Gneo Pompeo Magno

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Gneo Pompeo
Roman SPQR banner.svg Console della Repubblica romana
Pompejus modified.png
Busto di Gneo Pompeo.
Nome originale Gneus Pompeius[1]
Nascita 29 settembre 106 a.C.
Picenum
Morte 48 a.C.
Pelusium
Coniuge Antistia
Emilia Scaura (figliastra di Silla)
Mucia Terzia (da cui divorziò per adulterio, secondo le lettere di Cicerone)
Giulia (figlia di Cesare)
Cornelia Metella (figlia di Metello Scipione)
Figli Gneo Pompeo (il giovane), ucciso nel 45 a.C., dopo la Battaglia di Munda;
Pompea, sposata a Fausto Cornelio Silla;
Sesto Pompeo, console nel 35 a.C.
Gens Pompeia
Padre Gneo Pompeo Strabone
Consolato 70 a.C.
55 a.C.
52 a.C.

Gneo Pompeo Magno (in latino: Gnaeus Pompeius Magnus[1]; Picenum, 29 settembre 106 a.C.Pelusium, 29 settembre 48 a.C.) è stato un militare e politico romano, prima alleato e poi avversario di Gaio Giulio Cesare.

Abile generale e condottiero sagace ed esperto, Pompeo, originario del Piceno e figlio di Gneo Pompeo Strabone, divenne famoso fin dalla giovane età per una serie di brillanti vittorie durante la guerra civile del 83-82 a.C. divenendo il principale luogotenente di Lucio Cornelio Silla. Negli anni seguenti divenne il personaggio politico più prestigioso e potente di Roma grazie alle sue continue vittorie contro Marco Emilio Lepido, Quinto Sertorio, gli schiavi di Spartaco, i pirati del Mediterraneo e Mitridate VI del Ponto.

Alleatosi inizialmente con Giulio Cesare e Marco Licinio Crasso nel primo triumvirato, in seguito si affiancò alla fazione repubblicana e combatté la guerra civile contro Cesare nel 49-48 a.C; sconfitto irrimediabilmente nella battaglia di Farsalo, fuggì in Egitto dove venne ucciso a tradimento.

Personaggio discusso, altamente apprezzato da alcuni e fortemente criticato da altri, Gneo Pompeo rimane una delle personalità più importanti della storia di Roma antica.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Origini familiari[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Gens Pompeia.

Gneo Pompeo Magno era figlio di Gneo Pompeo Strabone, il più importante e ricco proprietario terriero del Piceno, territorio dove disponeva di vaste clientele e di predominante influenza; Pompeo Strabone grazie al suo potere economico aveva intrapreso la carriera politica a Roma e durante la guerra sociale assunse il comando delle truppe romane inviate nell'Italia centro-orientale, che comprendeva il Piceno, dimostrandosi generale energico e capace soprattutto durante il decisivo assedio di Ascoli[2][3]. Nell'89 a.C., Strabone venne eletto console e riuscì a vincere la resistenza della città raggiungendo un successo decisivo contro la rivolta degli italici[4].

Il giovanissimo Gneo Pompeo militò nell'esercito paterno durante l'assedio di Ascoli e fece parte del consilium delle legioni; nello stesso organismo di comando di Strabone in questo periodo durante la guerra sociale erano presenti altri due giovani destinati in seguito ad un importante ruolo politico: Marco Emilio Lepido e Lucio Sergio Catilina[5].

Dopo i successi della guerra sociale, Strabone tenne un comportamento equivoco e, durante la prima fase della guerra civile tra democratici e optimati, solo con riluttanza marciò con il suo esercito fino a Roma per difendere la capitale delle truppe dei populares guidate da Gaio Mario, Lucio Cornelio Cinna e Quinto Sertorio[6][7]. Durante le operazioni alla Porta Collina il padre di Pompeo sarebbe morto a causa della pestilenza che stava decimando il suo esercito[8]. La tradizione storiografica antica ha pesantemente criticato il comportamento e la personalità di Pompeo Strabone; Plutarco lo definisce di "insaziabile cupidigia" e afferma che i suoi soldati profanarono il suo cadavere durante la cerimonia funebre[9]. In realtà alcuni studiosi moderni hanno ipotizzato che Strabone perseguisse con abilità una posizione di equidistanza e mediazione tra le parti opposte; lo storico britannico H. H. Scullard ritiene che il giovane Pompeo sia stato influenzato dalle idee e dal comportamento del padre e che egli in parte abbia cercato di riprendere la politica di mediazione di Strabone[10].

Plutarco nel primo capitolo della sua Vita di Pompeo invece evidenzia con enfasi la sorprendente diversità di carattere e di comportamento del giovane Pompeo rispetto al padre Strabone; il biografo in particolare sottolinea il grande favore e l'apprezzamento che Pompeo ricevette sempre da parte dei suoi concittadini scrivendo che, grazie al suo carattere affabile, ai suoi modi gentili, alla semplicità del suo stile di vita, oltre che alle sue doti di uomo politico e generale, "nessun romano godette da parte del popolo di una benevolenza più grande"[9]. Plutarco inoltre riferisce che anche le sue doti fisiche favorirono la popolarità e la fama di Pompeo; fin dall'inizio della carriera il giovane venne definito, in parte anche ironicamente, l'"Alessandro romano" per la sua presunta somiglianza fisica con Alessandro Magno[9].

Gioventù e primi successi militari con la fazione sillana[modifica | modifica wikitesto]

Il giovane Pompeo ebbe modo, militando nell'esercito del padre nell'87 a.C. durante la fase iniziale della guerra civile seguita alla partenza di Lucio Cornelio Silla per l'Oriente, di dimostrare, poco più che ventenne, la sua perspicacia e il suo coraggio prima sfuggendo ad un agguato mortale di un suo amico, passato al servizio della fazione democratica di Gaio Mario e Lucio Cornelio Cinna, e quindi riuscendo a controllare con il suo intervento personale una iniziale sedizione delle truppe scontente del comportamento di Strabone[11].

Dopo la morte di Strabone nell'accampamento di Porta Collina e la temporanea vittoria della fazione democratica a Roma, Pompeo dovette difendersi in tribunale da un'accusa di appropiazione indebita di beni appartenenti al bottino raccolto durante l'assedio di Ascoli; egli rischiò di subire la confisca di tutte le sue sostenze. Secondo Plutarco il giovane riuscì ad uscire senza difficoltà dal processo grazie alla sua abilità e intelligenza, favorito anche dalla benevolenza del pretore Antistio che non solo lo assolse dalle accuse ma espresse il suo desiderio di dargli in moglie la figlia Antistia; i due si sposarono pochi giorni dopo la felice conclusione del processo[12][13]. In realtà sembra che Pompeo evitò gravi conseguenze dal processo intentatogli grazie all'eloquenza di Lucio Filippo e Quinto Ortensio e soprattutto al sostegno ricevuto dall'influente Gneo Papirio Carbone, uno dei capi più importanti della fazione mariana[14].

