenza dei ghepardi, sanno arrampicarsi sugli alberi e li usano per tenere cuccioli e prede al riparo. Le leonesse ad ogni modo, sono a volte in grado di scalare gli alberi per impossessarsi del bottino nascosto.[68]

In modo simile, il leone domina il licaone, non solo sottraendogli le prede, ma cacciandone i cuccioli e (raramente) gli adulti. La densità di licaoni in aree dove i leoni sono abbondanti è conseguentemente scarsa.[69]

Il coccodrillo del Nilo è l'unico predatore simpatrico (esclusa l'eccezione dell'uomo) che può minacciare il leone. In base alle reciproche dimensioni, ciascuno dei due animali può sottrarre la preda e praticare sciacallaggio sull'altro. Dei leoni hanno in passato ucciso coccodrilli avventuratisi sulla terraferma,[70] mentre il contrario accade se i felini si immergono in acqua, come dimostrato dalle ossa di leone occasionalmente rinvenute negli stomaci dei rettili.[71]

Riproduzione[modifica | modifica sorgente]

Cucciolo di leone.
Una coppia di leoni durante l'accoppiamento.

La maggior parte delle leonesse si riproduce per la prima volta entro il compimento del quarto anno d'età.[72] L'accoppiamento non avviene in stagioni specifiche, ma le femmine sono poliestre.[73] Analogamente a quanto avviene per la maggior parte dei felini, il pene del maschio è dotato di spine che puntano all'indietro e aiutano a mantenere la presa durante l'accoppiamento. Dopo il rapporto le pareti della vagina possono essere danneggiate, causando un effetto simile all'ovulazione.[74] Nel periodo del calore, la femmina può accoppiarsi con più di un maschio,[75] e una sessione di accoppiamento può durare anche per diversi giorni, durante i quali la coppia si incontra da venti a quaranta volte al giorno e tralascia spesso anche l'alimentazione. Anche in cattività i leoni si riproducono molto bene.

Durante il periodo degli amori, una coppia può rimanere unita per molti giorni, accoppiandosi da venti a quaranta volte al giorno.

La gestazione dura in media 110 giorni,[73] e la femmina mette alla luce da 1 a 4 cuccioli per volta in un covile appartato, che può essere rappresentato da una macchia di boscaglia, un letto di canne, una grotta o un altro luogo protetto. Essa si allontana pertanto dal branco al momento del parto. Mentre la prole è ancora indifesa, la madre caccia da sola rimanendo comunque ad una distanza ridotta dal covile.[76] I cuccioli nascono ciechi, e gli occhi si schiudono soltanto una settimana dopo il parto. Il peso di un nuovo nato varia tra gli 1,2 ed i 2,1 kg e, dopo i primi movimenti che avvengono un giorno o due dopo la nascita, i primi passi regolari sono compiuti al compimento delle tre settimane.[77] La madre sposta i cuccioli in una nuova tana diverse volte in un mese, trasportandoli per il collo. Si comporta in questo modo per evitare che l'odore dei cuccioli si accumuli in un luogo e possa attirare i predatori.[76]

In genere la madre non rientra nel branco assieme alla prole prima che essa abbia compiuto le 6-8 settimane d'età.[76] La reintegrazione può comunque avvenire in anticipo qualora più leonesse abbiano partorito contemporaneamente. Avviene spesso infatti che esse sincronizzino i loro cicli riproduttivi in modo da partorire insieme ed essere in grado di collaborare all'allevamento ed all'allattamento dei cuccioli dopo che essi hanno superato un periodo di isolamento con la madre più breve rispetto all'ordinario. Va osservato che i cuccioli accettano di farsi allattare da qualsiasi femmina del branco e viceversa. Oltre a fornire una maggiore protezione collettiva, questo stratagemma naturale ha anche degli interessanti risvolti evoluzionistici: i cuccioli provenienti da genitori diversi hanno infatti più o meno tutti le stesse dimensioni, e quindi a priori hanno le stesse possibilità di sopravvivenza, evitando la possibilità che un debole sopravviva soltanto perché più adulto degli altri. Succede infatti ad esempio che se due leonesse partoriscono a distanza di due mesi i cuccioli più giovani non abbiano la possibilità di accedere al cibo, prevaricati dai più vecchi, e quindi muoiano di inedia.

A destra possiamo osservare una leonessa incinta.

