Battaglia di Agnadello

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Battaglia di Agnadello
Bataille d'Agnadel.jpg
La battaglia di Agnadello, Pierre-Jules Jollivet (1837)
Data 14 maggio 1509
Luogo Cascina Mirabello presso Agnadello, tra Crema e Bergamo, Italia
Esito Vittoria francese decisiva
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
30.000 15.000
Perdite
Sconosciute 4.000 morti, feriti o catturati
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La battaglia di Agnadello, chiamata anche battaglia della Ghiaradadda (Gera d'Adda), fu combattuta il 14 maggio 1509 nel quadro della guerra tra le forze della Lega di Cambrai (costituitasi cinque mesi prima) e la Repubblica di Venezia, che dovette soccombere alle forze francesi di Luigi XII e rinunciare così alle speranze espansionistiche sul resto d'Italia.

La campagna[modifica | modifica sorgente]

Il patto di Cambrai, lungamente preparato, venne sottoscritto in gran segreto alla fine del 1508. Esso si componeva di due parti: una palese e l'altra occulta, che riuniva numerose potenze europee contro la Serenissima, che al momento si trovava al culmine della propria potenza con possedimenti italiani di terraferma che arrivavano a ridosso di Milano, territori in Romagna, nelle Marche e persino in Puglia.

In inverno non si usava apprestare operazioni militari: gli eserciti svernavano in campagna e nei borghi, di norma a spese degli abitanti del contado.

Con l'arrivo della buona stagione si mossero i francesi prima degli altri: essi disponevano già di un esercito imponente e molto efficiente, considerato senz'altro il più potente d'Europa, che stazionava nelle terre del Ducato di Milano, che allora era possedimento francese. Famoso per la propria cavalleria pesante e la propria modernissima artiglieria, contava tra le sue fila, cavalieri di grande prestigio come La Palisse, Chaumont, Trivulzio, Pietro Baiardo e altri ancora.

Dopo un crescendo di attività di frontiera fatta di sortite, razzie, rapine e devastazioni territoriali, il 15 aprile 1509, sotto il diretto comando del re Luigi XII, queste formazioni armate invasero il territorio veneto superando il fiume Adda, naturale e consolidato confine tra i territori della Serenissima e quelli del Ducato. Treviglio si consegnò senza subire un insostenibile assedio che l'avrebbe poi sottoposta al saccheggio: lasciati lì un migliaio di fanti con un piccolo contingente di lance, i francesi ripassarono il fiume per attestarsi a Cassano d'Adda.

Fin dal 1504, in conseguenza delle notizie giunte al riguardo del trattato di Blois che potrebbe assumersi come l'antefatto di Cambrai, la Serenissima aveva deciso di far fronte alla situazione, nella consapevolezza della propria potenza economica e militare. In questa circostanza contro il nemico francese, al momento giudicato il più pericoloso perché l'unico in grado di movimentare un esercito potente, aveva concentrato nella zona della Ghiera d'Adda truppe provenienti da tutto il dominio (venete, friulane, dalmate, albanesi, greche).

Non esisteva, ovviamente, alcun sistema di leva militare e gli armati erano tutti di natura mercenaria: circa quarantamila uomini: dai famosi Brisighella, a molte condotte italiane come quelle di Antonio Pio, di Lucio Malvezzi o di Citolo da Perugia, glorioso difensore del Bastione della Gatta durante il successivo assedio di Padova. Erano presenti anche Pandolfo Malatesta, signore di Cittadella e Giacomo Secco da Caravaggio: il primo, traditore conclamato di lì a poco, l'altro in forte odore di tradimento durante la battaglia. C'erano molte Cernite: gente a piedi di reclutamento contadino, poco addestrata e di scarsa affidabilità. Povera gente che lasciava l'ardua terra che affamava accontentandosi di un'esenzione quinquennale dai tributi e sperando in qualche fortunato saccheggio. Affiancavano i Provvisionati: fanterie di professionisti a ferma breve che ricevevano una provvisione personale: una paga di tre ducati ogni quaranta giorni.

Come, purtroppo, in uso negli ordinamenti della Serenissima che poneva molta attenzione ad un sotterraneo ma ferreo controllo degli uomini e delle situazioni, il comando non era unitario: questa responsabilità era in pratica condivisa dai cugini Niccolò Orsini conte di Pitigliano, capitano generale delle milizie, e Bartolomeo d'Alviano, governatore dell'armi. Il primo, uomo prudente, che il secondo ebbe a giudicare, con severità, un pavido, non intendeva affatto impegnarsi in uno scontro decisivo adottando una strategia attendista e tollerando le devastazioni territoriali conseguenti ai movimenti francesi nei territori di confine attendendoli, al più, nel campo trincerato di Orzinuovi. Le cronache ce lo riportano come uomo alto, riservato, di modi cortesi e moderati, ma "lento, impassibile, ostinato era il Pitigliano, uno di coloro che reputano vincere il non perdere"[1].

