Francesco Sforza

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Francesco Sforza
Francesco Sforza ritratto da Bonifacio Bembo (Pinacoteca di Brera, Milano)
Francesco Sforza ritratto da Bonifacio Bembo (Pinacoteca di Brera, Milano)
Duca di Milano
In carica 14501466
Incoronazione 1450
Predecessore Filippo Maria Visconti
Successore Galeazzo Maria Sforza
Altri titoli Signore di Milano
Nascita Cigoli di San Miniato, 23 luglio 1401
Morte Milano, 8 marzo 1466
Casa reale Sforza
Padre Muzio Attendolo Sforza
Madre Lucia da Terzano
Consorte Bianca Maria Visconti
Francesco Sforza
Francesco Sforza after Mantegna Washington.jpg
Dati militari
Anni di servizio 1417 (prime campagne militari al servizio del padre Muzio Attendolo) - 1450 (conquista di Milano)
Guerre 1) 1417-1424: guerra di successione al trono di Napoli

2) 1424-1425: guerra contro Foligno per conto di Papa Martino V 3) 1425-1447: campagne militari al servizio del ducato di Milano contro gli Aragonesi, i Veneziani e i Fiorentini

4) 1447-1450: guerra di successione al trono del Ducato di Milano contro la Repubblica Ambrosiana[1]

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Ducato di Milano
Casato degli Sforza

Arms of the House of Sforza.svg

Francesco I
Figli
Nipoti
Figli

Francesco Sforza[2] (San Miniato, 23 luglio 1401Milano, 8 marzo 1466) duca di Milano, fu il primo duca della dinastia degli Sforza.

Gli esordi[modifica | modifica wikitesto]

Origini e il matrimonio con Polissena Ruffo[modifica | modifica wikitesto]

Figlio illegittimo del condottiero Muzio Attendolo Sforza e di Lucia Terziani da Marsciano, Francesco Sforza passò la sua infanzia a Firenze e presso la corte ferrarese di Niccolò III d'Este. Presso quest'ultimo signore, Francesco ebbe tra i suoi maestri il grande umanista Guarino Guarini detto il Veronese, ricevendo così un'ottima educazione.[3] Successivamente seguì il padre a Napoli dove, all'età di undici anni (dicembre 1412), venne creato conte di Tricarico[4] da re Ladislao I di Napoli e quindi armato cavaliere. Il "conticello" (così fu chiamato Francesco dopo l'investitura)[5], sposò pertanto Polissena Ruffo, una nobile calabrese del ramo di Montalto e vedova del cavaliere francese Giacomo de Mailly che possedeva molte terre, specie nel cosentino. Il matrimonio si celebrò il 23 ottobre del 1418 a Rossano[4]: la sposa portò in dote i territori di Paola, il principato di Rossano, Calimera, Caccuri, Montalto, Policastro e altri feudi che furono affidati all'amministrazione di Angelo Simonetta[6]. Tuttavia nel 1420 Polissena morì poco tempo dopo la neonata figlia Antonia Polissena, destinata a morire in fasce poco tempo dopo.

Da Napoli a Milano[modifica | modifica wikitesto]

1419-1424: La guerra di successione al trono di Napoli[modifica | modifica wikitesto]

Dal 1419, poco dopo la nascita della figlia, il diciottenne Francesco fu chiamato dal padre (all'epoca al servizio di papa Martino V) a combattere nel Lazio contro Braccio da Montone, potente capitano di ventura che ostacolava il pontefice nel riacquisire la sovranità sui territori del Patrimonio di San Pietro.[7] Messisi così direttamente al servizio del pontefice, Francesco e Muzio si adoperarono per la difesa del trono di Napoli contro le mire di Alfonso d'Aragona, erede proposto dalla regina Giovanna II, il quale fu contrastato da Luigi d'Angiò, candidato del pontefice. In una serie di capovolgimenti e voltafaccia da ambo le parti, i due Sforza si segnalarono per l'abilità nelle operazioni militari, tra le quali eccelleva Francesco per ardore e carisma. Nel bel mezzo delle manovre, però, il padre Muzio perì il 4 gennaio 1424[4] presso la foce del fiume Pescara nel 1424 in una battaglia contro il già ricordato Braccio da Montone[8]. L'eredità fu raccolta dal figlio stesso, il quale concluse la guerra contro gli aragonesi nel giro di pochi mesi. Francesco riconquistò infatti Napoli nell'aprile del medesimo anno in seguito al tradimento del comandante militare Giacomo Caldora; poi guidò le truppe paterne contro Braccio, portandole alla vittoria nella battaglia di L'Aquila (il 2 giugno 1424),[8] assicurando così alla regina Giovanna il controllo definitivo del Regno.