Oltre all'inedia, i cuccioli devono affrontare altri pericoli come la predazione da parte di sciacalli, iene, leopardi, aquile marziali e serpenti. Persino i bufali, guidati dall'istinto naturale, quando notano l'odore di una cucciolata di leoni, distruggono il covile dove si trovano e li colpiscono a morte contrastando il disperato intervento della madre. In più, quando un nuovo maschio dominante conquista il dominio del branco, spesso uccide tutti i cuccioli del branco stesso.[78] Il motivo di questo comportamento aggressivo è che le femmine del gruppo non sono fertili e ricettive fino alla maturazione o alla morte dei loro cuccioli. Di fatto, circa l'80% dei cuccioli di leone non raggiunge l'età di due anni.[79]

Quando entrano nel branco, i cuccioli sono inizialmente molto timidi e tendono ad avere rapporti solo con le rispettive madri. Iniziano poi a socializzare tra loro giocando e cercano infine di coinvolgere anche gli adulti nei loro giochi. Le madri sono in generale più tolleranti nei riguardi dei cuccioli altrui rispetto alle leonesse senza cuccioli. Per quanto riguarda i maschi adulti, può accadere che essi siano molto pazienti e lascino che i cuccioli giochino con la loro coda o la loro criniera, oppure che li allontanino con un ruggito.[80]

Il livello di tolleranza dei maschi nei confronti dei cuccioli è vario. In generale tuttavia sono più disposti a dividere il loro cibo con loro piuttosto che con le femmine. Nell'immagine un maschio e un cucciolo mangiano i resti di un bufalo in Sudafrica.

Lo svezzamento non avviene prima di sei sette mesi dalla nascita. I maschi sono maturi a 3 anni d'età, e a 4-5 sono già in grado di insidiare e sostituire il capo di un altro branco. Iniziano tuttavia ad invecchiare a 10 anni, al massimo a 15,[81] ma solo se non hanno mai subito danni considerevoli in una lotta per la difesa del branco. In più, una volta scacciati da un altro maschio, è assai raro che riescano a rifarsi. Tutto ciò sottolinea come il tempo che hanno a disposizione per produrre e crescere una cucciolata (prima che venga eliminata da un altro maschio) è limitato. In teoria, se procreano rapidamente non appena conquistano il potere, i leoni maschi possono produrre più di una generazione di figli prima di essere a loro volta eliminati. Le leonesse spesso tentano di opporsi all'infanticidio dei loro cuccioli, ma scarsamente hanno successo e l'attaccante uccide tutti i cuccioli più giovani di due anni d'età. Una leonessa da sola non può nulla, in quanto più fragile del maschio, ma a volte la ribellione congiunta di più madri può avere la meglio sul capo branco.[78]

Contrariamente a quanto non si creda, non sono soltanto i maschi sconfitti ed allontanati dal branco a diventare nomadi, benché in ogni caso la maggior parte delle femmine preferisca rimanere con il proprio branco di nascita. Quando le dimensioni del branco sono eccessive tuttavia, le femmine giovani sono costrette ad allontanarsi ed a cercare un nuovo territorio dove stabilirsi. I giovani, maschi o femmine, possono inoltre essere soltanto allontanati e non uccisi da un nuovo maschio dominante che dovesse prendere possesso del loro branco.[82] La vita di una femmina nomade è comunque assai dura. Molto difficilmente essa riesce a crescere un cucciolo senza la protezione del gruppo.

Omosessualità[modifica | modifica sorgente]

Le osservazioni hanno dimostrato che sia i maschi che le femmine possono avere rapporti omosessuali.[83][84] L'attività omosessuale dura qualche giorno ed è basata su carezze e strofinii del muso, se non addirittura su tentativi di monta e spinte. Questo comportamento viene spesso interpretato come una manifestazione di status sociale e di rapporto gerarchico, osservabile anche nei primati.[85] Comportamenti omosessuali fra femmine sono invece osservabili in cattività, ma finora non sono mai stati osservati in natura.

Comportamento affettivo[modifica | modifica sorgente]

Come molti altri mammiferi sociali, i leoni esibiscono un ampio spettro di comportamenti che comunicano affetto. Nei branchi di leoni a riposo è comune osservare femmine che si puliscono a vicenda il manto, cuccioli che giocano fra loro o cercando di coinvolgere gli adulti, e così via.

All'interno di un branco lo sfregamento della testa e la leccata sono diffuse dimostrazioni di affetto.

A riposo, la socializzazione tra leoni è osservabile attraverso una serie di comportamenti e movimenti espressivi molto sviluppati. Tra questi i più comuni sono lo sfregamento della testa e la leccata,[86] che sono comparabili al grooming che osserviamo nei primati.[87] Lo sfregamento della testa, in particolare della fronte del muso e del collo, sono probabilmente segnali di saluto,[88] visto che viene osservata in animali che sono stati lontani l'uno dall'altro per qualche tempo, o alla fine di una lotta. I maschi tendono a salutarsi tra loro, mentre i cuccioli e le femmine si comportano in questo modo nei riguardi di altre femmine.[89] La leccata avviene spesso in corrispondenza dello sfregamento: in genere è mutua e chi la riceve si mostra soddisfatto. Le parti del corpo più soggette a leccata sono la testa ed il collo, e ciò può far riflettere sull'utilità di questo comportamento, visto che queste parti sono impossibili da pulire autonomamente.[90]

I leoni infine presentano una vasta gamma di espressioni facciali e posture, che utilizzano per comunicare.[91] Il repertorio vocale è altrettanto vasto: le variazioni di intensità e frequenza, piuttosto che segnali prefissati, sembrano la base della comunicazione. Tra i suoni emessi da un leone ricordiamo il brontolio, le fusa, il sibilo, il colpo di tosse, il miagolio, l'abbaiamento, il ruggito. Quest'ultimo suono in particolare è molto caratteristico, in quanto questi grandi felini iniziano a comunicare con alcuni ruggiti profondi e durevoli, e concludono con una serie di ruggiti più corti. I ruggiti dei leoni si sentono più spesso nelle ore notturne: il suono, che può essere percepito ad una distanza di 8 km, serve a segnalare la presenza dell'animale,[92] e presenta l'intensità più alta tra quelle di tutti i grandi felini.

