Battaglia di Fornovo

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Battaglia di Fornovo
La battaglia di Fornovo raffigurata nella Galleria delle carte geografiche (Musei Vaticani)
La battaglia di Fornovo raffigurata nella Galleria delle carte geografiche (Musei Vaticani)
Data 6 luglio, 1495
Luogo Fornovo, sud ovest di Parma, Italia
Esito Vittoria strategica francese,
vittoria tattica italiana
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
8.000 uomini 12.500 uomini
Perdite
3.400 morti e feriti[1]. 300 morti e feriti[2] o 1.000 circa[3].
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La battaglia di Fornovo ebbe luogo il 6 luglio 1495 durante le Guerre d'Italia. In essa si affrontarono l'esercito di Carlo VIII di Francia - composto da francesi, mercenari svizzeri e un nutrito contingente di italiani - e quello della Lega Antifrancese - formato dagli eserciti di Milano e Venezia, per la gran parte composti di mercenari, italiani, dalmati, greci e tedeschi, ma anche da alcune unità di leva. Lo scontro, breve (circa un'ora) ma sanguinoso (complessivamente circa tremila morti), ebbe un risultato incerto.

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Carlo VIII sognava una sua crociata contro gli infedeli e la riconquista di Gerusalemme. Per attuare questo piano pensò di conquistare il Regno di Napoli, verso il quale vantava nebulosi diritti per via della nonna paterna, Maria d'Angiò (14041463), al fine di poter disporre di una base per le crociate in terra santa.

Per avere mani libere in Italia, Carlo stipulò patti rovinosi con i vicini: a Enrico VII venne dato del denaro, a Ferdinando II di Aragona venne dato il Rossiglione e a Massimiliano I vennero dati l'Artois e la Franca contea.

Gli stati italiani erano abituati ad assoldare bande di mercenari tramite contratti detti "condotte", stipulati tra le signorie e i cosiddetti condottieri. Le tattiche di battaglia miravano quindi a minimizzare i rischi e a catturare facoltosi prigionieri; l'aspetto economico era quindi dominante. Questo modo di guerreggiare si dimostrò perdente contro le motivate truppe francesi e spagnole che si apprestavano a sommergere la penisola.

La campagna[modifica | modifica sorgente]

Fornovo di Taro, lapide a ricordo della battaglia del 1495.

Carlo VIII era in buoni rapporti con le due potenze del nord Italia, Milano e Venezia, ed entrambe lo avevano incoraggiato a far valere le proprie pretese sul Regno di Napoli. Così ritenne di avere il loro appoggio contro Alfonso II di Napoli e contro il pretendente rivale che era Ferdinando II di Aragona, Re di Spagna. Alla fine di agosto del 1494 Carlo VIII condusse un potente esercito francese con un grosso contingente di mercenari svizzeri e la prima formazione di artiglieria mai vista in Italia. Ottenne il libero passaggio da Milano, ma venne osteggiato da Firenze e da Papa Alessandro VI.

Lungo la via per Napoli, Carlo distrusse ogni piccolo esercito che il papa ed il regno di Napoli gli mandarono contro e distrusse ogni città che gli resisteva. Questa brutalità scioccò gli italiani, abituati alle guerre relativamente poco sanguinose dei condottieri di allora.

Il 22 febbraio 1495 Carlo VIII, col suo generale Louis de la Trémoille, entrò a Napoli praticamente senza opposizione. La velocità e la violenza della campagna lasciarono attoniti gli italiani. Specialmente i veneziani e il nuovo duca di Milano, Ludovico Sforza (il Moro), capirono che se Carlo non fosse stato fermato, la penisola sarebbe presto diventata un'altra provincia della Francia[4].

Il 31 marzo venne proclamata a Venezia una lega santa antifrancese: i firmatari erano la Serenissima Repubblica di Venezia, il duca di Milano, il papa, il re spagnolo, il re inglese e Massimiliano I. La lega ingaggiò un condottiero veterano, Francesco II di Gonzaga, marchese di Mantova, per raccogliere un esercito ed espellere i francesi dalla penisola. Dal 1º maggio questo esercito incominciò a minacciare i presidi che Carlo aveva lasciato lungo il suo tragitto per assicurarsi i collegamenti con la Francia. Il 20 maggio Carlo lascia Napoli lasciando un presidio e proclamando che il suo unico desiderio era un sicuro ritorno in Francia.

