Rabbia

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
bussola Disambiguazione – Se stai cercando altri significati del termine, vedi Rabbia (disambigua).
Avvertenza
Le informazioni riportate non sono consigli medici e potrebbero non essere accurate. I contenuti hanno solo fine illustrativo e non sostituiscono il parere medico: leggi le avvertenze.
Rabbia
Rabid dog.jpg
Un cane infetto dal virus della rabbia
Codici di classificazione
ICD-9-CM (EN) 071
ICD-10 (EN) A82
Carta della diffusione del virus della rabbia nel mondo: in rosa le aree in cui ne è stata riscontrata la presenza dopo il 2010.

La rabbia è una malattia infettiva che colpisce gli animali a sangue caldo e può essere trasmessa all'uomo (zoonosi). L'agente eziologico è il virus della rabbia, appartenente al genere Lyssavirus, della famiglia dei Rhabdoviridae, ordine Mononegavirales. L'animale serbatoio è solitamente il pipistrello, mentre l'infezione umana è mediata solitamente da cani nel ciclo urbano o da volpi nel ciclo silvestre in Europa, e da altri canidi selvatici nel resto del mondo.

Epidemiologia e cenni storici[modifica | modifica sorgente]

Prima dell'inizio del ventesimo secolo, le persone non avevano idea che molte delle malattie da cui venivano afflitte derivavano da portatori non umani (malattie zoonotiche). La più famosa di tutte è la Rabbia: prima si credeva fosse causata da forze demoniache, da sfavorevoli condizioni astronomiche o da crudeli stregoni. Nessuno avrebbe mai creduto che questa terribile malattia fosse causata dal più fedele e addomesticato degli animali: il cane.[1]

Nei tempi antichi[modifica | modifica sorgente]

Partendo dallo stesso Omero che ha descritto Ettore come un uomo con un irrefrenabile coraggio marziale dovuto a qualcosa che va oltre alla stessa rabbia come emozione, ma più di tutti il personaggio di Lyssa (“lycos”-“lupo”) descritto come crudo, terrificante, violento e “animalisticamente” distruttivo nei confronti degli altri[2]. Addirittura andando 2000 anni prima di Cristo nelle “Leggi di Eshnunna”, un precursore del codice di Hammurabi, erano state stipulate delle punizioni per le persone proprietarie di un “kalbum segum” (un cane rabbioso). Il virus della rabbia compare pure nel “ Sushruta Samhita ” una guida medica indiana databile 400 anni prima della venuta di Cristo: esso identifica correttamente molti aspetti della malattia: il morso da parte di un animale causa all'uomo la perdita delle sue facoltà umane.[3] Nei primi 2 secoli dopo Cristo l’antica tradizione medica Greco-Romana iniziò a cercare di capire questa malattia: il primo fu “Cornelio Celso” il quale nel suo “De Medicina” collegò il sintomo dell’idrofobia alla malattia della rabbia.[4]

Dopo circa 100 anni emerse la scuola dei “metodisti”, un gruppo di menti scientifiche i quali non solo migliorarono la comprensione della rabbia, ma quella di molte altre malattie. Il fondatore della scuola, “Temisone”, e un suo discepolo erano famosi per esser sopravvissuti all'attacco e al morso di un cane rabbioso. Il primo vero metodista che parlò di rabbia fu “Sorano” il quale riconobbe che il contatto con l’animale poteva essere l’unico motivo dell’idrofobia. Descrisse in oltre alcuni sintomi come il polso irregolare, la febbre, l’incontinenza, il tremore e l’involontaria eiaculazione.[5]

Antiche terapie per curare la Rabbia[modifica | modifica sorgente]

