Gneo Pompeo Magno

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Gneo Pompeo
Roman SPQR banner.svg Console della Repubblica romana
Pompejus modified.png
Busto di Gneo Pompeo.
Nome originale Gneus Pompeius[1]
Nascita 29 settembre 106 a.C.
Picenum
Morte 48 a.C.
Pelusium
Coniuge Antistia
Emilia Scaura (figliastra di Silla)
Mucia Terzia (da cui divorziò per adulterio, secondo le lettere di Cicerone)
Giulia (figlia di Cesare)
Cornelia Metella (figlia di Metello Scipione)
Figli Gneo Pompeo (il giovane), ucciso nel 45 a.C., dopo la Battaglia di Munda;
Pompea, sposata a Fausto Cornelio Silla;
Sesto Pompeo, console nel 35 a.C.
Gens Pompeia
Padre Gneo Pompeo Strabone
Consolato 70 a.C.
55 a.C.
52 a.C.

Gneo Pompeo Magno (in latino: Gnaeus Pompeius Magnus[1]; Picenum, 29 settembre 106 a.C.Pelusium, 29 settembre 48 a.C.) è stato un militare e politico romano, prima alleato e poi avversario di Gaio Giulio Cesare.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Origini familiari[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Gens Pompeia.

Pompeo Magno era figlio di Gneo Pompeo Strabone, un uomo estremamente ricco proveniente dal Picenum. Questo ramo della famiglia dei Pompei era tradizionalmente rurale, il che lo sottoponeva inevitabilmente ai pregiudizi della élite cittadina. La sua famiglia aveva raggiunto il consolato per la prima volta solo 35 anni prima. Di conseguenza aveva un lignaggio rispettabile ma di recente nobiltà, un leggero neo che lo ha segnato durante tutto la sua competizione politica con i più potenti patrizi di Roma.

Suo padre, Pompeo Strabone, era un importante comandante militare ed il primo della famiglia a diventare senatore, essendo stato eletto l'89 a.C. Pompeo crebbe con suo padre negli accampamenti militari, coinvolto con l'esercito e gli affari politici. Strabone aveva combattuto prima con Gaio Mario, poi con Lucio Cornelio Silla nelle guerre civili dell'88-87 a.C. A 17 anni, Pompeo era oramai completamente coinvolto nelle guerre di suo padre. Inoltre aveva un suo protetto, un giovane ufficiale suo coetaneo, Marco Tullio Cicerone. Secondo Plutarco, favorevole a Pompeo, era un giovane popolare, considerato un po' simile ad Alessandro Magno.

Gioventù e prime esperienze politiche[modifica | modifica wikitesto]

Strabone morì nei conflitti tra Gaio Mario e Lucio Cornelio Silla, lasciando al giovane Pompeo il controllo dei suoi affari e della sua fortuna. Malgrado la sua gioventù, Pompeo fu al fianco di Silla dopo il suo ritorno dalla seconda guerra mitridatica (83 a.C.). A Roma, Silla prevedeva difficoltà con Lucio Cornelio Cinna e trovò assai utili tanto il giovane ventitreenne che le tre legioni di veterani del padre di questi. Questa alleanza politica accelerò la carriera di Pompeo a Roma. Silla, ora dittatore, con il controllo assoluto della città, forzò il divorzio dal marito di Emilia Scaura, la figliastra incinta per farle sposare il suo giovane alleato. Pompeo era semplicemente felice di divorziare da Antistia, una matrona di origine plebea e di prendere la patrizia Emilia.

Il giovane Pompeo era ora in un'ottima posizione nei ranghi di Silla, nondimeno lontano dal suo consiglio privato. Durante le campagne di Silla attraverso l'Italia, Pompeo incontrò due individui che avrebbero entrambi modellato il futuro suo e di Roma: Marco Licinio Crasso e Gaio Giulio Cesare. Pompeo venne a contatto con Crasso nell'esercito. Crasso, come Pompeo, era stato lasciato con una piccola fortuna e con la forza militare di suo padre ed aveva parteggiato per Silla. I due avrebbero sviluppato una rivalità che sarebbe durata negli anni a venire. Pompeo incontrò per la prima volta Cesare quando Silla portò Cesare davanti a lui e chiese a Cesare di divorziare da sua moglie Cornelia, la figlia di Cinna. Quando Cesare rifiutò, Silla lo perdonò. Quando Pompeo encomiò l'azione, Silla rispose dicendo che desiderava lasciare alcuni nemici vivi per le avventure successive. Pompeo vide Cesare così non tanto come un nemico, ma come un ostacolo rispettato. Alcuni rapporti dell'evento suggeriscono che Pompeo fosse ispirato dal rifiuto di Cesare a divorziare da sua moglie, che gli ricordava lo stesso scenario che Pompeo aveva affrontato solamente due anni prima.