Come se non bastasse, l'esercito di Carlo venne colpito da un misterioso morbo a Napoli. Mentre non è chiaro se la malattia provenisse dal nuovo mondo o fosse una versione più virulenta di una già esistente, la prima epidemia conosciuta di sifilide scoppiò nella città. Il ritorno dell'esercito francese verso nord diffuse la malattia in tutta Italia, e alla fine in tutta Europa. La malattia venne quindi conosciuta in quasi tutta Europa col nome di "Mal francese". (In Francia, però, venne chiamata "la vérole de Naples".)

Preparazione[modifica | modifica sorgente]

Il 27 giugno i veneziani e i loro alleati stabilirono il campo vicino a Fornovo di Taro, circa 20 km a sud ovest di Parma, alla badia della Ghiaruola. Secondo il Guicciardini l'esercito dei cosiddetti "collegati" era composto per tre quarti da forze veneziane comandate da Francesco II Gonzaga, affiancato da Alessio Beccaguto, e dai due provveditori del senato veneto Luca Pisano e Melchiorre Trevisan. A capo delle forze milanesi c'erano Galeazzo da Sanseverino e Francesco Bernardino Visconti. L'esercito era composto da 2500 cavalieri, 8000 fanti e 2000 stradiotti, una forza mercenaria greco-albanese.

Carlo stava ritornando in Francia con un ricco bottino raccolto tra Firenze, Roma e Napoli. Dopo una sosta a Pontremoli che venne incendiata dai mercenari svizzeri i quali, contravvenendo ai patti, si erano dati al saccheggio della città (si dice che il re soggiornasse nel vicino abitato di Mignegno e che, per punizione, abbia fatto trainare a braccia l'artiglieria sul passo della Cisa dai mercenari fedifraghi), finalmente il 4 luglio i francesi raggiunsero il villaggio di Fornovo discendendo lungo la valle del Taro, trovando il passaggio bloccato dall'esercito della lega accampato a nord del villaggio.

Il 4 luglio, Ercole d'Este, duca di Ferrara, l'alleato più forte di Carlo in Italia, gli comunicò che il senato veneziano non aveva ancora autorizzato il provveditore di entrare in battaglia. I francesi erano ansiosi vedendo il numero dei nemici crescere di giorno in giorno senza avere la possibilità di ricevere rinforzi. Carlo allora chiese libero passaggio. Come riferisce il Guicciardini, la risposta dei collegati si fece attendere; venne mandata una richiesta su come procedere a Milano, dove risiedeva il duca Ludovico il Moro e un rappresentante per ogni componente della lega[5]: Ludovico ed il rappresentante veneto erano più propensi per lasciar passare il re francese[6] mentre il rappresentante spagnolo invece era per l'attacco; per questo decise di scrivere a Venezia.

Nel frattempo Melchiorre Trevisan, sapendo che la risposta non sarebbe arrivata in tempo, decise che appena l'esercito francese si fosse mosso sarebbe stato attaccato.

Carlo, dopo aver sentito i suoi consiglieri italiani, Gian Giacomo Trivulzio e Francesco Secco, assieme ai nobili decise di combattere, e mandò quaranta soldati per fare una ricognizione in campo nemico. Questi vennero intercettati dagli Stradiotti.

L'esercito della lega era sul lato destro del fiume Taro a difesa di Parma mentre i francesi decisero di stare sul lato sinistro. La posizione francese era considerata buona per la difesa perché i veneziani non avevano pulito il campo, e la pioggia aveva reso impraticabile le rive del fiume per la cavalleria.