In condizioni particolari, i leoni possono stabilire legami affettivi con individui di altre specie, incluso l'uomo. Un episodio particolarmente insolito, verificatosi in Kenya nel 2005, coinvolse una leonessa che adottò alcuni piccoli di orice (una specie normalmente predata dai leoni), allevandoli e proteggendoli anche dagli attacchi dei propri simili.[93] Una vicenda molto nota di relazione affettiva fra uomo e leone è quello narrato da Joy Adamson nel romanzo autobiografico Nata libera.

Evoluzione[modifica | modifica sorgente]

Leoni preistorici nella camera dei felini delle Grotte di Lascaux

La specie Panthera leo è nata in Africa tra un milione ed ottocentomila anni fa, prima di diffondersi in tutta la regione olartica, cioè in Africa, Eurasia, e Nordamerica.[94] Una delle più antiche specie di leone, ormai estinte, era il leone delle caverne primitivo, di cui i resti più antichi in Europa risalgono a circa 700.000 anni fa e si trovano ad Isernia. Durante l'ultima era glaciale, erano diffuse numerose specie di leoni delle caverne, derivanti da quello primitivo, come il leone delle caverne europeo e quello americano, che avevano dimensioni superiori a quelle dei leoni dei tempi moderni e storici, raggiungendo circa il 25% di massa corporea in più.[95] Al termine dell'era, all'incirca diecimila anni fa, probabilmente in concomitanza con la scomparsa della megafauna del Pleistocene[96] e l'aumentare delle temperature, i leoni scomparvero dalle zone settentrionali dell'Eurasia e dal Nordamerica.[97]

Fino al I secolo d.C. circa, i leoni erano presenti in gran parte dell'Eurasia (dal Portogallo all'India) e in tutta l'Africa. Il leone scomparve dall'Europa occidentale entro il II secolo,[98] mentre l'ultima popolazione europea in assoluto, nel Caucaso, si spense nel X secolo.[99] In Asia, il leone era presente nella sottospecie Panthera leo persica dalla Turchia all'India e dal Caucaso allo Yemen; iniziò a scomparire nel Medioevo, in particolare con l'introduzione delle armi da fuoco, rimanendo presente solo in alcune aree del Medio Oriente. Tra la fine del XIX secolo ed i primi del XX i leoni si estinsero anche in Africa settentrionale ed in Medio Oriente[1] (in Iran, l'ultimo leone fu ucciso nel 1942).[100]

La progressiva riduzione dell'areale del leone si deve principalmente all'azione dell'uomo, che lo considerava una delle belve più pericolose insieme al lupo e lo cacciò senza tregua. Già gli antichi Greci, ma soprattutto i Romani, furono responsabili della decimazione dei leoni in Europa. Lo sviluppo delle grandi civiltà del bacino del Mediterraneo, della Mesopotamia, dell'Arabia e dell'India coincise con la scomparsa progressiva dei leoni in tutte queste zone.

Nell'Africa subsahariana il leone riuscì a sopravvivere proprio in virtù della minore diffusione delle comunità umane. Le popolazioni di leoni in questa zona iniziarono a diminuire drasticamente con l'arrivo dei coloni europei, che cacciarono i leoni dapprima per proteggere i propri insediamenti (cosa che fu la causa, per esempio, dell'estinzione del leone del Capo) e poi per motivi ludici. Il leone divenne infatti il primo dei Big Five, i cinque grandi animali africani rappresentanti i trofei più ambiti dai cacciatori europei che si recavano in Africa per praticare la caccia grossa. Sebbene sia una specie protetta e siano state istituite riserve naturali in molte zone dell'Africa, il leone è ancora oggetto di bracconaggio.[101]

Evoluzione morfologica[modifica | modifica sorgente]

La criniera rappresenta un tratto somatico acquisito dai leoni in tempi relativamente recenti (300.000-200.000 anni fa); i leoni con la criniera coesistettero con quelli senza criniera fino a circa 10.000 anni fa sia in Europa che, probabilmente, in Nordamerica.[94]

Tassonomia[modifica | modifica sorgente]

Albero filogenetico[modifica | modifica sorgente]

L'albero filogenetico comprendente la "Panthera leo" appartenente al genere Panthera è il seguente[102][103][104][105]

