Algeria ottomana

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Algeria ottomana
Algeria ottomana – Bandiera
Algeria ottomana - Localizzazione
Dati amministrativi
Nome completo Eyalet-i Cezayir-i Garb
Lingue ufficiali arabo
Lingue parlate turco ottomano, arabo
Capitale Algeri
Dipendente da Impero ottomano
Politica
Forma di Stato Eyalet
Forma di governo Eyalet elettivo dell'Impero ottomano
Capo di Stato Sultani ottomani
Dey Primo: Aruj Barbarossa (1517-1518)
Ultimo: Hussein Dey (1818-1830)
Nascita 1517
Causa Occupazione della città di Algeri ad opera dei fratelli pirati Aruj e Hayreddin Barbarossa
Fine 1830
Causa Conquista francese
Territorio e popolazione
Bacino geografico Algeria
Territorio originale Algeria
Popolazione 3.000.000 nel 1808
Economia
Risorse schiavi, pirateria
Commerci con Impero ottomano, Francia
Esportazioni cibo
Religione e società
Religioni preminenti Islam
Religione di Stato Islam
Religioni minoritarie Cristianesimo, Ebraismo
Evoluzione storica
Preceduto da Hafsid Flag - Tunisia.svg Hafsidi
Dz tlem2.gif Zayani
Succeduto da Flag of France.svg Algeria francese

L' Algeria ottomana, formalmente Reggenza di Algeri, fu un territorio ottomano concentrato su Algeri, nell'attuale Algeria. La provincia venne fondata attorno al 1525 quando Hayreddin Barbarossa riprese il possesso della città.[1][2] La Reggenza di Algeri fu il principale centro della potenza dell'Impero ottomano nel Maghreb.[1] Essa fu anche la base per gli attacchi contro le navi europee.[1] Sommariamente essa ricopriva l'area della moderna Algeria settentrionale, tra gli stati di Tunisia e Marocco.[1] Rivaleggiò con Zayani, Hafsidi e possedimento spagnoli nel nord Africa, e divenne uno dei principali covi della pirateria del Mediterraneo, sino all'Invasione francese di Algeri nel 1830.

Storia[modifica | modifica sorgente]

La fondazione[modifica | modifica sorgente]

Hayreddin Barbarossa fu il fondatore della Reggenza di Algeri.

Dal 1496, gli spagnoli conquistarono diversi possedimenti nella costa nordafricana: Melilla (1496), Mers-el-Kebir (1505), Oran (1509), Bougie (1510), Tripoli (1510), Algiers, Shershell, Dellys, Tenes.[3]

Nella medesima epoca i pirati fratelli Aruj e Khair ad Din (quest'ultimo conosciuto in Europa col soprannome di Barbarossa) operavano in Tunisia sotto la Dinastia hafside. Nel 1516, Aruj spostò la sua base di operazioni ad Algeri e chiese il protettorato dell'Impero ottomano nel 1517, ma venne ucciso nel 1518 durante la sua invasione di Tlemcen. Khair ad Din gli succedette come comandante militare di Algeri.

L'occupazione di Algeri[modifica | modifica sorgente]

Aruj, il fratello di Barbarossa, aveva catturato tutta la città di Algeri nel 1516 ad eccezione dell'area del Peñón of Algiers che era rimasto agli spagnoli. A seguito della morte di Aruj nel 1518 per mano degli spagnoli durante la caduta di Tlemcen, Barbarossa richiese l'assistenza dell'Impero ottomano, promettendo in cambio di riconoscere l'autorità ottomana sui propri domini.[2] Prima che l'aiuto ottomano potesse giungere a destinazione, gli spagnoli ripresero la città di Algeri nel 1519. Barbarossa riprese la città definitivamente nel 1525 e nel 1529 riprese anche il Peñon spagnolo.[2]

Una base per la guerra contro la Spagna[modifica | modifica sorgente]

Hayreddin Barbarossa fondò una base militare per la sua reggenza. Gli ottomani gli diedero un supporto di 2.000 unità tra uomini e pezzi d'artiglieria.[2] Egli lasciò Hasan Agha al comando in suo nome e si recò a Costantinopoli nel 1533.[1]

Il figlio di Barbarossa, Hasan Pashan fu il primo governatore della Reggenza ad essere nominato direttamente dall'Impero ottomano nel 1544, quando suo padre decise di rinunciare al trono, ed ottenne il titolo di beylerbey.[1] Algeri divenne anche una base per la guerra contro la Spagna e nei conflitti tra Impero ottomano e Marocco.

Beylerbey continuarono ad essere nominati a vita sino al 1587. Dopo che la Spagna ebbe inviato un'ambasceria a Costantinopoli nel 1578 per negoziare, nell'agosto del 1580 venne siglata una pace che riconosceva la Reggenza di Algeri come un formale territorio ottomano piuttosto che una base prettamente bellica contro la Spagna.[1] Fu a quel tempo che l'Impero ottomano organizzò una regolare amministrazione ad Algeri nominando dei pascià con reggenza di 3 anni per consolidare il potere turco nel Maghreb.