In un primo momento effettivamente Pompeo sembrò aderire alla fazione democratica predominante a Roma; egli tuttavia dopo aver raggiunto gli accampamenti di Cinna, se ne allontanò molto presto, temendo ritorsioni per il suo passato accanto al padre e si nascose; la scomparsa del giovane, secondo Plutarco, avrebbe sollevato proteste da parte delle truppe contro Cinna che venne sospettato di averlo ucciso; la sedizione si sarebbe diffusa nell'esercito, scontento per l'atteggiamento tirannico del capo della fazione mariana e per i piani di trasferimento delle truppe in Grecia, fino a portare alla uccisione del dirigente democratico nell'84 a.C. da parte di un centurione[15][16].

Di fronte all'ostilità dei democratici, il giovane Pompeo quindi decise di aderire alla causa dell'oligarchia sillana e, dopo aver appreso nella primavera del 83 a.C. dello sbarco a Brindisi di Lucio Cornelio Silla con cinque legioni, egli si trasferì nel Piceno dove erano ancora forti i legami e l'influenza della sua famiglia tra i cittadini dei municipi locali[16]. Secondo Plutarco, Pompeo ritenne essenziale raccogliere un suo proprio esercito, reclutato nel territorio piceno, da recare come rinforzo a Silla per acquisire meriti verso di lui ed evitare di apparire solo un giovane disperato alla ricerca di protezione contro la fazione democratica[17]. Pompeo ottenne un brillante successo; recatosi a Osimo, si assunse autonomamente il ruolo di comandante e suscito vasti consensi a suo favore tra i veterani del padre e tra le persone legate clientelealmente alla sua famiglia, dopo aver scacciato dalla città i funzionari inviati da Papirio Carbone; in breve tempo il giovane arruolò, organizzò e armò tre eccellenti legioni con le quali prese il controllo del Piceno prima di marciare ordinatamente verso sud per raggiungere Silla[17]. Lo storico neozelandese Ronald Syme peraltro ha espresso forti critiche al comportamento del giovane Pompeo in questa fase iniziale della sua carriera; egli compiva atti del tutto illegali e cominciava la sua attività politica "con la frode e la violenza...l'illegalità e il tradimento"[18].

Di fatto la soprendente e inattesa iniziativa di Pompeo mise in grave difficoltà la fazione democratica che cercò di contrastare il giovane condottiero inviando nel Piceno tre eserciti al comando di Lucio Giunio Bruto Damasippo, Gaio Albino Carrina e Gaio Celio Caldo che tuttavia, entrando in azione separatamente e senza coordinazione, non ottennero alcun risultato e furono abilmente contrastati dal giovane condottiero[19]. Pompeo, informato dell'arrivo delle tre colonne nemiche[20], decise di concentrare le sue legioni e attaccare per prime le forze di Lucio Damasippo; dopo un duro scontro in cui Pompeo diresse coraggiosamente dalla prima linea l'attacco della sua cavalleria e fu impegnato in un duello vittorioso con un cavaliere celtico, il giovane generale ottenne la sua prima vittoria[19]. L'esercito di Damasippo venne sbaragliato e ripiegò in rotta; inoltre dopo questa sconfitta i tre generali democratici, invece di collaborare, si separarono definitivamente e fuggirono in diverse direzioni lasciando a Pompeo il pieno controllo del territorio piceno la cui popolazione aderì in massa alla fazione sillana[19].

Dopo queste brillanti vittorie, Pompeo raggiunse Silla in Apulia con le sue tre legioni; il capo della fazione oligarchica, preoccupato per la sorte del giovane, si era mosso per accorrere in suoi aiuto e, dopo aver appreso le buone notizie dal Piceno, si recò al campo di Pompeo dove si espresse con grande cordialità e si congratulò per gli insperati risultati ottenuti che rafforzavano in modo considerevole i suoi eserciti[21]. Silla giunse al punto di proclamare sul campo il giovane Pompeo Imperator, assegnandogli un titolo di grande prestigio che in teoria lo equiparava a lui[22]. Da questo momento Silla, in generale austero e riservato con i suoi luogotenenti, manifestò invece grande benevolenza verso Pompeo ed espresse in pubblico profondo rispetto per le sue capacità e per il suo ruolo[21].

Le fonti antiche disponibili non permettono di stabilire con certezza il compito che Silla affidò al suo giovane luogotenente dopo la riuscita concentrazione delle forze in Apulia; è possibile che Pompeo abbia partecipato con un ruolo subordinato alle ulteriori operazioni del 83 a.C. in Campania dirette da Silla contro i consoli democratici Gaio Norbano e Lucio Cornelio Scipione che raggiunsero importanti successi. Al termine di questa campagna egli forse ritornò nel Piceno per effettuare ulteriori reclutamenti[23].

Vittorie in Sicilia e Africa[modifica | modifica wikitesto]

Sembra che all'inizio della campagna del 82 a.C. Silla abbia deciso di inviare Pompeo sul fronte settentrionale per collaborare con Metello Pio che aveva assunto il comando dell'esercito impegnato contro Papirio Carbone; non è chiaro se il capo della fazione oligarchica intendesse realmente sostituire l'esperto e influente Metello Pio con Pompeo, tuttavia, secondo la narrazione di Plutarco, il giovane comandante preferì prudentemente rifiutare il comando, richiese il consenso di Metello e convinse Silla ha assegnargli un comando subordinato come comandante della cavalleria dell'esercito schierato sul confine della Gallia Cisalpina[24][25].

Pompeo raggiunse nuovi successi al comando della cavalleria assegnata alle forze di Metello Pio; il giovane generale occupò Sena Gallica e la città venne saccheggiata; quindi sconfisse la retroguardia in ritirata dell'esercito mariano guidata da Gaio Marcio Censorino[26][27]. Mentre Metello Pio continuava la campagna nella Gallia Cisalpina, Pompeo venne inviato con parte delle truppe a sud per intercettare le forze nemiche di Gaio Carrina che cercavano di portarsi in soccorso delle truppe mariane accerchiate a Praeneste. In questa fase Pompeo si congiunse con il contingente comandato da Marco Licinio Crasso; insieme i due generali sconfissero Carrina e lo costrinsero a rinchudersi a Spoleto[27]. Dopo questa serie di vittorie, tuttavia, Pompeo non fu in grado di bloccare permanentemente l'esercito nemico all'interno della città; Carrina riuscì a sfuggire all'assedio durante una notte caratterizzata dalle proibitive condizioni climatiche, e potè ricongiungersi con Papirio Carbone che nel frattempo era sceso in Etruria[28][27].

Nell'81 a.C. Silla inviò Pompeo in Sicilia per recuperare dai Mariani l'isola con il suo inestimabile rifornimento di grano.

