Guerra di Chioggia
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Francesco da Carrara, |
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| Vettor Pisani, Carlo Zeno | Pietro Doria | ||||||||
La guerra di Chioggia fu un conflitto combattuto dalla Repubblica di Genova contro la Repubblica di Venezia tra il 1379 ed il 1381 nel quale inizialmente i Genovesi riuscirono a conquistare Chioggia e vaste zone della laguna di Venezia, ma che terminò con la vittoria finale dei Veneziani che riuscirono a riprendersi Chioggia e le città lagunari ed istriane cadute in mani Genovesi.
Si concluse definitivamente con la pace di Torino dell'8 agosto 1381, che sancì l'uscita dei Genovesi e dei Veneziani da un conflitto in cui entrambe le repubbliche marinare avevano subito ingenti danni economici.
La guerra di Chioggia rappresentò l'ultimo scontro di rilievo tra Genovesi e Veneziani, dal quale Venezia si riprese presto grazie alla sua solida organizzazione interna, mentre la rivale Genova, in quel periodo anche tormentata da lotte intestine per il potere, entrò in un periodo di decadenza che la portò a non rappresentare mai più una minaccia per Venezia e i suoi interessi commerciali verso l'Oriente.
Le vicende di questa guerra - che portò alla completa distruzione di Clugia minor, l'attuale Sottomarina - vengono ancora rievocate nel Palio della Marciliana che si tiene annualmente nella città lagunare di Chioggia.
Circa duecento anni dopo questo evento bellico che le vide contrapposte, le due repubbliche marinare si trovarono a combattere insieme contro i Turchi nella battaglia di Lepanto del 1571.
Indice |
[modifica] Origini del conflitto
Il conflitto tra Genova e Venezia per il controllo del commercio nel Levante era latente da lungo tempo, con una sorda rivalità che esplodeva in periodiche fiammate di violenza, ma che in realtà si combatteva soprattutto nel campo della diplomazia e del commercio. Venezia, in particolare, un tempo egemone sulle rotte orientali, vedeva con irritazione sempre maggiore l'accresciuta potenza della rivale, che, forte in particolare dell'appoggio ricevuto nel secolo precedente dagli imperatori Paleologi, aveva creato una rete di empori e di colonie in grado di competere con la propria.
Venezia aveva conseguito un importante successo nel 1352, quando, a fronte di un prestito di 30.000 ducati concesso nel 1343, aveva ricevuto in pegno dall'imperatore Giovanni Paleologo l'isola di Tenedo, scalo strategico per i traffici provenienti dal Bosforo e dal Mar Nero, a lungo ambito da entrambe le potenze marittime. Accresciutosi poi il debito alla cifra di ben 80.000 ducati, l'imperatore s'indusse infine a concedere definitivamente l'isola a Venezia nel 1364.
[modifica] Il casus belli e le alleanze
Nel 1369 era morto a Cipro, vittima d'una congiura di palazzo, il re Pietro I di Lusignano, cui, dopo una breve ma agitata reggenza, successe il giovanissimo figlio Pietro II Il casus belli avvenne proprio nell'ottobre del 1372, durante la cerimonia d'incoronazione del nuovo sovrano, quando, per ragioni di precedenza, vennero a diverbio il console genovese Paganino Doria e il bailo veneziano Marino Malipiero. Si accese una disputa così aspra che alla fine del banchetto i veneziani, passati dalle parole ai fatti, con l'aiuto dei nobili ciprioti, sopraffecero i genovesi, scagliandoli da una finestra. In breve i tumulti si estesero all'intera capitale, Famagosta, e in tutto il resto dell'isola, dove si scatenò una vera e propria caccia ai cittadini genovesi, con aggressioni, massacri ed estesi saccheggi da parte dei Ciprioti.
Quando la notizia dei fatti di Cipro giunse a Genova, questa si affrettò ad armare quarantadue galee, con quattordicimila uomini delle truppe da sbarco al comando di Pietro di Campofregoso: l'ordine era di vendicare l'affronto subito e di attaccare Cipro, che, priva degli aiuti della Serenissima, allora impegnata in una dura guerra contro Francesco da Carrara, vide in breve occupare Nicosia ed altre città ed infine, dopo un lungo assedio, la stessa Famagosta. L'isola venne restituita a Pietro II solo a fronte del pagamento di un tributo annuale di 40.000 fiorini e di una indennità di guerra di oltre due milioni di fiorini d'oro.
Venezia protestò a sua volta vivamente per le violenze subite dai suoi concittadini durante l'occupazione genovese, ma in realtà la sua maggiore irritazione era per la condizione di egemonia che i Genovesi si erano procacciati a Cipro.
