Storia del colonialismo in Africa

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Il colonialismo in Africa la colonizzazione dell'Africa da parte delle nazioni europee, raggiunse il proprio apice a partire dalla seconda metà del XIX secolo, periodo in cui si ebbe una vera e propria spartizione dell'Africa i cui protagonisti furono soprattutto Francia e Gran Bretagna e, in misura minore, Germania, Portogallo, Italia, Belgio e Spagna.

Pur riferendosi spesso a una presunta "missione civilizzatrice" nei confronti soprattutto dei popoli relativamente arretrati dell'Africa subsahariana, le potenze coloniali europee si dedicarono soprattutto allo sfruttamento delle risorse naturali del continente. Soltanto in alcuni casi la presenza europea in Africa portò a un effettivo sviluppo delle regioni occupate, per esempio attraverso la costruzione di infrastrutture. Nei luoghi in cui si stabilirono comunità di origine europea (l'esempio più rappresentativo è il Sudafrica) la popolazione locale fu in genere discriminata politicamente ed economicamente.

Introduzione generale al colonialismo in Africa[modifica | modifica sorgente]

Nell'Africa nera esistevano vari stati africani indipendenti, taluni veri aggregati di tribù, altri autentiche entità politiche dall'antica e gloriosa civiltà. Tutti essi resistettero inutilmente alla penetrazione degli europei, interessati alle grandi risorse economiche africane. La penetrazione europea si espresse in varie forme di colonialismo, elencate di seguito:

  • Colonialismo commerciale
  • Colonialismo moderno

Colonialismo commerciale[modifica | modifica sorgente]

Fino al XIX secolo il continente africano presentava solo forme di colonialismo commerciale, diffuso lungo le coste. Portoghesi, inglesi, francesi e olandesi si erano limitati a fondare varie basi sulle coste africane. Esse, da un lato, servivano da supporto ai bastimenti in rotta lungo le grandi vie di comunicazione marittima e, dall'altro, fungevano da centri di smistamento e raccoglimento delle merci e dei prodotti africani (oro, pelli, avorio, legni pregiati, caffè, pietre preziose) destinati ad essere esportati in Europa. Importante aspetto del colonialismo commerciale è il commercio degli schiavi, che prospera tra il XV e il XVIII secolo. In questo periodo un grande numero di africani (circa 11 milioni) viene rastrellato con incursioni e rapporti commerciali con alcune tribù africane dai mercanti di schiavi europei (detti "negrieri"). Essi poi provvedono a portarli con le loro navi attraverso l’Oceano Atlantico per venderli ai grandi latifondisti delle Americhe come schiavi adibiti alla coltura delle piantagioni. Questo commercio darà grandi guadagni ai "negrieri" e cesserà solo nel corso del Settecento e dell’Ottocento, quando dovunque si sancirà l’abolizione della schiavitù in seguito all’affermazione del pensiero illuminista.

Meno ricordato nell’ambito del commercio degli schiavi è il ruolo dello schiavismo arabo. I commercianti arabi, partendo dal Nord Africa, allacciarono anch’essi relazioni commerciali con tribù africane fino nell’Africa centrale; tra le merci che rientravano nel movimento commerciale, vi erano anche moltissimi schiavi africani, deportati dagli arabi verso i mercati arabici, iraniani e indiani. I viaggi degli Arabi in Africa (cominciati fin dal XI o dal XII secolo) portarono alla diffusione lenta e pacifica dell’Islam in vaste zone dell’Africa, ove esiste tuttora. L’attività commerciale araba cessò del tutto nel corso dell’Ottocento, quando venne soppiantata dalla penetrazione europea nel continente africano.

Colonialismo moderno[modifica | modifica sorgente]

Dal XIX secolo il colonialismo moderno si è volto allo sfruttamento delle risorse dei paesi colonizzati. La penetrazione coloniale nell’entroterra in Africa è avvenuta solitamente dopo spedizioni esplorative, che hanno dato idea delle risorse dei vasti territori. In seguito a ciò, le potenze europee decidono di impossessarsi dei territori africani per avere fonti di risorse prime, nonché avere importanti basi commerciali. Talora è importante anche l’idea di avere dominio su vasti territori dove poter inviare molti cittadini della madrepatria (che così si libera di una parte eccedente della propria numerosa popolazione).

Inizia allora l’espansione coloniale, che raggiunge il suo apice nella seconda metà dell’Ottocento.

