Comune medievale

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Il Comune di Siena rappresentato come un sovrano assiso sul trono, nell'Allegoria del Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti

Il Comune è una forma di governo locale, che interessò in età medievale vaste aree dell'Europa occidentale.

Ebbe origine in Italia centro-settentrionale attorno all'XI secolo, sviluppandosi, poco dopo, anche in alcune regioni della Germania centro-meridionale e nelle Fiandre. Si diffuse successivamente (in particolare fra la seconda metà del XII e il XIV secolo), con forme e modalità diverse, anche in Francia, Inghilterra e nella penisola iberica.

In Italia, culla della civiltà comunale, il fenomeno andò esaurendosi fin dagli ultimi decenni del XIII secolo e la prima metà del secolo successivo, con la modificazione degli equilibri politici interni, con l'affermazione sociale di nuovi ceti e con la sperimentazione di nuove esperienze di governo (signoria cittadina).

In Italia, quanto meno dal punto di vista teorico, le città erano sottoposte all'autorità suprema dell'imperatore: questo è il punto di partenza per comprendere la dinamica storica che accompagnò lo sviluppo del comune in Italia e le lotte che esso dovette sostenere per affermarsi.

L'istituzione comunale[modifica | modifica sorgente]

Xilografia francese della fine del Quattrocento
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Rinascita dell'anno Mille.

L'incremento demografico dell'anno Mille portò alla formazione di nuovi centri urbani e alla rinascita di quelli esistenti. Così, la città tornava a essere, come nell'antichità, il centro propulsore della società civile. All'interno delle mura vennero a convivere uomini di estrazione sociale molto diversa: contadini inurbati in seguito all'eccedenza di manodopera nei campi, feudatari minori che cercavano di sottrarsi ai vincoli verso i grandi feudatari trasferendosi in città, oltre che notai, giudici, medici, piccoli artigiani e mercanti. Questi costituivano per eccellenza la classe dei "borghesi", vale a dire di coloro che, non essendo nobili, traevano la propria prosperità dall'esercizio di arti o mestieri, avendo nella città il loro ambiente naturale.

Quindi, con la rinascita delle città nell'XI secolo e la ripresa delle attività artigianali, i nuovi ceti urbani si riunirono per liberarsi dai vincoli feudali e dall'autorità imperiale, creando una nuova realtà politica: il Comune. Fu inevitabile che molte città cominciassero a svilupparsi come organismi autonomi, ponendo sotto il proprio controllo le campagne circostanti: questi nuovi organismi politici prendono il nome di "comuni", per l'appunto, e consistono in vere e proprie città-Stato, con leggi e magistrature indipendenti dalla soggezione ai grandi feudatari. In teoria, peraltro, le città non potevano essere del tutto autonome, poiché erano soggette a organismi più vasti: o appartenevano ai grandi feudatari o erano sotto il diretto controllo del re o dell'imperatore. Ma in pratica in alcune zone dell'Europa, come nelle Fiandre o nel nord-Italia, il potere dell'Impero era debole e proprio in queste zone l'istituzione comunale poté svilupparsi.

Il Comune espresse quindi l'emancipazione dalla soggezione feudale, dando luogo a una profonda trasformazione sociale, caratterizzata dal rifiorire delle attività commerciali e dall'emergere della borghesia.

In realtà il tentativo di ricondurre a un'unica ragione storica la nascita del comune non ha fornito buoni esiti: un fenomeno complesso, esteso diacronicamente e sincronicamente non può essere originato rigidamente da un unico evento o da una medesima causa. Fra le teorie sull'origine del comune, tutte possono essere utilizzate per descrivere fattori incidenti sull'insorgenza del fenomeno:

  • l'opposizione al sistema feudale (anche se, come ha notato Cortese, sorgono comuni anche in zone scarsamente feudalizzate, come l'Italia Meridionale e la costa veneta; spesso inoltre famiglie legate a questo sistema favoriscono il sorgere dell'ordinamento comunale e occupano all'interno di esso posizioni di rilievo);
  • una debolezza del sistema feudale, come nel caso del Regno d'Italia, che portò i borghi a costruire delle proprie istituzioni di auto-governo, riempiendo un vuoto di potere più che per opposizione a un potere feudale molto debole;
  • la presenza di un vescovo, eletto dal popolo e dunque fornito della legittimazione sia spirituale sia politica necessaria per legittimare un governo cittadino;[1]
  • l'insorgere e l'affermarsi di fenomeni associativi, le "coniurationes" fra gruppi di cittadini;
  • il progressivo complicarsi del sistema delle relazioni sociali e commerciali frutto della ripresa economica e demografica, che comporta la necessità di una nuova normazione e di un controllo più efficace del territorio.