1424-1425: l'intermezzo pontificio[modifica | modifica wikitesto]

Messo al sicuro il meridione dalle ambizioni aragonesi, Francesco Sforza fu assoldato direttamente da Martino V nella lotta contro Corrado Trinci, signore di Foligno, il quale impediva al pontefice, sulla scia della politica di Braccio, di riportare l'autorità papale sui territori dello Stato della Chiesa. Francesco vinse la debole resistenza, riportando Foligno sotto l'obbedienza pontificia.[8]

Al servizio di Filippo Maria Visconti[modifica | modifica wikitesto]

1425-1427: la battaglia di Maclodio e la prima caduta in disgrazia[modifica | modifica wikitesto]

Bianca Maria Visconti, consorte di Francesco Sforza

Con queste credenziali il giovane Sforza entrò al servizio del duca di Milano, Filippo Maria Visconti. Questi all'epoca era in lotta contro Firenze e Venezia, le due principali potenze italiane che cercavano di impedire al cinico duca di ricreare il vastissimo dominio territoriale costruito a suo tempo dal padre, Gian Galeazzo Visconti. Filippo Maria concesse allo Sforza, oltre all'indipendenza dagli ordini del luogotenente delle forze ducali, Angelo della Pergola[9], un contratto di condotta di cinque anni, con il quale il capitano di ventura si impegnò inizialmente a combattere contro Firenze per la conquista di Forlì al comando di 1500 cavalieri e 300 fanti. Le mire espansionistiche di Filippo Maria preoccuparono però gli altri potentati italiani, allargando così l'alleanza antiviscontea anche a Ferrara, Mantova, Siena, la Savoia e la Sicilia, coalizione che dichiarò guerra a Milano il 27 gennaio 1426[9]. Accerchiato in questo modo, il Visconti non poté che soccombere, nonostante avesse al suo soldo anche un altro valente capitano di ventura, Niccolò Piccinino. Un anno dopo l'apertura delle ostilità, Francesco Sforza affrontò il luogotenente delle forze venete, Bartolomeo Colleoni, nella battaglia di Maclodio (12 ottobre 1427[4]), dalla quale le forze ducali ne uscirono sconfitte, costringendo Filippo Maria a rinunciare alle città strategiche di Brescia e di Bergamo[10]. L'esito della battaglia incrinò i rapporti tra il duca e lo Sforza, i quali peraltro non erano mai stati buoni a causa della differenza di carattere e per il carisma di cui era dotato il condottiero. Infatti, con una scusa, Francesco fu relegato a Mortara (tra il Ticino e il Po) dove rimase dal 1428 al 1429 con l'ordine di rimanervi fino a tempo indeterminato.[11]

1430-1434: la guerra contro Lucca, il fidanzamento con Bianca Maria e la spedizione nelle Marche[modifica | modifica wikitesto]

La svolta avvenne nel 1430. Volgendo al termine il contratto di condotta, Filippo Maria lasciò lo Sforza libero di recarsi a Lucca per mettere al potere Paolo Guinigi e scacciare il signore filo-fiorentino Niccolò Fortebracci[11]. L'impresa riuscì, rinforzando così le posizioni meneghine in Toscana. Mentre il Piccinino conduceva le operazioni militari in terra di Toscana, Francesco si ritirava a Mirandola, in attesa di nuovi ordini[11]. Per mantenere il condottiero sotto il proprio controllo (Venezia, richiamata in guerra dai fiorentini, auspicava che lo Sforza si mettesse al suo servizio)[11], Filippo Maria gli offrì in sposa la figli Bianca Maria. Questa all'epoca aveva solo cinque anni e, anche se ufficialmente legittimata dall'imperatore Sigismondo[12], era estromessa dalla successione. Nonostante ciò, non è da escludere che il Visconti avesse fatto intravedere allo Sforza, con questo patto matrimoniale, la possibilità di essere adottato come legittimo erede del Ducato. Francesco accettò la proposta, probabilmente attratto dall'anticipo della dote che consisteva nelle terre di Cremona, Castellazzo Bormida, Bosco Marengo e Frugarolo[4]. Il contratto di fidanzamento venne ratificato il 23 febbraio 1432 presso il castello di Porta Giovia[11], residenza milanese dei Visconti.

Statua equestre di Bartolomeo Colleoni, l'artefice della prima sconfitta militare di Francesco Sforza

Gli anni 1433-1435 videro lo Sforza impegnato in una nuova grande campagna militare, questa volta contro il Papato. Infatti Filippo Maria, intenzionato come sempre a riprendere in mano i territori paterni, approfittò della crisi in cui versava il nuovo papa Eugenio IV (1431-1447) a causa delle diatribe del Concilio di Basilea, che mettevano in dubbio l'assolutismo papale. Lo Sforza ebbe la meglio sulle deboli forze papali, conquistando in sole tre settimane le Marche e minacciando così i restanti territori pontifici.[4] Di fronte alla minaccia di perdere anche il potere temporale, Eugenio decise di riconoscere la validità del Concilio, aprendo nel contempo le relazioni con l'imperatore Sigismondo. Grazie all'autorevole intermediario, Eugenio si salvò dalla catastrofe nominando lo Sforza "marchese perpetuo di Fermo, vicario per cinque anni di Todi, Toscanella, Gualdo e Rispampani, nonché gonfaloniere della Chiesa"[4]