1. Le potenze europee iniziano una vera e propria “corsa alle colonie”: ogni paese invia in Africa contingenti militari per occupare i vasti territori africani dell’entroterra, formalmente ancora appartenenti a nessuno secondo gli europei (l’Africa era dichiarata res nullius) e ciò permetteva agli europei di appropriarsene senza scrupoli e ufficialmente, poiché era territorio sotto nessuna giurisdizione. I territori venivano occupati sia con la forza sia con la diplomazia (concludendo trattati con i capi dei popoli africani, con cui cedevano la loro sovranità alle potenze europee). Successivamente, i territori occupati dalle truppe vengono proclamati colonie dalla madrepatria, che ora li considera come suo territorio.

2. Dopo la semplice occupazione per mano dei militari del territorio, la madrepatria decide gradualmente la creazione di un'amministrazione e un esercito nelle colonie, modellate secondo il modello europeo.

Ovviamente la madrepatria ha interesse a mantenere il potere per mezzo di queste creazioni; inizia così l’invio di cittadini bianchi della madrepatria, che diventano i detentori del potere nelle colonie e la loro classe dirigente (seppur sempre soggetta alle decisioni della madrepatria). Essi mantengono nelle proprie mani ogni posto di potere politico; infatti solo funzionari bianchi occupano le posizioni chiave di potere nell’amministrazione e nell’esercito delle colonie create dalla madrepatria. I bianchi occupavano anche ogni posto di potere economico; infatti i bianchi si arricchiscono impiantando ovunque imprese volte allo sfruttamento delle risorse delle colonie (latifondi e piantagioni, imprese minerarie ed industriali), impiegando come manodopera sottopagata gli indigeni locali. Ovviamente da ciò trae profitto economico la madrepatria, verso cui vengono esportate queste risorse. Il potere è in mano ai bianchi (sempre una minoranza rispetto alla popolazione indigena).

Il loro dominio è imposto alle popolazioni indigene nere, costrette ad accettarlo con la forza; ogni loro tentativo di resistenza era spezzato dalla violenza delle truppe coloniali bianche. Sull’atteggiamento dei bianchi verso i neri è determinante la convinzione razzistica dei colonizzatori bianchi di essere superiori alle popolazioni indigene. Ciò spiega le vessazioni e talora le atrocità che subiranno i neri da parte dei bianchi durante il colonialismo. Le truppe coloniali di tutti i paesi europei ricorrevano spesso, per incutere timore negli indigeni e sedare le loro ribellioni, a metodi spietati e atrocità, come la distruzione di villaggi, la cattura di ostaggi che subivano torture, esecuzioni di massa e massicce deportazioni. In certi paesi si arrivava addirittura allo sterminio di interi popoli indigeni che si erano dimostrati contrari al predominio.

Le popolazioni nere si ritrovano integrate nelle strutture politiche ed economiche create dai colonizzatori bianchi europei, trovandosi a loro sottomesse: esse sono perciò costrette ad accettare lingua, religione cristiana e cultura europea. Tuttavia le élite delle popolazioni indigene (come capi di tribù) spesso possono trarre alcuni vantaggi dal colonialismo: infatti essi possono avere qualche speranza di ascesa sociale. Per esempio essi possono presiedere a posti di non molta importanza nell’amministrazione coloniale creata dagli europei e assorbire la loro cultura, studiando presso scuole europee. Ma i ceti popolari neri sono completamente esclusi dalle decisioni politiche. Essi spesso sono ridotti ad essere dipendenti dai bianchi (come manodopera malpagata al loro servizio o soldati semplici nell’esercito coloniale), vivendo in condizione di povertà e ignoranza.

Il colonialismo ha quindi portato a un impoverimento dei popoli neri delle colonie, sia in termini economici sia in termini culturali (infatti, i bianchi hanno distrutto la cultura e lo stile di vita dei popoli indigeni neri, imponendo il proprio, e sfruttano le loro ricche risorse naturali). Inoltre la soggezione politica dei neri (imposta dai colonizzatori bianchi) impedisce loro di sviluppare una coscienza politica e nazionale e di essere capaci di governarsi autonomamente.

Il dibattito storiografico[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Imperialismo (dibattito storiografico) e Spartizione dell'Africa.