  • Nel Sushruta Samhita viene spiegato come trattare una ferita dovuta ad un cane rabico: cauterizzare la ferita con burro che poi il paziente era costretto a bere, inoltre un impasto di sesamo doveva essere applicato nella ferita mentre il paziente veniva nutrito con una torta di riso, radici e foglie.
  • Durante l’epoca Greco-Romana, Celso ipotizzò vari rimedi per il trattamento del morso: oltre alla cauterizzazione, l’applicazione di sale e cetriolini in salamoia nella ferita. Bisognava inoltre mandare il paziente in un bagno turco in maniera tale da farlo sudare fino al limite della sopportazione per permettere alla ferita di espellere il veleno della rabbia. Dopo di ciò il dottore doveva applicare del vino sul morso.
  • Plinio il giovane fu il primo ad ipotizzare l’utilizzo dell’animale per curare l’uomo: inserire nella ferita le ceneri dei peli della coda del cane che ha inflitto la ferita; la stessa testa dell’animale a volte veniva ridotta in cenere e applicata sulla ferita.
  • Lo stesso Plinio ipotizzò una cura per l’idrofobia : bisogna mettere il paziente in zone speciali con aria "buona", massaggiare gli arti e coprirlo con vestiti puliti e caldi nei punti affetti da spasmi[6]
  • La cura più calzante probabilmente la offre Celso: bisogna buttare il paziente in acqua e se egli non può nuotare affonderà e berrà acqua, mentre se può nuotare deve essere spinto sott'acqua finché non ne berrà un po’. Così la paura e la sete verranno sconfitte contemporaneamente.

Durante il Medioevo[modifica | modifica sorgente]

Nel medioevo il concetto della trasmissione di una malattia da parte degli animali era ancora oscuro. Le uniche due malattie di cui avevano ipotizzato il contagio tramite un animale erano la rabbia (dai cani) e il carbonchio (dal bestiame). La trasmissione di queste malattie da animale a uomo si è velocizzata a causa dell’aumento dell’urbanizzazione e dell’agricoltura e nel 15° secolo un terzo fattore ha portato le persone a contatto con le più gravi malattie della storia: i viaggi nell'oceano. I più grandi colonizzatori di quell'epoca furono gli spagnoli e i portoghesi. Essi trasportarono i loro germi ovunque nelle Americhe. Portarono il vaiolo nel nuovo continente e tornarono con la sifilide.[7]

Durante il medioevo, i primi veri cambiamenti riguardo alla comprensione della rabbia si hanno grazie al mondo islamico. I tre titani della medicina islamica furono: “Al Razi”, “Ibn Sina” e “Ibn Zuhr”. Il primo ebbe personali esperienze di contatto con malati di rabbia: “c’erano con noi in ospedale una sorta di uomo che abbaiava la notte e poi morì. Un altro non beveva acqua, ma quando dell’acqua gli veniva portata, non ne aveva paura,ma diceva: “puzza, e lo stomaco di gatti e cani è la dentro”. Poi un altro paziente quando vedeva l’acqua rabbrividiva e tremava finché non gli era portata via”. Egli preferiva trattare il morso cauterizzandolo e scarnificandolo. “Ibn Zuhr” successivamente scrisse un trattato chiamato “Sui mali furiosi”, ma i veri progressi ci furono con “Ibn Sina”, il quale nel suo quarto libro scrisse che secondo lui il caldo e il freddo aiutavano a fomentare la malattia nei cani. Inoltre egli attribuì la causa del contagio della malattia al consumo di acqua e carne infetta. Successivamente durante i giorni dell’inquisizione, verso la fine del 15° secolo, una misteriosa confraternita di curatori girava di città in città, offrendo protezione contro la rabbia. Si facevano chiamare i “Saludadores”, dotati di poteri donati direttamente dai santi. I Saludadores potevano annullare quel morso nocivo spesso attraverso la loro saliva o il loro respiro. Naturalmente l’inquisizione li cominciò a vedere come eretici e l'ordine ufficiale fu quello di distruggere questa confraternita. Alcuni membri furono catturati e sotto tortura confessarono che si trattava tutto di una enorme frode.[8]

Come venivano trattati i cani[modifica | modifica sorgente]