1436-1440: al servizio della lega antiviscontea[modifica | modifica wikitesto]

Avuti così in feudo i seguenti territori, Francesco si dichiarò disciolto dai vincoli di fedeltà che lo legavano a Milano e passò dalla parte dei nemici del Visconti. Filippo Maria, al quale già da qualche tempo "parve che il suo condottiere diventasse troppo forte e lo giudicò disobbediente ai suoi ordini di piegare il Papa veneziano dal quale temeva un rafforzamento della potenza di Venezia"[13], poté dichiararlo fellone pubblicamente e cercò di scalzarlo inutilmente dai domini marchigiani. Lo Sforza fu così assoldato il 27 novembre 1436[13] dalla solita lega antiviscontea formatasi a Firenze, città ove strinse rapporti amichevoli con Cosimo de' Medici. Nonostante avesse al suo servizio uno dei migliori condottieri del suo tempo, gli alleati si disunirono sulle manovre militari da compiere contro Milano: Venezia intendeva portare la guerra nella Pianura Padana, mentre Firenze agognava rivolgere le forze della coalizione contro l'agognata città di Lucca.[4] I dissidi interni furono acuiti dalle trattative segrete che Francesco Sforza portò a termine con Filippo Maria, quest'ultimo desideroso di sgretolare all'interno la già debole impalcatura diplomatica. Il 28 marzo 1438[4] il Duca di Milano infatti rinnovò al capitano di ventura l'offerta di matrimonio con la propria figlia Bianca Maria, proposta che lo Sforza accettò volentieri finché il Visconti la mantenne valida. Difatti, alcune nuove vittorie militari riportate da Filippo Maria, spinsero Francesco ad abbracciare nuovamente la causa antiviscontea accettando l'incarico di guidare le forze venete e fiorentine (febbraio 1439).[4]

1441-1447: il riconciliamento con Filippo Maria[modifica | modifica wikitesto]

Filippo Maria Visconti, l'ultimo duca visconteo di Milano col quale lo Sforza ebbe sempre un rapporto altalenante e ambiguo

Nel 1440 lo Sforza, privato nel Regno di Napoli dei suoi feudi, occupati da Alfonso I di Napoli, dovette riconciliarsi col Visconti, che nel frattempo subiva i ricatti inaccettabili del suo nuovo condottiero Niccolò Piccinino: il 25 ottobre 1441 poté finalmente sposare a Cremona Bianca Maria Visconti. L'anno seguente si alleò con Renato d'Angiò, pretendente al trono di Napoli e avversario di Alfonso d'Aragona. Francesco si mosse verso il Meridione d'Italia, ma subì alcuni rovesci militari; si rivolse quindi contro Niccolò Piccinino, che da tempo aveva occupato i suoi territori in Romagna e Marche, lo sconfisse, grazie anche all'aiuto di Venezia e di Sigismondo Pandolfo Malatesta (che aveva sposato una figlia illegittima di Francesco, Polissena), e poté rientrare a Milano. Lo Sforza successivamente combatté anche contro il figlio del Piccinino, Francesco che sconfisse nella battaglia di Montolmo (1444).

L'ascesa al potere (1447-1450)[modifica | modifica wikitesto]

La proclamazione della Repubblica Ambrosiana[modifica | modifica wikitesto]

Il 13 agosto 1447 Filippo Maria morì, in completa solitudine, nel suo castello di Porta Giovia a Milano[14]. La mancanza di eredi legittimi che potessero succedere al defunto duca spinse i milanesi a proclamare le antiche libertà comunali, ricostruite sotto l'egida del simbolo della libertà comunale milanese, vale a dire il patrono Sant'Ambrogio. Mentre a Milano veniva proclamata la cosiddetta Repubblica Ambrosiana, Francesco si trovava alla guida delle sue truppe a Cremona. Era necessario da parte dei nuovi governanti conquistarsi le armi dello Sforza, per evitare che quest'ultimo si impadronisse della capitale e pertanto del potere. Assoldato dai nuovi signori della città con delle offerte molto vantaggiose[15], Francesco condusse tra il 1447 e il 1448 nuove imprese militari contro la Serenissima, la quale stava cercando di approfittare del caos politico in cui versava il nuovo governo repubblicano per conquistare le città di Lodi e Piacenza.

