Enrico Dandolo

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Enrico Dandolo
Enrico Dandolo davanti a san Marco su un grosso da 26 denari (matapan)
Enrico Dandolo davanti a san Marco su un grosso da 26 denari (matapan)
Doge di Venezia
In carica 1192-1205
Predecessore Orio Mastropiero
Successore Pietro Ziani

Enrico Dandolo, in latino Henricus Dandolus (Venezia, 1107 circa – Costantinopoli, maggio[1] 1205), fu il quarantunesimo doge della Repubblica di Venezia, eletto a tardissima età, il 21 giugno 1192. Sfruttando al massimo l'occasione offerta dalla IV crociata, riuscì prima a riconquistare Zara e poi a prendere Costantinopoli, gettando le basi dell'impero coloniale veneziano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Famiglia e primi anni[modifica | modifica wikitesto]

Enrico Dandolo discendeva dall'antica famiglia patrizia dei Dandoli, le cui proprietà da tempo si concentravano sull'insula di San Luca. Nato sotto il dogado di Ordelaffo Falier, durante la sua giovinezza i Dandolo strinsero una fruttuosa alleanza politica con le famiglie Polani e i Badoer che li portò a rivestire un ruolo politico di primo piano.

Gli anni tra il 1122 e il 1126 furono, per Venezia e le sue famiglie patrizie, contrassegnati dalla guerra con Bisanzio e dall'intervento in Terrasanta, conclusisi con un rafforzamento dell'espansione commerciale nel Levante, sancita dalla crisobolla di Giovanni II Comneno.

Il culmine dell'attività politica dei Dandolo in quegli anni venne raggiunto nel 1130, con l'elezione dello zio Enrico a patriarca di Grado, quasi contestuale all'incoronazione ducale di Pietro Polani. L'intreccio tra le due famiglie venne ulteriormente rafforzato dalla nomina del nonno Domenico a giudice e gastaldo ducale, bilanciata dall'elezione di Giovanni Polani a vescovo di Olivolo nel 1133.

La situazione cambiò dopo il 1141, quando il vescovo Polani ed il patriarca Dandolo entrarono in contrasto per questioni di giurisdizione ecclesiastica. L'incrinarsi dei rapporti portò nel 1143 ad un aperto contrasto tra il patriarca ed il doge. Nel 1145 la famiglia di Enrico incassò il supporto della famiglia Badoer, ma quando due anni dopo, nel 1147, lo zio si pronunciò su basi religiose contro l'alleanza in chiave anti-normanna tra Venezia e Bisanzio, andando contro gli interessi cittadini, il patriarca venne esiliato e le proprietà di famiglia rase al suolo per ordine del Doge, il quale morì però poco dopo a Caorle, mentre si apprestava a salpare con la flotta.

A quell'epoca Enrico era già quarantenne, sposato in prime nozze con la patrizia Felicita Bembo[senza fonte], dall'unione con la quale era nato Renier (la cui figlia, Anna Dandola, avrebbe sposato il re di Serbia Stefano Nemagna).

Nel 1151 la pace con la famiglia Polani venne siglata dal matrimonio tra il fratello di Enrico, Andrea, con una rampolla Polani, Primera. Anche Enrico contrasse un nuovo matrimonio, sposando, dopo la morte di Felicita, Contessa Minotto, dalla quale ebbe altri tre figli: Fantino (futuro patriarca latino di Costantinopoli), Vitale e Marino.

La missione a Costantinopoli e la perdita della vista[modifica | modifica wikitesto]

Anche Enrico, come gli altri fratelli, si impegnò nel commerciato tra Venezia, Costantinopoli ed Alessandria d'Egitto. Nel 1170 il doge Vitale II Michiel nominò bailo a Costantinopoli il sessantasettenne Dandolo. Qui Enrico giunse accompagnato dal fratello Giovanni, dopo aver lasciato l'amministrazione dei beni di famiglia alla moglie e a tale Filippo Falier della parrocchia di San Tomà, venendo ricevuto dall'imperatore Manuele I Comneno, che gli concesse anche il titolo onorifico di protosevasto. Il 21 marzo 1171, però, l'Imperatore decise improvvisamente di porre fine al dilagante controllo commerciale veneziano ordinando l'immediato arresto di tutti i Veneziani presenti nei territori bizantini (10.000 residenti nella sola colonia di Costantinopoli) e la confisca dei loro beni e delle loro navi. Venezia reagì scatenando la seconda guerra veneto-bizantina. Di fronte alla devastazione dei propri possedimenti greci, l'Imperatore si mostrò disponibile a scendere a trattative, delle quali venne incaricato lo stesso Enrico Dandolo, assieme ai patrizi Sebastiano Ziani e Orio Mastropiero. Il lungo e pretestuoso protrarsi delle discussioni portò però al diffondersi della pestilenza nella flotta veneziana e al fallimento della missione.