L'altro, d'Alviano, era passato al soldo della Serenissima nei primi mesi del 1506, dopo una lunga trattativa. È descritto come un uomo decisamente più temuto che amato dalla truppa a causa del suo carattere collerico, della sua brutale spietatezza e dei suoi modi aggressivi era, tuttavia, personaggio d'azione fin quasi alla temerarietà. Decisore immediato ed impulsivo, era uno stratega e un tattico molto originale che sapeva tenere in pugno la truppa non disdegnando di condividere sofferenze e fatiche con essa. Egli vagheggiava, dunque, una strategia dinamica ed offensiva protestando vivacemente l'opportunità di assumere una rapida iniziativa militare entrando nel Ducato di Milano per puntare direttamente alla sua capitale.

Come d'uso nella Repubblica, ai due condottieri era affiancato, con il rango di Provveditore Generale, il nobile veneziano Andrea Gritti: uomo accorto e valoroso che sarà il difensore di Padova e sarà doge dal 1523 al 1538.

Il Senato Veneto, dunque, mediando tra queste diverse concezioni strategiche, anche nell'intenzione di limitare i costi economici di una guerra molto guerreggiata, diede ordine di riassumere il controllo del territorio della Ghiera senza, tuttavia, intraprendere iniziative né cercare battaglia. I veneziani, pertanto, spesero le successive settimane in schermaglie e qualche sconfinamento: tuttavia fu rioccupata Treviglio dopo due giorni d'assedio e d'Alviano non si fece scrupolo di permettere che fosse punita con uno spietato saccheggio.

Entro il 9 maggio, comunque, Luigi XII passò di nuovo il fiume Adda più a sud, acquartierandosi a Rivolta d'Adda, che venne incendiata. Anche Gian Giacomo Trivulzio, con 500 lance francesi e 6.000 svizzeri al servizio del re, passò il fiume senza incontrare resistenza perché i veneziani di d'Alviano erano impegnati nel saccheggio e quelli di Orsini erano trincerati a Vailate.

I due capitani veneziani erano sempre in disaccordo su come affrontare la nuova situazione tattica dato che l'impetuoso Bartolomeo d'Alviano voleva ingaggiare i francesi senza rispettare l'ordine ricevuto. Alla fine fu deciso di muoversi verso sud. In effetti non è del tutto ancora chiara la temperie decisionale del momento e l'esatto svolgimento degli eventi di scelta è ancora piuttosto nebuloso: infatti la relazione che d'Alviano stese al ritorno dalla prigionia per gli organi della Serenissima non concorda con quanto indicato da Niccolò di Pitigliano. Del resto è del tutto comprensibile come gli attori in questione cercassero per lo più di rappresentare i loro meriti difendendo le proprie ragioni e sottacendone i risvolti più discutibili e pericolosi per la loro immagine in giudizio.

La battaglia[modifica | modifica sorgente]

All'alba del 14 maggio le ricognizioni veneziane riferirono il movimento generale dei francesi: il comando veneziano individuò in Pandino la loro destinazione, decidendo di muovere subito per anticiparli: la mossa era fondata, stante la loro maggior vicinanza all'obiettivo. L'importanza della località derivava dalla sua posizione lungo la strada per Crema e Cremona, attraverso la quale transitavano molti rifornimenti veneziani: il suo possesso, dunque, era d'importanza essenziale. Le truppe della Serenissima marciarono, dunque, da Vailate verso Pandino passando per Agnadello attraverso un percorso lungo poco più di una decina di chilometri: lungo la strada incerta e polverosa dell'epoca creavano una colonna lunga oltre cinque chilometri: due battaglioni avanti al comando di Pitigliano, altri due unità tattiche dietro al comando di d'Alviano e l'artiglieria nel mezzo.