   Panthera   



 Panthera leo - Leone



 Panthera pardus - Pantera o leopardo




 Panthera onca - Giaguaro





 Panthera tigris - Tigre



 Panthera uncia - Leopardo delle nevi





Sottospecie[modifica | modifica sorgente]

La leonessa asiatica Moti, nata allo zoo di Helsinki nell'ottobre del 1994 e trasferita allo zoo di Bristol nel gennaio del 1996

Nel corso degli anni, basandosi su differenze morfologiche (dimensioni, caratteristiche della criniera) e di distribuzione geografica, sono state proposte diverse classificazione, due delle quali sono presentate nel seguito.[106][107]

Evidenze genetiche indicano che tutti i leoni moderni derivano da un solo antenato comune risalente a circa 55.000 anni fa. In base a tali ricerche, alcuni autori[108][109] suddividono i leoni in due sole sottospecie: il leone africano (Panthera leo leo Linnaeus, 1758) e quello asiatico (Panthera leo persica Meyer, 1826). Un sinonimo del secondo nome è leone dell'Asia meridionale. Nel 2005 ne sopravvivevano 359 esemplari[110] nei pressi della foresta di Gir in India. Un tempo spaziavano dalla Turchia, attraverso il Medio Oriente, all'India e al Bangladesh, ma le grandi dimensioni dei branchi e l'intensa attività diurna li resero più facili da cacciare di tigri o leopardi.

Altre fonti[111] considerano la dicitura Panthera leo leo riferita al solo leone berbero, estinto in natura e probabilmente anche in cattività. Considerato come la sottospecie di leone più grande, il suo habitat si estendeva dal Marocco all'Egitto. Fu oggetto di caccia intensiva già in epoca romana: molti esemplari erano importati in Italia per i giochi nelle arene. L'ultimo esemplare selvatico di cui si ha menzione fu ucciso nel 1942[37][112][113][114] nelle montagne dell'Atlante marocchino. Alcuni leoni dello zoo di Rabat provenienti dal serraglio dei re del Marocco, sono ritenuti da alcuni autori i diretti discendenti di questa sottospecie.[114]

I leoni africani sono considerati nella seconda classificazione divisi in sette sottospecie:

Esemplare di leone berbero (Panthera leo leo) allo zoo di Lipsia in Germania

Sono riconosciute inoltre varie sottospecie estinte:

Oltre a queste sottospecie storiche ce ne furono anche alcune preistoriche:

Distribuzione e habitat[modifica | modifica sorgente]

Due leoni asiatici maschi all'interno del Parco Nazionale Sanjay Gandhi a Bombay in India. La popolazione in natura di questa sottospecie è in pericolo ed il suo areale è ristretto alla zona del Gir Forest Wildlife Sanctuary nell'India occidentale.[122]
Distribuzione dei leoni in India. La foresta di Gir, nello stato del Gujarat, è l'ultimo areale naturale per circa 411 individui di Leone asiatico.[123]
Distribuzione dei leoni africani.

Agli albori del terzo millennio, la maggior parte dei leoni vive nelle riserve naturali dell'Africa subsahariana. Una popolazione di poche centinaia di leoni asiatici sopravvive inoltre nel Parco nazionale del Sasan-Gir (1412 km²), nello Stato dei Gujarat in India. Al fine di proteggere questa minuscola popolazione da epidemie e altri rischi ambientali, è in corso un programma di reintroduzione del leone asiatico anche nel Palpur-Kuno Wildlife Sanctuary, una riserva naturale nel vicino Stato del Madhya Pradesh.[124] La popolazione sta fortunatamente aumentando di numero, anche se lentamente.[125]

Il numero complessivo dei leoni in natura negli anni duemila è stimato tra i 16.000 e i 30.000 esemplari. Questi numeri evidenziano un calo drammatico dagli anni novanta, quando la popolazione di leoni veniva calcolata intorno ai 100.000 esemplari. Le popolazioni rimanenti sono spesso isolate geograficamente dalle altre, cosa che aumenta ulteriormente le difficoltà di conservazione della specie.[126]

In tempi relativamente recenti comunque i leoni vivevano in tutta la zona meridionale del continente eurasiatico, dalla Grecia all'India, e sulla maggior parte dell'Africa, eccezion fatta per la zona della foresta pluviale centrale e per il deserto del Sahara. Sembra che abbiano attraversato inoltre la Beringia e colonizzato l'America in tempi passati, dallo Yukon al Perù.[3] Molte delle sottospecie che occupavano questo immenso areale sono tuttavia estinte.