La battaglia[modifica | modifica sorgente]

La battaglia di Fornovo in una stampa di inizio Cinquecento

All'alba del 6 luglio, Carlo decise di muoversi perché le provviste dei francesi stavano scarseggiando. Carlo divise l'esercito in tre gruppi. Mise Gian Giacomo Trivulzio al comando dell'avanguardia, che consisteva in trecento cavalieri, duecento fanti leggeri, duecento soldati tedeschi dotati di picche circondati da uomini con archibugi e asce.[7]. Poco dopo, il secondo gruppo, comandato dal re. Questo gruppo consisteva in seicento cavalieri, arcieri a cavallo e fanti tedeschi, la parte migliore dell'esercito francese. Infine la retroguardia, comandata dal conte di Fois, con quattrocento cavalieri e un centinaio di soldati. Il resto delle picche componevano una falange non molto distante dalla linea dei cavalieri. L'artiglieria proteggeva la prima linea sul davanti e la seconda verso il fiume Taro.

Melchiorre Trevisan promise ai soldati della lega che il bottino sottratto al regno di Napoli e trasportato dai francesi sarebbe stato loro in caso di vittoria. Francesco Gonzaga divise le forze in 9 linee. Il suo piano di battaglia era di distrarre i primi due gruppi francesi, attaccare in forze il gruppo di coda, generare confusione tra i francesi e attaccare infine con le tre linee di riserva il rimanente dell'esercito francese.

L'attacco frontale della cavalleria leggera fu intralciato dalle condizioni del terreno, come previsto dai francesi, ed il risultato fu incerto. Nel momento più delicato della battaglia, gli Stradiotti videro che la guardia francese al bottino era impegnata dalla cavalleria italiana e si gettarono alla ricerca di un facile guadagno lasciando le posizioni loro assegnate. Quella che era una battaglia che stava evolvendo lentamente verso il successo veneziano si trasformò in uno scontro sanguinoso. L'artiglieria francese era fuori gioco a causa del terreno. La riserva veneziana entrò in battaglia. I francesi erano demoralizzati dal numero dei nemici, ma i veneziani subirono molte diserzioni; molti mercenari cercarono solo il guadagno personale scappando appena raggiuntolo[8]. I provveditori veneziani e il conte Niccolò di Pitigliano, che approfittò dell'occasione per liberarsi dai francesi, cercarono di convincere molti fuggitivi a tornare dicendo che la battaglia era quasi vinta[9].

Dopo più di un'ora di combattimento i francesi cercarono rifugio su una collina. I veneziani disposti ad inseguirli erano troppo pochi ed entrambi i contendenti si accamparono. I francesi persero più di un migliaio di uomini, mentre i veneziani più di duemila uomini, ma i nobili di entrambe le parti erano isolati o morti. Re Carlo perse tutto il suo bottino, valutato in più di 300.000 ducati. Venne dichiarata una tregua di un giorno per seppellire i morti. I morti e anche i feriti vennero spogliati dalla fanteria italiana e dagli abitanti locali. Nella lotta perse la vita anche Rodolfo Gonzaga, figlio del marchese di Mantova Ludovico III Gonzaga, che con la sua discesa in campo intendeva difendere i domini dei Gonzaga dalla minaccia francese.

La sera seguente, il Doge Agostino Barbarigo ed il Senato ricevettero un rapporto nel quale veniva detto loro che l'esercito veneziano non aveva perso, ma che il risultato della battaglia era incerto perché c'erano state molte perdite e molti disertori e non erano conosciute le perdite del nemico. L'intera città pensò al peggio, ma il giorno successivo un ulteriore rapporto descrisse l'estensione del saccheggio e la paura dei francesi che supplicavano ora la tregua ora la pace. Comunque fu concesso a Carlo di lasciare l'Italia indisturbato.