Le cause che avrebbero innescato lo scramble (la corsa alla conquista dell'Africa) sono un problema storiografico molto dibattuto. Possiamo qui individuare alcune interpretazioni:

  • Spiegazioni generali del fenomeno coloniale del XIX secolo (vedi anche colonialismo):
    • Interpretazione economica (la più celebre, avanzata da Hobson per la prima volta e ripresa da Lenin).
    • Fattori culturali e ideologici: la sicurezza di sé propria della società europea del XIX secolo, il fardello dell'uomo bianco e la giustificazione del diritto degli europei a soggiogare gli altri popoli (e gli africani in particolare) in nome di una presunta missione civilizzatrice o di una superiorità di razza.
    • Rivalità fra le grandi potenze e desiderio di procurarsi un impero coloniale che potesse rivaleggiare con l'Impero britannico.

* Spiegazioni specifiche relative all'Africa:

    • Lo scramble fu innescato dalla conquista informale dell'India da parte della Gran Bretagna.
    • Lo scramble fu innescato dalle mire del re belga Leopoldo II, sul bacino del Congo, che misero in allarme le potenze europee (Francia e Gran Bretagna in primo luogo).
    • Lo scramble fu innescato dalla richiesta di merci per il "commercio legittimo" da parte dei mercanti europei che commerciavano con l'Africa dopo la fine della tratta degli schiavi (spiegazione valida in particolare per l'Africa occidentale)[senza fonte].

In generale possiamo dire che i benefici economici che le nazioni europee trassero dai loro possedimenti coloniali africani furono sempre molto minori di quelli che i promotori delle imprese coloniali si aspettavano (se non proprio assenti). La conquista dell'Africa fu accompagnata da una buona dose di improvvisazione e di suggestioni quasi mitiche (l'accesissima rivalità fra Francia e Gran Bretagna per mettere le mani sulle sorgenti del Nilo che sfociò nel confronto di Fascioda). Questo non toglie ogni validità alla spiegazione economica (quello che gli europei credevano poteva essere più importante dell'effettiva importanza economica dei territori che conquistarono) ma spinge a rivalutare i fattori politici. Spiega inoltre perché le potenze europee si siano rassegnate con relativa facilità a rinunciare ai loro imperi coloniali dopo la seconda guerra mondiale.

La spartizione del continente[modifica | modifica sorgente]

L'Africa alla vigilia della grande spartizione
L'Africa alla vigilia della Prima Guerra Mondiale; notare l'espansione britannica in senso verticale, e l'espansione francese in senso orizzontale
L'Africa alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale

Colonie, territori e protettorati britannici:

  • Egitto, occupato nel 1882 ma formalmente ottomano fino al 1914, indipendente dal 1936 ma sotto controllo britannico fino al 1956
  • Sudan Britannico

Colonie, territori e protettorati francesi:

Colonie, territori e protettorati tedesche: (dopo la prima guerra mondiale ceduti come mandati a Francia, Regno Unito e Belgio)

Colonie, territori e protettorati portoghesi:

Colonie, territori e protettorati italiani:

Colonie, territori e protettorati del Belgio:

Colonie, territori e protettorati spagnoli:

Nazioni indipendenti:

Sintesi dei possedimenti europei[modifica | modifica sorgente]

Situazione nel 1939:

  • Totale Territori Francesi: 11.074.644 Km²
  • Totale Territori Britannici: 10.684.888 Km²
  • Totale Territori Italiani: 3.622.049 Km²
  • Totale Territori Belgi: 2.395.266 Km²
  • Totale Territori Portoghesi: 2.089.449 Km²
  • Totale Territori Spagnoli: 313.150 Km²

Totale Territori Europei: 30.179.386 Km² nel 1939

Situazione nel 1951:

  • Totale Territori Francesi: 11.074.644 Km²
  • Totale Territori Britannici: 10.684.888 Km²
  • Totale Territori Belgi: 2.395.266 Km²
  • Totale Territori Portoghesi: 2.089.449 Km²
  • Totale Territori Italiani: 500.047 Km²
  • Totale Territori Spagnoli: 313.150 Km²

Totale Territori Europei: 27.050.960 Km² nel 1951

Situazione nel 1961:

  • Totale Territori Francesi: 2.407.176 Km²
  • Totale Territori Britannici: 5.872.270 Km²
  • Totale Territori Belgi: 49.797 Km²
  • Totale Territori Portoghesi: 2.089.449 Km²
  • Totale Territori Spagnoli: 293.494 Km²

Totale Territori Europei: 10.712.186 Km² nel 1961

Situazione nel 1971:

  • Totale Territori Francesi: 25.435 Km²
  • Totale Territori Britannici: 393.248 Km²
  • Totale Territori Portoghesi: 2.089.449 Km²
  • Totale Territori Spagnoli: 293.494 Km²

Totale Territori Europei: 2.801.626 Km² nel 1971

L'Egitto e la penetrazione britannica[modifica | modifica sorgente]