Erodoto riportò che i leoni erano piuttosto comuni in Grecia intorno al 480 a.C. Attaccarono tra l'altro la spedizione di cammelli da carico del re persiano Serse mentre marciavano attraverso il paese. Già nel 300 a.C. comunque Aristotele li considerava animali rari, e si può dire che prima del 100 d.C. erano stati completamente estirpati.[98] Sino al X secolo inoltre una popolazione di leoni asiatici sopravvisse nel Caucaso, rappresentando l'ultimo avamposto della specie in Europa.[99]

La specie fu invece allontanata dalla Palestina prima del Medioevo e dal resto dell'Asia dopo l'importazione di armi da fuoco trasportabili nel XVIII secolo. Tra il tardo XIX secolo e l'inizio del XX, si estinse in tutto il Nordafrica e l'Asia occidentale. Alla fine dell'Ottocento in particolare era scomparsa dalla Turchia e dalla maggior parte dell'India settentrionale,[21][110] mentre l'ultimo avvistamento di un leone vivo in Iran risale al 1941 (tra Shiraz e Jahrom nella Regione di Fars), benché una carcassa di leonessa sia stata ritrovata presso il fiume Karun (nel Khūzestān) nel 1944. Non vi sono stati più comunque ulteriori avvistamenti di leone.[37]

In generale l'habitat naturale di questi animali è la savana. Al contrario i leoni evitano fitte foreste e giungle, nonché aree desertiche, in quanto povere di selvaggina.[127] In Africa in particolare, li troviamo nella prateria della savana puntellate di alberi di Acacia, che offrono all'animale un efficace riparo quando il sole è alto nel cielo.[128] In India invece l'habitat dei leoni è un misto di savana secca e di boscaglia decidua ancora più arida.[129]

Interazioni con l'uomo[modifica | modifica sorgente]

Il leone nella cultura di massa[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Leoni nella cultura popolare.

Questi grandi felini hanno un ruolo fondamentale in mitologia, religione, arte e cultura popolare in generale. La figura del re della foresta è stata utilizzata in araldica ed architettura ed i leoni hanno spesso rappresentato uno spettacolo in arene e circhi antichi e moderni.

In cattività[modifica | modifica sorgente]

I leoni fanno parte di quel gruppo di animali esotici che rappresentano la parte fondamentale degli zoo a partire dal XVII secolo; altri membri di questa classe sono vertebrati di grandi dimensioni come elefanti, ippopotami, rinoceronti, grossi primati ed altri grossi felini. Negli anni gli zoo sono stati in competizione per accaparrarsi il maggior numero possibile di questi tipi di animali.[130] Anche se molti zoo moderni sono più selettivi riguardo a ciò che mettono in mostra,[131] vi sono oltre 1000 leoni africani ed oltre 100 leoni asiatici sparsi negli zoo di tutto il mondo. Sono considerati come una specie ambasciatrice e vengono tenuti per motivi turistici, educativi e di conservazione.[132] I leoni possono raggiungere anche l'età di 20 anni in cattività; Apollo, un leone residente allo Zoo di Honolulu nelle Hawaii, morì all'età di 22 anni nell'agosto 2007. Le sue due sorelle, nate nel 1986 ad agosto 2007 erano ancora vive.[133] I programmi di accoppiamento tengono in considerazione l'origine degli individui per evitare di accoppiare diverse sottospecie perdendo il prezioso materiale genetico di quelle in via di estinzione.[134] In media i leoni dormono 13.5 ore al giorno in cattività.[135]

Coppia allo Zoo di Louisville.
Maschio allo Zoo di Eberswalde.

I leoni venivano catturati ed allevati dei re assiri già nell'850 a.C.[98] e ad Alessandro Magno fu fatto dono di leoni addomesticati dal Mahli in India settentrionale.[136] Poi, ai tempi dei Romani, i leoni partecipavano a combattimenti nelle arene. Notabili romani, tra i quali Silla, Pompeo e Cesare ordinavano spesso massacri di grandi quantità di leoni.[137] In Oriente, i leoni venivano addomesticati dai principi indiani, e Marco Polo riportò come Kublai Khan tenesse leoni al chiuso.[138]

I primi zoo europei si cominciarono a diffondere tra le famiglie nobili e reali del XIII secolo e fino al XVII venivano chiamati serragli. A quel punto, iniziarono a prendere il nome di menagerie, estensioni delle Wunderkammer. Si diffusero dalla Francia e dall'Italia nel Rinascimento al resto d'Europa.[139] In Inghilterra, anche se la tradizione era meno sviluppata, i leoni erano tenuti nella Torre di Londra in un serraglio stabilito da Giovanni Senzaterra nel XIII secolo,[140][141] probabilmente insieme ad altri animali importati precedentemente da Enrico I e tenuti nel suo palazzo di Woodstock, presso Oxford. Nello stesso posto, alcuni leoni erano stati portati da Guglielmo di Malmesbury.[142]

I serragli servivano come espressione di potere e ricchezza della nobiltà. Animali come i grandi felini e gli elefanti in particolare, simboleggiavano il potere ed erano utilizzati in lotte tra simili o contro animali domestici. Inoltre, menegerie e serragli servirono come dimostrazione del potere dell'uomo sulla natura. Di conseguenza nel 1682 il pubblico fu molto sorpreso dalla vittoria di una mucca su un leone e allo stesso modo ciò accadde quando un elefante iniziò a fuggire da un rinoceronte. Con la diffusione delle menagerie nel XVII secolo, questi spettacoli divennero più rari e gli animali iniziarono ad essere gestiti dai Comuni. La tradizione di tenere grandi felini come animali domestici perdurò fino al XIX secolo, ma era vista come estremamente eccentrica.[143]

