Sekhmet

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Statua della dea Sekmet. National Museum, Copenhagen

Sekhmet il cui nome significa "Colei che è potente" era una divinità solare zoomorfa della mitologia egizia.

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Centro del suo culto era a Letopolis nel 2º distretto del Basso Egitto.

Veniva raffigurata come leonessa o come una donna dalla la testa leonina,[1] ed a partire dalla XVIII dinastia acquisì anche i simboli divini quali il disco solare, l'ureo ed il bastone uadj.

Dalla parola egizia sekhem che significa potere derivano sia lo scettro e, con l'aggiunta della desinenza et indicativa del femminile, il nome della dea.

Figlia di Ra, nella tarda teogonia menfita a partire dal Nuovo Regno, era membro della triade come sposa di Ptah e madre di Nefertum, prendendo anche l'epiteto di "La grande, amata da Ptah".

Era la terribile dea della guerra che impersonificando i raggi dal calore mortale del sole incarnava il potere distruttivo dell'astro ma anche l'aria rovente del deserto i cui venti erano il suo alito di fuoco e con i quali puniva i nemici che si ribellavano al volere divino. Rappresentava anche lo strumento della vendetta di Ra contro l'insurrezione degli uomini imponendo l'ordine del mondo.

Portava morte all'umanità ma era anche la dea protettrice dei medici come citano i papiri medici Ebers ed Edwin Smith ed i suoi sacerdoti, molto potenti erano spesso chiamati per la cura di patologie ossee, quali le fratture.

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Dal carattere molto pericoloso questa dea aveva quindi un lato benevolo che richiedeva rituali specifici soprattutto durante gli ultimi cinque giorni dell'anno solare, giornate queste estremamente pericolose.

Era temuta persino nell'Aldilà dove il malvagio Seth ed il serpente Apopi venivano sconfitti dalla dea che abbracciava con le sue spire di fuoco Ra nel suo viaggio notturno.

Sekhmet incarnava il fiammeggiante Occhio di Ra ed era in questo caso assimilabile a Tefnet. Narra il mito della Dea Lontana che Ra, adirato con gli uomini che avevano cospirato contro di lui, la inviò per ucciderli, ma dovette poi fermarla ubriacandola con la birra, colorata di rosso come il sangue, per far sopravvivere il genere umano. La dea, assetata di sangue, che stava uccidendo sistematicamente tutti gli uomini dopo aver bevuto la birra si addormentò ed al risveglio prese le sembianze di Hathor.

Per ricordare la terribile circostanza, nacque la Festa dell'Ebbrezza, celebrata nella stagione di Akhet ossia dell'inondazione del Nilo e nella quale venivano preparate grandi quantità di birra.

L'attributo di Colei che è potente era in realtà attributo di Hathor e fu quest'ultima, per punire gli uomini ribelli, che si trasformò in Sekhmet a sua volta identificata, oltre alle già citate Bastet e Tefnet, anche in Uadjet.

Più di cinquecento statue della dea sono state trovate nel tempio di Karnak, fatte erigere da Amenofi III per non inimicarsi la crudele dea.

Successivamente Mut, la dea di Tebe, assorbì per sincretismo le caratteristiche ed i compiti della dea Sekhmet, che ne divenne così il suo lato negativo ed oscuro.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Louis Charbonneau-Lassay, Il bestiario del Cristo, 2 voll., Ed. Arkeios, Roma, 1995, ISBN 88-86495-02-1, p. 87

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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