Il canale di Suez costituiva per la Gran Bretagna una via di comunicazione strategica di vitale importanza, considerati i rapporti commerciali che intratteneva con l'India (sottoposta già da tempo alla sua dominazione coloniale) e con la Cina. Dall'Egitto le truppe inglesi sarebbero state in grado di controllare l'accesso all'Africa, all'Asia e al Medio Oriente. Nel 1869, per la costruzione del canale, il sovrano dell'Egitto, Ismail, aveva preso in prestito un'enorme somma dai banchieri francesi ed inglesi. Nel 1875 il governo inglese riuscì ad appropriarsi delle azioni del Canale di proprietà di Ismail. Quando nel 1879 Ismail annunciò che non avrebbe rimborsato il debito Gran Bretagna e Francia assunsero insieme il controllo sulle finanze del paese e lo costrinsero ad abdicare. Nel 1882 scoppiò una rivolta nel paese guidata da Arabi Pasha. La Gran Bretagna la represse e inaugurò la sua dominazione informale (solo nel 1914 il paese fu dichiarato protettorato). Alla popolazione locale fu lasciata la sua autonomia amministrativa obbligandola però a dipendere dai conquistatori per tutte le questioni economiche. Durante la prima guerra mondiale l'Egitto giocò un ruolo chiave per i contingenti britannici diretti in Europa in arrivo dalle colonie dell'Impero Britannico.

La Conferenza di Berlino[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Conferenza di Berlino (1884).

La conquista inglese allarmò la Francia, mentre la Germania intervenne come mediatrice, nella speranza di guadagnare a sua volta compensi territoriali. Intanto Leopoldo II, sovrano del Belgio, stava progettando di trasformare il bacino del fiume Congo in una colonia sotto il suo diretto controllo e a questo scopo aveva mandato in Africa il celebre esploratore Henry Morton Stanley. La Francia rispose inviando il proprio agente Pietro Savorgnan di Brazzà, italiano naturalizzato francese, nella regione del fiume Congo. Il risultato fu una complessa spartizione dell'Africa che prese le mosse nel 1885 con la conferenza di Berlino. La conferenza sancì la creazione dello Stato Libero del Congo, colonia personale di Leopoldo II e stabilì che da quel momento in poi un paese europeo che accampasse diritti sulle coste africane doveva dimostrare di poter avere un controllo effettivo del territorio.

I capi delle popolazioni indigene spesso accettavano spontaneamente di firmare i "trattati" con cui cedevano la loro sovranità alle potenze europee, non rendendosi conto di cosa stavano facendo o di quale sarebbe stata la portata dell'occupazione colonialista. Quando le gravi conseguenze si fecero sentire, i vari popoli spesso si ribellarono, ma non riuscirono a contrastare gli europei che portavano con sé armi ed equipaggiamento moderno.

La seconda guerra boera[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Seconda guerra boera.

In un caso lo scontro tra una potenza colonialista e l'unica popolazione bianca di origine europea che si considerava africana a tutti gli effetti diede vita a una guerra. Si tratta del conflitto che oppose gli Inglesi ai Boeri o Afrikaner dal 1899 al 1902. I boeri discendevano da coloni olandesi stanziatisi presso il Capo di Buona Speranza fin dalla metà del XVII secolo. Un secolo e mezzo più tardi, ai tempi di Napoleone, la colonia del capo era passata agli inglesi. Non sopportandone il dominio i boeri si erano spostati verso l'interno, dove avevano proclamato, due repubbliche indipendenti, il Transvaal e l'Orange. La situazione divenne incandescente quando si scoprì che quelle terre erano ricche d'oro e di diamanti. Quei beni allettarono gli inglesi, che incominciarono a giungere numerosi nelle terre dei boeri. Ne nacque una guerra sanguinosa, nella quale i boeri furono sconfitti. Sotto il controllo economico inglese fu allora fondata l'Unione sudafricana, che riuniva l'inglese colonia del capo alle due repubbliche Boere. Dopo la seconda guerra mondiale la Repubblica Sudafricana indipendente avrebbe dato vita al regime dell'apartheid.

Il ruolo dell'Italia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Colonialismo italiano.