Albrecht Dürer, schizzo di leoni. Circa 1520

La presenza di leoni nella Torre di Londra fu intermittente, con vari monarchi, come Margherita d'Angiò o Enrico VI, che ricercarono o ricevettero questi animali in dono. Vi sono prove che fossero mantenuti in condizioni piuttosto miserevoli nel XVII secolo, almeno se confrontate con quelle in cui vivevano altri leoni a Firenze in quel tempo.[144] Le menagerie di Londra fu aperta al pubblico nel XVIII secolo, al prezzo di tre mezze sterline, o di un cane o gatto da fornire al leone in pasto.[145] Uno zoo rivale fu aperto all'Exeter Exchange e continuò ad esibire leoni sino all'inizio del secolo successivo.[146] La managerie della Torre fu chiusa da Guglielmo IV,[145] e gli animali furono trasferiti allo Zoo di Londra, che aveva aperto il 27 aprile 1828.[147]

Il commercio di animali selvatici fiorì accanto al crescere del commercio coloniale nel XIX secolo. I leoni erano a quel punto considerati piuttosto comuni e non esageratamente costosi. Anche se il loro costo era maggiore di quelli delle tigri, erano assai meno costosi di animali grandi e difficili da trasportare come giraffe o ippopotami, nonché del raro panda gigante.[148] Come altri animali, i leoni non erano considerati altro che un lusso naturale ed erano sfruttati senza pietà, con terribili perdite nella cattura e nel trasporto.[149] L'idea diffusa dell'eroico cacciatore di leoni dominò l'immaginario collettivo in quel secolo.[150] Esploratori e cacciatori sfruttarono la popolare divisione manichea tra bene e male nel regno animale per aggiungere pathos al racconto delle loro avventure, dipingendosi come eroi. Ciò portò al fatto che i grandi felini, sospettati di essere mangiatori di uomini, iniziassero a rappresentare la paura verso la natura e la soddisfazione per saperla dominare.[151]

Un leone allo Zoo di Melbourne approfitta dell'erba alta e del riparo offerto da alcuni alberi

Allo Zoo di Londra i leoni erano tenuti in pessime condizioni finché un nuovo settore con gabbie più spaziose fu costruito negli anni dopo il 1870.[152] Altri cambiamenti avvennero nel XX secolo, quando Carl Hagenbeck progettò recinti più simili all'habitat naturale degli animali, con rocce di cemento, più spazio ed un fossato al posto delle sbarre. Progettò, tra gli altri, i recinti dei leoni allo Zoo di Melbourne ed al Taronga Zoo di Sydney all'inizio del Novecento. Ciononostante, le classiche gabbie con sbarre sopravvissero fino agli anni sessanta nella maggior parte degli zoo.[153] In seguito, aree sempre più ampie e naturali furono predisposte per i felini e l'uso di reti metalliche o vetro stratificato al posto di tane ribassate permisero ai visitatori di avvicinarsi sempre di più agli animali, in alcuni casi addirittura passeggiando al di sotto di loro, come allo zoo di Oklahoma City dotato di una zona denominata Cat Forest/Lion Overlook.[21] I leoni occupano nel terzo millennio aree ampie e simili alla natura; procedure moderne sono imposte per approssimare gli habitat naturali delle bestie e cercare di accontentare le loro necessità. A titolo di esempio, spesso ai leoni sono fornite aree separate, in posizioni elevate con sia ombra che sole a disposizione per le lunghe ore di riposo, adeguata copertura del suolo e moderni sistemi di drenaggio dell'acqua, nonché di spazio sufficiente al movimento.[132]

Anche in tempi moderni, vi sono stati leoni tenuti con successo da privati, come la leonessa Elsa, che fu cresciuta da George Adamson e sua moglie Joy Adamson e sviluppò un forte legame nei loro confronti, specialmente con la donna. La vita di questa leonessa divenne soggetto di numerosi libri e film.

Attacchi contro l'uomo[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Animali antropofagi.
Leoni nei pressi di un fuoristrada nel cratere di Ngorongoro.