La svolta[modifica | modifica wikitesto]

La svolta giunse il 15 settembre del 1448, quando Francesco annientò le truppe venete nella battaglia di Caravaggio. La Serenissima, ora in difficoltà, offrì allo Sforza gli aiuti per conquistare Milano, preda che il condottiero aspettava di fagocitare nella prima occasione. Con un patto stipulato a Rivoltella il 18 ottobre[16], pertanto, Venezia offriva aiuti militari a Francesco, chiedendogli in cambio il riconoscimento dei territori di Bergamo e Brescia. La notizia del tradimento dello Sforza gettà nel caos più completo Milano, la quale si ritrovava senza truppe da muovere contro il traditore. Pertanto questi, nell'arco del 1449, riuscì ad isolare progressivamente Milano: dopo aver sottomesso il 30 dicembre del 1448 Novara[14], nel corso dell'estate dell'anno successivo lo Sforza sottomise Melegnano, Vigevano e le restanti città ancora fedeli alla Repubblica[14]. L'11 settembre[14] giunge sotto le mura di Milano, accampando il proprio esercito al di fuori di Porta Orientale e Porta Nuova. Tra il settembre del 1449 e il febbraio del 1450 lo Sforza mise sotto assedio Milano, riuscendo a preservare la propria posizione di predominio nonostante la defezione veneta. In questo altalenarsi di vicende, il popolo meneghino, stanco dall'ambigua condotta dei suoi governanti[17], si ribellò il 25 febbraio 1450, aprendo le porte al nuovo duca della città, carica in cui fu confermato ufficialmente il 22 marzo 1450[18] tra ali festanti di folla. I rappresentanti della città consegnarono allo Sforza, infatti, potestatem, dominum et ducatum annexum[19]

Duca di Milano (1450-1466)[modifica | modifica wikitesto]

La politica estera[modifica | modifica wikitesto]

La guerra contro Venezia (1450-1454)[modifica | modifica wikitesto]

Il quadro delle alleanze[modifica | modifica wikitesto]

Francesco, però, non poté assaporare subito i frutti della sua splendida conquista. Venezia, volendo approfittare dello stato confusionale in cui versava Milano e le sue esigue forze militari, si levò contro il nuovo Duca per accapparrarsi anche le città di Lodi e riducendo notevolmente il territorio del ducato meneghino. La posizione delle Sforza era inoltre indebolita ulteriormente dall'ostilità di altri tre potentati: il Regno di Francia, quello di Napoli e il Sacro Romano Impero. Nel primo caso, Carlo VIII sosteneva le pretese della casa cadetta degli Orlèans, in quanto discendenti di Valentina Visconti; il re di Napoli Alfonso d'Aragona aveva mire su Genova ed era intenzionato ad estendere il controllo sul sud della Toscana[4]; l'imperatore Federico III d'Asburgo non intendeva riconoscere lo Sforza come duca di Milano, in quanto aveva sposato una figlia illegittima e soltanto l'imperatore poteva investire qualcuno del Ducato. In più, i veneziani avevano legato a sé anche il Marchesato di Monferrato e il Ducato di Savoia.[4]

Unico alleato in territorio italiano dello Sforza era Cosimo de'Medici: oltre ai già ricordati legami d'amicizia che si erano instaurati negli anni '40, sia lo Sforza che il Medici avevano tutto da guadagnare in un'alleanza tra Milano e Firenze. Cosimo temeva infatti che Venezia si rafforzasse troppo sulla terraferma e che venisse meno l'influenza economica del Banco Medici in territorio milanese; inoltre, gli interessi che la Serenissima stava dimostrando nei confronti dei mercati orientali preoccupava seriamente Cosimo[4].

La lega antisforzesca tentò di porre fine all'alleanza tra Firenze e Milano, espellendo i mercanti fiorentini dai loro stati (2 giugno 1451[4]), ma ottenne l'effetto contrario: Cosimo si strinse ancor di più allo Sforza e, grazie all'abilità del Medici, la Francia abdicò alle pretese degli Orlèans e si riconciliò con Francesco (febbraio 1452[4]), in quanto preoccupata delle mire di Alfonso di Napoli su Genova.

Svolgimento della guerra (1452-1453)[modifica | modifica wikitesto]

Le danze si aprirono il 16 maggio 1452, allorché i veneziani, supportati ad occidente dai principati piemontesi, accerchiarono il Ducato. Francesco e il fratello Alessandro Sforza riuscirono, con un altalenante serie di successi e insuccessi, a mantenere le loro posizioni, ora arretrando ora avanzando contro il nemico. Una svolta giunse il 15 agosto 1453, allorché Francesco vinse i veneziani nella battaglia di Ghedi, permettendo così di recuperare tutti i territori finora conquistati dalla Serenissima, con l'eccezione di Brescia, Bergamo e Crema. In seguito al ribaltamento delle sorti, il Monferrato fece pace separata con lo Sforza (settembre[4]). Altro fattore decisivo per la fine della guerra fu la caduta di Costantinopoli (29 maggio 1453), evento che suscitò un brivido di terrore in tutti i potentati europei, richiamati alla pace comune per fronteggiare la minaccia dei Turchi.

