Impero coloniale

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Un impero coloniale è una struttura geopolitica, non necessariamente monarchica, distinguibile dalle altre poiché tesa ad ampliare la propria influenza statale su regioni e province che non le competono secondo il principio dello Stato nazionale, secondo il quale una nazione può comprendere solo i territori abitati da popolazioni appartenenti alla sua etnia.

Il principio di impero coloniale è probabilmente una reminiscenza del concetto di impero universale, radicato nelle memorie dell'Impero romano, e che trovò la sua ultima tentata manifestazione con Carlo V e, parzialmente, con Napoleone.

Gli imperi coloniali dell'antichità[modifica | modifica wikitesto]

Nell'antichità non era ancora contemplato il concetto di impero coloniale esso era chiamato dertyoma, quanto più quello di colonialismo e colonizzazione. Questi fenomeni furono utilizzati nell'antica Grecia, quando le varie polis riuscirono ad espandersi in Tracia, Anatolia, Nord Africa e perfino in Italia (Magna Grecia) e Provenza.

L'Impero romano non è invece definibile coloniale a pieno titolo principalmente per due motivi: innanzitutto, poiché i suoi territori erano ovunque facilmente raggiungibili dalla capitale, Roma; poi, perché le terre conquistate erano abitate da popolazioni nomadi che non avevano maturato ancora culture "adulte" da contrapporre efficacemente alla romanizzazione.

Il 1492: il Nuovo Mondo[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1492 un navigatore genovese, Cristoforo Colombo, mise per primo piede sul continente americano, sull'isola di Hispaniola. La sua scoperta geografica apriva questo immenso continente, popolato da genti senza Stati abbastanza evoluti da potersi scontrare vantaggiosamente con l'Europa, all'espansione coloniale europea.

I primi stati a fondare colonie in America furono la Spagna ed il Portogallo, che occuparono rispettivamente l'America Centro-meridionale ed il Brasile. Attorno al 1530, con la caduta degli stati precolombiani, vastissime zone erano amministrate direttamente dalle due potenze coloniali.

Nel giro di un secolo si scatenò una prima ondata di colonialismo: pressoché tutti gli stati europei si appropriarono di terre lontanissime da utilizzare come sfogo per l'emigrazione. Ovviamente vi furono Stati, come Spagna, Portogallo, Francia ed Inghilterra, che ebbero un peso maggiore grazie alla grande estensione delle terre conquistate, ma anche molte altre nazioni vi diressero le proprie attenzioni, come la Svezia.

Finita l'ondata di conquista e la spartizione delle terre, iniziò un duro regime di oppressione che portò a cancellare tutta l'identità culturale del continente.

Fra XIX e XX secolo: l'Imperialismo[modifica | modifica wikitesto]

Fino all'Ottocento, l'espansione coloniale europea si era dopotutto mantenuta limitata alle coste ed alle regioni più importanti: l'Inghilterra aveva poche colonie provvisorie in Nord America, la Francia alcune colonie commerciali in Canada, il Portogallo le coste del sud del Brasile, la Spagna Cile, Colombia, Argentina ed America centrale. Vi erano inoltre colonie europee in Oceania (Indonesia) ed in alcune coste dell'Africa.

Quando però nel 1783, dopo una lunga guerra, gli Stati Uniti d'America ottennero l'indipendenza, fu chiaro che era sorta una nuova grande potenza. Lentamente, nel corso dell'Ottocento, questo paese vastissimo e dalle infinite potenzialità diede filo da torcere agli Stati europei, i quali, per controbilanciare l'espansione economica dell'America, diedero inizio alla spartizione dell'Africa.

Questo fu un processo relativamente veloce (dal 1830, con la presa francese dell'Algeria, al 1936, con la conquista italiana dell'Etiopia), ma che cambiò il mondo per sempre. Si può dire che l'acme di tale periodo fu a cavallo fra i due secoli, quando gli stati europei (di gran lunga predominanti Inghilterra e Francia, ma anche Belgio, Italia, Spagna e Germania) instaurarono vasti domini coloniali che distrussero ogni sorta di indipendenza del continente. Fu un periodo che per la sua durezza fu ampiamente contestato da molti intellettuali.

1941-1962: la decolonizzazione[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la seconda guerra mondiale, nel giro di un ventennio, un'insormontabile ondata di voglia d'indipendenza in Africa portò alla completa decolonizzazione del continente. In alcune zone la liberazione fu pacifica, in altre, come in Algeria (guerra d'Algeria, 1954-1962) fu decisamente cruenta.

Ad oggi, in alcune zone del pianeta, la decolonizzazione non è ancora del tutto compiuta: la Francia detiene ancora parti del Sudamerica e molte isole sparse per il mondo, come anche la Gran Bretagna ed i Paesi Bassi (Antille Olandesi). Comunque, l'entità dell'odierno imperialismo è talmente irrilevante da far giustamente ritenere che gli imperi coloniali ad oggi siano del tutto tramontati.

Alcuni sostengono però che gli Stati Uniti siano l'odierna potenza colonialista, sia per i territori d'oltremare sparsi per il mondo (come Porto Rico e le isole Hawaii), sia per il fatto che una rilevante parte della loro economia si regge sul neocolonialismo.

Conclusione[modifica | modifica wikitesto]

Il retaggio culturale[modifica | modifica wikitesto]

La formazione degli imperi coloniali è una manifestazione del principio del più forte. Questo si intende anche in ambito culturale, poiché la quasi totalità dei popoli sottomessi fra il XVI ed il XX secolo ha perso la propria peculiarità nazionale. Un esempio è il fatto che in tutto il Sudamerica le lingue di gran lunga prevalenti sono lo spagnolo ed il portoghese, mentre le lingue che una volta erano le più diffuse, come il guaraní, sono ristrette a poche morenti oasi linguistiche.

Oppure, si può pensare al fatto che una grande metropoli come Città del Capo, lontana migliaia di chilometri dall'Europa, è quasi identica ad una qualsiasi grande città occidentale. Questi sono esempi di zone in cui il colonialismo ha distrutto qualsiasi unicità della zona.

Nel Maghreb, fino al 1962 prevalentemente di possesso francese, la situazione è ancora più esemplare: fino agli inizi dell'Ottocento, l'unica lingua conosciuta era l'arabo. Solo un secolo dopo, la grande maggioranza della popolazione era francofona. Gli stessi padri dell'indipendenza algerina avrebbero commentato che in Algeria l'arabo era il più grande bottino di guerra di Parigi.

Posizioni pro e contro gli imperi coloniali[modifica | modifica wikitesto]

Pro[modifica | modifica wikitesto]

Alcune persone sostengono che il colonialismo abbia portato sviluppo, civiltà e progresso in tutti i popoli sottomessi. Questo è in parte vero, poiché, se prendiamo in esame le terre maghrebine del morente Impero Ottomano, solo nel cinquantennio seguente alle occupazioni anglo-francesi nella zona, l'alfabetizzazione vi raddoppiò, come anche la popolazione urbana e la ricchezza media. Anche se rimane comunque sviluppo confinato nell'alveo di quello non sostenibile. [1]

Contro[modifica | modifica wikitesto]

Una maggiore fetta dell'opinione pubblica sostiene però che il colonialismo sia stato in primis un fenomeno oscuro, malvagio e prevalentemente da dimenticare, sostenendo l'inutilità delle durezze coloniali e la dannosa abolizione delle identità culturali locali. Nonostante tutto, il dibattito è ancora aperto.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Albert Hourani, Storia dei popoli arabi, Mondadori 1992

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Colonialismo e Imperi coloniali
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