A rendere inevitabile la guerra, giunse però nel 1376, quando a Costantinopoli una congiura di palazzo sostenuta da Genova depose Giovanni V Paleologo e incoronò suo figlio Andronico IV, il quale in cambio cedette l'isola di Tenedo ai Liguri Ma il governatore dell'isola, fedele al deposto imperatore, si rifiutava di consegnare l'isola, con grande irritazione dei Genovesi, che indussero l'imperatore Andronico ad atti ostili contro i Veneziani, imprigionando il bailo e i mercanti veneziani residenti nella colonia di Costantinopoli. Venezia tentò inizialmente di comporre i dissidi per vie diplomatiche, ma, quando nel 1378 Giovanni Paleologo, aiutato dai Turchi, riuscì a rioccupare il trono e fece ai Veneziani speciali concessioni, la Repubblica Serenissima si risolse alla guerra.
Subito entrambi schieramenti cercarono alleati. Venezia si alleò con Pietro II di Cipro, desideroso di rivalsa, e con i Visconti, bramosi di rioccupare Genova. Genova invece trovò alleati nel re Luigi d'Ungheria, che vantava mire sulla Dalmazia veneziana, in Francesco I da Carrara, nel patriarca di Aquileia Marquardo di Randeck, nel duca d'Austria Leopoldo d'Asburgo, nella città di Ancona, nella Signoria di Padova e nella regina Giovanna I di Napoli
[modifica] La guerra
[modifica] Il primo anno: il 1378
Il primo scontro tra Genovesi e Veneziani avvenne il 30 maggio del 1378 a Capo d'Anzio, alle foci del Tevere, tra l'ammiraglio veneziano Vettor Pisani, Capitano Generale da Mar, al comando di quattordici galee, e una squadra genovese di 16 galee comandate da Luigi del Fiesco. In questo scontro la flotta veneziana attaccò di sorpresa la flotta genovese durante una burrasca e la sbaragliò, catturando 4 galee e facendo numerosi prigionieri. Dopodiché i legni di Venezia fecero vela verso l'Oriente.
La notizia della sconfitta produsse grande agitazione in Genova: il doge Domenico da Campofregoso fu deposto e sostituito da Niccolò da Guarco, mentre una flotta guidata da Luciano Doria entrò nell'Adriatico per aiutare le truppe del Patriarca di Aquileia e quelle di Francesco da Carrara, che, sostenuti dall'armata ungherese, avanzavano da terra verso la laguna, senza però ottenere risultati notevoli.
L'arrivo della flotta genovese in Adriatico costrinse Vettor Pisani ad abbandonare l'assedio di Famagosta, dove tentava di scacciare la guarnigione genovese, per prestare soccorso alla madrepatria, lasciando a combattere nell'Egeo le forze di Carlo Zeno: sulla rotta del rientro la flotta veneziana diede alle fiamme Focea e i quartieri genovesi di Chio e Mitilene, conquistando Cattaro e Sebenico, prima di attaccare Trau, dove erano attestate le forze di Doria. L'impossibilità di forzare le difese del porto spinse però Pisani a ritirarsi a Pola per le necessarie riparazioni, mentre i Genovesi sostano per l'inverno a Zara.
[modifica] Il secondo anno: il 1379
[modifica] La battaglia di Pola
La flotta veneziana svernava ancora a Pola, quando il 7 maggio del 1379, dopo aver messo a ferro e fuoco Caorle e Grado, vennero a pararsi davanti al porto le diciotto galee di Luciano Doria, che intanto aveva posto nei pressi altri sei legni in agguato Vettor Pisani, che sapeva di essere inferiore al nemico, non voleva accettare la sfida, ma i capitani delle navi lo persuasero ad entrare in combattimento ed uscirono disordinatamente contro la flotta genovese. La battaglia parve all'inizio favorevole ai Veneziani che riuscirono anche ad uccidere lo stesso ammiraglio genovese, ma la morte del comandante non piegò l'animo degli avversari, che continuarono il combattimento e dopo alcune ore riuscirono a sbragliare la flotta di Venezia, che lasciò sul campo settecento morti, duemilaquattrocento prigionieri e quindici galee in mano ai Genovesi, che si sfogarono sugli uomini della ciurma trucidandone ottocento. Solo sette navi malconce riuscirono a porsi in salvo e a tornare a Venezia con il Pisani. L'ammiraglio, ritenuto responsabile della sconfitta, venne immediatamente processato e condannato, il 17 luglio a sei mesi di prigione e all'interdizione per cinque anni dai pubblici uffici per aver mal condotto le operazioni e i piani della battaglia.