In tempi preistorici, gli uomini furono probabilmente predati dai grandi felini, e quindi dai leoni. Nel mondo moderno, anche se i leoni non cacciano l'uomo in condizioni normali, può accadere che alcuni (per lo più maschi) ne vadano in cerca. Alcuni casi assai celebri sono quello dei mangiatori di uomini dello Tsavo, luogo nel quale 28 operai addetti alla costruzione della ferrovia tra Kenya e Uganda furono catturati ed uccisi nel corso di nove mesi del 1898 durante i quali si stava costruendo appunto il ponte sul fiume Tsavo, e quello più recente del mangiatore di uomini di Mfuwe, che nel 1991 tolse la vita a sei persone nella valle del fiume Luangwa nello Zambia.[154] In entrambi i casi, i cacciatori che sono riusciti ad eliminare la minaccia hanno poi pubblicato dei libri che descrivevano il comportamento predatorio degli animali. I due episodi presentano alcune similarità: i leoni erano più grandi della media, erano privi di criniera, apparentemente soffrivano di carie dentarie che causavano la perdita dei denti stessi. La teoria legata a quest'ultimo particolare, secondo la quale questi leoni erano appunto malati, non è in auge tra tutti i ricercatori. Sembra infatti, anche in seguito alle analisi compiute sulle collezioni di leoni mangiatori di uomini che sono conservate in vari musei, che le cause di questo comportamento inusuale siano ascrivibili piuttosto al degrado dell'habitat ed alla scomparsa delle prede naturali dovuti all'attività umana.[155]

Nella loro analisi del comportamento dei leoni dello Tsavo e dei cosiddetti mangiatori di uomini in generale, Kerbins, Peterhans e Gnoske confermano che animali malati o feriti possono essere più portati ad attaccare l'uomo. Tale comportamento viene definito “non inusuale, e non necessariamente aberrante”: in presenza di incentivi come bestiame o cadaveri umani, i leoni possono attaccare regolarmente gli uomini. Gli autori citati attestano inoltre, grazie a ricerche paleontologiche, che altri panterini hanno attaccato in passato altri primati.[156]

L'attitudine dei leoni a cibarsi di esseri umani è stata esaminata sistematicamente: scienziati statunitensi e tanzaniani hanno osservato un grande incremento nella frequenza di tale comportamento nelle aree rurali della Tanzania tra il 1990 ed i 2005. Almeno 563 abitanti dei villaggi di tali zone sono stati vittima di attacchi e molti di essi sono morti nel periodo in questione. Questi numeri eccedono di molto quelli del ben più famoso episodio dello Tsavo avvenuto un secolo prima. In particolare, questi attacchi sono avvenuti presso la Riserva del Selous, nel Distretto del Rufiji, nella Regione di Lindi, non lontano dal confine con il Mozambico.

Anche se l'espansione dei territori occupati dai contadini è una delle cause, gli autori delle osservazioni hanno osservato come le politiche atte a conservare i felini vanno ridotte in quanto hanno causato direttamente la morte di molte persone. A Lindi alcuni leoni sono arrivati ad attaccare uomini al centro dei loro villaggi.[157]

I leoni dello Tsavo nel Museo di Storia Naturale di Chicago, nell'Illinois.

Il leone non è quindi innocuo per gli uomini: sono tuttavia molto più frequenti, ad esempio, i casi di attacchi da parte di tigri, sia in natura che in cattività.

Robert R. Frump ha scritto ne The Man-eaters of Eden che i profughi mozambicani che attraversano nottetempo il Parco Nazionale Kruger in Sudafrica vengono attaccati e divorati da leoni. Gli ufficiali del parco hanno confermato il problema. Frump crede che qualche migliaio di uomini sia stato ucciso negli anni dell'apartheid dopo che il governo sudafricano aveva chiuso il parco obbligando i profughi ad attraversarlo di notte. Per circa un secolo prima che il confine fosse controllato, i Mozambicani avevano attraversato il parco senza pericolo durante il giorno.[158]

Packer ha stimato che più di 200 Tanzaniani sono uccisi ogni anno da leoni, coccodrilli, elefanti, ippopotami e serpenti, ma il vero numero potrebbe essere il doppio, con i leoni responsabili per circa 70 morti all'anno. Tra il 1990 ed il 2004 vi sono stati 815 attacchi documentati con 563 morti. Packer ed Ikanda sono tra i pochi conservazionisti che credono che gli sforzi per conservare le specie dovrebbero tenere conto di queste morti non solo per motivi etici, ma anche per garantire il successo di questi sforzi nel lungo periodo.[157]

Un leone mangiatore di uomini è stato ucciso da guide da caccia nella Tanzania meridionale nell'aprile 2004. Si crede che fosse stato responsabile della morte di almeno 35 persone in una serie di incidenti nei villaggi attraverso la zona costiera del Delta del Rufiji.[159]

Il Dr. Rolf D. Baldus, coordinatore del programma GTZ per la fauna selvatica, ha osservato come il probabile motivo di questi attacchi fosse un grosso ascesso al di sotto di un molare che era spezzato in vari punti. Quel leone provava probabilmente forti dolori, specialmente nel corso della masticazione.[160] GTZ è un'agenzia di cooperazione e sviluppo tedesca ed ha lavorato con il governo tanzaniano per la conservazione delle specie per quasi vent'anni. Come accaduto nei casi citati in precedenza, questo leone era di grandi dimensioni, non presentava criniera, ed aveva problemi dentari.