In Sicilia ed Africa[modifica | modifica wikitesto]

Anche se la sua età giovane lo faceva essere privatus (un uomo che non deteneva una carica politica del cursus honorum o connessa ad esso), Pompeo era un uomo molto ricco e un comandante di talento con il controllo di tre legioni di veterani. Inoltre, era ambizioso di gloria e potere. Felice di recepire i desideri del genero e di riordinare la sua situazione come dittatore, Silla inviò Pompeo in Sicilia per recuperare dai Mariani l'isola con il suo inestimabile rifornimento di grano.

La Sicilia era strategicamente molto importante, poiché produceva la maggior parte del grano per Roma, senza di esso la popolazione dell'Urbe avrebbe sofferto la fame e ci sarebbero certamente state delle sommosse. Pompeo si occupò della resistenza con mano dura e quando i cittadini protestarono per i suoi metodi, rispose con una delle sue citazioni più famose: "Smettete di citare leggi, noi portiamo armi".

Scacciò le forze avversarie dalla Sicilia, mettendo a morte Gneo Carbone,[2] e poi andò in Africa, in cui continuò la sua serie ininterrotta di vittorie nell'82-81 a.C. Il suo sterminio spietato delle forze avversarie generò un odio amaro fra i Mariani sopravvissuti. Proclamato sul campo Imperator dalle sue truppe in Africa, Pompeo richiese un trionfo per le sue vittorie africane. Pompeo rifiutò di sciogliere le sue legioni e si presentò con la sua richiesta alle porte di Roma dove, sorprendentemente, Silla consentì ad assegnargli il trionfo.

La Spagna e rivolta di Spartaco[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Terza guerra servile.

La reputazione di Pompeo genio militare, e gli occasionali giudizi negativi, continuarono quando richiese l'imperium proconsolare (anche se non aveva ancora ricoperto la carica di console) per andare in Spagna e combattere contro Sertorio, un comandante Mariano che continuava a governare la Spagna. Pompeo rifiutò di sciogliere le sue legioni fino a che la sua richiesta non fu accettata e si unì con Metello Pio contro Sertorio. La campagna contro la brillante guerriglia del dux romano durò dal 76 a.C. al 71 a.C. È significativo che la guerra infine fu vinta solo grazie all'assassinio di Sertorio e non perché Pompeo o Metello Pio fossero stati in grado di ottenere una netta vittoria sul campo di battaglia.

Nei mesi successivi alla morte del Sertorio, tuttavia, Pompeo rivelò uno dei suoi talenti più significativi: il genio per l'organizzazione e la gestione di una provincia conquistata. Sistemi di governo giusti e generosi fecero estendere il suo controllo su tutta la Spagna e sulla Gallia meridionale. Fu quando Marco Licinio Crasso si trovò in difficoltà contro Spartaco alla fine della rivolta degli schiavi del 71 a.C., che Pompeo tornò in Italia con il suo esercito per mettere fine alla sommossa.

Gli avversari si lagnarono e, specialmente Crasso, sostennero che Pompeo stava sviluppando azioni per arrivare alla fine della campagna e raccogliere tutta la gloria per il successo ottenuto. Ciò avrebbe assicurato l'inimicizia perenne tra Crasso e Pompeo, che durò per più di un decennio. Tornato a Roma, Pompeo celebrò il suo secondo trionfo extralegale per le vittorie in Spagna. Gli ammiratori vedevano in Pompeo il comandante militare più brillante dell'epoca. Nel 71 a.C., a soli 35 anni (cfr. cursus honorum), Pompeo fu eletto per la prima volta console, per il 70 a.C. come partner più giovane di Crasso, grazie all'appoggio irresistibile della popolazione romana.

Pirati ed Oriente[modifica | modifica wikitesto]

Mappa generale del Bellum piraticum di Pompeo, con i relativi comandanti, per area territoriale
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra piratica di Pompeo, terza guerra mitridatica, guerra siriaca di Pompeo, guerra giudaica di Pompeo e Guerra di Pompeo contro Albani e Iberi.
Gneo Pompeo Magno

Nel 69 a.C., Pompeo era il beniamino delle masse romane anche se molti ottimati erano profondamente sospettosi delle sue intenzioni. Il suo primato nello stato fu accresciuto da due incarichi proconsolari straordinari, senza precedenti nella storia romana. Nel 67 a.C., due anni dopo il suo consolato, Pompeo fu nominato comandante di una flotta speciale per condurre una campagna contro i pirati che infestavano il Mar Mediterraneo. Questo incarico, come ogni cosa nella vita di Pompeo, fu circondato da polemiche.