L'Italia all'indomani della firma della Pace di Lodi (1454)

La Pace di Lodi (1454)[modifica | modifica wikitesto]

Ergo pressati dal Pontefice Niccolò V, gli Stati Italiani, grazie all'abilità diplomatica di Cosimo e di Francesco, stipularono con gli altri stati peninsulari la famosa pace di Lodi(9 aprile 1454)[4], vero e proprio capolavoro diplomatico che permetterà agli stati italiani un periodo di pace durato fino alla discesa di Carlo VIII nel 1494, dando origine alla Lega Italica per la pace comune e la comune difesa da attacchi stranieri. Sostanzialmente, alla fine della guerra, Milano manteneva Lodi e Pavia, ma perdeva Bergamo e il Bresciano, che passarono definitivamente a Venezia[4].

Il decennio 1455-1465[modifica | modifica wikitesto]

Da artefice della Lega Italica, Francesco riuscì a stabilizzare i rapporti di Milano con gli altri potentati della penisola, specialmente con Firenze e con il Papato[20]. Al contrario, l'imperatore Federico III considerava Francesco un usurpatore perché si era impadronito del potere senza il suo consenso[21] (l'investitura ducale era stata concessa dall'imperatore Venceslao a Galeazzo Maria Visconti). Verso la fine del suo regno, Francesco intervenne nella lotta tra Luigi XI di Francia e Carlo il Temerario Duca di Borgogna, inviando un contingente milanese a favore del monarca francese (del quale aveva intessuto un'alleanza volta a proteggere l'Italia dalle mire espansionistiche d'oltralpe[22]) con a capo il primogenito, Galeazzo Maria[23].

La politica interna: il governo illuminato dello Sforza[modifica | modifica wikitesto]

La politica economica[modifica | modifica wikitesto]

Cicco Simonetta. Amico fedele dello Sforza che lo conobbe durante la sua giovinezza in Calabria, il Simonetta si rivelò un uomo di stato eccellente e sagace.

L'attenzione però di Francesco, appena divenne duca di Milano, fu quella di ridare pace e stabilità allo Stato. Dopo aver dimostrato ai milanesi l'intenzione di ricostruire un governo autocratico in continuità con quello visconteo (la costruzione del Castello Sforzesco, sulle rovine di quello di Porta Giovia distrutto dopo la morte di Filippo Maria[24]), lo Sforza, grazie alla collaborazione di valenti uomini di stato, tra i quali primeggiava Cicco Simonetta, intraprese una serie di iniziative economico-fiscali volte al risanamento dell'economia:

  1. La plutocrazia milanese e la ripresa dell'artigianato. Il 30 gennaio 1452[25], il duca Francesco richiama in città tutti quegli artigiani fuggiti durante la Repubblica Ambrosiana e che erano necessari per la ripresa dell'economia cittadina. Gli artigiani, infatti, non erano ancora rientrati a Milano a causa dei creditori («...gran parte per dubio d'esser molestati ad instanza de suoi creditori per soij debiti, ali quali al presente non sono potenti a satisfare») e Francesco, comprendendo bene il loro timore, emise in questa grida in cui sarebbero stati protetti da eventuali angherie[25]. Come conseguenza, ne risultò la rinascita artigianale e Milano cominciò ad esportare coltelli, lame e spade (oltre che tessuti pregiati)[26], che poterono ridare vigore ad un'economia sfiancata da decenni di conflitto. 
  2. Sviluppo dei canali per il trasporto del commercio interno, il quale si basava sull'esportazione di zafferano, indumento, chiodi ed armi e del gelso, mentre si importavano ora i metalli (prima Milano era autosufficiente per i giacimenti metallurgici del Bresciano, ma dopo che questi passò ai veneziani, i lombardi furono costretti ad importarlo)[27]. Si ricorda la costruzione del naviglio della Martesana tra il 1457 e il 1460[4], per permettere la rinascita dei traffici commerciali tra Ticino e Milano.
  3. La politica agricola. Benché l'introduzione del gelso sarà ampiamente supportata sotto i suoi successori Galeazzo Maria e, soprattutto, Ludovico il Moro, Francesco Sforza promosse tale coltivazione seguendo la politica agricola del suocero Filippo Maria[24].
  4. L'alleanza finanziaria con i Medici. I buoni rapporti personali tra il Duca e Cosimo de Medici continuarono per tutti gli anni successivi: l'esercito sforzesco serviva, infatti, ai Medici per assicurarsi, in caso d'eventualità, il controllo su Firenze. In cambio, il banco mediceo avrebbe fornito il denaro a Francesco per l'opera di ricostruzione[28].
  5. La benevolenza verso gli ebrei. I fondi medicei non erano però necessari per la ripresa dell'economia lombarda. Con saggezza e avvedutezza, Francesco Sforza accordò protezione e servigi agli ebrei nel Ducato (richiamati nel 1387 per volere di Gian Galeazzo Visconti[28]), in quanto dediti all'attività finanziaria e alla pratica dei prestiti monetari (considerata, quest'ultima, come un peccato per la Chiesa Cattolica).