La Sicilia era strategicamente molto importante, poiché produceva la maggior parte del grano per Roma, senza di esso la popolazione dell'Urbe avrebbe sofferto la fame e ci sarebbero certamente state delle sommosse. Pompeo si occupò della resistenza con mano dura e quando i cittadini protestarono per i suoi metodi, rispose con una delle sue citazioni più famose: "Smettete di citare leggi, noi portiamo armi".

Scacciò le forze avversarie dalla Sicilia, mettendo a morte Gneo Carbone,[29] e poi sbarcò in Africa con il grosso delle legioni in due punti, a Cartagine e a Utica.

Il comdante delle forze mariane, il giovane genero di Cinna Gneo Domizio Enobarbo, disponeva di forze cospicue, 27.000 uomini, e di truppe inviate dal principe numida Iarba, ma la coesione delle truppe era precaria, e 7.000 soldati ben presto defezionarono[30]. Domizio Enobarbo, temendo nuove diserzioni, decise di accelerare le operazioni e attaccare subito Pompeo nella regione di Utica schierando il suo esercito al riparo di un terreno aspro solcato da profondi burroni. Il giorno della battaglia fu caratterizzato da un clima proibitivo con vento e piogge intensissime e le truppe di Domizio Enobarbo si indebolirono e demoralizzarono rimanendo all'aperto sotto il nubifragio[30]. Pompeo seppe sfruttare la favorevole occasione e sferrò l'attacco delle sue legioni attraverso il burrone nel momento in cui le truppe nemiche abbandonavano il campo e rientravano negli accampamenti demoralizzate e indebolite[30]. Una variazione improvvisa del vento favorì inoltre le truppe di Pompeo; la pioggia iniziò a cadere sulle facce dei soldati di Enobarbo che cercavano di fare fronte all'attacco e i pompeiani raggiunsero una completa vittoria, solo circa 3.000 soldati nemici sopravvissero[30]. Pompeo assaltò subito l'accampamento nemico e lo stesso Domizio Enobarbo fu ucciso; il giovane condottiero vittorioso fu acclamato dai suoi soldati che lo proclamarono Imperator[30].

Il suo sterminio spietato delle forze avversarie generò un odio amaro fra i Mariani sopravvissuti. Proclamato sul campo Imperator dalle sue truppe in Africa, Pompeo richiese un trionfo per le sue vittorie africane. Pompeo rifiutò di sciogliere le sue legioni e si presentò con la sua richiesta alle porte di Roma dove, sorprendentemente, Silla consentì ad assegnargli il trionfo.

Silla, ora dittatore, con il controllo assoluto della città, forzò il divorzio dal marito di Emilia Scaura, la figliastra incinta per farle sposare il suo giovane alleato. Pompeo era semplicemente felice di divorziare da Antistia, una matrona di origine plebea e di prendere la patrizia Emilia.

Il giovane Pompeo era ora in un'ottima posizione nei ranghi di Silla, nondimeno lontano dal suo consiglio privato. Durante le campagne di Silla attraverso l'Italia, Pompeo incontrò due individui che avrebbero entrambi modellato il futuro suo e di Roma: Marco Licinio Crasso e Gaio Giulio Cesare. Pompeo venne a contatto con Crasso nell'esercito. Crasso, come Pompeo, era stato lasciato con una piccola fortuna e con la forza militare di suo padre ed aveva parteggiato per Silla. I due avrebbero sviluppato una rivalità che sarebbe durata negli anni a venire. Pompeo incontrò per la prima volta Cesare quando Silla portò Cesare davanti a lui e chiese a Cesare di divorziare da sua moglie Cornelia, la figlia di Cinna. Quando Cesare rifiutò, Silla lo perdonò. Quando Pompeo encomiò l'azione, Silla rispose dicendo che desiderava lasciare alcuni nemici vivi per le avventure successive. Pompeo vide Cesare così non tanto come un nemico, ma come un ostacolo rispettato.

La Spagna e rivolta di Spartaco[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Terza guerra servile.

Pompeo era considerato ormai un grande generale ma gli occasionali giudizi negativi legati al suo comportamento, in alcune occasioni crudele e spietato, continuarono; il giovane condottiero verrà anche definito adulescentulus carnifex dopo la sua inesorabile uccisione di Marco Giunio Bruto a Modena, di Papirio Carbone in Sicilia e di Gneo Domizio Enobarbo in Africa[31].

Dopo la vittoria su Emilio Lepido, Pompeo richiese l'imperium proconsolare (anche se non aveva ancora ricoperto la carica di console) per andare in Spagna e combattere contro Sertorio, un comandante Mariano che continuava a governare la Spagna. Pompeo rifiutò di sciogliere le sue legioni fino a che la sua richiesta non fu accettata e si unì con Metello Pio contro Sertorio. La campagna contro la brillante guerriglia del dux romano durò dal 76 a.C. al 71 a.C. È significativo che la guerra infine fu vinta solo grazie all'assassinio di Sertorio e non perché Pompeo o Metello Pio fossero stati in grado di ottenere una netta vittoria sul campo di battaglia.

Nei mesi successivi alla morte di Sertorio, tuttavia, Pompeo rivelò uno dei suoi talenti più significativi: il genio per l'organizzazione e la gestione di una provincia conquistata. Sistemi di governo giusti e generosi fecero estendere il suo controllo su tutta la Spagna e sulla Gallia meridionale. Fu quando Marco Licinio Crasso si trovò in difficoltà contro Spartaco alla fine della rivolta degli schiavi del 71 a.C., che Pompeo tornò in Italia con il suo esercito per mettere fine alla sommossa.

Pompeo ebbe modo di contribuire al soffocamento della rivolta servile; oltre 5.000 schiavi in fuga vennero bloccati e completamente distrutti dalle legioni pompeiane; egli poté enfaticamente comunicare al Senato che, mentre Licinio Crasso aveva sconfitto in battaglia campale il grosso dell'esercito di Spartaco, lui aveva "estirpato la guerra fino alle radici"[32]. Gli avversari si lagnarono e, specialmente Crasso, sostennero che Pompeo stava cercando di raccogliere tutta la gloria per il successo ottenuto. Ciò avrebbe assicurato l'inimicizia perenne tra Crasso e Pompeo, che durò per più di un decennio. Tornato a Roma, Pompeo celebrò il suo secondo trionfo extralegale per le vittorie in Spagna. Gli ammiratori vedevano in Pompeo il comandante militare più brillante dell'epoca. Nel 71 a.C., a soli 35 anni (cfr. cursus honorum), Pompeo fu eletto per la prima volta console, per il 70 a.C. come partner più giovane di Crasso, grazie all'appoggio irresistibile della popolazione romana.