La fazione conservatrice del Senato era sospettosa sulle sue intenzioni ed impaurita dal suo potere. Gli ottimati provarono con ogni mezzo ad evitarla. Significativamente, Cesare faceva parte di quella manciata di senatori che sostennero il comando di Pompeo fin dall'inizio. La nomina allora fu avanzata dal tribuno della plebe Aulo Gabinio che propose la Lex Gabinia, che assegnava a Pompeo il comando della guerra contro i pirati del Mediterraneo, con un ampio potere che gli assicurava il controllo assoluto sul mare ed anche sulle coste per 50 miglia all'interno, ponendolo al di sopra di ogni capo militare in oriente.

E mentre Lucio Licinio Lucullo era ancora impegnato con Mitridate e Tigrane II d'Armenia, Pompeo riusciva a ripulire l'intero bacino del Mediterraneo dai pirati, strappando loro l'isola di Creta, le coste della Licia, della Panfilia e della Cilicia, dimostrando straordinaria precisione, disciplina ed abilità organizzativa (nel 67 a.C.). La Cilicia vera e propria (Trachea e Pedias), che era stata covo di pirati per oltre quarant'anni, fu così definitivamente sottomessa. In seguito a questi eventi la città di Tarso divenne la capitale dell'intera provincia romana. Furono poi fondate ben 39 nuove città. La rapidità della campagna indicò che Pompeo aveva avuto talento, come comandante militare, anche in mare, con forti capacità logistiche,[3]. Pompeo era l'eroe del momento.

Fu allora incaricato di condurre una nuova guerra contro Mitridate VI re del Ponto, in Oriente (nel 66 a.C.),[4][5] grazie alla lex Manilia, proposta dal tribuno della plebe Gaio Manilio, ed appoggiata politicamente da Cesare e Cicerone.[6] Questo comando gli affidava essenzialmente la conquista e la riorganizzazione dell'intero Mediterraneo orientale, avendo il potere di proclamare quali fossero i popoli clienti e quelli nemici con un potere illimitato mai prima d'allora conferito ad altri, ed attribuendogli tutte le forze militari al di là dei confini dell'Italia romana.[7][8] Tale incarico fu il secondo in cui Cesare si espresse a favore di Pompeo.

Egli, avendo capito che era necessario continuare la guerra contro Mitridate, compì i necessari preparativi, richiamando in servizio anche la legione Valeriana. Giunto in Galazia, proveniente dal sud dopo aver attraversato le "porte della Cilicia",[9] incontrava Lucullo sulla via del ritorno in un villaggio di questa regione (a Danala presso il popolo dei Trocmi):[10][11]

« Si salutarono l'un l'altro in modo amichevole, e ciascuno si congratulò con l'altro per le sue vittorie. Lucullo era l'uomo più anziano, ma il prestigio di Pompeo era più grande, perché aveva condotto campagne più importanti, e celebrato due trionfi. Fasci incoronati di alloro erano portati nei cortei di entrambi i comandanti, in ricordo delle loro vittorie, e poiché Pompeo aveva fatto una lunga marcia attraverso delle regioni aride senza acqua, l'alloro che avvolgeva i suoi fasci si era inaridito. Quando i littori di Lucullo videro ciò, premurosamente diedero ai littori di Pompeo alcuni rametti del loro alloro, che invece era fresco e verde. Questa circostanza fu interpretata come un buon auspicio da parte degli amici di Pompeo, perché, con questo gesto, il prestigio di Lucullo ornava ora il comando di Pompeo. Tuttavia, il loro incontro non portò a nessun accordo equo tra le parti, ed al contrario li portò a dividersi ancor più. Pompeo [infatti poco dopo] annullò le ordinanze di Lucullo, e portò via tutto, eccetto mille e seicento dei suoi soldati. Questi glieli lasciò, per condividere il suo trionfo, seppure anche loro non lo seguissero molto allegramente [il vecchio comandante]. »
(Plutarco, Vita di Lucullo, 36.2-4.)
« [...] si vide venire incontro Lucullo, il quale disse a Pompeo che la guerra era finita, che non era più necessario fare un'altra campagna militare e che erano già giunti gli uomini inviati dal Senato, per governare su quelle regioni. Poiché Pompeo non acconsentì a ritirarsi, Lucullo lo insultò, chiamandolo affarista e avido di potere. Pompeo non se la prese, ed avendo ordinato che nessuno gli desse retta, mosse contro Mitridate, desideroso di scontrarsi con lui. »
(Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 46.1-2.)
I domini romani orientali (in rosa) ed i regni clienti (in giallo), alleati di Roma nel 63 a.C., al termine delle guerre mitridatiche di Gneo Pompeo Magno.