Mentre questi fatti accadevano sul mare, alle spalle della laguna con varie conclusioni venivano condotte dagli alleati le operazioni di guerra terrestre: le compagnie dei Visconti da un lato incombevano su Genova, che riuscì a respingere i mercenari viscontei con grosse somme di danaro, mentre dall'altro minacciavano Padova, che a sua volta occupava i margini della laguna e interrompeva i tentativi dei Veneziani di staccare Luigi d'Ungheria dai suoi alleati Se però la situazione di terraferma non destava particolari preoccupazioni per Venezia, protetta dalle sue acque, la sconfitta navale la poneva ora in una situazione gravissima, minacciata da vicino da tanti nemici imbaldanziti dalla vittoria navale di Pola, che metteva in discussione il suo dominio sul mare e le preziose vie di rifornimento Genova aveva infatti mandato nell'Adriatico un'ulteriore flotta di quarantasette galee, comandata da Pietro Doria, che saccheggiate le città veneziane di Umago, Grado e Caorle, con l'aiuto degli austriaci, minacciava da vicino Venezia.
La Repubblica reagì con forza, ordinando a Taddeo Giustinian di allestire nuove navi nell'Arsenale e inviando dispacci a Carlo Zeno, comandante della flotta veneziana in Oriente, per richiamarlo a soccorrere la patria. Contemporaneamente si apprestavano le difese della laguna, chiudendone con triplice catena le bocche e difendendole con chiatte armate e pontoni armati.
[modifica] La caduta di Chioggia alla Repubblica di Genova
Il Doria si presentò davanti a Chioggia il 6 agosto e, aiutato dalle milizie del signore di Padova, si impadronì di Chioggia Minore e pose l'assedio a Chioggia Maggiore, difesa dal podestà Pietro Emo e da 3000 uomini. Pur sapendo di non poter ricevere aiuti da Venezia, la guarnigione resistendo per undici giorni contro gli assedianti otto volte superiori cedette solo il 16 agosto: l'accesso meridionale della laguna era aperto. Ci furono numerose perdite anche tra la popolazione, il Podestà Emo venne fatto prigioniero e per riscattare la sua libertà dovette in seguito pagare 3000 ducati. Furono fatti prigionieri anche il Cancellier Grande di Chioggia Giacomo Pasquale, e i comandanti Niccolò Gallianico e Baldo Galluccio. Sia il Pasquale, che Galianico e Galluccio, vennero "comprati" dai carraresi e poi giustiziati.
I Genovesi, avanzando lungo l'isola di Pellestrina, minacciavano ormai anche il varco centrale tra la laguna e il mare, mentre gli Ungheresi assediavano Treviso e minacciavano le propagini settentrionali della laguna. I successi degli alleati riempivano di gioia Padova perché, con la presa di Chioggia, cedutale secondo i patti dai Genovesi, veniva ad ottenere l'ambito sbocco al mare ed anche perché presentiva come prossima la caduta della stessa odiata Venezia.
La Repubblica si risolse ad inviare tre ambasciatori a Chioggia, presentando un foglio bianco perché vi fossero scritte le condizioni di pace, purché fosse garantita a Venezia la libertà. Nonostante la disponibilità di Francesco da Carrara a concedere una simile pace, Pietro Doria rispose che non avrebbe concesso pace ai Veneziani se prima non avessero imbrigliato i cavalli di bronzo della basilica di San Marco. Il Palazzo Giustiniani del XVII secolo presenta, posizionato all'interno del centro storico di Genova e sul lato minore della sua pianta ad L, un bassorilievo con incastonato il leone di S. Marco, trofeo conquistato dai genovesi vittoriosi sui veneziani nella guerra di Chioggia del 1380.
[modifica] Venezia assediata
Venezia rispose all'oltraggio abbandonando qualsiasi proposito di trattativa: si fortificarono le isole lagunari, si sbarrarono i canali, si munì il porto del Lido, unico accesso al mare rimasto ancora libero. Cocche armate vennero poste tutto intorno a Venezia e si armarono le quaranta galee dell'Arsenale, più altre poste al servizio della Repubblica da privati cittadini. Il borgo di Poveglia, sulla direttrice d'avanzata genovese, fu sgomberato per lasciar posto agli apprestamenti difensivi e a batterie d'artiglieria Il popolo veneziano chiese la liberazione di Vettor Pisani, che, riconosciuto innocente per la sconfitta di Zara, venne scarcerato e posto a capo della difesa. Si procedette ad effettuare un prestito forzoso e persino i religiosi vennero invitati a prendere le armi: il 1º dicembre trenta famiglie che maggiormente avevano contribuito alla difesa ricevevano la promessa di poter entrare nel Maggior Consiglio.