Pirati ed Oriente[modifica | modifica wikitesto]

Mappa generale del Bellum piraticum di Pompeo, con i relativi comandanti, per area territoriale
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra piratica di Pompeo, terza guerra mitridatica, guerra siriaca di Pompeo, guerra giudaica di Pompeo e Guerra di Pompeo contro Albani e Iberi.
Monteta con l'effigie di Numa Pompilio e sul rovescio una nave da guerra romana e l'iscrizione dedicata a Pompeo "Magnus proconsul".

Nel 69 a.C., Pompeo era il beniamino delle masse romane anche se molti ottimati erano profondamente sospettosi delle sue intenzioni. Il suo primato nello stato fu accresciuto da due incarichi proconsolari straordinari, senza precedenti nella storia romana. Nel 67 a.C., due anni dopo il suo consolato, Pompeo fu nominato comandante di una flotta speciale per condurre una campagna contro i pirati che infestavano il Mar Mediterraneo. Questo incarico, come ogni cosa nella vita di Pompeo, fu circondato da polemiche.

La fazione conservatrice del Senato era sospettosa sulle sue intenzioni ed impaurita dal suo potere. Gli ottimati provarono con ogni mezzo ad evitarla. Significativamente, Cesare faceva parte di quella manciata di senatori che sostennero il comando di Pompeo fin dall'inizio. La nomina allora fu avanzata dal tribuno della plebe Aulo Gabinio che propose la Lex Gabinia, che assegnava a Pompeo il comando della guerra contro i pirati del Mediterraneo, con un ampio potere che gli assicurava il controllo assoluto sul mare ed anche sulle coste per 50 miglia all'interno, ponendolo al di sopra di ogni capo militare in oriente.

E mentre Lucio Licinio Lucullo era ancora impegnato con Mitridate e Tigrane II d'Armenia, Pompeo riusciva a ripulire l'intero bacino del Mediterraneo dai pirati, strappando loro l'isola di Creta, le coste della Licia, della Panfilia e della Cilicia, dimostrando straordinaria precisione, disciplina ed abilità organizzativa (nel 67 a.C.). La Cilicia vera e propria (Trachea e Pedias), che era stata covo di pirati per oltre quarant'anni, fu così definitivamente sottomessa. In seguito a questi eventi la città di Tarso divenne la capitale dell'intera provincia romana. Furono poi fondate ben 39 nuove città. La rapidità della campagna indicò che Pompeo aveva avuto talento, come comandante militare, anche in mare, con forti capacità logistiche,[33]. Pompeo era l'eroe del momento.

Fu allora incaricato di condurre una nuova guerra contro Mitridate VI re del Ponto, in Oriente (nel 66 a.C.),[34][35] grazie alla lex Manilia, proposta dal tribuno della plebe Gaio Manilio, ed appoggiata politicamente da Cesare e Cicerone.[36] Quest'ultimo in particolare esaltò in Senato la grandezza di Pompeo definendolo come colui che "ha fatto più campagne di quanti gli altri non ne abbiano lette, ha conquistato più province di quante gli altre non ne abbiano desiderate"[37].

Questo comando affidava a Pompeo essenzialmente la conquista e la riorganizzazione dell'intero Mediterraneo orientale, avendo il potere di proclamare quali fossero i popoli clienti e quelli nemici con un potere illimitato mai prima d'allora conferito ad altri, ed attribuendogli tutte le forze militari al di là dei confini dell'Italia romana.[38][39] Tale incarico fu il secondo in cui Cesare si espresse a favore di Pompeo.

Egli, avendo capito che era necessario continuare la guerra contro Mitridate, compì i necessari preparativi, richiamando in servizio anche la legione Valeriana. Giunto in Galazia, proveniente dal sud dopo aver attraversato le "porte della Cilicia",[40] incontrava Lucullo sulla via del ritorno in un villaggio di questa regione (a Danala presso il popolo dei Trocmi):[41][42]

« Si salutarono l'un l'altro in modo amichevole, e ciascuno si congratulò con l'altro per le sue vittorie. Lucullo era l'uomo più anziano, ma il prestigio di Pompeo era più grande, perché aveva condotto campagne più importanti, e celebrato due trionfi. Fasci incoronati di alloro erano portati nei cortei di entrambi i comandanti, in ricordo delle loro vittorie, e poiché Pompeo aveva fatto una lunga marcia attraverso delle regioni aride senza acqua, l'alloro che avvolgeva i suoi fasci si era inaridito. Quando i littori di Lucullo videro ciò, premurosamente diedero ai littori di Pompeo alcuni rametti del loro alloro, che invece era fresco e verde. Questa circostanza fu interpretata come un buon auspicio da parte degli amici di Pompeo, perché, con questo gesto, il prestigio di Lucullo ornava ora il comando di Pompeo. Tuttavia, il loro incontro non portò a nessun accordo equo tra le parti, ed al contrario li portò a dividersi ancor più. Pompeo [infatti poco dopo] annullò le ordinanze di Lucullo, e portò via tutto, eccetto mille e seicento dei suoi soldati. Questi glieli lasciò, per condividere il suo trionfo, seppure anche loro non lo seguissero molto allegramente [il vecchio comandante]. »
(Plutarco, Vita di Lucullo, 36.2-4.)
« [...] si vide venire incontro Lucullo, il quale disse a Pompeo che la guerra era finita, che non era più necessario fare un'altra campagna militare e che erano già giunti gli uomini inviati dal Senato, per governare su quelle regioni. Poiché Pompeo non acconsentì a ritirarsi, Lucullo lo insultò, chiamandolo affarista e avido di potere. Pompeo non se la prese, ed avendo ordinato che nessuno gli desse retta, mosse contro Mitridate, desideroso di scontrarsi con lui. »
(Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 46.1-2.)

Pompeo, durante il turbolento incontro con Lucullo, avrebbe affermato che il suo predecessore non aveva combattutto una vera guerra ma aveva affrontato solo "l'apparato teatrale e scenografico di due re", mentre ora lasciava a Pompeo il compito di combattere contro un esercito di Mitridate addestrato e rafforzato. Lucullo replicò sarcasticamente che il suo rivale era giunto per combattere "un fantasma di guerra" e, come era solito, arrivava, come un "uccello pigro su cadaveri", per togliere la gloria della vittoria ai veri protagonisti del conflitto; in precedenza si era comportato allo stesso modo con Catulo, Crasso e Metello Pio[43].

I domini romani orientali (in rosa) ed i regni clienti (in giallo), alleati di Roma nel 63 a.C., al termine delle guerre mitridatiche di Gneo Pompeo Magno.

Le campagne durarono dal 66 a.C. al 62 a.C. e furono condotte da Pompeo con tale capacità militare ed amministrativa che, Roma annesse gran parte dell'Asia sotto un saldo controllo. Pompeo non solo distrusse Mitridate, ma sconfisse anche Tigrane il grande, re di Armenia, con cui in seguito fissò dei trattati. Conquistò la Siria, allora sotto il dominio di Antioco XIII, e poi mosse verso Gerusalemme, che occupò in breve tempo.