Le campagne durarono dal 66 a.C. al 62 a.C. con tale capacità militare ed amministrativa che, Roma annesse gran parte dell'Asia sotto un saldo controllo. Pompeo non solo distrusse Mitridate, ma sconfisse anche Tigrane il grande, re di Armenia, con cui in seguito fissò dei trattati. Conquistò la Siria, allora sotto il dominio di Antioco XIII, e poi mosse verso Gerusalemme, che occupò in breve tempo.

Decise quindi di riorganizzare l'Oriente romano e le alleanze che vi gravitavano attorno (si veda Regno cliente). A Tigrane II lasciò l'Armenia; a Farnace il Bosforo; ad Ariobarzane la Cappadocia ed alcuni territori limitrofi; ad Antioco di Commagene aggiunse Seleucia e parti della Mesopotamia che aveva conquistato; a Deiotaro, tetrarca della Galazia, aggiunse i territori dell'Armenia minore, confinanti con la Cappadocia; fece di Attalo il principe di Paflagonia e di Aristarco quello della Colchide; nominò Archelao sacerdote della dea venerata a Comana; ed infine fece di Castore di Phanagoria, un fedele alleato e amico del popolo romano.[12]

Il proconsole romano decise, inoltre, di fondare alcune nuove città, come Nicopoli in Armenia minore, chiamata così in ricordo della vittoria ottenuta su Mitridate; poi Eupatoria, costruita dal re pontico ed intitolata a se stesso, ma poi distrutta perché aveva ospitato i Romani, che Pompeo ricostruì e rinominò Magnopolis. In Cappadocia ricostruì Mazaca, che era stata completamente distrutta dalla guerra. Restaurò poi molte altre città in molte regioni, che erano state distrutte o danneggiate, nel Ponto, in Palestina, Siria Coele ed in Cilicia, dove aveva combattuto la maggior parte dei pirati, e dove la città, in precedenza chiamata Soli, fu ribattezzata Pompeiopolis.[13][14]

Pompeo non solo era riuscito a distruggere Mitridate nel 63 a.C., ma anche a battere Tigrane il grande, re di Armenia, con cui in seguito fissò dei trattati. Pompeo impose una riorganizzazione generale ai re delle nuove province orientali, tenendo intelligentemente conto dei fattori geografici e politici connessi alla creazione di una nuova frontiera di Roma in oriente. Le ultime campagne militari avevano così ridotto il Ponto, la Cilicia campestre, la Siria (Fenicia, Coele e Palestina) a nuove province romane, mentre Gerusalemme era stata conquistata.[1][15] La provincia d'Asia era stata a sue volta ampliata, sembra aggiungendo Frigia, parte della Misia adiacente alla Frigia, in aggiunta Lidia, Caria e Ionia. Il Ponto fu quindi aggregato alla Bitinia, venendo così a formare un'unica provincia di Ponto e Bitinia.[16] A ciò si aggiungeva un nuovo sistema di "clientele" che comprendevano dall'Armenia di Tigrane II, al Bosforo di Farnace, alla Cappadocia, Commagene, Galazia, Paflagonia, fino alla Colchide.[1]

Con l'inverno del 63-62 a.C. Pompeo distribuì donativa all'esercito pari a 1.500 dracme attiche per ciascun soldato, ed in proporzione agli ufficiali, il tutto per un costo complessivo di 16.000 talenti. Poi si recò ad Efeso, dove s'imbarcò per l'Italia e per Roma (autunno del 62 a.C.).[17]

Ritorno a Roma[modifica | modifica wikitesto]

Mitridate raffigurato in una statua romana del I secolo, oggi al museo del Louvre.

Sbarcato a Brindisi congedò i suoi soldati e li rimandò alle loro case. Mentre si avvicinava alla capitale fu accolto da continue processioni di gente di ogni età, compresi i senatori, tutti ammirati per la sua incredibile vittoria conseguita contro un nemico tanto temibile ed irriducibile come Mitridate, ed, allo stesso tempo, avendo portato così tante nazioni ad essere poste sotto il controllo romano, estendendo i confini repubblicani fino all'Eufrate. Per questi successi il Senato gli decretò il meritato trionfo il 29 settembre del 61 a.C.[17][18][19] e fu acclamato da tutta l'assemblea con il nome di Magnus.[20][21] Si trattava del suo terzo trionfo (celebrato il giorno del quarantacinquesimo compleanno di Pompeo). Durò due interi giorni l'enorme parata di prede,[22] prigionieri (tra cui 324 tra satrapi e loro familiari dati in ostaggio, compresi il figlio di Tigrane II e sette figli di Mitridate VI), l'esercito e i vessilli che descrivevano scene di battaglia riempirono tutta la strada tra il Campo Marzio ed il tempio di Giove Ottimo Massimo. Per completare i festeggiamenti, Pompeo offrì un banchetto trionfale e fece parecchie donazioni al popolo di Roma, aumentando ulteriormente la sua popolarità.[17]

