Battaglia di Cascina

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Battaglia di Cascina
Battaglia di Cascina (copia del cartone di Michelangelo eseguita dall'allievo Aristotele da Sangallo nel 1542 e conservata presso la Holkham Hall di Norfolk in Inghilterra
Battaglia di Cascina (copia del cartone di Michelangelo eseguita dall'allievo Aristotele da Sangallo nel 1542 e conservata presso la Holkham Hall di Norfolk in Inghilterra
Data 28 luglio 1364
Luogo Cascina (PI), Italia
Esito Vittoria fiorentina
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
15.000
(4.000 cavalieri, 11.000 fanti)
Perdite
- 2.000
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La Battaglia di Càscina è un fatto d'armi avvenuto il 28 luglio 1364 tra le truppe pisane e quelle fiorentine in cui queste ultime vendicarono la sconfitta subita pochi mesi prima e che aveva consentito al celebre Giovanni Acuto - che combatteva con Hanneken von Baumgarten (Anichino/Annichino Bongarden/Bongarten), a capo, di 3000 corazzieri, o "barbute" (costituite da un cavaliere e un servente - o sergente - anch'egli montato, antesignane delle "lance") - di percorrere vittorioso la Valdinievole, Prato e di presentarsi una prima volta sotto Firenze, per poi proseguire nelle devastazioni e nelle lucrose razzie nel Mugello, nel Pistoiese e ancora di portarsi sotto le mura di Firenze, all'altezza di Porta S. Frediano, alla testa delle cui forze non si trovava più, perché licenziato, Pandolfo II Malatesta.

Firenze fu allora difesa da Enrico di Monforte, sì da sconsigliare lo stuolo pisano di Acuto e Anichino dal proseguire nella propria azione offensiva. Di lì a pochi mesi Firenze assoldò 11.000 fanti e 4.000 cavalieri, affidandoli a Galeotto I Malatesta, ben accetto ai soldati. Questi impegnò le forze avversarie non proprio a Càscina, ma in una frazione del suo comune: a San Savino, in direzione di Pisa e colse una netta vittoria, provocando gravi perdite nello schieramento pisano grazie alla buona flessibilità e all'accorta disposizione tattica per la quale si misero in mostra in particolare Riccieri Grimaldi e i suoi 400 balestrieri, oltre agli uomini di Manno Donati, Bonifacio Lupi e dello stesso Enrico di Monforte, secondo di Galeotto Malatesta. La vittoria comportò la morte di un migliaio di soldati pisani e la cattura di altri 2.000 combattenti.

La dinamica[modifica | modifica sorgente]

Interessante è la dinamica della giornata, riportata nella cronaca di Filippo Villani. Il 28 luglio le armate fiorentine sotto il comando di Galeotto I Malatesta si presentano alle porte di Cascina a poche miglia da Pisa. La strada è libera ma la temperatura è insopportabile. Le armature dei guerrieri sono un supplizio sotto il sole cocente, molti se ne liberano per bagnarsi nell'Arno. Il Capitano è anziano e convalescente dalle febbri terzane e si abbandona ad un riposo pomeridiano, lasciando l'accampamento disorganizzato e sguarnito di difesa. Le spie pisane riferiscono la situazione al proprio esercito guidato dall'astuto John Hawkwood (Giovanni l'Acuto). Ma al campo fiorentino vegliano Manno Donati e l'amico Bonifacio Lupi, marchese di Soragna. Il timore dell'avvicinarsi dell'Acuto, fa dare da loro l'allarme al campo, finché il Capitano Malatesta, per continuare indisturbato il proprio riposo, delega i due compagni ad organizzare le eventuali difese. Così Manno e Bonifacio fanno preparare sulla strada maestra che va a Pisa, in vista della Badia di San Savino, un gruppo di armati fiorentini ed aretini, fiancheggiati dai 400 balestrieri genovesi di Ricceri Grimaldi. L'Acuto assaggia le forze fiorentine con tre scaramucce per valutarne la direzione d'attacco. L'Acuto attende però che il sole giri a suo favore per abbagliare i nemici e che si alzi il vento dal mare per portare la polvere della battaglia in faccia ai fiorentini. Ma commette due errori che gli costeranno la sconfitta: la distanza della strada tra i due eserciti è più lunga di quanto calcolato e l'afa opprimente rende le armature delle fornaci addosso ai suoi combattenti che, quasi tutti di origine inglese e tedesca, non sono abituati a combattere a quelle temperature e li rende più fiacchi e lenti nelle loro azioni.