Sebbene la localizzazione del luogo esatto nel quale si svolse una battaglia presenti sempre molti problemi, possiamo ragionevolmente affermare che nei pressi di Cascina Mirabello, nei dintorni di Agnadello, avvenne un contatto che nessuno dei due contendenti aveva cercato: la retroguardia veneziana fu agganciata dalla testa dell'esercito francese: la cavalleria, comandata dal governatore di Milano Charles II d'Amboise. Quella che stava iniziando intorno all'una dopo mezzogiorno di quel 14 maggio, sotto un cielo corrusco era, dunque, una tipica battaglia d'incontro: niente affatto pianificata ma verificatasi per l'intersezione fortuita di due masse ostili in armi.

I francesi si prepararono rapidamente allo scontro: mentre gli artiglieri provvedevano alla messa dei pezzi in batteria, la cavalleria caricava seguita, poi, dagli svizzeri del Trivulzio. Le truppe veneziane erano costituite in gran parte da cernite padovane e trevigiane: circa 1.500 per ciascuna unità, quindi un paio di migliaia di provvisionati, 400 lance di cavalleria pesante ed unità di cavalleria leggera costituite dagli Stradiotti, che godettero sempre fama di buoni combattenti ma di mezzi delinquenti. Anche la seconda battaglia di retroguardia, al comando di Antonio dei Pio da Carpi, si dispose per lo scontro: poco più di 5.000 uomini a piedi, dei quali la metà cernite bresciane e venete al campo da pochi giorni, circa 400 cavalli pesanti e 200 leggeri. Questa massa di armati si attestava al riparo di una sorta di argine posto al bordo di un fiumicello in secca per affrontare l'urto dei francesi mentre stava già piovendo. Questi, forzati a salire lungo un pendio che presto si trasformò in un pantano, non riuscirono a fare breccia trovandosi ben presto in difficoltà.

Pitigliano era già a Pandino all'inizio dello scontro e durante lo svolgersi di questi eventi Bartolomeo d'Alviano corse lì per chiedere l'immediato intervento del grosso delle truppe. Sebbene un rapido appoggio fosse possibile, il cugino Niccolò di Pitigliano rispose che gli ordini del senato veneziano erano di evitare lo scontro ed invitò d'Alviano a sganciarsi per raggiungerlo.

Intanto l'artiglieria francese aveva preso a bersagliare le fanterie venete schierate al modesto riparo dell'argine. Sebbene i pezzi dell'epoca avessero una precisione aleatoria e necessitassero di complesse operazioni di ripristino dopo ogni colpo, talché presentavano cadenze di tiro molto basse, i veneti, poco avvezzi alla disciplina ed alla fermezza di carattere in battaglia, non furono in grado di resistere alla pressione materiale e psicologica del bombardamento e, senza aver ricevuto alcun ordine in tal senso, attaccarono in massa in direzione delle artiglierie. L'impeto di migliaia di uomini armati di spiedi, picche, brandistocchi, alabarde ed altre armi in asta tipiche delle fanterie popolari dell'epoca, fu prorompente. La controcarica di un quadrato svizzero generò una zuffa spaventosa nella quale venivano falciati uomini ed arti, spezzate armi e squarciate armature. La massa veneta, ancora in superiorità numerica, avanzava lentamente e con determinazione, ma iniziò a vacillare quando dovette subire un'ulteriore carica della cavalleria pesante francese di rinforzo appena giunta.

In questo frangente d'Alviano è di nuovo sul campo di battaglia: uomo di pronta reazione, si rende conto della situazione critica delle proprie fanterie e decide di alleggerire la pressione su di esse guidando una carica della propria cavalleria. Nella sua relazione al Collegio dei Pregadi della Serenissima, anni dopo, egli dirà di non aver trovato soluzione migliore e più immediata che mettersi alla testa dei suoi cavalli puntando direttamente nel mucchio, nel centro, proprio verso il re francese.

Iniziando la carica, grida ai suoi cavalieri corazzati di mettersi avanti agli Stradiotti, la cavalleria leggera, e quindi che tutti gli altri armati lo seguano in un urto di sfondamento. La brillante operazione, audace ed impetuosa sembra avere successo: la precedente carica delle fanterie venete riprende vigore, i cannoni francesi devono essere arretrati in tutta fretta e la cavalleria di d'Alviano s'incunea profondamente nella massa di armati arrivando a ridosso del re di Francia. Ma i veneti sono, adesso, troppo pochi: una controcarica di fanterie lanciata precipitosamente dai francesi per salvare Luigi XII ferma la cavalleria veneziana che, in effetti, non veniva seguita da nessuno. L'ala sinistra di Antonio dei Pio da Carpi, sottoposta all'urto di un quadrato di fanteria e posta sotto il fuoco dell'artiglieria cede all'improvviso senza un apparente motivazione tattica: l'addestramento di questi contadini era troppo sommario perché le loro formazioni potessero reggere la tensione e la violenza della battaglia di quell'epoca. Questa formazione si sfalda e la sua gente inizia a scappare senza meta: il Gritti dirà in seguito "chi di qua, chi di là". Le 360 lance di Giacomo Secco, inspiegabilmente, abbandonano il campo come possono, mancando di lanciarsi a chiudere la falla e lasciando questo compito a pochi, valorosi stradiotti che si sacrificheranno inutilmente.