« Furono catturate e condotte nei porti 700 navi armate di tutto punto. Nella processione trionfale vi erano due carrozze e lettighe cariche d'oro o con altri ornamenti di vario genere; vi era anche il giaciglio di Dario il Grande, figlio di Istaspe, il trono e lo scettro di Mitridate Eupatore, e la sua immagine a quattro metri di altezza in oro massiccio, oltre a 75.100.000 di dracme d'argento. Il numero di carri adibiti al trasporto di armi era infinita, come pure il numero dei rostri delle navi. [...] Davanti a Pompeo furono condotti satrapi, figli e comandanti del re [del Ponto] contro i quali [Pompeo] aveva combattuto, che erano (tra quelli catturati e quelli dati in ostaggio) in numero di 324. Tra questi c'era il figlio di Tigrane II, cinque figli maschi di Mitridate, chiamati Artaferne, Ciro, Osatre, Dario e Serse, ed anche due figlie, Orsabari ed Eupatra. [...] su un cartello era rappresentata questa iscrizione: rostri delle navi catturate pari a 800; città fondate in Cappadocia pari a 8; in Cilicia e Siria Coele pari a 20; in Palestina pari a quella che ora è Seleucis; re sconfitti erano l'armeno Tigrane, Artoce l'iberico, Oroze d'Albania, Dario il Mede, Areta il nabateo ed Antioco I di Commagene. [...] Tale era la rappresentazione del trionfo di Pompeo. »
(Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 116-117.)
« Le iscrizioni [del corteo trionfale] indicavano le nazioni su cui [Pompeo] aveva trionfato. Questi erano: Ponto, Armenia, Cappadocia, Paflagonia, Media, Colchide, Iberia, Albania, Siria, Cilicia, Mesopotamia, Fenicia, Palestina, Giudea, Arabia e tutta la potenza dei pirati di mare e terra che erano stati sconfitti. Tra questi popoli furono catturate non meno di 1.000 fortezze, secondo le iscrizioni, e non meno di 900 città, oltre ad 800 navi pirata, e 39 città fondate. Oltre a tutto questo, le iscrizioni riportavano che, mentre i ricavi pubblici dalle tasse erano stati pari a 50 milioni di dracme, a cui se ne aggiungevano altri 85 milioni dalle città che Pompeo aveva conquistato e che andarono a costituire il tesoro pubblico, coniato da oggetti d'oro e d'argento per 20.000 talenti; oltre il denaro che era stato distribuito ai suoi soldati, tra i quali, quello a cui era stato dato la quota minore aveva ricevuto 1.500 dracme. Tra i prigionieri portati in trionfo, oltre al capo dei pirati, c'era il figlio di Tigrane con la moglie e la figlia, Zosimo con la moglie dello stesso re Tigrane, Aristobulo re dei Giudei, una sorella e cinque figli di Mitridate, alcune donne Scite, oltre ad ostaggi dati dal popolo degli Iberi, degli Albani e dal re di Commagene; c'erano anche moltissimi trofei, in numero pari a tutte le battaglie in cui Pompeo era risultato vittorio (compresi i suoi legati). Ma quello che più di ogni altra cosa risultava emergere per la sua gloria fu che nessun romano prima di allora aveva mai celebrato il suo terzo trionfo sopra tre differenti continenti. Altri avevano celebrato tre trionfi, ma lui ne aveva celebrato uno sulla Libia, il suo secondo in Europa e l'ultimo sull'Asia, in modo che sembrava avesse incluso tutto il mondo nei suoi tre trionfi. »
(Plutarco, Vita di Pompeo, 45.2-5.)

Tornato a Roma, desiderava candidarsi per un secondo consolato. Le leggi romane dichiaravano che un comandante militare non poteva attraversare il pomerium senza perdere il diritto al trionfo, ma un candidato doveva essere in città per presentarsi personalmente per l'elezione. Pompeo provò ad usare la diplomazia e chiese al senato di posporre l'elezione consolare per il giorno dopo il trionfo. Gli ottimati, guidati da Catone Uticense, si opposero fortemente e forzarono Pompeo a scegliere. Egli scelse il trionfo, ma non poté candidarsi per il consolato. Se non poteva essere scelto, almeno poteva corrompere gli elettori per scegliere il suo candidato, Afranio. Secondo parecchie fonti, ci fu uno scandalo enorme con gli elettori che si dirigevano in massa alla casa di Pompeo fuori del pomerium.