Decise quindi di riorganizzare l'Oriente romano e le alleanze che vi gravitavano attorno (si veda Regno cliente). A Tigrane II lasciò l'Armenia; a Farnace il Bosforo; ad Ariobarzane la Cappadocia ed alcuni territori limitrofi; ad Antioco di Commagene aggiunse Seleucia e parti della Mesopotamia che aveva conquistato; a Deiotaro, tetrarca della Galazia, aggiunse i territori dell'Armenia minore, confinanti con la Cappadocia; fece di Attalo il principe di Paflagonia e di Aristarco quello della Colchide; nominò Archelao sacerdote della dea venerata a Comana; ed infine fece di Castore di Phanagoria, un fedele alleato e amico del popolo romano.[44]

Il proconsole romano decise, inoltre, di fondare alcune nuove città, come Nicopoli in Armenia minore, chiamata così in ricordo della vittoria ottenuta su Mitridate; poi Eupatoria, costruita dal re pontico ed intitolata a se stesso, ma poi distrutta perché aveva ospitato i Romani, che Pompeo ricostruì e rinominò Magnopolis. In Cappadocia ricostruì Mazaca, che era stata completamente distrutta dalla guerra. Restaurò poi molte altre città in molte regioni, che erano state distrutte o danneggiate, nel Ponto, in Palestina, Siria Coele ed in Cilicia, dove aveva combattuto la maggior parte dei pirati, e dove la città, in precedenza chiamata Soli, fu ribattezzata Pompeiopolis.[45][46]

Pompeo non solo era riuscito a distruggere Mitridate nel 63 a.C., ma anche a battere Tigrane il grande, re di Armenia, con cui in seguito fissò dei trattati. Pompeo impose una riorganizzazione generale ai re delle nuove province orientali, tenendo intelligentemente conto dei fattori geografici e politici connessi alla creazione di una nuova frontiera di Roma in oriente. Le ultime campagne militari avevano così ridotto il Ponto, la Cilicia campestre, la Siria (Fenicia, Coele e Palestina) a nuove province romane, mentre Gerusalemme era stata conquistata.[1][47] La provincia d'Asia era stata a sue volta ampliata, sembra aggiungendo Frigia, parte della Misia adiacente alla Frigia, in aggiunta Lidia, Caria e Ionia. Il Ponto fu quindi aggregato alla Bitinia, venendo così a formare un'unica provincia di Ponto e Bitinia.[48] A ciò si aggiungeva un nuovo sistema di "clientele" che comprendevano dall'Armenia di Tigrane II, al Bosforo di Farnace, alla Cappadocia, Commagene, Galazia, Paflagonia, fino alla Colchide.[1]

Con l'inverno del 63-62 a.C. Pompeo distribuì donativa all'esercito pari a 1.500 dracme attiche per ciascun soldato, ed in proporzione agli ufficiali, il tutto per un costo complessivo di 16.000 talenti. Poi si recò ad Efeso, dove s'imbarcò per l'Italia e per Roma (autunno del 62 a.C.).[49]

Ritorno a Roma[modifica | modifica wikitesto]

Mitridate raffigurato in una statua romana del I secolo, oggi al museo del Louvre.

Sbarcato a Brindisi congedò i suoi soldati e li rimandò alle loro case. Mentre si avvicinava alla capitale fu accolto da continue processioni di gente di ogni età, compresi i senatori, tutti ammirati per la sua incredibile vittoria conseguita contro un nemico tanto temibile ed irriducibile come Mitridate, ed, allo stesso tempo, avendo portato così tante nazioni ad essere poste sotto il controllo romano, estendendo i confini repubblicani fino all'Eufrate. Per questi successi il Senato gli decretò il meritato trionfo il 29 settembre del 61 a.C.[49][50][51] e fu acclamato da tutta l'assemblea con il nome di Magnus.[52][53] Si trattava del suo terzo trionfo (celebrato il giorno del quarantacinquesimo compleanno di Pompeo). Durò due interi giorni l'enorme parata di prede,[54] prigionieri (tra cui 324 tra satrapi e loro familiari dati in ostaggio, compresi il figlio di Tigrane II e sette figli di Mitridate VI), l'esercito e i vessilli che descrivevano scene di battaglia riempirono tutta la strada tra il Campo Marzio ed il tempio di Giove Ottimo Massimo. Per completare i festeggiamenti, Pompeo offrì un banchetto trionfale e fece parecchie donazioni al popolo di Roma, aumentando ulteriormente la sua popolarità.[49]

« Furono catturate e condotte nei porti 700 navi armate di tutto punto. Nella processione trionfale vi erano due carrozze e lettighe cariche d'oro o con altri ornamenti di vario genere; vi era anche il giaciglio di Dario il Grande, figlio di Istaspe, il trono e lo scettro di Mitridate Eupatore, e la sua immagine a quattro metri di altezza in oro massiccio, oltre a 75.100.000 di dracme d'argento. Il numero di carri adibiti al trasporto di armi era infinita, come pure il numero dei rostri delle navi. [...] Davanti a Pompeo furono condotti satrapi, figli e comandanti del re [del Ponto] contro i quali [Pompeo] aveva combattuto, che erano (tra quelli catturati e quelli dati in ostaggio) in numero di 324. Tra questi c'era il figlio di Tigrane II, cinque figli maschi di Mitridate, chiamati Artaferne, Ciro, Osatre, Dario e Serse, ed anche due figlie, Orsabari ed Eupatra. [...] su un cartello era rappresentata questa iscrizione: rostri delle navi catturate pari a 800; città fondate in Cappadocia pari a 8; in Cilicia e Siria Coele pari a 20; in Palestina pari a quella che ora è Seleucis; re sconfitti erano l'armeno Tigrane, Artoce l'iberico, Oroze d'Albania, Dario il Mede, Areta il nabateo ed Antioco I di Commagene. [...] Tale era la rappresentazione del trionfo di Pompeo. »
(Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 116-117.)
« Le iscrizioni [del corteo trionfale] indicavano le nazioni su cui [Pompeo] aveva trionfato. Questi erano: Ponto, Armenia, Cappadocia, Paflagonia, Media, Colchide, Iberia, Albania, Siria, Cilicia, Mesopotamia, Fenicia, Palestina, Giudea, Arabia e tutta la potenza dei pirati di mare e terra che erano stati sconfitti. Tra questi popoli furono catturate non meno di 1.000 fortezze, secondo le iscrizioni, e non meno di 900 città, oltre ad 800 navi pirata, e 39 città fondate. Oltre a tutto questo, le iscrizioni riportavano che, mentre i ricavi pubblici dalle tasse erano stati pari a 50 milioni di dracme, a cui se ne aggiungevano altri 85 milioni dalle città che Pompeo aveva conquistato e che andarono a costituire il tesoro pubblico, coniato da oggetti d'oro e d'argento per 20.000 talenti; oltre il denaro che era stato distribuito ai suoi soldati, tra i quali, quello a cui era stato dato la quota minore aveva ricevuto 1.500 dracme. Tra i prigionieri portati in trionfo, oltre al capo dei pirati, c'era il figlio di Tigrane con la moglie e la figlia, Zosimo con la moglie dello stesso re Tigrane, Aristobulo re dei Giudei, una sorella e cinque figli di Mitridate, alcune donne Scite, oltre ad ostaggi dati dal popolo degli Iberi, degli Albani e dal re di Commagene; c'erano anche moltissimi trofei, in numero pari a tutte le battaglie in cui Pompeo era risultato vittorio (compresi i suoi legati). Ma quello che più di ogni altra cosa risultava emergere per la sua gloria fu che nessun romano prima di allora aveva mai celebrato il suo terzo trionfo sopra tre differenti continenti. Altri avevano celebrato tre trionfi, ma lui ne aveva celebrato uno sulla Libia, il suo secondo in Europa e l'ultimo sull'Asia, in modo che sembrava avesse incluso tutto il mondo nei suoi tre trionfi. »
(Plutarco, Vita di Pompeo, 45.2-5.)