L'Italia, in questa situazione ebbe, per lo più, un ruolo secondario e di rappresentanza. Le mire espansionistiche del governo italiano si indirizzarono inizialmente verso una zona dell'Africa orientale, nella quale l'insediamento coloniale appariva più agevole, sia perché esploratori e missionari avevano aperto un varco in quella regione, sia perché la concorrenza degli altri Paesi, nella zona era meno agguerrita. Dopo aver acquistato nel giugno del 1882 la baia di Assab, sulla costa meridionale del Mar Rosso, nel febbraio del 1885 il governo italiano inviò i primi contingenti dell'esercito in quella che avrebbe formato la futura colonia dell'Eritrea, stanziandosi poi in Somalia e ponendo le basi per la successiva avanzata in Abissinia (ora Etiopia); ma la pronta reazione delle truppe abissine costrinse inizialmente alla resa. Dopo questa prima sconfitta l'Italia subì, il 1º marzo 1896, la pesante disfatta di Adua, nella quale caddero sul campo circa 7.000 uomini. Il 26 ottobre 1896 fu conclusa la pace di Addis Abeba, con la quale l'Italia rinunciava alle sue mire espansionistiche in Abissinia. La disfatta provocò forti reazioni in tutta Italia, dove vi fu chi propose un immediato rilancio del progetto coloniale e chi, come una parte del partito socialista, propose di abbandonare immediatamente queste imprese.

Nel 1911-12 il Governo Giolitti, dopo una serie di accordi con la Gran Bretagna e la Francia, che ribadivano le rispettive sfere d'influenza nell'Africa settentrionale, dichiarò guerra all'Impero ottomano (Guerra italo-turca) ed occupò la Tripolitania e la Cirenaica, dando vita alla formazione ai due Governi della Tripolitania e della Cirenaica, il cui possesso venne consolidato nel corso degli anni Venti. Nel 1934 i due governi furono riuniti nella Libia italiana,

Il colonialismo italiano venne poi rilanciato dal regime fascista nella seconda metà degli anni '30, che comportò la conquista dell'Etiopia.

Le ex-colonie italiane in sintesi[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Africa Orientale Italiana.

Africa italiana[modifica | modifica sorgente]

L'Africa italiana, prima del 1935, comprendeva i possedimenti:

  Km2 Abitanti
Province libiche 455.000 860.000
Sahara libico 1.300.000 50.000
Eritrea 125.000 560.000
Somalia italiana 465.000 1.250.000
totale 1935:
Africa Italiana 2.345.000 2.720.000

Africa orientale italiana[modifica | modifica sorgente]

Con tale termine veniva indicata l'entità coloniale, creata in virtù di un decreto dell'11 novembre 1938, che riuniva i territori dell'Eritrea, della Somalia italiana e dell'Etiopia. L'A.O.I fu divisa in 6 governatorati, di cui si riportano i dati relativi a superficie e popolazione, secondo i calcoli del maggio 1939:

  Km2 Abitanti
Amara 197.500 2.000.000
Galla - Sidama 322.200 4.000.000
Scioa 65.500 1.850.000
Harar 206.850 1.600.000
totale:
Impero d'Etiopia 792.050 9.450.000
Somalia 702.000 1.500.000
Eritrea 231.280 1.500.000
totale:
A.O.I. 1.725.330 12.100.000

Totale Africa Italiana 1938: 3.480.330 km², 13.010.000 ab.

L'Africa sotto il colonialismo[modifica | modifica sorgente]

Le colonie africane si distinguevano in territori che gli europei speravano di utilizzare come fonte di materie prime e sbocco commerciale per i loro prodotti (colonie di sfruttamento come la Costa d'oro, lo Stato Libero del Congo, la Nigeria etc.) e colonie in cui veniva incoraggiata l'emigrazione europea (colonie di popolamento come l'Algeria o la Colonia del Capo). I confini erano tracciati in modo arbitrario e popolazioni tradizionalmente nemiche erano costrette a convivere mentre altre, unite dalla stessa lingua e dalla stessa storia, venivano divise. Questo avrebbe creato gravi problemi agli Stati africani anche dopo la propria decolonizzazione.

Le "filosofie" a cui si ispiravano le politiche coloniali delle potenze europee erano differenti. La Francia proponeva un modello "assimilazionista" in cui gli africani potevano ottenere gli stessi diritti dei francesi se acquisivano la cultura e i valori della nazione francese (queste persone erano dette évolués). Nella pratica tuttavia le possibilità per gli africani di partecipare realmente all'amministrazione e agli affari pubblici su un piano di parità con i bianchi erano in realtà limitatissime. La Francia incontrò di fatto alcune resistenze, ben nota quella incarnata dalla figura di Lalla Fadhma n'Soumer in Algeria.