È in seguito a questi successi che Pompeo si guadagnò il cognomen di Magno, "Grande".[1] Egli era ormai all'apice del successo, ma durante i cinque anni di assenza da Roma era sorta nell'Urbe una nuova stella. Occupato com'era in Asia durante i disordini seguiti alla congiura di Catilina, fu il giovane Giulio Cesare ad opporre la sua volontà a quella del console Cicerone e del resto degli ottimati. Il suo vecchio collega ed avversario, Crasso, aveva prestato fondi a Cesare per farlo emergere politicamente. Cicerone era in eclissi, perseguitato dalle cattive intenzioni di Publio Clodio e dalle sue bande. Nuove alleanze erano state create e l'eroe delle conquiste asiatiche stava per essere messo fuori dai giochi.

Di nuovo a Roma, Pompeo abilmente allontanò i suoi eserciti, smentendo i timori che intendesse passare dalle sue conquiste al dominio di Roma come dittatore. Tuttavia era pur sempre un sommo stratega; cercò semplicemente nuovi alleati e tirò le fila dietro le scene politiche. Gli ottimati avevano combattuto di nuovo per avere il controllo di gran parte del potere reale nel senato; nonostante i suoi sforzi, Pompeo trovò che le loro azioni erano contro di lui. I suoi cospicui accordi in Oriente non furono ratificati subito. Le terre pubbliche che aveva promesso ai suoi veterani non arrivavano. Pompeo, anche se aveva fissato una linea prudente per evitare di offendere i conservatori, era sempre più sconcertato dalla riluttanza degli ottimati a riconoscere i suoi solidi successi. La frustrazione e la costernazione lo avrebbero spinto ben presto verso nuove e ineluttabili alleanze politiche.

Cesare ed il Primo Triumvirato[modifica | modifica wikitesto]

Statua di Pompeo conservata nella città di Copenaghen
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Primo triumvirato.
Cronologia
Vita di Gneo Pompeo Magno
106 a.C.
29 settembre
nasce nel Piceno
83 a.C. si allea a Silla, dopo il suo ritorno dalla seconda guerra mitridatica; matrimonio con Emilia Scaura
82/81 a.C. sconfigge gli alleati di Mario in Sicilia e Africa; primo trionfo
76/71 a.C. campagna in Spagna contro Sertorio
71 a.C. ritorna in Italia e pone fine alla rivolta di Spartaco; secondo trionfo
70 a.C. primo consolato (con M. Licinio Crasso)
67 a.C. sconfigge i pirati e va nella provincia dell'Asia
66/61 a.C. sconfigge il re Mitridate del Ponto; fine della Terza Guerra Mitridatica
61 a.C. 29 settembre terzo trionfo
59 a.C. aprile viene costituito il primo triumvirato; Pompeo si allea a Cesare e Licinio Crasso; matrimonio con Giulia figlia di Cesare
58/55 a.C. governa la Spagna Ulteriore per procura; costruzione del Teatro di Pompeo a Roma
55 a.C. secondo consolato (con M. Licinio Crasso)
54 a.C. Giulia muore; finisce il primo triumvirato
52 a.C. terzo consolato con Metello Scipione; matrimonio con Cornelia Metella
51 a.C. vieta a Cesare (in Gallia) di candidarsi per il consolato in absentia
49 a.C. Cesare passa il Rubicone e invade l'Italia; Pompeo si ritira in Grecia con gli ottimati
48 a.C. guidati da Pompeo, gli ottimati perdono la Battaglia di Farsalo; Pompeo fugge in Egitto, dove fu assassinato il 29 settembre da un sicario del re Tolomeo XIII.

Pompeo e Crasso non avevano stima e fiducia reciproche, ma nel periodo antecedente al 61 a.C. si ritenevano entrambi ostacolati: una tassa proposta da Crasso era stata rigettata e i veterani di Pompeo restavano ignorati. Cesare, di ritorno dal servizio in Spagna e pronto per candidarsi al consolato si inserì tra i due uomini, riuscendo in qualche modo a creare un'alleanza politica sia con Pompeo che con Crasso (il cosiddetto primo triumvirato). Pompeo e Crasso lo avrebbero aiutato ad essere eletto console e lui avrebbe usato il proprio potere di console per favorire le loro leggi. Catone, citato da Plutarco, più tardi avrebbe affermato che la tragedia di Pompeo non era stata essere il nemico sconfitto di Cesare, ma esserne stato troppo a lungo amico e sostenitore.