Vittoria o sconfitta?[modifica | modifica sorgente]

Madonna della vittoria, Andrea Mantegna, Parigi, Louvre, ex voto di Francesco II Gonzaga per la cappella di Santa Maria della Vittoria a Mantova per commemorare la battaglia di Fornovo

L'esercito della Lega Antifrancese non ottenne l'annientamento tattico del nemico nonostante fosse in superiorità numerica ed ebbe circa il doppio delle perdite rispetto all'esercito regio - ciò dovuto anche all'abitudine francese di uccidere i cavalieri disarcionati contrariamente al codice bellico italiano che prevedeva salva la vita, dietro riscatto, per il cavaliere caduto dal destriero. Tale argomento impedisce di parlare di una chiara vittoria tattica dei Collegati. Tuttavia nemmeno Carlo VIII poté rivendicare un successo. Infatti l'esercito regio perse tra il dieci e l'undici per cento dei suoi effettivi (mille morti su nove/diecimila uomini) oltre che tutte le salmerie ed il tesoro reale. Nel bottino dei Collegati figuravano anche l'elmo del re, la sua raccolta personale di disegni erotici e due bandiere reali. Il sovrano, dopo aver chiesto una tregua di tre giorni ai Collegati, scappò dal campo di battaglia nella notte tra il sette e l'otto luglio, allontanandosi dall'esercito avversario, il quale era ancora perfettamente in grado di combattere e padrone del terreno; questo, per la mentalità militare rinascimentale, era sinonimo di vittoria. Le perdite di uomini e soprattutto di denaro per pagare i mercenari, diedero un colpo definitivo all'efficienza bellica dell'esercito francese. La ritirata di Carlo VIII non fu verso la Francia, come comunemente raccontato, ma verso Asti. Qui arrivò, il 15 luglio, dopo aver percorso duecento chilometri in sette giorni, con la truppa alla fame, a causa della perdita delle salmerie. Il re si chiuse in città e rimase sordo alle richieste di aiuto del Duca d'Orléans, asserragliato a Novara ed assediato dalla Lega Antifrancese. Questo atteggiamento fu dovuto soprattutto al fatto che non disponeva più né delle forze né del denaro per affrontare una nuova battaglia campale ed infatti il suo esercito non combatté più. Infine il re di Francia si spostò a Torino dove negoziò con Ludovico il Moro il ritorno in patria, prima che i passi alpini divenissero impraticabili. Il 22 ottobre 1495 Carlo lasciò Torino ed il 27 era a Grenoble. Si è molto discusso su quale fosse l'obiettivo di Carlo VIII allo sbocco della Cisa, alcuni sostengono Parma, altri il Piemonte, da usare come base d'operazioni contro la Lombardia. È, però, innegabile che la battaglia di Fornovo, riducendo drasticamente l'efficienza bellica del suo esercito, rese al re impossibile qualsiasi ulteriore azione offensiva nel Nord Italia.[10]

Le conseguenze[modifica | modifica sorgente]

Carlo lasciò l'Italia senza alcun guadagno. Morì due anni e mezzo dopo lasciando alla Francia un grosso debito e perdendo province che ritornarono francesi solo dopo secoli. La spedizione promosse però contatti culturali tra Francia e Italia dando energia alle arti e lettere francesi. Conseguenza importante fu l'aver dimostrato come l'artiglieria potesse essere usata in modo vincente anche in campo aperto e non solo come arma statica.

Per l'Italia le conseguenze furono catastrofiche. Ora l'Europa intera sapeva, tramite i soldati francesi e tedeschi, che l'Italia era una terra incredibilmente ricca e facilmente conquistabile perché divisa e difesa soltanto da mercenari. L'Italia si trasformò in un campo di battaglia per decenni e, ad esclusione di Venezia, perse la propria indipendenza.

« Gli austriaci, i tedeschi, i borgognoni, i francesi, i fiamminghi, gli spagnoli, gli ungheresi e vari altri popoli valicarono le Alpi o sbarcarono dalle loro navi... Ogni straniero vinse e perse a turno. Gli italiani persero sempre. Gli abitanti venivano derubati delle loro cose e massacrati, le donne erano violentate, i campi devastati, le fattorie demolite, i magazzini vuotati, i barili di vino forati a colpi di archibugio, le chiese profanate, il bestiame abbattuto, le belle città saccheggiate, smantellate e incendiate. Bande di disertori che si davano alle razzie, la feccia d'Europa, vagavano per le campagne. Fame e pestilenze dilagavano come in un incendio di stoppie... Quel che accadde negli ultimi diciotto mesi della seconda guerra mondiale - gli alleati di ogni colore in lotta contro i tedeschi, i fascisti alle prese con gli antifascisti, le città ridotte in macerie, i fanciulli affamati che mendicavano, le donne che si vendevano per un tozzo di pane, gli uomini deportati, torturati, uccisi dalle SS, il dilagare della fame, della disperazione, della corruzione e delle malattie - continuò dopo Fornovo per oltre trent'anni. »
(Luigi Barzini junior, Gli italiani, Milano, Mondadori)