La promozione di una politica assistenziale: la Ca' Granda[modifica | modifica wikitesto]

Incisione raffigurante la Ca' Granda di Milano

Francesco, in collaborazione con la sua consorte Bianca Maria, era intenzionato anche a risollevare le condizioni morali e materiali dei suoi sudditi dopo decenni di devastazione. Il più importante monumento filantropico è sicuramente la Ca' Granda, quel primo grande ospedale pubblico lombardo che oggi ricopre il ruolo di sede dell'Università Statale. Sorto anche per volere dell'arcivescovo di Milano e fratello di Francesco, Gabriele Sforza[29], l'ospedale fu realizzato su progetto dell'architetto fiorentino Filarete, al servizio del duca dal 1457 al 1465[30], anno della sua morte. L'edificio, costruito secondo quel gusto armonico tipico del rinascimento fiorentino, fu continuato prima da Guiniforte Solari, e poi da Giovanni Antonio Amadeo, entrambi artisti lombardi che diedero all'edificio quel gusto lombardo dovuto all'utilizzo del "cotto lombardo". L'ospedale non fu solo un modello di carità, ma anche di lungimiranza: sistemi fognari adeguati, divisione in reparti degli ammalati, attenzione alla pulizia ed, infine, una cappella adibita alla celebrazione eucaristica resero la Ca' Granda un ospedale avanzato sotto il profilo igienico e sanitario[31].

La politica culturale[modifica | modifica wikitesto]

Protettore degli umanisti[modifica | modifica wikitesto]

Francesco Filelfo. Soggiornò per buona parte della sua vita a Milano, al servizio di Francesco Sforza del quale fu il promotore della politica culturale umanista.

Francesco, a causa delle continue campagne militari, non aveva potuto formarsi dal punto di vista intellettuali, raggiungendo i livelli di un Leonello d'Este o di un Cosimo de' Medici[20], ma comprese, come Alfonso V d'Aragona, l'importanza della cultura come instrumentum regni. Aiutato sempre dalla fedele e colta consorte Bianca Maria, Francesco chiamò alla sua corte:

  1. L'umanista e pedagogo Guiniforte Barzizza in qualità di precettore del primogenito Galeazzo Maria e della promettente Ippolita Maria, incarico che ricoprirà fino alla morte di lui nel 1463[32].
  2. Costantino Lascaris, dotto scampato alla caduta di Costantinopoli (1453), fu assunto da Francesco Sforza col compito di educare i suoi figli alla lingua greca. Per Ippolita Maria, il Lascaris le dedicò un compendio di grammatica greca, l' Erotèmata[33].
  3. Francesco Filelfo. Valente latinista e grecista, fu l'emblema dell'umanesimo cortigiano di Francesco Sforza, per il quale compose un poema epico-politico intitolato Sphortias (incompleto) che doveva celebrare la vita di Francesco Sforza. Benché opera cortigiana, Filelfo cercò di individuare le fonti orali e scritte che dovevano dare dignità alla sua opera, nel tentativo di creare la figura perfetta del princeps. Rimodellato sul modello del Pius Aeneas, Francesco Sforza è caratterizzato dalla clementia, un elemento fondamentale della trattatistica politica del XV secolo[34].

La Cappella Portinari[modifica | modifica wikitesto]

1leftarrow.pngVoce principale: Cappella Portinari.

Edificata nell'antica Basilica di Sant'Eustorgio, la Cappella Portinari fu costruita per volere del direttore del banco mediceo Pigello Portinari (1421-1468)[35] quale mausoleo di famiglia e in segno di devozione verso la figura di Pietro Martire. Fu completata nel 1468, la stessa data della morte del committente[35]. La Cappella, pregevole monumento architettonico in cui si fonde il cotto lombardo con le innovazioni architettoniche del Brunelleschi (in riferimento alla struttura della cappella della Sagrestia Vecchia[36]), è decorata da affreschi di Vincenzo Foppa[36].

Le feste identitarie[modifica | modifica wikitesto]

Le feste identitarie erano delle rappresentazioni sceniche volte a consolidare, intorno ad un determinato avvenimento, l'identità comunitaria di una determinata città. Nel caso di Milano, i duchi viscontei e sforzeschi dopo cercarono dei modelli ideologici per consolidare la loro posizione signorile in una città che, nonostante le vicende, aveva ancora una significativa coscienza comunale (basti ricordarsi la dedica a S.Ambrogio da parte della Repubblica Ambrosiana). Per questo motivo, le varie feste identitarie sforzesche seguirono il modello principesco borgognone, per sottolineare il loro rango nella scala gerarchica.