La rabbia è sempre stata considerata come una malattia dei cani, i quali poi la potevano trasmettere agli umani. Recenti ricerche hanno comunque dimostrato che questa malattia è presente nei pipistrelli da molto più tempo che nei cani. Probabilmente furono gli stessi pipistrelli a contagiare i primi cani con questa malattia. A questo punto i cani cominciarono ad essere addomesticati: essi diventarono compagni fedeli dell’uomo. L’abilità del cane di migliorare l’umore dell’uomo e quello di soddisfare i suoi bisogni sono doti innate. Presto attraverso allenamenti questi animali diventarono cacciatori e tiratori di slitte. L’uomo e il cane crearono la civiltà insieme. La mano che sfamava il cane non era più morsa, ma occasionalmente sbranata!! Durante il medioevo alcuni cani, i più fortunati, venivano presi da gente ricca e li facevano diventare eccellenti cani da caccia. La maggior parte però veniva usata dalla gente povera per i lavori più faticosi nei campi. Spesso erano trattati male e malnutriti. Non c’è da stupirsi del fatto che questi cani furono anche accusati di alcune delle più grandi epidemie della storia come la Morte Nera. Naturalmente ora sappiamo che il più grande portatore della peste è stato il ratto ma è giustificabile l’aver incolpato quei cani che per fame divoravano i corpi senza vita degli appestati.

Sicuramente il più antico simbolo del cane come essere terrificante è il Cerbero: il temibile cane da guardia delle porte dell’inferno. Non si doveva aver paura solo delle fauci di Cerbero, ma anche della sua stessa saliva poiché si diceva essa a contatto con il terreno creasse una pianta velenosissima chiamata “aconite”: i sintomi descritti nei miti dopo il contatto con questa pianta demoniaca sono molto simili a quelli dovuti al virus della rabbia: salivazione incontrollata, visione distorta, vertigini e alla fine il coma. Non è da considerare errato il fatto che gli antichi greci credessero che questo veleno, mitologicamente nato dalle fauci di Cerbero, fosse lo stesso che si trovava nella bocca di un cane rabico.[9]

I miti generati dal virus[modifica | modifica sorgente]

Nel Settembre del 1998 il dottor Juan Gomez-Alonso ipotizzò che la rabbia potrebbe servire come spiegazione dei due più grandi miti horror: i vampiri e i licantropi.

Il mito dei vampiri si sviluppò principalmente durante il 18° secolo nell'est Europa. Ci sono molti paralleli tra i vampiri e i contagiati dal virus della rabbia: per prima cosa, la più ovvia, è che tutti e due si contagiano da organismo a organismo attraverso i morsi, cosa particolare per l’uomo essendo un animale che non spesso usa i denti per aggredire. Si credeva inoltre che i vampiri avessero l’abilità di trasformarsi in cani e in questa forma avevano la tendenza di uccidere tutti gli altri cani vicini. E per ultimo, la durata media della vita di uno uomo morso da un vampiro si diceva fosse di 40 giorni.. circa quanto impiegava la rabbia ad uccidere il contagiato.

Il dottore ipotizzò che la rabbia potrebbe aver inspirato un altro mito quale quello dell’uomo-lupo o del “Licantropo”: il ragionamento è sempre lo stesso, trasmissione attraverso i morsi, trasformazione in enormi lupi con denti aguzzi. Forse è addirittura più evidente il parallelismo “rabbia-uomo-lupo” che quello “rabbia-vampiro”. Il primo licantropo della storia fu “Licaone”, il primo re dell'Arcadia. La leggenda narra che lo stesso Dio Zeus scese sulla terra per alloggiare nel palazzo di Licaone. Egli mise alla prova il suo ospite per capire se fosse veramente chi diceva di essere. Egli servì al re degli Dei parti di un ragazzo che Licaone stesso aveva ucciso. Il Dio, nonostante l’”elegante” aspetto della pietanza, capì subito l'inganno e, mortalmente offeso, trasformò il padrone di casa in un lupo e uccise con le sue saette 50 dei suoi figli. La trasformazione di Licaone in lupo è ben descritta da Ovidio nelle sue “Metamorfosi”con degli accentuati riferimenti alla rabbia.[10]

Durante tutta la seconda metà del 16° secolo furono sentenziate enormi quantità di pene di morte per casi di licantropia:

