Seshat

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Seshat

Seshat o Sešet era la dea della scrittura e delle scienze, moglie di Thot,[1] la divinità dalla testa di ibis, considerato dagli egizi l'inventore del calendario di 365 giorni. Ad Ermopoli era la sorella o la figlia del dio[2] ma anche la sua paredra.

Ella custodiva gli "Annali reali" che era l'archivio dei rotoli divini, dove annotava gli anni di regno di un sovrano ed il suo destino.[3]

I suoi ruoli ed attestati comunque erano svariati. Veniva chiamata "Signora dei Costruttori", "Dea dell'edilizia", "Fondatrice dell'architettura" e, per finire, "Signora delle stelle".

Seshat era la più colta tra le varie divinità dell'Egitto e venerata dagli scribi reali nella "Casa della vita" (scuola medica e biblioteca del tempio) di cui era la protettrice ma essendo una divinità astratta non ebbe mai un culto particolare ne templi a lei dedicati.

Seshat veniva raffigurata con indosso una pelle di leopardo e le macchie nere venivano, a volte, rappresentate come stelle. Sul capo della divinità c'era una tiara dorata. Alla sommità di questa tiara veniva raffigurato un arbusto, cioè l'albero ished della conoscenza, che terminava con una stella, o rosetta, a 7 petali racchiusa da due corna rovesciate a forma di compasso. Nell'iconografia è anche rappresentata mentre teneva in mano una foglia di palma ed era nell'atto di scrivere il tempo del sovrano.

La tradizione e l'adorazione per questa dea egizia arriva fino all'epoca tolemaica e verrà impersonificata anche dalla regina Cleopatra IV che, si diceva, fosse così colta ed intelligente da saper parlare ben nove lingue, che avesse studiato architettura, matematica, astronomia e medicina presso la Grande Biblioteca di Alessandria.

Geroglifico[modifica | modifica wikitesto]

In geroglifico scritto:

S29 N37 G1 X1 G7

Sš3t

con le abbreviazioni:

R21

e

R20

Rito del "Tendere la corda"[modifica | modifica wikitesto]

Rilievo con la dea Seshat, il sovrano Tolomeo III e Horo di Edfu durante il rito del "Tendere la corda"

Seshat era considerata la dea della scrittura, della sapienza e come signora dei costruttori preparava il modello dei nuovi templi. Per questi motivi, Seshat, veniva incarnata in terra da una secerdotessa che doveva comparire accanto al faraone ogni qual volta si doveva compiere un rito religioso chiamato "Tendere la corda".

Questa funzione serviva ad allineare l'asse dei quattro angoli dei futuri monumenti sacri, o delle piramidi, del faraone con le stelle e le costellazioni. Il rito sembra risalire a partire dalla II Dinastia, ovvero sia al 2900 a.C. circa. Esistono raffigurazioni di questo tipo anche nei templi di Dendera ed Edfu e si può ipotizzare che questo rito esistesse già all'epoca della IV Dinastia e cioè all'atto della costruzione delle Grandi Piramidi di Giza.

Esaustive le frasi che sono state ritrovate a margine di una raffigurazione ritrovata a Dendera ed a Edfu:

(il re dice)"Io reggo il paletto. Afferro il manico della mazza e stringo la corda di misurazione con Seshat. Rivolgo i miei occhi ai movimenti delle stelle. Dirigo il mio sguardo verso la Coscia del Toro (meskhetiu Grande Carro, Orsa Maggiore)...rendo fermi gli angoli del tempio...". [4]

Più precisamente l'allineamento che il faraone e la sacerdotessa, che incarnava Seshat, facevano era quello relativo alla "messa a terra" (tramite la corda) della stella Mizar (stella del Grande Carro). Anche se recenti studi sembrano collegare il rito all'allineamento con la stella Sirio (Sothis), la stella di Horus. Non a caso gli allineamenti dei templi o delle piramidi avevano un'angolazione perfetta ad est. Secondo alcune fonti gli antichi egizi attendevano il sorgere ad est della stella Sirio quando a nord transitava la Coscia del Toro.



Altri nomi[modifica | modifica wikitesto]


Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Boris De Rachewiltz, I miti egizi, pag. 179
  2. ^ Edda Bresciani, Grande enciclopedia illustrata dell'antico Egitto, pag. 308
  3. ^ Sergio Donadoni, L'uomo egiziano, pag. 69
  4. ^ Primitive Methods of Measuring Time with Special Reference in Egypt di R.W.STOLEY

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]


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