[modifica] Il terzo anno: il 1380
[modifica] Il contrattacco veneziano e la liberazione di Chioggia
Il 22 dicembre 1379 la flotta veneziana ricostituita era salpata per Chioggia, al comando dell'ottuagenario doge Andrea Contarini e di Vettor Pisani. Quella stessa notte un corpo di 4.000 uomini tentava un primo assalto per riconquistare Chioggia Minore senza riuscirci, ma la flotta riusciva ugualmente nell'intento di bloccare tutti gli accessi alla laguna clodiense affondando navi cariche di pietre nei canali navigabili e imprigionando così le navi dei Genovesi, che da assedianti si erano così trasformati in assediati. Già forte del successo clamoroso, il morale veneziano venne ulteriormente animato, il 1º gennaio del 1380 dalla comparsa della flotta Carlo Zeno, forte di 18 galee provenienti dall'Oriente, e si iniziarono le operazioni d'assedio Il 6 gennaio venne attaccato e distrutto uno schieramento genovese sulla punta della diga chioggiotta e pochi giorni dopo si terminò di costruire un ridotto alla estremità del fossato, dove furono poste due grosse bombarde, che presero a martellare le difese genovesi. Il micidiale tiro di artiglieria[1] si concentrò sul convento di Brondolo, uno dei capisaldi della difesa cittadina: qui il 22 gennaio un crollo dell'edificio stroncò la vita dell'ammiraglio genovese Pietro Doria. Morto il Doria, prese il comando dei Genovesi Napoleone Grimaldi, il quale tentò di aprirsi un varco dal lato del convento distrutto, ma l'impresa fallì, dando anzi occasione ai Veneziani di scardinare le difese nemiche. Ciò consentì il 19 febbraio a Vettor Pisani di investire con la potenza della sua flotta Brondolo e a Carlo Zeno di assalire con un corpo da sbarco di seimila uomini Chioggia Minore e i diecimila Genovesi inviati nella mischia, che furono completamente sbaragliati. Brondolo fu conquistata e l'assedio si strinse su Chioggia Maggiore.
A marzo papa Urbano VI e i Firenze tentarono di indire a Cittadella una serie di conferenze tra gli ambasciatori belligeranti per porre fine alla guerra, ma senza esiti di sorta.
I genovesi, chiusi in una morsa di accerchiamento, si ritrovano completamente isolati e sempre più a corto di viveri e munizioni In loro soccorso la madrepatria inviò Gaspare Spinola ad assumere il comando delle difese ed apprestò una flotta di 39 galee affidate a Matteo Maruffo, che giunsero a Chioggia nei primi di luglio, dopo aver catturato le navi veneziane di Taddeo Giustiniani sulle coste pugliesi. La flotta sferrò numerosi attacchi nel tentativo di spezzare l'assedio di Chioggia, ma senza risultati di rilievo. Né il nuovo comandante dell'esercito né il nuovo ammiraglio riuscirono a forzare il blocco, mentre invano Francesco da Carrara ed il Patriarca d'Aquileia tentavano di vettovagliare la città: i Veneziani con rigorosissima sorveglianza vanificavano con puntuale regolarità tutti i tentativi di colpi di mano e di approvvigionamento, contemporaneamente ben guardandosi dal raccogliere la sfida dell'ammiraglio genovese, per non rischiare di vanificare con uno scontro diretto i risultati conseguiti con l'opera assidua e paziente di parecchi mesi.
Rinchiusi in Chioggia Maggiore, invano in attesa dell'intervento dei Padovani, decimati dagli assalti e dai tiri delle bombarde, sicuri di non poter ricevere ulteriori soccorsi dalla madrepatria, tormentati dalla fame, molti genovesi tentarono un disperato piano di fuga a bordo di zattere, ma le imbarcazioni di fortuna vennero tutte affondate Vanificato anche quest'ultimo tentativo di salvezza, i genovesi decisero di arrendersi, cercando di trattare la pace con la Serenissima, ma Venezia rifiutò.