  • 1541: un contadino di Pavia prese le sembianze di un lupo e uccise numerose vittime. Egli confessò e la pena che il giudice gli decretò fu di strappargli braccia e gambe per poi bruciare i resti.
  • 1558: un cacciatore incaricato da un nobiluomo di procurargli della cacciagione, si trovò di fronte ad un lupo. Egli riuscì a tagliargli una zampa e il lupo scappò. Il cacciatore conservò la zampa del lupo ma dopo poche ore si accorse che essa si era trasformata nella mano di una giovane donna. Il giorno seguente la donna fu trovata e, dopo aver confessato di essere un lupo mannaro, fu incenerita.
  • 1603: un adolescente vicino Bordeaux fu arrestato dopo aver terrorizzato molti bambini: egli durante il giorno andava in giro a spaventare i suoi coetanei dicendogli del piacere che provava nell'uccidere e bere il sangue delle giovani ragazze di nobili famiglie. Fu arrestato dopo che fu trovato a bere del sangue di un cane che aveva evidentemente appena ucciso. Il suo caso fu portato al parlamento di Bordeaux ma non fu condannato a morte, bensì, dopo aver confessato di aver ucciso e bevuto il sangue di 3 ragazzi, fu imprigionato a vita in un monastero li vicino.

Naturalmente furono in molti gli “scienziati” che ipotizzarono varie cure contro la licantropia. La più particolare fu quella del fisico britannico Richard Mead: un uomo colpito dalla maledizione doveva per prima cosa essere dissanguato da un braccio (almeno 10 once di sangue). Poi una miscela di pepe nero e fegato doveva essere mischiato ad una mezza pinta di latte fresco di mucca e bevuto dal paziente per 4 giorni ogni mattina. Inoltre il paziente doveva, almeno per un mese, farsi il bagno di mattina nell'acqua congelata!

Se l’epidemia dell’uomo-lupo fece terrorizzare le persone nel 16° secolo, il boom che ebbero i “vampiri” nel 18° secolo uscì fuori come un fenomeno dei mass-media. Inizialmente il fenomeno del vampirismo fu descritto da vari piccoli scrittori che utilizzavano questo “fenomeno” per scrivere qualche storia, ma il vero terrore per i vampiri nacque tra il 1710 e il 1756 : in Prussia, Ungheria, e soprattutto in Romania si diffuse la leggenda di Vlad l’impalatore, più conosciuto con il nome di Dracula. In quell'epoca si credeva che i vampiri avessero la capacità di trasformarsi in animali. Non solo ed esclusivamente in cani, ma anche in lupi, cavalli, asini, gatti, rane, farfalle e capre. Dobbiamo arrivare alla fine del 19° secolo affinché il pipistrello, il più antico portatore della rabbia, trovi un ruolo permanente nelle storie di vampiri.[11]

Eziologia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Virus della rabbia.

Il Lyssavirus responsabile della patologia possiede un genoma che consta di RNA a singolo filamento a segno negativo. Per essere tradotto in proteine deve quindi prima di tutto essere trascritto in mRNA (a segno positivo). È dotato di pericapside e presenta una simmetria elicoidale.

Per penetrare nelle cellule utilizza il legame con fosfolipidi presenti sulle membrane di cellule che possiedono:

  • recettori per l'acetilcolina
  • recettori per il Nerve Grow Factor (NGF)
  • molecole di adesione neuronali

Presenta quindi tropismo per fibre muscolari e cellule nervose, cosa che spiega il particolare decorso della malattia.

Patogenesi[modifica | modifica sorgente]

La rabbia può essere trasmessa dagli animali all'uomo, generalmente in seguito a morsicatura ma anche da canidi selvatici, roditori, mustelidi, pipistrelli frugivori, insettivori. Tramite questa il virus, presente nella saliva del contagiante, può penetrare nell'organismo e andare a infettare le fibre muscolari della zona colpita, dove compie la prima replicazione.

Dopo questo avvenimento, migra a livello delle fibre nervose, dove può risalire in senso antidromico legandosi alla dineina, il virus può avanzare circa 5/6 cm al giorno per cui la morsicatura in faccia risulta essere la più pericolosa che necessita di una repentina vaccinoterapia oltre che della somministrazione immediata di immunoglobuline per il rischio che il virus raggiunga il sistema nervoso centrale prima che si sia sviluppata l'immunità vaccinale.

Invade poi tutto il sistema nervoso centrale, decorrendo infine nuovamente verso la periferia lungo gli assoni dei nervi cranici in particolare il trigemino attraverso cui arriva alle ghiandole salivari dove compie un'altra replicazione, modalità con cui il virus cerca di diffondersi appunto attraverso il morso.