Con l'instaurazione del regime sforzesco, il principale esecutore di questa politica culturale e ideologica fu, almeno sotto Francesco, il segretario Cicco Simonetta. Questi, nel 1457, allestì in nome del rione di Porta Comasina (cui lui apparteneva) un palco davanti al Duomo, in cui fu messo in scena le vicende di Cristo con i tre regni ultraterreni, presentazione cui Francesco e la duchessa Bianca Maria presenziarono[37] (il segretario ducale ripeté queste celebrazioni nel corso degli anni seguenti).

Altri esempi di feste identitarie usate con fini politici sotto il governo di Francesco sono quella del 1453, in cui fu messo in scena uno spettacolo sulla figura di Coriolano mentre il Duca era impegnato a combattere contro i Veneziani[38], e quello del 1458 intitolato Demonstrazione della Chiesa vacante (a cura di Porta Vercellina), in cui si esalta l'elezione a sommo pontefice di Pio II, amico di lungo tempo di Francesco Sforza e che in gioventù era stato prevosto della Basilica di S.Lorenzo[39].

Francesco Sforza, busto ad opera del Filarete

Morte ed eredità[modifica | modifica wikitesto]

La salute del Duca, a partire dai primi anni '60, si fece sempre più precaria: nel dicembre del 1461[4] fu colpito sia dalla gotta che dall'idropisia che da tempo l'affliggevano cronicamente. La riacutizzazione fu tale che si temette per la sua vita. Il colpo fatale, però, giunse nel 1466. Morì l'8 marzo[4], mentre il figlio Galeazzo Maria si trovava ancora in Francia al servizio di Luigi XI.

Ammirato in vita, compianto universalmente nella morte[40], la sua memoria era ancora viva nei primi anni del XVI secolo, se il Machiavelli lo prese come modello di principe che conquistò il potere con la sua virtù (in contrapposizione a Cesare Borgia che ci riuscì grazie alla fortuna), nel suo De Principatibus (italianizzato con il nome de Il Principe):

« Francesco per li debiti mezzi, e con una sua gran virtù, di privato diventò Duca di Milano, e quello che con mille affanni aveva acquistato, con poca fatica mantenne. »
(Niccolò Machiavelli, De Principatibus, 1814, Cap.VII, p. 26)

Nei secoli successivi, davanti a figure stravaganti ed eccelse quali Lorenzo il Magnifico e Isabella d'Este, o ambigue e crudeli quali Cesare Borgia o il figlio stesso dello Sforza, Ludovico il Moro, gettarono ombra sulla figura di questo grande condottiero e saggio statista. Il Lopez conclude amaramente con questa chiosa:

« Gli è andata male, insomma, con i pòsteri, per carenza personale di teatralità »
(Guido Lopez, I Signori di Milano, cit., p. 75)

Matrimoni e discendenza[modifica | modifica wikitesto]

Stemma[modifica | modifica wikitesto]

Stemma
Orn ext Duke.png
Coat of arms of the House of Sforza.svg
Francesco Sforza
Duca di Milano

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Trattamenti di
Francesco Sforza
Stemma
Duca di Milano
Trattamento di cortesia Sua Altezza Serenissima Ducale
Trattamento colloquiale Vostra Altezza Serenissima Ducale
Trattamento alternativo Eccellenza
Trattamento informale Signore
I trattamenti d'onore
Cavaliere dell'Ordine della Giarrettiera - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine della Giarrettiera