La Gran Bretagna invece cercava di non interferire nella cultura e nelle usanze locali, mantenendo ad esempio al potere sotto tutela inglese i capi tradizionali o lasciando il diritto di famiglia sotto la giurisdizione di corti indigene (modello dell'indirect rule). La filosofia del colonialismo inglese fu in particolare espressa dal governatore della Nigeria, Lord Frederick Lugard. Questo sistema di governo incontrava minori resistenze presso le popolazioni colonizzate ma privilegiava gli elementi più conservatori delle società indigene. Anche qui gli spazi di reale democrazia erano estremamente scarsi.

In numerose colonie, come i due Congo e le colonie portoghesi, fu introdotto il lavoro forzato, con conseguenze drammatiche per i popoli africani. In altri casi i lavori pubblici più faticosi e pericolosi (ad esempio costruzione delle ferrovie) venivano fatti fare ad abitanti di altre colonie, ad esempio indiani o "coolies" cinesi legati da un contratto di indentured labour (di fatto una forma di schiavitù temporanea).

Il saccheggio del Congo e i campi di concentramento[modifica | modifica sorgente]

La conquista europea dell'Africa diede spesso luogo ad atrocità su larga scala. I tre casi limite furono probabilmente quelli del Congo, dell'Africa Sudoccidentale tedesca (attuale Namibia) e del Sudafrica.

Nello Stato Libero del Congo il re Leopoldo II del Belgio per rifarsi dalle colossali spese sostenute per colonizzare la regione inaugurò un sistema di sfruttamento intensivo delle risorse naturali del paese. Raccogliere la maggior quantità possibile di gomma selvatica (caucciù) divenne il compito principale degli agenti dello Stato e gli indigeni furono costretti al lavoro forzato e sottoposti a un regime di terrore e rappresaglie armate. Le notizie delle atrocità portarono alla nascita di una campagna di protesta, specialmente in Inghilterra e poi negli Stati Uniti, guidata dal giornalista inglese Edmund Dene Morel e dal diplomatico Roger Casement che eseguì un'ispezione e preparò un rapporto sulla situazione del paese. Nel 1908 il Congo venne annesso al Belgio e sottoposto alla sovranità del Parlamento belga. Questa data segnò la fine del regime del terrore, anche se il lavoro forzato e le punizioni corporali continuarono ad essere diffuse nella colonia. Il giornalista americano Adam Hochschild, autore del bestseller storico King Leopold's Ghost (Gli spettri del Congo), ritiene che 10.000.000 di congolesi siano morti negli anni in cui il paese era sottoposto al dominio personale di Leopoldo II.

Lo stesso modello di sfruttamento venne riprodotto nel vicino Congo francese (attuale Repubblica del Congo), con conseguenze drammaticamente analoghe. L'esploratore Pietro Savorgnan De Brazzà, mandato ad investigare nel 1905, dopo che alcuni omicidi efferati commessi dai funzionari bianchi avevano turbato l'opinione pubblica, iniziò la stesura di un severo rapporto ma morì prima di portarlo a termine. Lo scrittore André Gide, che visitò il Congo venti anni dopo, riferì che poco era cambiato nella situazione del paese.

Le atrocità nell'Africa sudoccidentale tedesca riguardarono invece gli Herero, una popolazione di pastori di lingua bantù che oggi conta circa 120.000 persone. Nel 1904 gli Herero si ribellarono alla colonizzazione e massacrarono duecento coloni tedeschi. La risposta del generale Lothar von Trotha condusse al primo genocidio del XX secolo. Von Throta emise un "ordine di annientamento" che recitava "Qualsiasi Herero che si trovi entro le frontiere tedesche, armato o no, in possesso di bestiame o senza, sarà abbattuto". Gli Herero furono deportati in massa nel deserto di Omaheke dove morirono di fame e di sete in seguito all'avvelenamento dei pozzi da parte delle truppe tedesche. Si calcola che le vittime siano state 65 000 Herero (80% della popolazione totale). A lungo dimenticato, il genocidio degli Herero è tornato di attualità in Germania da qualche anno, anche grazie a un telefilm che ha scosso la coscienza dei tedeschi. Nel 2004, in occasione del centesimo anniversario del massacro, il ministro Heidemarie Wieczorek-Zeul ha chiesto perdono agli Herero a nome del suo paese.

Ci furono anche atrocità compiute da alcune nazioni europee contro altri coloni europei. Ad esempio durante la guerra anglo-boera, in Sudafrica, nei campi di concentramento inglesi morirono circa 30.000 coloni boeri.

