Francesco Bussone

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Francesco Bussone (Carmagnola, 1385 circa – Venezia, 5 maggio 1432) è stato un condottiero italiano.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Francesco da Bussone detto Il Carmagnola (ma anche Conte di Carmagnola, in realtà conte di Castelnuovo Scrivia e successivamente di Chiari), nacque di poverissima gente forse a Carmagnola tra 1380 e il 1385.

Fu un condottiero al soldo di Facino Cane, a seguito della cui morte seguì le sorti della vedova Beatrice di Tenda, risposatasi con Filippo Maria Visconti, si unì al Visconti ed ebbe parte notevole nella riconquista di molte città sfuggite al ducato alla morte di Galeazzo. Il conte di Briandate ne rivelò subito l'intelligenza e il coraggio, per quanto con gelosia. Bussone vinse i lucchesi pacificò gli aretini, tenne a freno i senesi e ridusse all'obbedienza il duca di Urbino. Fu suo il merito di aver dato dignità militare alle soldatesche di ventura.

Quando Milano era in rivolta per l'uccisione di Giovanni Maria Visconti il Carmagnola accorse e fu un ottimo consigliere di Filippo Maria, incerto e pavido, liberandolo dai parenti che ne ambivano la signoria e vincendo Estore Visconti a Monza nel 1413. In seguito a questa vittoria ebbe il palazzo di via Broletto, tuttora in buono stato.

Nel 1415 combatté con Cabrino Fondulo, Pandolfo Malatesta, Giovanni Vignati e il marchese di Pescara. L'anno dopo prese a Lotario Rusca il castello di Lecco. A Trezzo sull'Adda, dopo accanita resistenza fece prigioniero Bartolomeo Colleoni, e con la conquista di Crema liberò tutti gli antichi domini lombardi.

Spregiudicato e ambizioso non ebbe scrupoli a eseguire ogni criminoso mandato ordinatogli dal Visconti. Riconquistò Piacenza, dopo un terribile assedio e per farsi aprire le porte della città impiccò il figlio e il fratello di Filippo Arcelli, 14 giugno 1418, davanti ai suoi occhi, rapì il figlio del signore di Lodi per imprigionare il padre.

Nel 1419 gli fu affidata l'impresa contro Genova, che ebbe buon fine, per la pace seguita tra la Superba e Milano; in seguito combatté contro il Fondulo alleato del Malatesta, prese Cremona, Castelnuovo Bocca d'Adda, Castelleone, Bergamo, Orzinuovi, Palazzolo e Pontoglio. Il Fondulo lasciò Cremona e se ne andò come capitano di ventura.

L'8 settembre 1420 sconfiggeva di nuovo l'esercito del Malatesta presso Brescia e un mese dopo entrava trionfalmente a Milano a consegnare la città a Filippo Maria, al quale poteva subito dopo consegnare Brescia, ridotta a capitolare per fame e per sete e sottoposta alla ferocia del duca. Magnifica fu l'impresa contro gli svizzeri ribelli, culminata con la battaglia aspra e inconsueta di Bellinzona e con l'occupazione di Altdorf.

Filippo Maria lo compensò con titoli e onori dandogli in sposa Antonia Visconti della linea principale alimentando, probabilmente in lui ambizioni di successione che incoraggiarono un atteggiamento spavaldo intollerabile per il lunatico e paranoico Filippo Maria che gli tolse ben presto il comando militare e gli diede il governatorato di Genova (1422 - 1424), da poco riconquistata e considerata poco affidabile.

Invece di attendere una modifica di atteggiamento da parte del volubile Filippo Maria il Carmagnola, dopo essersi fatto sovvenzionare dal suo concittadino Oddino Granetto, nel marzo 1425 passò al servizio di Venezia già decisa a rompere l’alleanza con Filippo Maria, preferendo appoggiare Firenze minacciata dal duca. Fu nominato Capitano Generale della Lega fra Firenze e Venezia e si insediò a Treviso.

Nella stessa città erano esiliati Valentina Visconti (figlia naturale di Bernabò Visconti e sorella di Estore) e suo marito Giovanni Aliprandi: ad essi Filippo Maria inviò diversi messi per ordire un complotto volto all'eliminazione per avvelenamento del Carmagnola. Questi, venuto a sapere dell'intrigo, dispose dell'imprigionamento e successiva decapitazione dell'Aliprandi (1426).

Nel dicembre del 1425 la guerra tra Milano e Venezia era scoppiata e il Carmagnola si distinse nelle vicende alterne, sia per le sue doti di condottiero che per quelle di diplomatico: nella seconda fase della guerra vinse la battaglia di Maclodio (12 ottobre 1427), nella quale i veneziani, alleati di Firenze, riportarono una strepitosa vittoria. Il Carmagnola, per la prima volta usò in guerra i carri balestra.