Tornato a Roma, desiderava candidarsi per un secondo consolato. Le leggi romane dichiaravano che un comandante militare non poteva attraversare il pomerium senza perdere il diritto al trionfo, ma un candidato doveva essere in città per presentarsi personalmente per l'elezione. Pompeo provò ad usare la diplomazia e chiese al senato di posporre l'elezione consolare per il giorno dopo il trionfo. Gli ottimati, guidati da Catone Uticense, si opposero fortemente e forzarono Pompeo a scegliere. Egli scelse il trionfo, ma non poté candidarsi per il consolato. Se non poteva essere scelto, almeno poteva corrompere gli elettori per scegliere il suo candidato, Afranio. Secondo parecchie fonti, ci fu uno scandalo enorme con gli elettori che si dirigevano in massa alla casa di Pompeo fuori del pomerium.

È in seguito a questi successi che Pompeo si guadagnò il cognomen di Magno, "Grande".[1] Egli era ormai all'apice del successo, ma durante i cinque anni di assenza da Roma era sorta nell'Urbe una nuova stella. Occupato com'era in Asia durante i disordini seguiti alla congiura di Catilina, fu il giovane Giulio Cesare ad opporre la sua volontà a quella del console Cicerone e del resto degli ottimati. Il suo vecchio collega ed avversario, Crasso, aveva prestato fondi a Cesare per farlo emergere politicamente. Cicerone era in eclissi, perseguitato dalle cattive intenzioni di Publio Clodio e dalle sue bande. Nuove alleanze erano state create e l'eroe delle conquiste asiatiche stava per essere messo fuori dai giochi.

Di nuovo a Roma, Pompeo abilmente allontanò i suoi eserciti, smentendo i timori che intendesse passare dalle sue conquiste al dominio di Roma come dittatore. Tuttavia era pur sempre un sommo stratega; cercò semplicemente nuovi alleati e tirò le fila dietro le scene politiche. Gli ottimati avevano combattuto di nuovo per avere il controllo di gran parte del potere reale nel senato; nonostante i suoi sforzi, Pompeo trovò che le loro azioni erano contro di lui. I suoi cospicui accordi in Oriente non furono ratificati subito. Le terre pubbliche che aveva promesso ai suoi veterani non arrivavano. Pompeo, anche se aveva fissato una linea prudente per evitare di offendere i conservatori, era sempre più sconcertato dalla riluttanza degli ottimati a riconoscere i suoi solidi successi. La frustrazione e la costernazione lo avrebbero spinto ben presto verso nuove e ineluttabili alleanze politiche.

Cesare ed il Primo Triumvirato[modifica | modifica wikitesto]

Statua di Pompeo conservata nella città di Copenaghen
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Primo triumvirato.
Cronologia
Vita di Gneo Pompeo Magno
106 a.C.
29 settembre
nasce nel Piceno
83 a.C. si allea a Silla, dopo il suo ritorno dalla seconda guerra mitridatica; matrimonio con Emilia Scaura
82/81 a.C. sconfigge gli alleati di Mario in Sicilia e Africa; primo trionfo
76/71 a.C. campagna in Spagna contro Sertorio
71 a.C. ritorna in Italia e pone fine alla rivolta di Spartaco; secondo trionfo
70 a.C. primo consolato (con M. Licinio Crasso)
67 a.C. sconfigge i pirati e va nella provincia dell'Asia
66/61 a.C. sconfigge il re Mitridate del Ponto; fine della Terza Guerra Mitridatica
61 a.C. 29 settembre terzo trionfo
59 a.C. aprile viene costituito il primo triumvirato; Pompeo si allea a Cesare e Licinio Crasso; matrimonio con Giulia figlia di Cesare
58/55 a.C. governa la Spagna Ulteriore per procura; costruzione del Teatro di Pompeo a Roma
55 a.C. secondo consolato (con M. Licinio Crasso)
54 a.C. Giulia muore; finisce il primo triumvirato
52 a.C. terzo consolato con Metello Scipione; matrimonio con Cornelia Metella
51 a.C. vieta a Cesare (in Gallia) di candidarsi per il consolato in absentia
49 a.C. Cesare passa il Rubicone e invade l'Italia; Pompeo si ritira in Grecia con gli ottimati
48 a.C. guidati da Pompeo, gli ottimati perdono la Battaglia di Farsalo; Pompeo fugge in Egitto, dove fu assassinato il 29 settembre da un sicario del re Tolomeo XIII.

Pompeo e Crasso non avevano stima e fiducia reciproche, ma nel periodo antecedente al 61 a.C. si ritenevano entrambi ostacolati: una tassa proposta da Crasso era stata rigettata e i veterani di Pompeo restavano ignorati. Cesare, di ritorno dal servizio in Spagna e pronto per candidarsi al consolato si inserì tra i due uomini, riuscendo in qualche modo a creare un'alleanza politica sia con Pompeo che con Crasso (il cosiddetto primo triumvirato). Pompeo e Crasso lo avrebbero aiutato ad essere eletto console e lui avrebbe usato il proprio potere di console per favorire le loro leggi. Catone, citato da Plutarco, più tardi avrebbe affermato che la tragedia di Pompeo non era stata essere il nemico sconfitto di Cesare, ma esserne stato troppo a lungo amico e sostenitore.

Il consolato tempestoso di Cesare del 59 a.C. portò a Pompeo non solo la terra e gli insediamenti che desiderava, ma anche una nuova moglie: la giovane figlia di Cesare, Giulia. Dopo che Cesare si fu assicurato il comando proconsolare in Gallia alla fine dell'anno consolare, a Pompeo fu dato il governo della Spagna ulteriore, cosicché potesse restare a Roma.