Effetti del colonialismo e la decolonizzazione[modifica | modifica sorgente]

Negli anni della Seconda Guerra Mondiale avvennero profondi mutamenti politici, che toccarono anche gli Stati africani:

  • molti africani parteciparono come membri delle armate delle rispettive potenze coloniali alla lotta contro il nazifascismo in Europa e in Asia;
  • nel 1941 venne formulata la Carta Atlantica da W. Churchill e F.D. Roosevelt (in cui si enunciava il diritto all'autodeterminazione di tutti i popoli, che sancisce il diritto di un popolo sottoposto a dominazione straniera ad ottenere l'indipendenza e poter scegliere autonomamente il proprio regime politico);
  • la guerra aveva portato a un generale indebolimento delle grandi potenze europee che avevano colonie in Africa.

Gli ideali di libertà diffusisi in seguito alla vittoria delle democrazie nella Seconda guerra mondiale fornirono lo sfondo ideale al malcontento dei neri verso la dominazione coloniale.

Quindi negli anni intorno al 1950 iniziò una spinta autonomistica delle popolazioni delle colonie africane: i popoli indigeni reclamavano il diritto di essere indipendenti dalla madrepatria e di decidere del proprio destino, con insurrezioni e movimenti di protesta in cui si intrecciavano rivendicazioni politiche, economiche e sociali.

Si possono fare alcune considerazioni:

  • L’opposizione degli indigeni al colonialismo è guidata dalle élite africane;

A essi si affiancano:

1. il ceto medio indigeno, formato da professionisti, imprenditori e agricoltori che avevano accesso al mercato delle esportazioni (essi sono provenienti dai ceti popolari neri, che hanno avuto una certa scolarizzazione e sono riusciti ad affermarsi nella società delle colonie; essi rivendicano la libertà politica ed economica);

2. i ceti popolari africani, che si limitano a ribellarsi allo sfruttamento come manodopera a cui li sottopongono i colonizzatori europei, che lasciano così nella povertà.

  • In molti paesi questa ribellione dei neri contro il colonialismo fu guidata da partiti politici che si ispiravano ai principi di un "socialismo africano", che si distingueva in modo piuttosto netto dalle ideologie socialiste di matrice occidentale.

In genere, i leader politici africani rappresentarono il socialismo soprattutto come rifiuto del sistema economico capitalistico portato dai colonizzatori, a favore del recupero di valori tradizionali africani come il senso della comunità o della famiglia o la dignità del lavoro agricolo.

Davanti a questa opposizione, la madrepatria europea dovette sempre concedere l’indipendenza alle colonie:

  • pacificamente, limitandosi a fare passare tutta la struttura amministrativa e militare creata nelle colonie nelle mani di funzionari delle élite africane europeizzate;
  • dopo lunghe lotte, che videro grandi spargimenti di sangue nell’opposizione tra le armate coloniali europee e i guerriglieri africani che erano passati all’aperta ribellione contro il colonialismo (essi spesso operarono scelte di tipo marxista-leninista ed erano attivamente sostenuti dai paesi socialisti).

Le colonie divennero quindi stati africani indipendenti, con strutture politiche ed economiche governate da un ceto dirigente indigeno europeizzato. Era così avvenuta la decolonizzazione, cioè la fine degli imperi coloniali, poiché la madrepatria riconosceva l’indipendenza alle colonie. Ottenuta l'indipendenza, gli Stati africani sorti dalla decolonizzazione avevano grandi problemi interni, in cui avevano un grande peso i problemi portati dallo sfruttamento del colonialismo europeo:

  • forti disuguaglianze sociali;

Ma accanto ad essa esiste una massa povera e analfabeta di contadini nelle zone rurali poco sviluppate, che conoscono solo le strutture tradizionali (come famiglia patriarcale, tribù e gruppo religioso) e hanno poche possibilità di ascesa sociale. Con lo sviluppo urbano, poi, i contadini emigrati in città divengono solo manodopera operaia malpagata alle dipendenze delle grandi imprese. Le masse povere africane sopravvivono tuttora in una misera condizione di povertà, fame, malattie e sovraffollamento, subendo gli effetti della mancanza di adeguate strutture sanitarie e scolastiche.

  • arretratezza economica: la scolarizzazione nella popolazione è bassa. Ciò porta all'arretratezza tecnica ed industriale (grande dispendio di lavoro e bassa produttività) e a difficoltà ad organizzare una economia moderna.

