Salario

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Lo stipendio è il compenso (retribuzione) che dovrebbe essere ricevuto da un lavoratore dipendente per le proprie prestazioni, siano esse rese da professionisti o da altri soggetti esercenti mestieri. Costituisce il principale emolumento della busta paga.

Per riferirsi ad esso viene utilizzato anche il termine salario, che si rifà all'antica Roma, dove i soldati delle legioni venivano pagati in sale.

Salario reale[modifica | modifica sorgente]

In macroeconomia, si definisce salario reale, o potere di acquisto (dei salari), il rapporto w / p, nel quale w (dall'inglese "wage", salario) indica il fattore lavoro (su base temporale: oraria, mensile, ecc.) e p è un indice dei prezzi, detto deflatore, che depura una grandezza economica dagli effetti dell'inflazione.

L'indicatore dei prezzi si calcola come media pesata di un paniere di beni e servizi: per la coerenza della misura è fondamentale che il paniere preso in considerazione sia costante nel tempo, che sia rappresentativo dei consumi della famiglia italiana media (due lavoratori con due figli a carico), e che i prezzi su cui si effettua il calcolo siano misurati nello stesso periodo di riferimento. I prezzi vengono pesati sulla quantità, moltiplicandoli per un coefficiente che è la quantità venduta di ognuno in percentuale al totale.

Teoria neoclassica[modifica | modifica sorgente]

Secondo gli economisti di orientamento classico, il salario è la retribuzione del fattore della produzione lavoro e la sua entità dipende dal costo-opportunità per il lavoratore della rinuncia ad altre occupazioni (incluso l'ozio) durante il periodo impiegato per svolgere la propria mansione. Secondo questa teoria, la determinazione del salario secondo la legge della domanda e dell'offerta permette anche a questo fattore della produzione di assestare il suo prezzo al valore ottimale. Da questo punto di vista, le lotte sindacali sono una forma di collusione che influenza la determinazione dei prezzi allontanandoli dall' optimum. Adam Smith nella "Ricchezza delle nazioni" criticò ripetutamente le corporazioni e gli ordini professionali come un ostacolo all'efficienza del libero mercato e all'inserimento dei giovani nel mondo del lavoro.

Teoria marxista[modifica | modifica sorgente]

In contrasto con la precedente visione, secondo gli economisti di orientamento marxista, il salario è il prezzo della forza lavoro che, in ultima istanza, deriva dal valore-lavoro[1].

La forza lavoro nel capitalismo costituisce una merce e in quanto tale scambiata sul mercato secondo il suo valore come tutte le altre merci[2]: il tempo di lavoro socialmente necessario per la sua produzione, cioè il valore dei mezzi di sussistenza ritenuti, in un dato momento, necessari per la riproduzione della forza-lavoro stessa.

La teoria marxiana del salario è anche presupposto fondamentale della teoria del plusvalore: per Marx il valore delle merci prodotte dall'operaio è sempre superiore al valore del suo salario e in questo consisterebbe il profitto della borghesia.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ K. Marx, Il Capitale, Libro I, Editori Riuniti, 1964
  2. ^ In realtà nel capitalismo le merci si scambiano ai prezzi di produzione, che è differente dal valore anche se a sua volta determinato da esso. L'ipotesi di scambio delle merci ai valori nel capitalismo è il modello analitico contenuto nel Libro I.

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