Anatomia patologica[modifica | modifica sorgente]

Sono tipiche le inclusioni intracitoplasmatiche eosinofile (dette corpi del Negri) a livello di: corteccia, cervelletto, corno d'Ammone e cellule del Purkinje, metodo ormai superato per test più moderni quali l'immunofluorescenza.

Clinica[modifica | modifica sorgente]

La patologia si sviluppa nell'uomo, dopo un'incubazione che varia da dieci giorni a un anno (di solito dalle tre alle otto settimane, la cui durata varia molto in proporzione alla sede di inoculazione e alla carica virale), in tre fasi:

  • Fase prodromica: dopo il morso si possono rilevare sintomi aspecifici, quali febbre, cefalea, mialgia. L'unico sintomo specifico, che si presenta nel 60% dei casi, è una parestesia nella sede del morso.
  • Fase di latenza o "rabbia furiosa". Tipica di questa fase è l'idrofobia, un laringospasmo doloroso in seguito al tentativo di far bere il paziente (negli animali tale sintomo non si verifica).[12]
  • l'ultima fase è quella terminale, quando cioè il virus ha colonizzato i tessuti del sistema nervoso centrale e in cui si hanno sintomi neurologici. La sintomatologia prevalente (75% dei casi) è di tipo furioso (forma furiosa), con aggressività, irascibilità, perdita di senso dell'orientamento, allucinazioni, iperestesia, meningismo, lacrimazione, aumento della salivazione, priapismo, eiaculazione spontanea, Babinsky positivo, paralisi delle corde vocali e idrofobia. Nel restante 25% dei casi si ha una sintomatologia di tipo paralitico (forma paralitica).

In ogni caso, la comparsa dei sintomi specifici dopo la fase di latenza coincide pressoché sempre con un esito infausto della patologia, che porta alla morte in tempi variabili, salvo pochissimi casi isolati di remissione[13].

Trattamento[modifica | modifica sorgente]

Esiste un vaccino, creato da Louis Pasteur, che può essere somministrato prima di un'infezione, a scopo profilattico, o dopo una sospetta inoculazione del virus, a scopo terapeutico con dosi ripetute ai giorni 1, 3, 7, 14, 28, 90 dal morso.

In questo caso si associa anche la somministrazione di γ-globuline iperimmuni prelevate da pazienti già vaccinati particolarmente importante in caso di morso vicino al sistema nervoso centrale (ad esempio in faccia) dove il virus rischia di infettare il SNC prima dell'avvenuto sviluppo dell'immunità vaccinale.

All'insorgenza dei sintomi neurologici non è disponibile alcuna terapia efficace. Sono stati tuttavia segnalati alcuni casi di apparente guarigione seguendo un protocollo sperimentale (Milwaukee Protocol) che prevede il coma indotto tramite somministrazione di ketamina, midazolam e fenobarbital, allo scopo di sedare l'attivà cerebrale, e un cocktail di farmaci antivirali (ribavirina e amantadina) per stimolare gli anticorpi. Il principio di questo protocollo è di "scollegare" il corpo dal cervello per dare al sistema immunitario un tempo sufficiente a combattere la malattia prima che questa causi danni neurologici irreversibili.

I regolamenti per la profilassi e la gestione della rabbia sono contenuti in Italia nel D.P.R. 08/02/1954 n. 320 (artt. 83-92).

Prevenzione[modifica | modifica sorgente]

Il vaccino antirabbico[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Vaccino antirabbico.

La scoperta del vaccino antirabbico è dovuta al chimico francese Louis Pasteur. Inizialmente interessato alla relazione tra i fenomeni di polarizzazione rotazionale della luce e la forma cristallina di alcune sostanze chimiche, Pasteur concentrò i suoi studi sul fenomeno della fermentazione del vino: egli dimostrò che i colpevoli della fermentazione erano dei microorganismi. Questo suo studio demolì completamente le tesi di Justus Liebig, il quale affermava che la fermentazione poteva avvenire solo attraverso processi inorganici.

Pasteur attraverso l’analisi del fenomeno del passaggio da fermentazione a putrefazione intuì genialmente che la causa della presenza di alcune grandi malattie fosse dovuta ad alcuni microorganismi. Le conferme di questa intuizione arrivarono dal giovane medico tedesco Robert Koch il quale riuscì, attraverso i microscopi più moderni dell’epoca, ad isolare e collegare i microorganismi di numerose malattie e anche ad analizzarne il ciclo vitale.