Nelle città si associano i valvassori, i proprietari e i concessionari di terreni, i giudici e i notai, e istituiscono il Comune come associazione giurata e privata (coniuratio). I membri della coniuratio collaborano con il vescovo, dal quale ottengono protezione contro le possibili offensive della grande feudalità dalla quale si erano liberati.

Tra la fine dell'XI secolo e l'inizio del XII, il Comune aumenta la propria potenza e si sostituisce all'autorità costituita, trasformandosi in istituzione pubblica governata da consoli, coadiuvati da un consiglio maggiore per la trattazione degli affari ordinari e da un consiglio minore per la discussione dei problemi riservati. Pur essendo presenti esponenti della classe mercantile, l'origine del Comune italiano è quindi di carattere aristocratico, opera soprattutto dei milites secundi o valvassori, feudatari minori che la rivoluzione commerciale ha liberato dalla dipendenza dai grandi feudatari, mentre nei comuni transalpini è la classe borghese - mercantile all'origine del Comune. [2]

Organizzazione politica[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Console (storia medievale).
Riunione di mercanti in una miniatura del XIV secolo

Il governo del Comune era basato su un Consiglio generale cittadino che eleggeva dei magistrati, detti consoli, incaricati della reggenza. All'interno di questo organo collegiale le deliberazioni erano considerate valide in virtù di un corretto sviluppo della procedura, come la convocazione dell'assemblea in presenza di un numero minimo di cittadini appositamente nominati e la verbalizzazione delle decisioni.[3]

Questi, in un primo momento, essendo privi di autorità, esercitavano il proprio ufficio in rappresentanza del vescovo: "Le città avevano continuato ad essere sedi di autorità ecclesiastiche e civili e, in qualche misura, centri politico-amministrativi e giudiziari. Ciò grazie in particolare all'autorità del vescovo e ai diritti di giurisdizione che aveva acquistato nei secoli X e XI sull'area urbana e suburbana. Intorno al vescovo, alla sua autorità, ai suoi organi di governo, nell'esercizio di quelle funzioni, si erano sviluppati inoltre ceti urbani diversi, definiti talora dalle fonti boni homines, che acquistarono influenza esercitando il governo insieme e per conto del vescovo"[4].

Non siamo in grado di conoscere con esattezza né data, né luogo di nascita dei comuni. Sappiamo, da alcuni documenti dell'XI secolo che i primi rappresentanti delle collettività furono chiamati Boni homines o Consoli. In principio i comuni si ponevano come delle magistrature provvisorie nate per risolvere problemi di un dato momento, formate proprio da “uomini buoni” di cui tutti si fidavano. I consoli prestavano giuramento di fedeltà davanti alla cittadinanza elencando i propri obblighi che, insieme a consuetudini scritte e leggi approvate dal comune, formarono le prime forme di Statuti cittadini. Durante il loro operato redigevano il “Breve”, una sorta di elenco-archivio in cui erano riportate tutte le opere pubbliche intraprese ma non terminate.

Tutti i cittadini che godevano di diritti urbani si riunivano nel “Parlamento”, che era l’organo fondamentale nella vita di un comune. Per facilitarne la gestione, spesso quest'organo fu ridotto a una minoranza di individui, iniziando l’ascesa di quei gruppi che sarebbero divenuti dirigenti. Tutti i comuni si assomigliarono per la presenza di una categoria di individui che godeva di maggiori diritti rispetto agli altri. Per poter partecipare al potere comune bisognava essere: maggiorenni, maschi, pagare una tassa di ammissione, possedere una casa. Ne erano invece esclusi le donne, i poveri, i servi, gli ebrei e i musulmani non convertiti.

In Italia l’ascesa dei comuni fu ostacolata dal centralismo normanno nell’Italia meridionale, mentre essi raggiunsero un eccezionale sviluppo a Nord, espandendosi dalle città alle campagne. Questa crescita fu incoraggiata soprattutto dalle nobiltà locali per la possibilità tangibile di sganciarsi dal potere e dal controllo imperiale. Nel corso del XII-XIII secolo tutti i comuni acquisirono un buon livello di controllo anche sulla campagna a loro circostante, attuando quel processo che è detto formazione del contado (comitatinanza) e che comprendeva il Districtus (campagne annesse) e il Comitatus (campagne che già in origine facevano capo al comune).

Alla fase consolare seguì poi una fase detta podestarile: il podestà era funzionario di mestiere con compiti di amministrazione del territorio comunale. Essi erano veri e propri professionisti, con compiti ben definiti e stipendiati dal comune, la cui preparazione veniva acquisita con lo studio del diritto nelle nascenti università. Furono soprattutto le grandi famiglie di nobili a studiare e a specializzarsi per divenire podestà in modo da acquisire maggiore potere nel quadro del territorio comunale.