Cesare stava accrescendo la sua fama di genio militare. Dal 56 a.C. i legami fra i tre uomini cominciarono a sfilacciarsi; Cesare chiamò prima Crasso, poi Pompeo ad una riunione segreta a Lucca per ripensare sia la strategia che le tattiche. Ormai Cesare non era più il socio sottoposto e silenzioso del trio. A Lucca fu deciso che Pompeo e Crasso avrebbero di nuovo avuto il consolato nel 55 a.C. Alla loro elezione, il comando di Cesare in Gallia sarebbe stato prolungato per altri cinque anni, mentre Crasso avrebbe ricevuto il comando in Siria (da dove sarebbe potuto partire per conquistare la Partia ed estendere i propri successi). Pompeo avrebbe continuato a governare la Spagna in absentia dopo il loro anno consolare. Questa volta, tuttavia, l'opposizione ai tre uomini era elettrica; si ricorse alla corruzione su una scala senza precedenti per assicurare l'elezione di Pompeo e di Crasso nel 55. I loro sostenitori ricevettero la maggior parte dei restanti incarichi importanti. La violenza fra Publio Clodio e le altre fazioni aumentava e l'agitazione civile stava diventando endemica.

Guerra civile e morte[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra civile tra Cesare e Pompeo.

Pompeo non sembrò rendersi conto della crescente potenza e influenza di Cesare; egli continuò a mostrarsi noncurante e sicuro della propria superiorità e del suo enorme prestigio; di fronte agli avvertimenti dei suoi simpatizzanti giunse al punto di affermare che la mancanza di truppe pronte all'azione per fronteggiare eventualmente il suo rivale non sarebbe stata un problema grave: "in qualsiasi parte dell'Italia io batta il piede, sorgeranno eserciti di fanti e di cavalieri!"[55].

Nella primavera del 49 a.C., quando Cesare passò il Rubicone e le sue legioni attraversavano la penisola, Pompeo ordinò di abbandonare Roma. Le sue legioni fuggirono a sud verso Brundisium, dove Pompeo intendeva ritrovare nuovo vigore per intraprendere la guerra contro Cesare in Oriente. Durante quegli eventi, quasi incredibilmente, né Pompeo né il Senato pensarono a prelevare le ampie risorse dell'erario, che furono lasciate a disposizione di Cesare quando il suo esercito entrò a Roma.

Essendo riuscito a sfuggire per poco a Cesare con la fuga a Brindisi, Pompeo riguadagnò sicurezza nell'assedio di Dyrrhachium, dove Cesare si era trovato in grande difficoltà. Tuttavia, non riuscendo a sfruttare il momento critico di Cesare, Pompeo perse la possibilità di distruggere le sue armate. Come affermò Cesare stesso, «...oggi il nemico avrebbe vinto, se avesse avuto un comandante che sapesse vincere.» (Plutarco, 65). Con Cesare alle costole, i conservatori condotti da Pompeo fuggirono in Grecia. Gli eserciti si scontrarono nella battaglia di Farsalo nel 48 a.C. Lo scontro fu duro per entrambi gli schieramenti ma alla fine le truppe del futuro dittatore di Roma conquistarono la vittoria, segnando così l'inequivocabile sconfitta di Pompeo. Come tutti gli altri conservatori, egli dovette fuggire per salvarsi la vita. Incontrò la moglie Cornelia e il figlio Sesto Pompeo sull'isola di Lesbo. Ricongiuntosi con la propria famiglia Pompeo si chiese quindi dove avrebbe potuto recarsi. La decisione fu di fuggire in Egitto.

Arrivato in Egitto, il destino di Pompeo fu deciso dai consiglieri del giovane re Tolomeo, tra i quali Potino, l'eunuco. Mentre Pompeo aspettava in mare aperto un accordo, essi si proposero di assassinarlo, al fine di ingraziarsi Cesare già in viaggio per l'Egitto. Il 29 settembre, il giorno del suo cinquantottesimo compleanno, Pompeo Magno fu adescato col pretesto di un'udienza a bordo di una piccola barca in cui riconobbe due vecchi compagni d'arme dalle gloriose campagne militari della sua giovinezza. Erano i suoi assassini. Mentre era seduto nella barca, studiando il suo discorso per Tolomeo, venne da loro pugnalato alla schiena con una spada ed un pugnale. Non paghi, essi decapitarono il cadavere di Pompeo, il cui busto fu sprezzantemente lasciato incustodito e nudo, sulla spiaggia, dove venne ritrovato dal suo liberto, Filippo, che organizzò un semplice funerale cremando il corpo su una pira ricavata dal fasciame di una nave.

Cesare arrivò poco dopo. Come regalo di benvenuto ricevette la testa di Pompeo ed il suo anello in un cesto. Tuttavia, non fu contento di vedere il suo nemico, una volta suo alleato e genero, assassinato dai traditori. Quando uno schiavo gli offrì la testa di Pompeo, «... si girò via con ripugnanza, come da un assassino; e quando ricevette l'anello con il sigillo di Pompeo su cui era inciso un leone che tiene una spada nelle sue zampe, scoppiò in lacrime.» (Plutarco, 80). Depose Tolomeo, fece giustiziare Potino ed elevò Cleopatra al trono dell'Egitto. Cesare diede le ceneri di Pompeo e l'anello a Cornelia, che le portò indietro nelle sue proprietà in Italia.

Alla fine del 45 a.C., Pompeo fu deificato dal senato su richiesta di Cesare. Per ironia della sorte, Cesare fu assassinato, alle Idi di marzo del 44 a.C., nel teatro di Pompeo, ai piedi della statua del suo defunto rivale. Si dice che in punto di morte Cesare abbia rivolto preghiere al suo migliore amico, genero e maggior avversario[senza fonte].

Considerazioni storiche[modifica | modifica wikitesto]

« Dirò ora ciò che dobbiano ammirare maggiormente in Pompeo, una cosa la cui gloria non appartiene che a lui. Onnipotente per terra e per mare, padrone di incalcolabili ricchezze....sicuro dell'amicizia di molti re e della lealtà di quasi tutte le nazioni che aveva organizzato sotto la propria autorità...avrebbe potuto soggiogare l'Italia e concentrare nelle sue mani tutti i poteri di Roma. Ma non volle farlo[56]. »
« Pompeo era più coperto, non migliore[57] »
Cesare e Pompeo Magno, ritratti dall'artista Taddeo di Bartolo, affresco, 1414, Siena, Palazzo Pubblico.