Venezia, dapprima sospettosa di lui per un troppo generoso scambio di prigionieri, gli rese gli onori meritati.

La fine[modifica | modifica sorgente]

La ripresa delle ostilità (1431), dopo un breve trattato di pace del 18 aprile 1428, segnò l'inizio delle sventure del Carmagnola. Sul Po non riuscì a portare aiuto alla flotta veneta, non per sua colpa, ma per le circostanze a lui sfavorevoli, e la disfatta che ne deriva mise in sospetto il Senato. Altro motivo di disgrazia fu la ritirata del Cavalcabò da Cremona senza averla occupata, a causa del mancato soccorso del Carmagnola. Nel Friuli gli Ungari dell'imperatore Sigismondo devastarono il Friuli e il Carmagnola non riuscì - o forse non volle - far nulla.

Il Senato veneziano lo aveva da poco riconfermato Comandante supremo delle truppe veneziane, ma da qualche tempo qualcosa risuonava falso nel suo comportamento e dentro al Senato molti pensavano che il duca di Milano Filippo Maria Visconti gli avesse offerto qualche signoria in compenso al tradimento della Repubblica di Venezia. La vigilanza ordinata dal Consiglio dei Dieci sulla sua corrispondenza fornì, a quanto pare, le prove dei suoi accordi segreti col Visconti, dal quale egli avrebbe avuto l'offerta della signoria di Brescia.

L'incartamento relativo al processo col quale il Consiglio dei Dieci condannava a morte il Carmagnola dopo averlo fatto arrestare a Venezia è purtroppo andato perduto in un incendio che coinvolse Palazzo Ducale; tuttavia, le prove addotte dovevano essere veramente schiaccianti, se la sentenza fu approvata con una maggioranza notevole.

Tutto ciò che si sa delle circostanze dell'arresto del Conte fa capire, dal resto, come la sua coscienza non fosse per nulla tranquilla. Arrivato a Palazzo Ducale la sera dell'8 aprile del 1432 e accolto con tutti gli onori, gli fu detto che l'ora era troppo tarda per poter incontrare il doge Francesco Foscari e che la riunione prevista sarebbe stata rinviata all'indomani. Il Carmagnola fece allora l'atto di tornarsene alla riva dove era ormeggiata la sua gondola, ma uno dei gentiluomini che gli avevano fatto scorta lo pregò di dirigersi verso un'altra arcata del palazzo. Il Conte disse quindi: «Questa non è la mia strada», ma gli fu risposto: «Oh, sì, sì, è questa la retta via», quindi Francesco Bussone vide aprirsi la porta d'accesso alla prigione detta orba, più o meno corrispondente all'attuale entrata dei cosiddetti pozzi. Il Carmagnola impallidì e non seppe dire altro che: «Sono perduto».

La sera del 5 maggio del 1432, presenti la moglie e le figlie del condannato, per ordine del Senato il Carmagnola fu decapitato tra le due colonne di San Todaro e San Marco.

La convinzione della sua colpevolezza fu avvalorata anche dal brutale trattamento che Filippo Maria Visconti inflisse al patrizio veneziano Giorgio Corner, suo prigioniero, sottoposto a incessanti interrogatori e feroci torture per sette anni, per scoprire da lui che cosa esattamente la Signoria sapesse dei suoi maneggi con il Carmagnola. Nonostante queste prove il Carmagnola ebbe sontuosi funerali.

Discendenza[modifica | modifica sorgente]

Francesco sposò Antonietta Visconti ed ebbero quattro figlie:

Il Carmagnola in letteratura[modifica | modifica sorgente]

Alla sua figura si ispirò Alessandro Manzoni per la sua prima tragedia, Il Conte di Carmagnola (1820): al pari degli storici suoi contemporanei, non ebbe dubbi sull'innocenza del condottiero.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Barbi Michele. Di alcuni pregiudizi intorno al Carmagnola del Manzoni. Le Lettere, Milano/Firenze, 1920;
  • Battistella Antonio. Il conte Carmagnola, Stabilimento tipografico e litografico dell'annuario generale d'Italia, Genova, 1889;
  • Bustelli Franz Anton. Francesco Bussone. Cesena, 1887.
  • Zorzi, Alvise: La Repubblica del Leone. Storia di Venezia, Euroclub, Milano, 2001. ISBN 8845291367

Controllo di autorità VIAF: 60568067 LCCN: n86104129

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