Durante l'età comunale nacquero anche le corporazioni delle arti e mestieri, associazioni di mercanti e artigiani riuniti secondo il mestiere che praticavano.

Il comune e il mondo feudale: una coesistenza difficile[modifica | modifica sorgente]

In linea generale, il comune si fonda su princìpi opposti a quelli del feudalesimo. Infatti, mentre il mondo feudale (che è di origine germanica) fu agricolo, militare e quindi "verticale" poiché fondato su una rigida gerarchia, il mondo comunale, invece,(che accoglieva l'eredità della città-stato antica) fu cittadino, mercantile e quindi "orizzontale", poiché prevedeva la partecipazione al governo di tutti i cittadini, o quanto meno di una buona parte di essi, su un piano di sostanziale parità. Riflesso di questo fatto è l'organizzazione militare: l'arma tipica del feudalesimo era la cavalleria, costituita da quei "pochi contro molti", che formavano una casta militare formidabile e ben addestrata di professionisti e signori della guerra; i comuni, invece, mettevano in campo eserciti cittadini il cui nucleo era costituito dalla piccola nobiltà e dalla fanteria, quest'ultima formata da cittadini che prendevano occasionalmente le armi per la difesa necessaria del comune, quindi non sempre addestrati.

Una delle dinamiche storiche più importanti di questi secoli, è dunque costituita dallo scontro tra le forze storiche del passato (il feudalesimo) e quelle nuove che emergono attraverso la nascita del comune. Non bisogna però concludere che il comune portò al superamento definitivo del feudalesimo; dobbiamo invece pensare a un'Europa variegata e composita, in cui coesistevano zone rurali, "feudalizzate", e comuni autonomi in cui maturavano differenti realtà economiche e sociali. Peraltro, con il passare del tempo, i grandi feudatari trovarono opportuno convivere con la società borghese che si era formata dentro le mura cittadine. Generalmente, dove esisteva una forte aristocrazia militare, il comune risultò meno vitale e il feudalesimo mantenne intatto il suo peso, specie dove persistevano esigenze di difesa dei confini (come nell'Europa orientale, in Spagna o ancora, come vedremo, in Terra santa).

La città "principio ideale della storia italiana"[modifica | modifica sorgente]

Lo sviluppo del mondo comunale fu un processo lungo. I comuni iniziarono a sorgere in varie parti d'Europa tra la metà del secolo XI e l'inizio del XII, in modo disomogeneo a seconda delle condizioni locali: il vero e proprio laboratorio in cui si sviluppò prima e più largamente che altrove la civiltà comunale, fu l'Italia centro-settentrionale, ma il comune andò diffondendosi anche nella Francia meridionale e in alcune regioni della Germania. Questo grande fenomeno, che costituisce un fatto nuovo nella storia medievale, fu dunque, per molti aspetti, tipicamente italiano; anzi, l'emergere della vita comunale contribuì a plasmare in modo durevole, con effetti che perdurano sino ai giorni nostri; la geografia politica dell'Italia. Una delle ragioni della divaricazione storica e culturale tra Nord e Sud d'Italia va fatta risalire proprio all'epoca comunale. Le regioni settentrionali, infatti, si andarono popolando di queste "piccole patrie", ciascuna gelosa della sua indipendenza e in perenne rivalità con i comuni vicini, mentre nel Meridione, il potente regno dei normanni e le forze feudali soffocarono sul nascere le autonomie locali. Precise ragioni storiche, spiegano perché in Italia il comune si sviluppò prima che altrove. Benché infatti il feudalesimo fosse diffuso anche in Italia, nella nostra penisola esistevano antiche radici urbane, risalenti all'epoca romana, mentre d'altra parte, l'aristocrazia militare ricopriva un ruolo assai meno importante rispetto ad altre regioni d'Europa (Francia e Germania in particolare); inoltre, l'imperatore tedesco, che in teoria deteneva i diritti sovrani sull'Italia, era lontano e poteva esercitare il controllo effettivo del territorio solo in maniera molto relativa, cosa che, di fatto, facilitò lo sviluppo delle autonomie locali.

Lo sviluppo dei comuni: dal periodo consolare a quello podestarile[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Podestà e Capitano del popolo.