Stando alle cronache, nel corso di questi torbidi momenti, Enrico Dandolo avrebbe perso parzialmente o totalmente la vista: in occasione della fuga da Bisanzio o nel corso di un'accesa discussione con l'Imperatore, sarebbe rimasto cieco da un occhio o forse da entrambi.

Gli anni alla corte ducale[modifica | modifica wikitesto]

Al rientro a Venezia, lo Ziani ed il Mastropiero risultarono coinvolti in una rivolta che rovesciò il doge Vitale II, assassinato davanti alla chiesa di San Zaccaria da un certo Marco Casolo. Gli successe lo stesso Ziani, allora settantenne, tra i cui elettori figurava il padre di Enrico Dandolo, Vitale; Ziani si premunì di giustiziare rapidamente l'assassino e di inviare Vitale Dandolo a Costantinopoli a trattare la pace con l'imperatore Manuele, mentre Enrico Dandolo venne inviato due volte come ambasciatore presso Guglielmo II di Sicilia per stringere alleanza contro i Bizantini. Lo Ziani avviò al contempo un'epoca di profondi mutamenti costituzionali che portarono alla nascita del Commune Veneciarum ed alla progressiva riduzione del potere del doge e della concione popolare in favore delle assemblee comunali, come il Maggior ed il Minor Consiglio e la Quarantia.

Questi anni vennero segnati, per l'ormai settantenne Enrico Dandolo, da viaggi in Oriente, dove crescevano gli interessi di famiglia, tanto da divenire a quel tempo visconte di Tiro Giovanni Dandolo, forse figlio del fratello Andrea. Nel 1174, alla morte del padre, Enrico assunse il ruolo di pater familias, rafforzato dalla stipula con i fratelli di una fraterna, un particolare contratto che permetteva di mantenere l'unione legale e patrimoniale della famiglia. Nel 1175, l'alleanza stipulata dal Dandolo, ambasciatore presso Guglielmo II di Sicilia, con i Normanni spinse infine l'imperatore Manuele a restituire ai Veneziani i loro beni ed i loro diritti nell'Impero.

Alla morte di Sebastiano Ziani, nel 1178, Enrico Dandolo era uno dei personaggi più in vista della città, scelto tra gli elettori ducali che nominarono nuovo doge Orio Mastropiero. Tuttavia, a seguito del probabile aggravarsi dei problemi di vista, Enrico Dandolo non ricevette dal Mastropiero alcun incarico di corte, mentre ben presto anche i fratelli sciolsero la fraterna, separando i patrimoni familiari nel 1181. In quello stesso anno, però, si offrì al Dandolo una nuova occasione. Dopo che nel la reggenza in Oriente di Andronico Comneno per il giovane nipote Alessio II venne inaugurata da un nuovo massacro di Latini a Costantinopoli, Enrico Dandolo venne scelto nel 1183 per riallacciare i rapporti diplomatici con i Bizantini. Lasciò dunque l'amministrazione dei propri beni alla moglie Contessa, al fratello Andrea e all'amico Filippo Falier, apprestandosi a partire[2]. Lo accompagnarono nella missione Pietro Ziani e Domenico Sanudo, coi quali giunse alla corte imperiale di Andronico I, oramai sbarazzatosi del giovane nipote Alessio e rimasto unico imperatore. In cambio del sostegno veneziano contro i numerosi nemici che aggredivano Bisanzio, Andronico concesse l'ampliamento dei diritti commerciali veneziani. Ad occuparsi e a recuperare i numerosi interessi familiari in Oriente era con Enrico a Costantinopoli anche il fratello Giovanni, incaricato in particolare di amministrare le cospicue proprietà dell'anziano zio patriarca, che era uno dei maggiori possidenti veneziani di Costantinopoli. Giovanni riportò nel 1184 una cospicua quantità di ricchezze dalla chiusura di numerosi contratti d'affitto dello zio, il quale morì poi di lì a poco nel 1188.

Nel 1191 Enrico Dandolo venne incaricato di un nuovo delicato intervento diplomatico a Ferrara.