Le fonti[modifica | modifica sorgente]

Alessandro Benedetti, nel suo Diaria de Bello Carolino dà uno dei migliori resoconti della battaglia. Benedetti era un medico al servizio dei veneziani e iniziò il suo diario nel maggio del 1495, e un mese più tardi fu un testimone oculare della battaglia. La battaglia è descritta nei capitoli dal 29 al 60 del libro 1.

Francesco Guicciardini descrisse la battaglia di Fornovo nei capitoli 8 e 9, libro 2 della sua Storia d'Italia.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Trevor Dupuy, Harper Encyclopedia of Military History. p. 462
  2. ^ Trevor Dupuy p. 462.
  3. ^ "Diaria de bello Carolino" Alessandro Benedetti, cap. 52.
  4. ^
    « - Ecco (dicea) sì pente Ludovico

    d'aver fatto in ltalia venir Carlo;
    che sol per travagliar l'emulo antico
    chiamato ve l'avea, non per cacciarlo;
    e se gli scuopre al ritornar nimico
    con Veneziani in lega, e vuol pigliarlo.
    Ecco la lancia il re animoso abbassa,
    apre la strada e, lor mal grado, passa. »

    (Ludovico Ariosto, Orlando Furioso XXXIII, 31)
  5. ^
    « Nella quale consulta essendo diversi i pareri de' capitani, dopo molte dispute determinorono finalmente dare della domanda del re avviso a Milano, per eseguire quello che quivi concordemente dal duca e dagli oratori de' confederati fusse determinato. »
    (Francesco Guicciardini, Storia d'Italia, libro 2, cap. 9)
  6. ^
    « che all'inimico, quando voleva andarsene, non si doveva chiudere la strada, ma più presto, secondo il vulgato proverbio, fabbricargli il ponte d'argento; »
    (Francesco Guicciardini, Storia d'Italia, libro 2, cap. 9)
  7. ^ A breve distanza il conte Niccolò di Pitigliano e Francesco Secco cavalcavano insieme, il primo prigioniero, il secondo al servizio del re francese
  8. ^ Significativo a tal proposito il comportamento del mercenario italiano Vistallo Zignoni
  9. ^
    « Ma le fermò molto più la giunta del conte di Pitigliano, il quale, in tanta confusione dell'una parte e dell'altra, presa l'occasione se ne fuggì nel campo italiano, dove confortando, ed efficacemente affermando che in maggiore disordine e spavento si trovavano gl'inimici, confermò e assicurò assai gli animi loro. »
    (Francesco Guicciardini, Storia d'Italia, libro 2, cap. 9)
  10. ^ Ecco l'esito della battaglia secondo Torquato Tasso:
    « [Per il marchese Francesco Gonzaga e la battaglia al Taro]


    Questi è Francesco, il qual sanguigno il Taro
    correr fece di spoglie e d'armi pieno,
    che scudi ed elmi ancor ne l'alto sello
    volge, di nome più che d'onde chiaro.
    Carlo ei sostenne, a cui non fé riparo
    l'Italia, e tenne i Galli invitti a freno,
    non so se vincitor, non vinto almeno;
    e 'l duro guado a loro rendé sì caro,
    che col sangue comprarlo e con le prede:
    ond'egli alzò trofeo sul Mincio altero,
    ardito forse usurpator di gloria.
    Ma pur chi dubbio è più di sua vittoria
    non può frodar d'immortal fama il vero,
    e vincitor del tempo almanco il crede. »

    (Torquato Tasso, Rime)

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Dupuy, Trevor N., Harper Encyclopedia of Military History, New York: HarperCollins, 1993, p. 1654, ISBN 0-06-270056-1.

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