In generale, la vita politica attraversò quasi ovunque fasi analoghe. La prima forma di governo fu quella consolare: il potere veniva affidato per un anno a magistrati scelti dalla comunità, che sul modello romano erano chiamati consoli, e il cui numero variava da due a venti a seconda dei periodi e dei comuni; i primi consoli sono testimoniati per la città di Pisa nel 1085. In un primo tempo, questi magistrati appartenevano alla nobiltà e avevano potere esecutivo, occupandosi del governo della città e del comando dell'esercito in tempo di guerra. Tuttavia, la fioritura dei commerci e dell'artigianato, portò rapidamente anche i ricchi mercanti e artigiani ai vertici del potere comunale. Ciò avvenne nel corso del XII secolo, quando i ceti economicamente emergenti pretesero una più ampia partecipazione politica. Il mutamento fu non di rado contrassegnato da aspri conflitti sociali: i nobili erano restii a cedere il potere nelle mani dei nuovi ricchi, ma il processo era inevitabile: la ricchezza e il potere di un comune, infatti, passavano necessariamente per le mani dei mercanti e artigiani, che accumulavano ricchezze con la loro intraprendenza e i cui interessi, ovviamente, non coincidevano con quelli della nobiltà, formata da proprietari terrieri. La lotta fra nobiltà e borghesia commerciale, costituì quindi una delle dinamiche storiche più importanti nella turbolenta vita comunale. In seguito a questi contrasti, il governo della città venne affidato non più ai consoli, ma al podestà, il quale era un magistrato generalmente al di sopra delle parti. Al podesta - una specie di mediatore a cui era affidato il potere esecutivo - veniva conferito un mandato a tempo determinato, al cui scadere egli doveva rendere conto del proprio operato. Nonostante lo sforzo compiuto per sanare i contrasti, la fase podestarile del comune, fu contraddistinta da dure lotte sociali. Nel corso del secolo XII, in alcuni comuni prese il sopravvento la fazione popolare, controllata dai ceti mercantili e artigiani. La figura politica del podestà, si sostituì o si affiancò a quella del consiglio dei consoli che governava i Comuni medievali a partire dalla fine del XII secolo. Tale carica, contrariamente a quella di console, doveva essere ricoperta da una persona non appartenente alla città che andava a governare (per questo era detto anche podestà forestiero), in modo da evitare coinvolgimenti personali nelle controversie cittadine e garantendo quindi l'imparzialità nell'applicazione delle leggi. Il podestà veniva eletto dalla maggiore assemblea del comune (Consiglio generale) e durava in carica, di solito, sei mesi o un anno. Doveva giurare fedeltà agli statuti comunali, dai quali era vincolato, e alla fine del mandato il suo operato era soggetto al controllo da parte di un collegio di sindaci.

Nella pratica il podestà esercitava i poteri esecutivo, di polizia e giudiziario divenendo di fatto il più importante strumento di applicazione e controllo delle leggi, anche amministrative. Con il passare degli anni, la carica di podestà divenne un vero e proprio mestiere esercitato da professionisti che cambiavano spesso sede di lavoro e ricevevano un regolare stipendio. Questo continuo scambio di persone e di esperienze, con il passare del tempo, contribuì a fare in modo che le leggi e la loro applicazione tendessero a diventare omogenee in città anche distanti tra loro, ma nelle quali avevano governato gli stessi podestà. Non aveva, invece, poteri legislativi né il comando delle milizie comunali che veniva affidato al Capitano del Popolo.

La ricerca di maggiore stabilità aveva infatti portato la borghesia cittadina ad affiancare al podestà, sostenuto dal ceto più abbiente, una nuova figura, quella del Capitano del Popolo, un magistrato, spesso forestiero, che restava in carica per sei mesi o un anno, ma che finì comunque per rappresentare gli interessi delle Arti maggiori.

L'affermazione del ceto mercantile nel comune medievale[modifica | modifica sorgente]

In genere, alla fine di questo periodo caratterizzato da scontri interni al comune, in tutte le città si affermò una nuova classe, nata dalla fusione dei ceti mercantili più agiati con le famiglie di origine feudale. Ad accrescere il peso politico della classe mercantile e imprenditoriale, contribuirono anche le "arti", vale a dire le corporazioni che raggruppavano in un'associazione tutti coloro (proprietari, salariati o apprendisti), che erano impegnati in un medesimo settore produttivo. Sostanzialmente, le arti organizzavano il mondo del lavoro all'interno del comune, e non era possibile a nessuno intraprendere un'attività produttiva di qualsiasi tipo senza essere affiliato a un'arte, la quale aveva regolamenti e gerarchie interne molto rigidi. Le arti divennero importanti organi di pressione politica, fino a costituire corporazioni autonome. Il comune medievale, quindi, non va inteso come una struttura politica completamente unitaria (com'erano le città-stato antiche), ma piuttosto come un conglomerato di poteri minori (nobiltà, clero, membri delle arti ecc.), ciascuno geloso della sua autonomia e dei suoi privilegi; benché quindi la maggioranza dei cittadini godesse dei diritti politici, questi erano mediati attraverso organismi e corporazioni che limitavano i pieni diritti individuali: non si può quindi parlare, per i comuni medievali di "democrazia", quanto meno nel senso in cui questa parola aveva avuto un valore per le antiche città-stato, come Atene.