Il dogado[modifica | modifica wikitesto]

Giunse al dogato in tarda età (ad oltre ottant'anni), ma avrebbe regnato comandando lo stato con pugno di ferro e saggezza.

Primo periodo: 1192-1202 (la guerra di Zara)[modifica | modifica wikitesto]

La sua elezione, il 21 giugno 1192, fu ottenuta grazie ad un trucco: a quel tempo si usava che i consiglieri più giovani (comunque in genere abbastanza avanti con gli anni) rifacessero il letto ai consiglieri più anziani quando essi erano segregati per scegliere il nuovo doge, come atto di rispetto. Lui faceva parte dei "giovani" e andò da tutti i consiglieri a chiedere un voto simbolico per lui, che, indegno di ricevere il dogado, avrebbe però voluto ottenere almeno un riconoscimento simbolico. Quando si votò, tanti gli diedero "un unico voto simbolico" che ottenne la maggioranza e divenne doge.

Da doge, riuscì a concludere accordi con Verona, Treviso, con il patriarca d'Aquileia, con il re d'Armenia e con gl'imperatori d'oriente e d'occidente, permettendo a Venezia di avere mano libera nel riaccendere l'altalenante guerra di Zara, che negli anni precedenti aveva messo in discussione il predominio veneziano in Dalmazia e nell'Adriatico in favore di un Regno d'Ungheria Croazia e Slavonia guidato dal potente e bizantineggiante sovrano Béla III Arpàd. A fronte delle incursioni veneziane, a fianco degli zaratini si schierò la flotta pisana, che venne infine scacciata solo nel 1201, lasciando però Zara ancora saldamente in mani ungheresi.

Secondo periodo: 1202 - 1205 (La IV crociata)[modifica | modifica wikitesto]

Gustave Doré: Enrico Dandolo predica la crociata.

Attorno al 1201 - 1202 le condizioni di ostilità che avevano caratterizzato l'Adriatico nel decennio precedente,s'erano ormai placate ed il dogato del Dandolo si prospettava ormai in discesa. Eppure nuovi eventi erano giunti a maturazione ed avrebbero coinvolto direttamente Venezia ed il suo anziano doge. Nel 1198 fu eletto papa Innocenzo III; questi bandì una crociata, la quarta, che sarebbe dovuta partire via mare da Venezia nel 1201. Quando però le truppe crociate giunsero in laguna, non furono in grado di pagare i veneziani per i loro servigi.

Dandolo, politico astuto, decise di farsi pagare rinunciando al denaro pattuito e chiedendo invece i "servigi" guerreschi dei soldati crociati. I crociati accettarono e la flotta partì sotto il comando di Enrico Dandolo. Il pagamento convenuto fu la presa di Trieste, Muggia e la riconquista di Zara a beneficio di Venezia.

L'accordo con Alessio IV[modifica | modifica wikitesto]
Gustave Doré: Enrico Dandolo parlamenta con Alessio V Dukas, salito al potere dopo la congiura ai danni di Alessio IV Angelo.

Durante il periodo dell'assedio giunse a Zara il deposto principe di Costantinopoli Alessio IV che promise al gruppo denaro e terre, se l'avessero aiutato a riconquistare il potere. La spedizione cambiò presto "motivazione", trasformandosi da crociata religiosa in mera invasione di mercenari al soldo d'una fazione. Nel 1203 quindi la flotta si diresse a Costantinopoli, con lo scopo ufficiale di reinsediare sul trono l'imperatore spodestato Alessio IV.

Il papa, insoddisfatto della nuova piega che aveva assunto la situazione, lanciò la scomunica su Venezia, ma era troppo tardi; la città fu presa (17 luglio 1203). I veneziani, guidati da Dandolo, parteciparono all'assalto dal mare conquistando alcune piazzeforti.