Nel frattempo un fisico inglese, Edward Jenner, cominciò a studiare il fenomeno secondo il quale coloro che venivano esposti fin da giovani al “vaiolo bovino” non venivano infettati dal comune vaiolo. Inserire nell’uomo materiale infetto di una malattia meno grave, lo aveva reso immune dalla malattia più grave.[14].

Pasteur stesso si interessò agli studi del fisico britannico. Alla fine fu un errore di laboratorio a contribuire ad una delle più grandi scoperte mediche della storia: nel 1880 durante un esperimento sul “colera dei polli”, un collaboratore di Pasteur si dimenticò di inoculare una parte dei polli con la cultura di quei batteri perché di fretta a causa della partenza per le vacanze. Una volta tornato, per rimediare al suo errore, inoculò ai quei polli quei campioni di microorganismi “invecchiati”. Fu un successo. I polli si ammalarono ma poi non morirono, come era solito dopo un'iniezione di cultura fresca, anzi guarirono completamente e lo stesso Pasteur si rese conto che era impossibile reinfettare quei polli con una cultura fresca del virus del “colera dei polli”. Si stava avvicinando l’era delle vaccinazioni. .[15]

Pasteur convinto che lo stesso effetto si potesse ottenere con altre malattie, provò a immunizzare il bestiame da una delle malattie veterinarie più gravi: il carbonchio.

Egli fece una dimostrazione pubblica con 60 capi di bestiame: 25 da vaccinare, 25 da usare come controllo e altri 10 come ulteriore controllo. Egli sottopose quei 25 montoni a tre cicli di vaccinazione contro il carbonchio. Il giorno dell’ultimo ciclo, egli inoculò a tutti i bovini una forte dose di carbonchio e i risultati furono stupefacenti. Tutto il bestiame morì tranne quei 25 capi che furono sottoposti alla vaccinazione.

Incoraggiato dal suo successo, Pasteur cominciò ad applicare questo metodo di immunizzazione con il virus della rabbia. Egli riuscì ad immunizzare molti cani ma era ancora lontano dalla sperimentazione umana, finché un giorno una madre disperata portò il suo bambino di nove anni nel laboratorio di Pasteur perché era stato morso quattordici volte da un cane rabbico.

Lo scienziato riteneva inevitabile la dipartita del ragazzo a causa delle innumerevoli ferite ed il sicuro contagio, così egli decise di applicargli ciò che applicava ai cani: egli, insieme ad altri due medici, cominciò un ciclo di dodici vaccinazioni antirabbiche. Fu un successo. Il ragazzo guarì e non si ammalò più. Pasteur in un anno vaccinò più di 350 persone e solo una morì.[16]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Wasik & Murphy, op. cit., p. 4
  2. ^ Wasik & Murphy, op. cit., p. 16-17
  3. ^ Wasik & Murphy, op. cit., p. 20-21
  4. ^ Wasik & Murphy, op. cit., p. 22
  5. ^ Wasik & Murphy, op. cit., p. 25-26
  6. ^ Wasik & Murphy, op. cit., p. 33-36
  7. ^ Wasik & Murphy, op. cit., p. 51-52
  8. ^ Wasik & Murphy, op. cit., p. 58-59
  9. ^ Wasik & Murphy, op. cit., p. 46
  10. ^ Wasik & Murphy, op. cit., p. 69
  11. ^ Wasik & Murphy, op. cit., p. 85-86
  12. ^ www.treccani.it
  13. ^ Jordan Lite, Medical Mystery: Only One Person Has Survived Rabies without Vaccine--But How?, Scientific American, 20 dicembre 2009, pp. 4. URL consultato il 2009-12-20.
  14. ^ Da Umori:il fattore umano nella storia delle discipline biomediche, autore:Luca Borghi, p.147
  15. ^ Da Umori:il fattore umano nella storia delle discipline biomediche, autore:Luca Borghi, p.148
  16. ^ Da Umori:il fattore umano nella storia delle discipline biomediche, autore:Luca Borghi, p.151

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Bill Wasik e Monica Murphy, Rabid: a Cultural History of the World's Most Diabolical Virus, New York, Viking Press, 2012.

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

medicina Portale Medicina: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di medicina