Fra il XIII e il XIV secolo si afferma la figura del mercante-banchiere detentore del capitale mobile. Egli, con il suo dinamismo, rompe le vecchie barriere del feudalesimo. Egli è padrone di ingenti capitali che può associare a quelli di altri mercanti. Tiene i diari giornalieri (quaderni di ricordanze), fa sorgere scuole professionali per i giovani. In quest'epoca nasce pure la lettera di cambio o cambiale, valida per il trasferimento di grossi capitali, la quale però non poteva essere "girata" (l'uso della "girata" verrà introdotto tra i secoli XVI e XVII). Nascono anche le prime compagnie commerciali e le prime assicurazioni.[5] Il mercante, il ricco banchiere, tendono poi ad investire il denaro nell'acquisto di terre. All'acquisto di terre è anche legato l'acquisto di titoli nobiliari: si tratta di una nobiltà animata da un nuovo spirito affaristico.

La situazione nell'Italia meridionale[modifica | modifica sorgente]

Se nell'Italia settentrionale e centrale il comune si sviluppò precocemente, ben diversa era la situazione della Sicilia e dell'Italia meridionale. Qui, infatti, si affermò nel XII secolo il regno dei normanni, i quali costituirono un regno tra i più solidi dell'epoca. I normanni, si erano stanziati nell'Italia Meridionale agli inizi dell'XI secolo: nel 1059 papa Niccolò II aveva incoronato Roberto il Guiscardo duca di Puglia e di Calabria. Nel frattempo, la Sicilia cadeva nelle mani di un fratello di Roberto il Guiscardo, cioè Ruggero d'Altavilla, che nel corso di trent'anni sconfisse gli emirati arabi dell'isola (1061-1091), assumendo infine il titolo di Gran Conte di Sicilia. Suo figlio Ruggero II di Sicilia (1113-1154) nel 1130 si fece incoronare re di Sicilia; sotto il suo dominio, venne a trovarsi anche il sud della Penisola, poiché lo zio Roberto il Guiscardo, morendo, non aveva lasciato discendenti diretti; si costituiva, così, un potente Stato che comprendeva tutta l'Italia Meridionale e che, tra varie vicende, sarebbe rimasto sostanzialmente immutato sino al momento in cui, nel 1860, venne assorbito nel regno d'Italia. Il regno dei normanni, divenne allora una delle principali potenze del Mediterraneo. Con Ruggero II si affermò uno stato forte, nel quale grande importanza conservavano le istituzioni feudali, ma dove le tendenze autonomistiche dell'alta feudalità (i baroni) erano controllate dalla corona. Dagli arabi, Ruggero ereditò una struttura amministrativa ben organizzata, posta sotto il suo diretto controllo. Il regno dei normanni, anche per la sua posizione geografica, godette di un periodo di grandissimo splendore; era uno stato potente, con un forte esercito e una forte marina, che ben presto rivaleggiarono con le altre potenze del Mar Mediterraneo, vale a dire gli arabi e i bizantini. I re normanni, si lanciarono quindi in un'ambiziosa politica espansionistica: i loro obiettivi furono le coste dell'Africa e soprattutto i Balcani, dove a più riprese essi condussero spedizioni contro gli imperatori bizantini; l'ambizione, e neppure tanto segreta, dei re normanni era quella di conquistare Costantinopoli e sedere sul trono dell'impero bizantino. Ma l'occasione per l'espansione dei normanni si ebbe con le crociate, a cui il Regno di Sicilia contribuì in modo determinante. Occorre però dire, che se in quei decenni l'organizzazione del Regno di Sicilia rappresentava un elemento di vantaggio rispetto alle forme di organizzazione degli altri Stati europei, a lungo andare la struttura feudale del regno frenò l'espansione politica, sociale ed economica delle città dell'Italia Meridionale.

Lo scontro fra i comuni e l'impero[modifica | modifica sorgente]