Così Goffredo di Villehardouin descrisse Dandolo che guidava l'assalto veneziano:

« Stava ritto tutto armato a prua della sua galera, con davanti lo stendardo di san Marco, ordinando a gran voce ai marinai di portarlo prestamente a terra, o li avrebbe puniti a dovere; sicché quelli approdarono subito, e sbarcarono con lo stendardo. Tutti i veneziani seguirono il suo esempio: quelli che stavano nei trasporti dei cavalli uscirono all'aperto, e quelli delle navi grandi salirono sulle barche e presero terra come meglio poterono. »
(Goffredo di Villehardouin[3])

Dopo alcuni convulsi mesi di lotte interne e tradimenti, tutti i precedenti pretendenti imperatori bizantini che lottavano tra di loro furono dichiarati decaduti e l'impero d'oriente fu spartito tra i crociati: a Venezia spettarono un quarto e mezzo (i tre ottavi) dei territori dell'impero d'oriente, tra cui Candia (Creta) e molte altre isole dell'Egeo; a Baldovino IX delle Fiandre, importante feudatario francese, spettò invece la corona di imperatore.[4]

Durante i primi burrascosi mesi dalla conquista della città, il Dandolo, pur ormai vecchissimo e debilitato dal lungo viaggio via mare, riuscì ad ottenere ampi vantaggi per Venezia, stando sempre attento a non farla coinvolgere troppo nella situazione politica interna dell'ormai decadente impero bizantino.

La morte[modifica | modifica wikitesto]

Lapide di Enrico Dandolo

Enrico Dandolo non tornò più a Venezia: rimase a Costantinopoli a combattere i bulgari dello zar Kalojan e i ribelli greci degli esuli basileioi Alessio III e Alessio V.

Nel frattempo il doge lavorava per rinforzare le posizioni veneziane in Oriente. Ottenuta la remissione della scomunica pontificia per i fatti di Zara, ottenne la nomina, il 21 febbraio 1205, del veneziano Tommaso Morosini a patriarca latino di Costantinopoli, solennemente consacrato da papa Innocenzo III nella basilica di San Pietro in Vaticano il 20 marzo successivo e in procinto di avvicinarsi alla propria nuova sede episcopale scortato da una nuova flotta veneziana.

Nonostante i successi ottenuti dal neonato Impero Latino contro i greci, nella battaglia di Adrianopoli del 14 aprile 1205 le forze crociate vennero duramente sconfitte dai Bulgari e lo stesso Baldovino catturato. Il doge prese quindi, assieme a Goffredo di Villehardouin il comando delle forze in ritirata, riconducendole in salvo a Rodestoc.

Enrico Dandolo morì il 21 giugno 1205 all'età di 98 anni, forse a seguito di necrosi conseguente ad una grave forma di ernia inguinale, e fu sepolto nella galleria del matroneo nella basilica di Santa Sofia, tra i posti riservati alla famiglia imperiale: primo e ultimo uomo ad essere sepolto nella grande basilica. Stando alla tradizione dopo la conquista della città da parte dei turchi, nel 1453, la sua tomba fu aperta e le ossa furono gettate in pasto ai cani. La lapide recante la scritta "Henricus Dandolo" ancora campeggia nell'odierno museo di Santa Sofia. Alcuni studi recenti individuerebbero nella lapide un falso dell'800.[senza fonte]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Thomas F. Madden, Enrico Dandolo and the Rise of Venice, p.194
  2. ^ Il documento notarile che testimonia l'evento indica anche come all'epoca Enrico Dandolo fosse legalmente cieco, non comparendovi la sua firma, ma per lui quella del notaio, fatto insolito per un letterato (cfr. Thomas F. Madden, Enrico Dandolo and the Rise of Venice).
  3. ^ Frederic C. Lane, Storia di Venezia, Edizioni Einaudi, 1978, Torino, pag.49
  4. ^ Franco Cardini Marina Montesano, Storia Medievale, Firenze, Le Monnier Università/Storia, 2006, pag. 237 "Le terre che gli erano appartenute (all'imperatore Alessio) venivano così divise: per un terzo andavano a Baldovino conte di Fiandra, eletto dai capi crociati imperatore di un nuovo Impero latino di Costantinopoli; per un terzo agli altri nobili crociati; e infine la restante parte ai veneziani, che si appropriavano delle isole greche e degli scali navali più importanti, assicurandosi così il monopolio dei traffici orientali dai quali, in particolare, venivano esclusi i loro odiati avversari genovesi."

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Goffredo de Villehardouin, La conquista di Costantinopoli, Milano, Testi e documenti, 2008, ISBN 978-88-7710-729-9.
  • Thomas F. Madden, Enrico Dandolo and the Rise of Venice, JHU Press editore, 2006, ISBN 0-8018-8539-6.
  • Thomas F. Madden, Doge di Venezia. Enrico Dandolo e la nascita di un impero sul mare, Bruno Mondadori, 2009, ISBN 88-6159-291-0.

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Doge di Venezia Successore
Orio Mastropiero 11921205 Pietro Ziani

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