La pirateria nel Mediterraneo[modifica | modifica sorgente]

Acquisto di schiavi cristiani ad opera di frati francesi (Ordine di Santa Maria della Mercede) ad Algeri nel 1662.

Malgrado la fine formale delle ostilità con la Spagna nel 1580, gli attacchi contro i convogli cristiani e la tratta degli schiavi divenne la principale fonte di guadagno della Reggenza di Algeri.[4]

All'inizio del XVIII secolo, Algeri divenne assieme ad altri porti nordafricani come Tunisi, una delle basi della pirateria anglo-turca con almeno 8.000 pirati operanti nella sola città di Algeri nel 1634.[4][5]

Una lettera di un contemporaneo dell'epoca riporta:

« "Un'infinità di beni, mercanzie, gioielli e tesori presi dai nostri pirati inglesi ogni giorno ai cristiani e portati ad Allarach, Algeri e Tunisi per arricchire mori e turchi e impoverire i cristiani" »
(Lettera di un contemporaneo inviata dal Portogallo all'Inghilterra.[6])

La pirateria e la schiavitù a danno dei cristiani fu una maledizione anche per la stessa Algeri che per secoli dovette regolarmente fronteggiare lo sbarco di spedizioni punitive inviate dalle potenze europee per debellarne il fenomeno criminale. Spagna (1567, 1775, 1783), Danimarca (1770), Francia (1661, 1665, 1682, 1683, 1688), Inghilterra (1622, 1655, 1672), tutte compirono dei bombardamenti contro Algeri ma senza i successi sperati.[4] Abraham Duquesne combatté i pirati barbareschi nel 1681 e bombardò Algeri tra il 1682 ed il 1683 con l'intento di soccorrere i prigionieri cristiani.[7]

Le guerre barbaresche[modifica | modifica sorgente]

Durante l'inizio del XIX secolo, la Reggenza di Algeri venne restaurata al proprio compito di sede della pirateria contro i convogli tra Europa e Stati Uniti in America.[4] Questo portò allo scoppio della Prima guerra barbaresca e della Seconda guerra barbaresca, che culminarono nell'agosto del 1816 nel bombardamento navale di Algeri ad opera di Lord Exmouth.

L'invasione francese[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Invasione francese di Algeri.

Nel 1808 la popolazione della Reggenza di Algeri ammontava a circa 3.000.000 di persone, di cui 10.000 turchi e 5.000 kulughli (da kul oġlu, "figlio di giannizzero", spesso meticci di turchi e donne locali).[8]

Durante le Guerre napoleoniche, la Reggenza di Algeri beneficò grandemente del commercio nel Mediterraneo e della massiccia importazione di cibo locale da parte della Francia, il che portò al crearsi di grandi crediti presso lo stato francese. Nel 1827, Hussein Dey, il governante ottomano dell'Algeria, domandò il pagamento di un debito contratto dalla Francia con l'Algeria 31 anni prima, nel 1799, per la richiesta di supporti per la campagna napoleonica in Egitto.

Il console francese Pierre Deval rifiutò di dar risposta al dey e come segno di sdegno Hussein Dey toccò il console col suo ventaglio. Carlo X causò la definitiva rottura delle relazioni tra i due paesi. La Reggenza di Algeri ebbe fine con l'invasione francese del 1830, seguita dall'occupazione francese per i successivi 132 anni.[4]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d e f g Jamil Abun-Nasr, A history of the Maghrib in the Islamic period, Cambridge University Press, 20 agosto 1987, pp. 151ff. ISBN 978-0-521-33767-0. URL consultato il 24 ottobre 2010.
  2. ^ a b c d by Phillip Chiviges Naylorp, North Africa: a history from antiquity to the present, University of Texas Press, 2009, p. 117. ISBN 978-0-292-71922-4. URL consultato il 24 ottobre 2010.
  3. ^ An Historical Geography of the Ottoman Empire p.107ff
  4. ^ a b c d e Clifford Edmund Bosworth, Historic cities of the Islamic world, Brill Academic Publishers, 30 gennaio 2008, p. 24. ISBN 978-90-04-15388-2. URL consultato il 24 ottobre 2010.
  5. ^ Alberto Tenenti Tenenti, Piracy and the Decline of Venice, 1580-1615, University of California Press, 1967, p. 81. URL consultato il 24 ottobre 2010.
  6. ^ Jonathan Gil Harris, Sick Economies: Drama, mercantilism, and disease in Shakespeare's England, University of Pennsylvania Press, 2003, p. 152ff. ISBN 978-0-8122-3773-3. URL consultato il 24 ottobre 2010.
  7. ^ Henri Martin, Martin's History of France, Walker, Wise & Co., 1864, p. 522. URL consultato il 24 ottobre 2010.
  8. ^ Elizabeth Isichei Isichei, A history of African societies to 1870, Cambridge University Press, 1997, p. 273. ISBN 0-521-45444-1. URL consultato il 24 ottobre 2010.