Se i comuni poterono nascere e consolidarsi nell'Italia settentrionale, ciò dipese anche dalla debolezza dell'impero, in preda alla lotta per le investiture contro il papato, e ai contrasti che divisero i grandi feudatari tedeschi ai quali spettava l'elezione dell'imperatore. L'impero era contesto fra due duchi di Svevia (o Hohenstaufen), detti "ghibellini" dal loro castello di Weiblingen, e i duchi di Baviera, detti "guelfi" dal loro capostipite Welf (Guelfo). L'eclissi dell'impero fu solo temporanea, infatti nel 1152, con l'ascesa al trono di Federico Barbarossa - noto con il soprannome di Barbarossa - l'impero trovò nuovamente alla sua guida una personalità fortissima. Federico, poté contare sull'appoggio della grande feudalità tedesca, unita dietro di lui in seguito a una serie di matrimoni dinastici. Egli quindi fu eletto senza contrasti re di Germania, e per tradizione, a questi spettava il trono imperiale. Ma come sappiamo, un imperatore dell'impero Germanico non si sentiva i pieno possesso dei suoi diritti sinché non avesse stabilito la propria autorità sull'Italia. Fu così, che una buona parte della politica di Federico Barbarossa interessò l'Italia, dove nel frattempo i comuni si erano sviluppati approfittando della crisi dell'impero, conseguendo altresì una grande autonomia. Nessuno, peraltro, in Italia pensava di mettere in dubbio l'autorità suprema dell'imperatore, ma di fatto molti diritti del sovrano erano passati ormai ai comuni: per esempio, i diritti di imporre tributi, coniare monete, promulgare leggi, nominare magistrati, guidare l'esercito. Era perciò inevitabile un conflitto tra impero e comuni, il cui esito avrebbe indirizzato e condizionato la storia italiana nei secoli successivi.

L'imperatore verso il conflitto con il papato e i comuni[modifica | modifica sorgente]

Il Barbarossa non tardò a scendere in Italia; già nel 1154, due anni dopo la sue elezione, si presentò come il sovrano legittimo venuto a restaurare pace e giustizia. Il papato, guardò dapprima con favore alla discesa del Barbarossa, dal quale si aspettava un aiuto contro i cittadini romani che, per impulso del monachesimo Arnaldo da Brescia, avevano proclamato l'autonomia del comune di Roma. Era un fatto nuovo, che rischiava di scalzare dalle fondamenta il potere politico che il papato aveva conquistato in Italia: Arnaldo, infatti, predicava il ritorno della Chiesa alla purezza e alla povertà delle origini e condannava i possessi mondani e, con essi, il potere temporale del Papa. Il Barbarossa non tradì le aspettative pontificie: giunto a Roma, catturò Arnaldo da Brescia, che fu mandato al rogo come eretico, e ristabilì l'autorità del Papa; come compenso, ricevette dal Papa l'incoronazione imperiale. Ma l'alleanza tra papato e impero era solo provvisoria, dato che i motivi storici di contesa tra le due massime istituzioni dell'Europa medievale restavano comunque fortissimi. Ben presto, infatti, i rapporti tra papato e impero si guastarono di nuovo, poiché il Papa, nel 1156, venne a patti con i Normanni che occupavano l'Italia Meridionale vedendo in loro un contrappeso politico e un alleato contro lo strapotere del Barbarossa. Il Barbarossa, dovette quindi ridiscendere in Italia nel 1158. Il Sud Italia, nelle mani del potentissimo regno dei normanni, era un nemico troppo impegnativo per lui; egli decise pertanto di reprimere l'autonomia dei comuni del Nord Italia. Dopo aver sottomesso con le armi alcuni comuni, e in particolare Milano, che era la città più importante della regione.

L'alleanza fra papato e comuni[modifica | modifica sorgente]

Le pretese di Federico Barbarossa, trovarono però un'ostinata opposizione nel nuovo pontefice, papa Alessandro III, che non poteva accettare la restaurazione di un potere imperiale così invadente; fu quindi inevitabile che papato e comuni stringessero un'alleanza, in nome del comune interesse contro l'imperatore. Tra Papa e imperatore iniziò una lotta senza esclusione di colpi, che dapprima sembrò volgere a favore del Barbarossa: Alessandro III fu costretto all'esilio, mentre le città che non si piegavano al volere dell'imperatore, dovettero subire pesantissime conseguenze. Milano venne bloccata dall'esercito imperiale e nel 1163 dovette arrendersi dopo un lungo assedio. La città fu saccheggiata, le mura abbattute e i cittadini vennero deportati in alcuni borghi distanti. Federico Barbarossa, poteva mietere vittorie con le armi, ma non poteva arrestare il grande processo storico e politico costituito dall'espansione dei comuni; una volta tornato in Germania, infatti, gli avversari in Italia si stavano moltiplicando e trovarono il modo di organizzarsi. Nel 1167, numerose città venete e lombarde si collegarono e allearono costituendo la celebre Lega Lombarda; esse s'impegnavano a garantirsi reciproco aiuto militare e a ricostruire Milano, tornata ad essere centro della resistenza contro il Barbarossa.

La Dieta di Roncaglia e la Pace di Costanza[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Dieta di Roncaglia e Pace di Costanza.