Al momento dell'attacco l'esercito pisano ha la prima fila d'urto composta da cavalieri inglesi, seguita dalla fanteria pisana e poi dal Comandante con il grosso della sua cavalleria, momentaneamente appiedata. Il rapido assalto porta gli inglesi nel campo fiorentino senza che sia possibile organizzarne la difesa. Tuttavia i fiorentini contengono l'urto degli assalitori e, mentre la massa dei difensori oppone resistenza, Manno Donati e i suoi compagni escono dal campo e affrontano i Pisani sul fianco destro. La cavalleria tedesca dei fiorentini, guidata da Arrigo da Monforte, rallenta l'assalto e sfonda le linee pisane fino alle retrovie ed ai vettovagliamenti. Sull'altro lato, i balestrieri genovesi, appostati tra le rovine dei casolari e le asperità del terreno, bersagliano i Pisani. L'Acuto comprende subito che la sorpresa dell'attacco è fallita e, per non rischiare di subire perdite alla sua Compagnia, fa ritirare il grosso dei suoi inglesi fino sotto le mura di San Savino. La massa dei pedoni pisani è così, improvvisamente, abbandonata a se stessa, divenendo oggetto del violento contrattacco dei fiorentini. Tutta la campagna circostante è teatro di una caccia spietata ai fanti pisani, ormai fuggiaschi e inermi. La strada per Pisa è sgombra: la città è a portata di mano. Ma il Malatesta non era preparato ad una vittoria così totale e nonostante da più parti si chieda di proseguire per la conquista di Pisa, egli preferisce fermarsi. Fa riunire le truppe e raccogliere i prigionieri, mentre gli inglesi si rifugiano nell'abbazia di San Savino, dove molti dei quali moriranno per le ferite nei giorni seguenti. Il giorno dopo si cercano i morti ed i feriti dispersi nella campagna: si trovano ovunque, nei fossati, nelle vigne, tra i campi, molti corpi sono visti galleggiare nell'Arno spinti dalla corrente verso Pisa. La giornata ha dato oltre 1000 morti e 2000 prigionieri: quelli stranieri sono subito rilasciati, ma per consuetudine quelli pisani sono condotti a Firenze.

Dipinti su questa battaglia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Cascina (Michelangelo).

A Michelangelo Buonarroti venne commissionato da Pier Soderini un affresco celebrativo sulla battaglia da collocare nella fiorentina sala del Maggior Consiglio (o Salone dei Cinquecento) di Palazzo Vecchio, mentre a Leonardo da Vinci ne fu commissionato un altro, sulla parete opposta, per celebrare la parimenti vittoriosa Battaglia di Anghiari.

Tanto il primo quanto il secondo dipinto tuttavia non esistono: quello michelangiolesco perché mai portato in esecuzione, quello leonardesco perché si rovinò immediatamente e irrimediabilmente subito dopo essere stato completato con tecnica innovativa, ma del tutto inadatta, dal suo autore.

Michelangelo preparò i suoi cartoni in una stanza dell'ospedale dei Tintori di Sant'Onofrio dietro corresponsione di un salario mensile. Il soggetto è la battaglia del 1364 e più precisamente il momento i cui i soldati fiorentini, intenti a fare il bagno nel fiume Arno, odono la tromba che li avverte dell'imminente attacco pisano. Su queste scene il Buonarroti ha di che sbizzarrirsi disegnando una moltitudine di corpi nudi.[1] Purtroppo anche il cartone del dipinto è andato perduto, diversamente da quello di Leonardo per la Battaglia di Anghiari.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Spunto dalla battaglia di Cascina

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]