Il consolato tempestoso di Cesare del 59 a.C. portò a Pompeo non solo la terra e gli insediamenti che desiderava, ma anche una nuova moglie: la giovane figlia di Cesare, Giulia. Dopo che Cesare si fu assicurato il comando proconsolare in Gallia alla fine dell'anno consolare, a Pompeo fu dato il governo della Spagna ulteriore, cosicché potesse restare a Roma.

Cesare stava accrescendo la sua fama di genio militare. Dal 56 a.C. i legami fra i tre uomini cominciarono a sfilacciarsi; Cesare chiamò prima Crasso, poi Pompeo ad una riunione segreta a Lucca per ripensare sia la strategia che le tattiche. Ormai Cesare non era più il socio sottoposto e silenzioso del trio. A Lucca fu deciso che Pompeo e Crasso avrebbero di nuovo avuto il consolato nel 55 a.C. Alla loro elezione, il comando di Cesare in Gallia sarebbe stato prolungato per altri cinque anni, mentre Crasso avrebbe ricevuto il comando in Siria (da dove sarebbe potuto partire per conquistare la Partia ed estendere i propri successi). Pompeo avrebbe continuato a governare la Spagna in absentia dopo il loro anno consolare. Questa volta, tuttavia, l'opposizione ai tre uomini era elettrica; si ricorse alla corruzione su una scala senza precedenti per assicurare l'elezione di Pompeo e di Crasso nel 55. I loro sostenitori ricevettero la maggior parte dei restanti incarichi importanti. La violenza fra Publio Clodio e le altre fazioni aumentava e l'agitazione civile stava diventando endemica.

Guerra civile e morte[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra civile tra Cesare e Pompeo.

Anche se all'inizio Pompeo aveva avuto la presunzione di poter sconfiggere Cesare ed arruolare eserciti soltanto ponendo il suo piede sul suolo dell'Italia, nella primavera del 49 a.C., quando Cesare passò il Rubicone e le sue legioni attraversavano la penisola, Pompeo ordinò di abbandonare Roma. Le sue legioni fuggirono a sud verso Brundisium, dove Pompeo intendeva ritrovare nuovo vigore per intraprendere la guerra contro Cesare in Oriente. Durante quegli eventi, quasi incredibilmente, né Pompeo né il Senato pensarono a prelevare le ampie risorse dell'erario, che furono lasciate a disposizione di Cesare quando il suo esercito entrò a Roma.

Essendo riuscito a sfuggire per poco a Cesare con la fuga a Brindisi, Pompeo riguadagnò sicurezza nell'assedio di Dyrrhachium, dove Cesare si era trovato in grande difficoltà. Tuttavia, non riuscendo a sfruttare il momento critico di Cesare, Pompeo perse la possibilità di distruggere le sue armate. Come affermò Cesare stesso, «...oggi il nemico avrebbe vinto, se avesse avuto un comandante che era un vincitore.» (Plutarco, 65). Con Cesare alle costole, i conservatori condotti da Pompeo fuggirono in Grecia. Gli eserciti si scontrarono nella battaglia di Farsalo nel 48 a.C. Lo scontro fu duro per entrambi gli schieramenti ma alla fine le truppe del futuro dittatore di Roma conquistarono la vittoria, segnando così l'inequivocabile sconfitta di Pompeo. Come tutti gli altri conservatori, egli dovette fuggire per salvarsi la vita. Incontrò la moglie Cornelia e il figlio Sesto Pompeo sull'isola di Lesbo. Ricongiuntosi con la propria famiglia Pompeo si chiese quindi dove avrebbe potuto recarsi. La decisione fu di fuggire in Egitto.

Arrivato in Egitto, il destino di Pompeo fu deciso dai consiglieri del giovane re Tolomeo, tra i quali Potino, l'eunuco. Mentre Pompeo aspettava in mare aperto un accordo, essi si proposero di assassinarlo, al fine di ingraziarsi Cesare già in viaggio per l'Egitto. Il 29 settembre, il giorno del suo cinquantottesimo compleanno, Pompeo Magno fu adescato col pretesto di un'udienza a bordo di una piccola barca in cui riconobbe due vecchi compagni d'arme dalle gloriose campagne militari della sua giovinezza. Erano i suoi assassini. Mentre era seduto nella barca, studiando il suo discorso per Tolomeo, venne da loro pugnalato alla schiena con una spada ed un pugnale. Non paghi, essi decapitarono il cadavere di Pompeo, il cui busto fu sprezzantemente lasciato incustodito e nudo, sulla spiaggia, dove venne ritrovato dal suo liberto, Filippo, che organizzò un semplice funerale cremando il corpo su una pira ricavata dal fasciame di una nave.

