Leone bianco

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Leone bianco
White Lion.jpg
Panthera leo krugeri presso lo zoo di Bratislava, Slovacchia
Stato di conservazione
Status iucn3.1 EW it.svg
Estinto in natura
Classificazione scientifica
Dominio Eukaryota
Regno Animalia
Sottoregno Eumetazoa
Ramo Bilateria
Superphylum Deuterostomia
Phylum Chordata
(clade) Craniata
Subphylum Vertebrata
Infraphylum Gnathostomata
Superclasse Tetrapoda
Classe Mammalia
Sottoclasse Theria
Infraclasse Eutheria
Superordine Laurasiatheria
Ordine Carnivora
Sottordine Feliformia
Famiglia Felidae
Sottofamiglia Pantherinae
Genere Panthera
Specie P. leo
Sottospecie P. l. krugeri
Nomenclatura trinomiale
Panthera leo krugeri

Il leone bianco (Panthera leo krugeri) è una sottospecie di leone.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

In realtà non si può parlare di una sottospecie distinta, ma di un caso di polimorfismo genetico legato ad una condizione di leucismo[1], che causa una colorazione pallida e simile a quella delle tigri bianche. La condizione è simile, anche se con effetti opposti, al melanismo tipico della pantera nera. Questo è confermabile visivamente anche dalla colorazione dei suoi occhi, che non è rossa, tipica degli animali albini, ma è uguale a quella dei suoi simili non bianchi, generalmente azzurra.[2]

Il gene recessivo responsabile di questa mutazione è chiamato chinchilla o color inhibitor. Il colore del leone si schiarisce gradualmente fino a diventare crema o avorio (colore noto con il nome di biondo)[3].

Questa colorazione penalizza i leoni in natura perché vengono avvistati facilmente dalle prede, che riescono così a fuggire. Un leone bianco è quindi spesso condannato alla morte per inedia.[2]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Le prime conferme dell'esistenza di questi animali sono arrivate soltanto nel tardo ventesimo secolo. Per centinaia di anni si credeva che essi fossero solo i protagonisti di un ciclo di leggende sudafricane e che il loro manto candido simboleggiasse la bontà presente in tutte le creature. I primi avvistamenti attendibili all'inizio del Novecento, tuttavia, sono stati seguiti da molti altri, anche se non frequenti, sino al 1975, quando una cucciolata di leoni bianchi è stata ritrovata nella Riserva Timbavati[4].

In virtù della loro bellezza e rarità, i leoni bianchi sono da sempre considerati delle ambitissime prede dai cacciatori, sia indigeni (per i quali i leoni bianchi erano messaggeri degli dèi) che europei.

Nel libro Mystery of the White Lions – Children of the Sun God, Linda Tucker riporta che i leoni bianchi venivano allevati in campeggi del Sudafrica come trofei per cacce preparate (canned hunting). Oggi questi allevamenti non si praticano più e i leoni bianchi sono severamente protetti.

Diffusione[modifica | modifica wikitesto]

Ogni tanto si trova un leone bianco nato spontaneamente in qualche riserva naturale del Sudafrica, in particolare nelle regioni delle riserve naturali di Timbavati e nel Parco Nazionale Kruger. Tuttavia, la maggior parte degli esemplari con questa mutazione si trova negli zoo, dove questi animali vengono tenuti per la loro bellezza e riprodotti in modo da incrementare la popolazione.

Essendo il gene recessivo, si avranno leoni bianchi in una cucciolata soltanto quando si accoppiano due leoni bianchi (probabilità del 100%), due leoni fulvi con un gene recessivo e uno dominante (probabilità del 25%) o uno bianco e uno fulvo col gene recessivo (50%).

La quantità esatta dei leoni bianchi è ignota ma nel 2004 ne erano vivi 300.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (EN) Jack Grisham, Encyclopedia of the World's Zoos, Lion, a cura di Catherine E. Bell, Volume 2: G–P, Chofago, Fitzroy Dearborn, 2001, pp. 733–739, ISBN 1-57958-174-9.
  2. ^ a b Scheda Leone bianco, lecornelle.it
  3. ^ (EN) Caratteristiche del Leone Bianco. URL consultato il 7 giugno 2010.
  4. ^ (EN) The rare white lions. URL consultato il 7 giugno 2010.

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