Questo stato di cose fu contestato apertamente dagli imperatori germanici. In particolare l'imperatore Federico I, detto il Barbarossa, nelle due Diete di Roncaglia aveva spogliato i Comuni di tutte quelle regalie (diritti) che essi avevano usurpato all'autorità imperiale: imporre tributi, battere moneta, eleggere magistrati. Nel 1163, in contrapposizione all'imperatore, i Comuni del nord Italia costituirono la "lega veronese" che nel 1167 si unì con "lega di Lombardia" divenendo la Lega Lombarda. Dopo alterne vicende il Barbarossa venne duramente sconfitto nella battaglia di Legnano (1176) dai Comuni italiani e nel 1183, con la Pace di Costanza, l'imperatore Federico Barbarossa riconobbe ufficialmente le prerogative che i comuni avevano già di fatto conquistato precedentemente.

L'imperatore pertanto concedeva alcuni diritti in ambito amministrativo, politico e giudiziario, regalie comprese; rinunciava inoltre alla nomina dei podestà, riconoscendo i consoli nominati dai cittadini, i quali, tuttavia, dovevano fare giuramento di fedeltà all'imperatore e ricevere da lui l'investitura. I Comuni, inoltre, si impegnavano in cambio a pagare un indennizzo una tantum di 15.000 lire e un tributo annuo di 2.000, a corrispondere all'imperatore il fodro (ossia il foraggio per i cavalli, o un'imposta sostitutiva) quando questi fosse sceso in Italia, e la prerogativa imperiale di giudicare in appello questioni di una certa rilevanza.[6]

Sostanzialmente la Pace di Costanza sancì la formale ubbidienza dei Comuni all'imperatore, e il sostanziale riconoscimento delle autonomie comunali da parte del sovrano.

Crisi del comune[modifica | modifica sorgente]

Scena con cattura e punizione di servi fuggiaschi. L'affrancamento dei ceti più umili, anche negli stessi Comuni progredì sempre lentamente, cagionando spesso momenti di tensione e forti contrasti sociali

L'istituzione comunale entrò in crisi tra la fine del XII e l'inizio del XIV secolo. All'origine di questa crisi si collocano i contrasti sociali che finirono col logorare progressivamente la tenuta delle antiche magistrature comunali.

Ma la vera causa del fallimento del comune furono i contrasti sociali al suo interno: le grandi famiglie aristocratiche che si disputavano il primato in un clima molto vicino a quello delle lotte feudali; la nobiltà inurbata che aveva dovuto sostenere le rivendicazioni della borghesia delle Arti, sempre più potente e intenzionata ad assumere il controllo della vita politica; infine i ceti meno abbienti che manifestavano la propria inquietudine: esclusi dai grandi profitti economici e tenuti ai margini di quella che restava sostanzialmente una repubblica oligarchica, spingevano per migliorare la propria condizione. Il tentativo di affermare i propri diritti sottraendoli alle famiglie aristocratiche portò a varare in questo periodo, differenti per ogni Comune, le legislazioni antimagnatizie che sostanzialmente impedivano l'esercizio nei pubblici uffici per coloro che fossero dichiarati "magnate". Ciò aveva comportato l'allontanamento dalla vita pubblica di tutte le vecchie famiglie aristocratiche.[7]

La legislazione antimagnatizia, a causa della difficoltà ad individuare gli effettivi "magnati", si rivelò inadeguata, infatti ancora oggi la storiografia attuale non è riuscita a comprendere completamente se coloro che furono esclusi dalla politica lo fossero in virtù di una lotta di potere tra alcune famiglie per la conquista del Comune o se effettivamente, in parte, si trattasse di una presa di coscienza dei ceti fino a quel momento esclusi come il "popolo" e i "mercanti" ovvero la nuova "borghesia".[8]

Un po' alla volta gli stessi magnati riuscirono ad accordarsi con i ricchi popolani, chiamati "popolo grasso", i ricchi commercianti, per fare spesso fronte comune e assumendo di solito incarichi direttivi. Al di fuori restavano il cosiddetto "popolo magro", sostanzialmente gli artigiani e il "popolo minuto" ovvero i lavoratori dipendenti.[9]

Verso la Signoria cittadina[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Signoria cittadina.