In generale molti dei principali storici antichi hanno giudicato in modo favorevole Gneo Pompeo; se Publio Cornelio Tacito non lo ritenne meno dispotico di Giulio Cesare, Plutarco e soprattutto Gaio Velleio Patercolo ne hanno lodato la "rettitudine", la "probità", la moderazione nella vita civile. Velleio Patercolo afferma che occorrerebbero "molti volumi" per descriverne la "grandezza" e lo giudica, oltre che dux bello peritissimus ("condottiero di grande abilità in guerra") e con un "eccezionale esperienza nelle armi", "privo di quasi tutti i vizi"[58]. Plutarco sottolinea la grande "benevolenza" che ricevette sempre dal popolo, a differenza del padre Pompeo Strabone, che si mantenne inalterata anche nella fase delle sconfitte; lo scrittore greco enumera le qualità positive di Pompeo: "la semplicità del tenore di vita, l'abilità militare, l'eloquenza persuasiva, la lealtà del carattere, l'affabilità nei rapporti umani"[59].

Sia per gli storici del suo tempo che per quelli successivi, la vita di Pompeo fu semplicemente troppo irrealistica per essere vera. Non esisteva un precedente storico soddisfacente di un grande uomo che, avendo realizzato con i propri sforzi trionfi straordinari, avesse tuttavia perso tutto il potere e l'influenza guadagnatisi ed infine fosse stato assassinato proditoriamente.

Egli fu l'uomo politico più in vista della Roma repubblicana, e parve impossibile che nonostante il suo potere fosse stato abbattuto da Cesare. Forse per questo Pompeo venne idealizzato come eroe dal tragico destino quasi immediatamente dopo Farsalo: Plutarco lo ha ritratto infatti come il vero Alessandro romano, puro di cuore e di mente, distrutto dalle ciniche ambizioni della classe politica che lo attorniava

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 118.
  2. ^ G. Antonelli, Pompeo, pp. 8-10.
  3. ^ T. Mommsen, Storia di Roma antica, vol. II, tomo I, p. 283.
  4. ^ T. Mommsen, Storia di Roma antica, vol. II, tomo I, pp. 291-292.
  5. ^ H. H. Scullard, Storia del mondo romano, vol. II, p. 105.
  6. ^ T. Mommsen, Storia di Roma antica, vol. II, tomo I, p. 372.
  7. ^ H. H. Scullard, Storia del mondo romano, vol. II, p. 88.
  8. ^ T. Mommsen, Storia di Roma antica, vol. II, tomo I, p. 374.
  9. ^ a b c Plutarco, Vita di Pompeo, 1.
  10. ^ H. H. Scullard, Storia del mondo romano, vol. II, p. 107.
  11. ^ Plutarco, Vita di Pompeo, 3.
  12. ^ Plutarco, Vita di Pompeo, 4.
  13. ^ G. Antonelli, Pompeo, pp. 21-22.
  14. ^ T. Mommsen, Storia di Roma antica, vol. II, tomo I, p. 386.
  15. ^ Plutarco, Vita di Pompeo, 5.
  16. ^ a b T. Mommsen, Storia di Roma antica, vol. II, tomo I, p. 382.
  17. ^ a b Plutarco, Vita di Pompeo, 6.
  18. ^ R. Syme, La rivoluzione romana, p. 33.
  19. ^ a b c Plutarco, Vita di Pompeo, 7.
  20. ^ J. Leach, Pompeo, p. 23.
  21. ^ a b Plutarco, Vita di Pompeo, 8.
  22. ^ T. Mommsen, Storia di Roma antica, vol. II, tomo I, pp. 386-387.
  23. ^ J. Leach, Pompeo, p. 24.
  24. ^ Plutarco, Vita di Pompeo, 8.
  25. ^ J. Leach, Pompeo, pp. 24-25.
  26. ^ T. Mommsen, Storia di Roma antica, vol. II, tomo I, pp. 391-392.
  27. ^ a b c J. Leach, Pompeo, p. 25.
  28. ^ T. Mommsen, Storia di Roma antica, vol. II, tomo I, p. 392.
  29. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 89.2.
  30. ^ a b c d e J. Leach, Pompeo, p. 29.
  31. ^ R. Syme, La rivoluzione romana, pp. 28 e 32.
  32. ^ Plutarco, Vita di Pompeo, 21.
  33. ^ Plutarco, Vita di Pompeo, 24-29; Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 94-96.
  34. ^ Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 91.
  35. ^ Plutarco, Vita di Lucullo, 35.7.
  36. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 42.3-43.4.
  37. ^ A. Spinosa, Cesare, il grande giocatore, p. 70.
  38. ^ Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 97.
  39. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 100.1.
  40. ^ John Leach, Pompeo, il rivale di Cesare, Milano 1983, p.77.
  41. ^ Plutarco, Vita di Lucullo, 36.2.
  42. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 46.1.
  43. ^ Plutarco, Vita di Pompeo, 31.
  44. ^ Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 114.
  45. ^ Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 115.
  46. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 37.6.
  47. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 102.4.
  48. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 102.1.
  49. ^ a b c Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 116-117.
  50. ^ Testo originale latino dei fasti triumphales: AE 1930, 60.
  51. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVII, 21.1.
  52. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 103.12.
  53. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVII, 21.3.
  54. ^ Plutarco, Vita di Pompeo, 45.1.
  55. ^ Plutarco, Vita di Pompeo, 57.
  56. ^ Cassio Dione, Storia romana, XXXVII, 20
  57. ^ Tacito, Storie, II, 28.
  58. ^ C. Velleio Patercolo, Storia romana, II, 29.
  59. ^ Plutarco, Vita di Pompeo, 1.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie
Fonti storiografiche moderne
  • Giuseppe Antonelli, Pompeo. Il grande antagonista di Cesare, Roma, Newton & Compton, 2005, ISBN 88-541-0291-1.
  • John Leach, Pompeo, Rizzoli, Milano, 1983.
  • Mario Martina, Le clientele piratiche di Pompeo, in: La rivoluzione romana. Inchiesta tra gli antichisti, Napoli 1982, 175-185.
  • Robin Seager, Pompey the Great. A Political Biography, edizione rivista, Oxford 2002.
  • Pat Southern, Pompey the Great, Stroud 2002.
  • David Stockton, The First Consulship of Pompey, Historia 22 (1973), 205-218.
  • Manuel Tröster, Roman Hegemony and Non-State Violence. A Fresh Look at Pompey's Campaign against the Pirates, Greece & Rome 56 (2009), 14-33.
  • Wylie, Graham J., Pompey Megalopsychos, Klio 72 (1990), 445-456.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Console romano Successore Consul et lictores.png
Publio Cornelio Lentulo Sura,
Gneo Aufidio Oreste
70 a.C.
con Marco Licinio Crasso I
Quinto Cecilio Metello Cretico,
Quinto Ortensio Ortalo
I
Gneo Cornelio Lentulo Marcellino,
Lucio Marcio Filippo
55 a.C.
con Marco Licinio Crasso II
Appio Claudio Pulcro,
Lucio Domizio Enobarbo
II
Marco Valerio Messalla Rufo,
Gneo Domizio Calvino I
52 a.C.
con Quinto Cecilio Metello Pio Scipione Nasica
Marco Claudio Marcello,
Servio Sulpicio Rufo
III

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