Per questo episodio il Pio sarà tacciato di viltà e di slealtà. Giacomo Secco sarà addirittura apertamente accusato di tradimento. Ed, in effetti, non è chiaro se la sua decisione di disimpegno sia stata determinata dal desiderio di rispettare gli ordini di Pitigliano, da scarso coraggio personale oppure se sia stata frutto di un effettivo voltafaccia. In ogni modo sappiamo che egli non era nuovo a comportamenti del genere e che, poco dopo la giornata di Agnadello farà atto di omaggio a re Luigi XII nel borgo di Caravaggio, del quale sarà infeudato.

E così, gli uomini a cavallo trovano scampo in qualche modo, ma i fanti in fuga ed allo sbando sono facile preda della cavalleria francese che non dà quartiere. Il risultato di questa rotta a sinistra è che le fanterie pavane e trevigiane delle linee centrali sono lasciate con il fianco scoperto. A metà del pomeriggio, sotto un violento acquazzone, si consuma il drammatico epilogo della battaglia: il quadrato veneto è circondato, resiste ad oltranza contro forze preponderanti, quindi si disarticola ed i suoi componenti vengono per lo più massacrati intorno alle bandiere.

Bartolomeo d'Alviano viene disarcionato e ferito ad un occhio: re Luigi ordinerà che non venga ucciso e lo terrà prigioniero per quattro anni, liberandolo quando il complesso gioco delle alleanze di quei tempi di rapidi voltafaccia condurrà Venezia a combattere assieme alla Francia.

Poco prima delle sei del pomeriggio il luogo dello scontro è un acquitrino insanguinato coperto di cadaveri di uomini e di animali, di arme spezzate e di vessilli stracciati, che echeggia dei lamenti dei feriti che moriranno in breve tempo. Tutto sarà lasciato lì: insepolto ed abbandonato. Angelo Beolco, il poeta padovano detto "Il Ruzante", contadino che si fece soldato per scampare alla fame e che fini per scappare dalla guerra, si trovò su questo campo dopo qualche anno e scriverà nel suo "Il reduce", maledicendo la guerra, che "non si vedeva che cielo e ossa di morti".

Difficile avventurarsi nel conto dei caduti: le fonti non sono quasi mai concordi e molti feriti, anche tra quelli raccolti, moriranno di setticemia nei giorni seguenti. Non ci sono notizie di parte francese, mentre la cifra di 4.000 fanti veneziani non dovrebbe essere molto lontana dal vero. Pochi, invece, saranno i cavalieri uccisi. Tra i diversi condottieri veneziani morti ci saranno Saccoccio da Spoleto e Piero del Monte. Migliaia saranno, poi, gli uomini che si disperderanno o diserteranno in seguito alla rotta: la totalità delle leve di origine contadina non aveva alcuna comprensione degli eventi e, come avviene sempre, desiderava soltanto tornare a casa al più presto.

Il conte di Pitigliano era rimasto a Pandino senza rendersi ben conto della portata degli accadimenti. Le cattive notizie giunsero lì alla sera, e la maggior parte delle sue reclute aveva già disertato entro il mattino successivo. Constatata l'insostenibilità della propria posizione, egli decise di ritirarsi verso Venezia con Gritti e le truppe rimastegli abbandonando tutti i territori occidentali di terraferma. Questa ritirata si fermò, di fatto, soltanto a Mestre: nessuna città dei domini veneziani volle accogliere l'esercito sconfitto sia perché ai potentati locali non appariva conveniente per i propri interessi del momento sia, soprattutto, per il pericolo derivante dall'accogliere dentro le mura un esercito in rotta che, per arraffare comunque un qualche bottino, si sarebbe certamente abbandonato al saccheggio.

Luigi XII, per canto suo, riconquistati i territori che appartenevano al Ducato di Milano e raggiunto l'obiettivo prefissato al momento della costituzione della Lega di Cambrai, si fermò a Peschiera.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Ercole Ricotti, Storia delle compagnie di ventura in Italia, Torino, 1845, Vol. 3, p. 368

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