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Francesco I Sforza Duca di Milano, voce su "Enciclopedia Treccani online"
  2. ^ Francesco Sforza non si firmò mai con questo nome, utilizzò Francescosforza degli Attendoli fino al matrimonio con Bianca Maria Visconti, quando gli venne accordato il cognome Visconti e in seguito firmò Francescosforza Visconti. Furono i suoi figli ad adottare Sforza come cognome.[senza fonte]
  3. ^ Giorgio Nicodemi, Gli Sforza, duchi di Milano, p. 17
  4. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u Antonio Menniti Ippolito, Francesco I Sforza Duca di Milano, voce su "Dizionario biografico degli italiani", Ed. Treccani
  5. ^ Dizionario biografico degli italiani, "Enciclopedia Treccani Online", p. 17
  6. ^ Il nipote Cicco Simonetta sarebbe diventato segretario di Francesco Sforza, di Galeazzo Maria Sforza e di Bona di Savoia; cfr. Storia di Milano: Cicco Simonetta
  7. ^ Storia di Milano: Cicco Simonetta
  8. ^ a b c Giorgio Nicodemi, Gli Sforza, duchi di Milano, p. 18
  9. ^ a b Giorgio Nicodemi, Gli Sforza, duchi di Milano, p. 19
  10. ^ Ibidem
  11. ^ a b c d e Giorgio Nicodemi, Gli Sforza, duchi di Milano, p. 20
  12. ^ Bianca Maria era frutto della relazione adulterina di Filippo Maria con la nobildonna Agnese del Maino[senza fonte]
  13. ^ a b Giorgio Nicodemi, Gli Sforza, duchi di Milano, p. 21
  14. ^ a b c d Storia di Milano dal 1426 al 1450
  15. ^ Com'è scritto nel Dizionario Biografico degli Italiani, Francesco Sforza avrebbe potuto tenere per sé la città di Brescia o Verona
  16. ^ Alfredo Bosisio, Storia di Milano, p. 170
  17. ^ Come si evince dal Dizionario biografico degli Italiani, i capitani del popolo, per evitare che la città cadesse nelle mani dello Sforza, chiesero di poter mettere Milano sotto la protezione di Venezia, sancendo quindi la fine dell'autonomia cittadina.
  18. ^ Il sito Storia di Milano dal 1426 al 1450 riporta invece l'ingresso solenne dello Sforza e della consorte Bianca Maria nel giorno 25 marzo, festa dell'Annunciazione
  19. ^ Alfredo Bosisio, Storia di Milano, p. 172
  20. ^ a b Guido Lopez, I Signori di Milano, p. 69.
  21. ^ Antonio Menniti Ippolito, Francesco Sforza.
    «Anche l'imperatore eletto Federico III, come si è visto, aveva mire sul Ducato, e per di più non sembrava affatto disposto a riconoscere la legittimità di un diritto di successione ottenuto per via femminile (impedimento che valeva anche per gli Orléans). Francesco, infatti, non sarebbe mai riuscito, malgrado i ripetuti sforzi, a ottenere la ratifica imperiale del suo potere. Perciò, il Ducato milanese, pur saldamente nelle mani di Francesco, sotto un profilo esclusivamente formale rimaneva vacante».
  22. ^ Come si evince dalla voce biografica della Treccani qui usata come riferimento bibliografico, Luigi di Francia aveva acconsentito alla cessione della città di Savona a Francesco Sforza qualora questi l'avesse soccorso contro Carlo di Borgogna.
  23. ^ Guido Lopez, I Signori di Milano, p. 70.
  24. ^ a b Francesca M.Vaglienti, Milano e gli Sforza, Università degli Studi di Milano-Facoltà di Lettere e Filosofia. URL consultato il 14/12/2014.
  25. ^ a b Guido Lopez, i Signori di Milano - dai Visconti agli Sforza, p. 65
  26. ^ Guido Lopez, I Signori di Milano, p. 66.
  27. ^ Guido Lopez, I Signori di Milano - dai Visconti agli Sforza, pp.66-67
  28. ^ a b Guido Lopez, I Signori di Milano, p. 67.
  29. ^ Guardasi la voce Gabriele Sforza
  30. ^ Guido Lopez, I Signori di Milano, p. 78.
  31. ^ Michele Augusto Riva - Daniele Mazzoleni, The ospedale maggiore Policlinico of Milan, 14 marzo 2012. URL consultato il 13/12/2014.
  32. ^ Guido Martellotti, Guiniforte Barzizza in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 7 (1970). URL consultato il 13/12/2014.
  33. ^ Costantino Làscaris in Enciclopedia online Treccani. URL consultato il 13/12/2014.
  34. ^ Paolo Viti, Francesco Filelfo in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 47 (1997). URL consultato il 13/12/2014.
  35. ^ a b Cappella di San Pietro Martire nel Sito della Basilica di Sant'Eustorgio. URL consultato il 13/12/2014.
  36. ^ a b Cappella Portinari. URL consultato il 14/12/2014.
  37. ^ Paola Ventrone, Modelli Ideologici e culturali nel teatro milanese di età viscontea e sforzesca, Prima di Carlo Borromeo. Lettere e arti a Milano nel primo Cinquecento, Roma, Bulzoni, 2013, p. 258.
  38. ^ Paola Ventrone, Modelli ideologici culturali e teatrali..., p. 258, nota 27.
  39. ^ Paola Ventrone, Modelli ideologici e culturali..., pp. 259-260.
  40. ^ Guido Lopez, I Signori di Milano, p. 74.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giorgio Nicodemi, Gli Sforza, duchi di Milano, Milano, LXVII Strenna del Pio Istituto dei Rachitici, 1951
  • Alfredo Bosisio, Storia di Milano, Milano, Giunti-Martello,1978
  • Guido Lopez, I Signori di Milano - dai Visconti agli Sforza, Roma, Newton Compton Editori, 2013
  • Paola Ventrone, Modelli Ideologici e culturali nel teatro milanese di età viscontea e sforzesca, in Prima di Carlo Borromeo. Lettere e arti di Milano nel primo Cinquecento, Bulzoni, Roma 2013

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