[modifica] La vittoria veneziana
Il 22 giugno i Veneziani si ripresero Pellestrina, poi, il 23 giugno, Carlo Zeno sferrò l'assalto finale alle difese di Chioggia, facendo prigionieri 4200 genovesi, 300 padovani e 19 galee L'ultimo focolaio di resistenza genovese, presso la Torre delle Bebbe, all'interno della quale Ambrogio Doria si era rifugiato attendendo invano l'aiuto degli alleati, si spense nella notte. Per celebrare la vittoria il doge Contarini entrò trionfante nella città liberata il 24 giugno insieme al principale artefice dell'impresa, l'ammiraglio Vettor Pisani. Durante il ritorno a Venezia, i resti delle galee genovesi vennero rimorchiati per spregio a chiglia rovesciata, con gli stendardi in acqua.
Dopo la presa di Chioggia da parte dei veneziani le ostilità in Adriatico continuarono ancora per qualche mese. Il genovese Matteo Maruffo, avvicinatesi all'Istria, spinse Trieste a ribellarsi, consegnandosi il 26 giugno al Principato ecclesiastico di Aquileia, poi occupò il 1º luglio Capodistria ed Arbe, l'8 agosto In risposta la flotta di Vettor Pisani uscì da Venezia, riprese Capodistria ed Arbe ed inseguì il nemico in fuga, ma erano quelle le ultime imprese del Capitano Generale, che morì di febbri malariche il 13 agosto a Manfredonia.
[modifica] Il quarto anno: 1381
Se sul mare la guerra volgeva in favore di Venezia, sul continente le sue armi non potevano certo sperare di competere con quelle di tanti ed ostinati nemici: Castelfranco, Asolo e Noale cadevano nelle mani di Francesco da Carrara, le cui milizie stringevano sempre d'assedio Treviso. Oramai questa città era ridotta agli estremi, e Venezia, non potendola soccorrere, anziché vederla cadere nelle mani dell'odiato Carrarese, la cedette, con riserva dei propri diritti, al duca Leopoldo d'Austria che il 9 maggio del 1381 andò ad occuparla.
Con la cessione di Treviso le operazioni di terra terminarono, continuarono quelle navali, ma erano semplici scorrerie nell'Adriatico e nel Tirreno con catture di navi mercantili e spavento delle popolazioni rivierasche.
[modifica] Epilogo e pace di Torino
| Per approfondire, vedi la voce Pace di Torino (1381). |
Le due rivali erano ormai stanche della lunga guerra e sentivano bisogno di pace, già fin dal marzo del 1380 Urbano VI (che aveva trovato asilo a Genova) e i Fiorentini avevano cercato di metter fine alla guerra e a Cittadella avevano avuto luogo conferenze tra gli ambasciatori dei belligeranti e dei mediatori, ma senza conclusioni. Nell'estate del 1381 offerse la sua autorevole mediazione Amedeo VI di Savoia, che tutti accettarono. I rappresentanti di Genova, di Venezia, del re d'Ungheria, di Aquileia, dei Carraresi e dei Visconti si riunirono a Torino e qui l'8 agosto fu conclusa la pace dalla quale venne escluso il re di Cipro che non aveva mandato i suoi ambasciatori. Secondo i patti del trattato Venezia riconfermava al re d' Ungheria la cessione della Dalmazia, compresa Cattaro occupata durante la guerra, e si impegnava di pagargli settemila ducati annui, confermava la cessione di Treviso al duca d'Austria, riconosceva l'indipendenza di Trieste e cedeva al Conte Verde l'isola di Tenedo il cui castello doveva esser demolito e gli abitanti trasferiti a Candia e a Negroponte. Genovesi e Veneziani si obbligavano di non navigare per due anni a Costantinopoli e di riconciliare Giovanni Paleologo col figlio Andronico, Cipro infine non doveva essere soccorsa da Venezia nella sua guerra con Genova. Quanto a Francesco di Carrara, il trattato gli imponeva di restituire le terre occupate ai Veneziani, di modo che, tornando i confini quali erano nel 1373, egli dalla guerra non ci guadagnava nulla. Fu per questo che, posate da tutti le armi, fu solo lui a tenerle impugnate nell'ostinarsi su Treviso e fu tale la sua caparbietà che Leopoldo d'Austria, stanco alfine di quella lotta, che nel febbraio del 1384, gliela cedette per centomila fiorini d'oro insieme con Ceneda, Feltre e Belluno.
[modifica] Note
- ^ Frederic C. Lane, Storia di Venezia, Edizioni Einaudi, 1978, Torino, pag.232:"la guerra di Chioggia fu la prima in cui i cannoni trovarono impiego su navi veneziane, montati sui castelli di prua delle galere, e anche sui navigli minori largamente usati nei combattimenti intorno a Chioggia"
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