Quindi l'economia resta debole e basata perlopiù sullo sfruttamento delle risorse agricole e minerarie, destinate all’esportazione (come ai tempi del colonialismo); inoltre gli utili di piantagioni, miniere e imprese industriali vanno a una limitata élite di privilegiati che tesaurizza la ricchezza e alle grandi imprese straniere (perlopiù quelle delle ex – potenze colonizzatrici, che possiedono le risorse africane dal tempo del colonialismo).

Ciò ovviamente ostacola il pieno sviluppo dell’economia africana in ogni settore e il raggiungimento di un dignitoso tenore di vita per la popolazione.

  • tensioni interne a carattere etnico: i nuovi stati africani avevano ereditato dal colonialismo anche i propri confini, disegnati casualmente da diplomatici europei che avevano tracciato linee di confine tra le loro colonie. Ciò portava una mancanza di unità etnica e politica nei nuovi stati: spesso entro i confini di un paese erano compresi molte etnie diverse tra loro, divise da antichi odi tribali.

Ciò esplode spesso in feroci lotte tra fazioni, tribù e regioni e numerose crisi interne e internazionali.

I nuovi stati avevano grande vulnerabilità politica ed economica ed avevano continui problemi interni.

Il bisogno, reale o immaginario, di prevenire la disintegrazione dei nuovi stati rafforzando l’autorità centrale spinse la classe dirigente indigena a organizzare forme di governo fortemente autoritarie: apparvero governi a partito unico o addirittura regimi militari, dominati da figure tiranniche. Questi governi tuttavia furono sempre inefficienti, erano caratterizzati dalla cattiva applicazione delle leggi e la violenza usata per eliminare gli oppositori e non produssero nessun miglioramento a livello sociale o economico.

Questi governi riuscivano a mantenersi al potere grazie all’importante appoggio delle imprese straniere (appartenenti alle ex – potenze colonizzatrici dell’Africa o anche alle due superpotenze Usa e Urss, emerse dopo la Seconda Guerra Mondiale), a cui veniva in cambio dai governi africani concesso il permesso di continuare a sfruttare le risorse africane a vantaggio delle grandi potenze economiche (europee e non).

I nuovi stati indipendenti africani sono quindi ora legati alle grandi potenze europee (spesso quelle del colonialismo) dalla sudditanza politica ed economica, in un mondo in cui attualmente i rapporti economici e politici si fanno sempre più complessi e articolati.

Vi è quindi ora una diversa forma di dipendenza economica, culturale, sociale e politica dei paesi africani dalle potenze economiche, che ha dato luogo al cosiddetto neocolonialismo.

Recentemente, in alcuni stati africani, stanno iniziando lenti e difficili processi di sviluppo economico e democratizzazione della vita politica:

  • molte organizzazioni umanitarie internazionali (talora aiutate dai governi africani) stanno aiutando le masse popolari nere a porre basi per un miglioramento del tenore di vita. Esse procedono a realizzare infrastrutture sanitarie e scolastiche e ad aiutare gli indigeni ad avviare piccole imprese economiche per il proprio sostentamento.
  • le classi dirigenti dei paesi africani stanno iniziando a organizzare governi democratici (in cui il popolo può godere della libertà ed eleggere i propri rappresentanti).

Inoltre esse stanno tentando di stipulare accordi con le imprese straniere che possano limitare uno sfruttamento indiscriminato delle risorse africane a vantaggio delle potenze economiche e possano garantire un miglioramento delle condizioni economiche per le popolazioni africane.

Le popolazioni africane stanno cercando di divenire capaci di governarsi autonomamente e di migliorare le proprie condizioni economiche. Esse stanno anche cercando di trasformare i propri rapporti con le potenze economiche, cercando di rapportarsi con loro alla pari e non in condizioni di sudditanza economica e politica.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • John Fage, Storia dell'Africa
  • Adam Hochschild, Gli Spettri del Congo
  • Maria Petringa, Brazza, A Life for Africa (2006) ISBN 978-1-4259-1198-0
  • Angelo Del Boca, Italiani, brava gente? (2005), Editore Neri Pozza 2005, Collana I colibrì
  • Angelo Del Boca, A un passo dalla forca. Atrocità e infamie dell'occupazione italiana della Libia nelle memorie del patriota Mohamed Fekini, (2007), Baldini Castoldi Dalai
  • Bernard Droz, "Histoire de la decolonisation au XX siecle", 2006, Editions du Seuil.
  • Bernard Droz, "Storia della decolonizzazione nel XX secolo", 2007, Bruno Mondadori, traduzione dal francese di Ester Borgese.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Colonialismo e Imperi coloniali
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