Cesare arrivò poco dopo. Come regalo di benvenuto ricevette la testa di Pompeo ed il suo anello in un cesto. Tuttavia, non fu contento di vedere il suo nemico, una volta suo alleato e genero, assassinato dai traditori. Quando uno schiavo gli offrì la testa di Pompeo, «... si girò via con ripugnanza, come da un assassino; e quando ricevette l'anello con il sigillo di Pompeo su cui era inciso un leone che tiene una spada nelle sue zampe, scoppiò in lacrime.» (Plutarco, 80). Depose Tolomeo, fece giustiziare Potino ed elevò Cleopatra al trono dell'Egitto. Cesare diede le ceneri di Pompeo e l'anello a Cornelia, che le portò indietro nelle sue proprietà in Italia.

Alla fine del 45 a.C., Pompeo fu deificato dal senato su richiesta di Cesare. Per ironia della sorte, Cesare fu assassinato, alle Idi di marzo del 44 a.C., nel teatro di Pompeo, ai piedi della statua del suo defunto rivale. Si dice che in punto di morte Cesare abbia rivolto preghiere al suo migliore amico, genero e maggior avversario[senza fonte].

Considerazioni storiche[modifica | modifica wikitesto]

Cesare e Pompeo Magno, ritratti dall'artista Taddeo di Bartolo, affresco, 1414, Siena, Palazzo Pubblico.

Sia per gli storici del suo tempo che per quelli successivi, la vita di Pompeo fu semplicemente troppo irrealistica per essere vera. Non esisteva un precedente storico soddisfacente di un grande uomo che, avendo realizzato con i propri sforzi trionfi straordinari, avesse tuttavia perso tutto il potere e l'influenza guadagnatisi ed infine fosse stato assassinato proditoriamente.

Egli fu l'uomo politico più in vista della Roma repubblicana, e parve impossibile che nonostante il suo potere fosse stato abbattuto da Cesare. Forse per questo Pompeo venne idealizzato come eroe dal tragico destino quasi immediatamente dopo Farsalo: Plutarco lo ha ritratto infatti come il vero Alessandro romano, puro di cuore e di mente, distrutto dalle ciniche ambizioni della classe politica che lo attorniava

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 118.
  2. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 89.2.
  3. ^ Plutarco, Vita di Pompeo, 24-29; Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 94-96.
  4. ^ Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 91.
  5. ^ Plutarco, Vita di Lucullo, 35.7.
  6. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 42.3-43.4.
  7. ^ Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 97.
  8. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 100.1.
  9. ^ John Leach, Pompeo, il rivale di Cesare, Milano 1983, p.77.
  10. ^ Plutarco, Vita di Lucullo, 36.2.
  11. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 46.1.
  12. ^ Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 114.
  13. ^ Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 115.
  14. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 37.6.
  15. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 102.4.
  16. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 102.1.
  17. ^ a b c Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 116-117.
  18. ^ Testo originale latino dei fasti triumphales: AE 1930, 60.
  19. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVII, 21.1.
  20. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 103.12.
  21. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVII, 21.3.
  22. ^ Plutarco, Vita di Pompeo, 45.1.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie
Fonti storiografiche moderne
  • Giuseppe Antonelli, Pompeo. Il grande antagonista di Cesare, Roma, Newton & Compton, 2005, ISBN 88-541-0291-1.
  • John Leach, Pompeo, Rizzoli, Milano, 1983.
  • Mario Martina, Le clientele piratiche di Pompeo, in: La rivoluzione romana. Inchiesta tra gli antichisti, Napoli 1982, 175-185.
  • Robin Seager, Pompey the Great. A Political Biography, edizione rivista, Oxford 2002.
  • Pat Southern, Pompey the Great, Stroud 2002.
  • David Stockton, The First Consulship of Pompey, Historia 22 (1973), 205-218.
  • Manuel Tröster, Roman Hegemony and Non-State Violence. A Fresh Look at Pompey's Campaign against the Pirates, Greece & Rome 56 (2009), 14-33.
  • Wylie, Graham J., Pompey Megalopsychos, Klio 72 (1990), 445-456.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Console romano Successore Consul et lictores.png
Publio Cornelio Lentulo Sura,
Gneo Aufidio Oreste
70 a.C.
con Marco Licinio Crasso I
Quinto Cecilio Metello Cretico,
Quinto Ortensio Ortalo
I
Gneo Cornelio Lentulo Marcellino,
Lucio Marcio Filippo
55 a.C.
con Marco Licinio Crasso II
Appio Claudio Pulcro,
Lucio Domizio Enobarbo
II
Marco Valerio Messalla Rufo,
Gneo Domizio Calvino I
52 a.C.
con Quinto Cecilio Metello Pio Scipione Nasica
Marco Claudio Marcello,
Servio Sulpicio Rufo
III

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