Il record africano di persone uccise non è legato allo Tsavo, ma ai meno noti episodi avvenuti tra il 1930 ed il 1940 nell'allora Tanganyika. George Rushby, guardacaccia e cacciatore professionista, ha infine ucciso il predatore che si ritiene abbia massacrato e divorato tra 1500 e 2000 persone nel distretto di Njombe.[161]

Conservazione[modifica | modifica sorgente]

Il leone asiatico, un tempo diffuso dal Mar Mediterraneo al subcontinente indiano, abitava nel 2005 solamente il Gir Forest National Park a Gujarat, India: circa 320 esemplari sopravvivevano in natura[162]

La maggior parte dei leoni abita l'Africa meridionale ed orientale, ed il loro numero sta calando rapidamente, con un declino stimato tra il 30 ed il 50% negli anni tra il 1990 ad il 2010.[1] Le stime attuali parlano di una popolazione di 15000-47500 leoni in natura nel triennio 2002-2004,[163][164] mentre sembra che negli anni novanta ve ne fossero circa centomila e nel 1950 circa 400000. La causa del declino non è stata ancora compresa appieno e potrebbe essere non reversibile.[1] Al momento, il degrado dell'habitat e i conflitti con l'uomo sono le minacce peggiori per la specie.[126][165] Le popolazioni sopravvissute sono isolate l'una dall'altra e ciò comporta carenza di diversità genetica. Pertanto il leone è considerato vulnerabile dall'International Union for Conservation of Nature and Natural Resources, mentre la sottospecie asiatica è classificata come in pericolo critico. La popolazione dell'Africa occidentale è completamente isolata da quella dell'Africa centrale, con pochi o nessuno scambio. I maschi maturi in Africa occidentale erano circa 850-1160 nel triennio 2002-2004. Le dimensioni dell'intera popolazione sono dubbie, ma pare che ci siano da 100 a 400 leoni nell'ecosistema dell'Arly-Singou in Burkina Faso.[1]

Sia per la sottospecie africana che per quella asiatica si è reso necessario creare e mantenere parchi nazionali e riserve. Le più conosciute sono il Parco nazionale Etosha in Namibia, il Parco Nazionale del Serengeti in Tanzania, ed il Parco Nazionale Kruger nella zona orientale del Sudafrica. Al di fuori di queste aree, i contrasti tra leoni ed uomini o bestiame sono in genere risolti con l'eliminazione dei felini.[166] In India, l'ultimo rifugio per il leone asiatico è il Gir Forest National Park, largo 1412 km² e localizzato nell'Ovest del paese. Il parco ospitava nel 2005 359 leoni.[110] Come in Africa, numerose abitazioni di uomini sono nei pressi del parco, con conseguenti scontri tra leoni, bestiame domestico, locali e ufficiali forestali.[167] Il progetto per la reintroduzione del leone asiatico è volto allo stabilimento di una seconda popolazione indipendente nel Kuno Wildlife Sanctuary nello Stato di Madhya Pradesh.[168] Questa seconda popolazione avrebbe lo scopo di creare la necessaria diversità genetica per la sopravvivenza della specie.

Cucciolo intento a giocare con un pezzo di corteccia.

L'antica popolarità del leone berbero come animale da zoo ha portato a isolati casi di esemplari in cattività che sembrano appartenere a tale sottospecie.

Un esempio sono i dodici leoni del Port Lympne Zoo a Kent, in Inghilterra, che sono discendenti degli animali posseduti dal Re del Marocco.[169]

Altri undici leoni vivono nello zoo di Addis Abeba e dovrebbero discendere da animali posseduti dall'imperatore Haile Selassie I. WildLink International, in collaborazione con l'Università di Oxford ha avviato l'ambizioso Barbary Lion Project, volto ad identificare ed allevare leoni berberi in cattività per reintrodurli nel parco nazionale dell'Atlante in Marocco.[114]

In seguito alla scoperta del forte declino della specie nell'Africa Subsahariana, molti sforzi sono stati stabiliti per la loro protezione. In particolare i leoni sono una delle specie nello Species Survival Plan, attività coordinata dall'Association of Zoos and Aquariums per incrementare le possibilità di sopravvivenza dei singoli individui. Il piano era iniziato in origine nel 1982 ed era rivolto al leone asiatico, ma era stato bloccato quando si scoprì che la maggior parte dei leoni asiatici negli zoo nordamericani non erano geneticamente puri, essendo stati incrociati con individui africani. Il piano per il leone africano partì quindi nel 1993, specialmente rivolto alle sottospecie sudafricane, anche se il mantenimento di un certo livello di diversità genetica è reso arduo dall'incertezza sulla provenienza di molti individui.[21]

Note[modifica | modifica sorgente]

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Articoli[modifica | modifica sorgente]

Video[modifica | modifica sorgente]

  • (EN) Dereck Joubert e Beverley Joubert (1992). Eternal Enemies: Lions and Hyenas. National Geographic (in DVD)

Siti web[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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