Ulteriore motivo di crisi dell'antico assetto comunale fu proprio l'ambizione del patriziato cittadino: la volontà di espandersi nel contado e ai danni dei Comuni limitrofi dando così vita ai grandi stati territoriali. Molto spesso, ci furono casi di influenti "personalità", che assunte cariche importanti in ambito comunale come la podestarile, riuscirono a mantenerle per lungo tempo quando non a vita (talvolta rendendole ereditarie) portando alla scomparsa dell'istituzione comunale e lasciando il posto alla "signoria cittadina".[10]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Franco Cardini e Marina Montesano, Storia Medievale, Firenze, Le Monnier Università/Storia, 2006, p. 217 "In quei centri di continuo sottoposti a pressione e a pericoli, si andò organizzando una sorta di "vita sociale d'emergenza" attorno all'unica magistratura che avesse ancora un potere spirituale (ma anche temporale) e un credito effettivo: quella vescovile."
  2. ^ A. Camera, R.Fabietti, volume primo, Elementi di storia, Il Medioevo, ed. Zanichelli, 1977, pag. 174-175.
  3. ^ Francesco Senatore, Medioevo: istruzioni per l'uso, Firenze, Bruno Mondadori Campus, 2008, p. 118 "In un organo collegiale una decisione è considerata valida e legittima perché, all'interno di competenze prestabilite, è stata seguita una corretta procedura: convocazione della riunione, presenza del numero legale, discussione e dichiarazione di voto, scrutinio segreto, verbalizzazione. La forma in questo caso è la sostanza."
  4. ^ Carlo Capra, Giorgio Chittolini, Franco Della Peruta, Storia Medievale, Firenze, Le Monnier, 1995, p. 334.
  5. ^ A. Camera, R. Fabietti, Elementi di storia, Il Medioevo, volume primo, Zanichelli editore, 1977, pag. 236-239.
  6. ^ Franco Cardini e Marina Montesano, Storia Medievale, Firenze, Le Monnier Università/Storia, 2006, p. 219 "Questo stato di cose dette luogo a metà sec. XII ai complessi rapporti fra il movimento comunale e l'imperatore Federico Barbarossa, il quale nelle due diete di Roncaglia del 1154 e 1158 aveva avocato a sé i regalia, i diritti pubblici (tra cui una quantità di dazi e di dogane, il libero esercizio delle quali era invece indispensabile alla circolazione delle merci e quindi alla prosperità cittadina e comunale), mentre dopo trent'anni di contese giuridiche e di aperte lotte armate, nel 1183, con la pace di Costanza, dovette adattarsi a riconoscere i Comuni inserendoli tuttavia nell'ordine feudale."
  7. ^ Franco Cardini e Marina Montesano, Storia Medievale, Firenze, Le Monnier Università/Storia, 2006, p. 294 "Le città comunali registravano una grave instabilità politica. Gli imprenditori raggruppati nelle Arti avevano faticato per tutto il Duecento ad affermare i loro diritti politici strappando l'egemonia cittadina alle famiglie dell'aristocrazia. Verso la fine del XIII secolo, questi gruppi di "grandi" (o "magnati") erano stati, almeno formalmente, cacciati un po' dappertutto dal governo cittadino; si era anzi stabilita una legislazione antimagnatizia durissima, che stabiliva - sia pure con molte varianti locali - per chi fosse stato dichiarato "magnate" la sostanziale interdizione dagli uffici pubblici."
  8. ^ Francesco Senatore, Medioevo: istruzioni per l'uso, Firenze, Bruno Mondadori Campus, 2008, p. 123 "Sui nobili fiorentini, detti con un termine dell'epoca "magnati", che furono esclusi dalla vita politica nel 1293, si è sviluppato un lungo dibattito storiografico: si trattava di una "classe" che fu emarginata dalla "classe" nemica, il "popolo", i "mercanti" o "borghesia"; oppure di un ceto politico di famiglie ricche e potenti che avevano controllato in precedenza la città e che ora venivano sconfitte da un gruppo più agguerrito? Lo scontro era insomma sociale (di "classe") o politico? La questione è ancora aperta."
  9. ^ Franco Cardini e Marina Montesano, Storia Medievale, Firenze, Le Monnier Università/Storia, 2006, p. 294 "Le famiglie magnatizie e quelle dei popolani cosiddetti "grassi" (cioè più abbienti e potenti) tendevano obiettivamente ad accordarsi, e tali accordi erano sovente suggellati da matrimoni. Si fece così strada, nel corso del Trecento, un nuovo ceto dirigente costituito da magnati e popolani "grassi", al quale si opponeva il ceto medio degli appartenenti alle attività economiche di tipo artigianale (il "Popolo magro"), mentre dal basso premevano i lavoratori dipendenti, i "sottoposti" (il "Popolo minuto")."
  10. ^ Franco Cardini e Marina Montesano, Storia Medievale, Firenze, Le Monnier Università/Storia, 2006, p. 389 "Questi "signori", che non erano dotati di specifiche prerogative istituzionali ma che governavano di fatto fornendo con la loro forza e il loro prestigio la cauzione agli altrimenti esausti governi comunali (ma che in pratica svuotavano quei governi stessi di contenuto), si appoggiavano di solito a titoli di legittimazione che venivano loro "dal basso", dalla costituzione cittadina: potevano quindi essere "podestà" o "capitani del popolo", ma detenere per lungo tempo o addirittura a vita quelle cariche che, di solito, mutavano di breve periodo in breve periodo."

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