Madonna della Vittoria

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Madonna della Vittoria
Madonna della Vittoria
Autore Andrea Mantegna
Data 1496
Tecnica tempera su tela
Dimensioni 280 cm × 166 cm 
Ubicazione Museo del Louvre, Parigi

La Madonna della Vittoria è una grande pala d'altare tempera su tela (280x166 cm) di Andrea Mantegna, realizzata nel 1496 come ex voto di Francesco II Gonzaga dopo la vittoria di Fornovo, ed è conservata al Museo del Louvre a Parigi.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Francesco Gonzaga, dettaglio

Il 6 luglio 1495 si scontrarono a Fornovo gli eserciti dei Francesi di Carlo VIII e della Lega Santa, sostenuta da papa Alessandro VI, dall'imperatore Massimiliano I, dal re spagnolo Ferdinando d'Aragona, da Ludovico il Moro e dai Veneziani. La Lega Santa, guidata da Francesco II Gonzaga, riportò la vittoria, cacciando temporaneamente i Francesi dalla penisola.

Durante l'assenza del marchese da Mantova, un banchiere ebreo, Daniele da Norsa, aveva acquistato una casa in borgo San Simone ed aveva sostituito una rappresentazione sacra della Vergine che ne decorava la facciata con il suo stemma personale. L'azione venne considerata sacrilega e Sigismondo Gonzaga intimò l'uomo di ripristinare l'opera pena l'impiccagione. Nonostante l'ebreo avesse accettato, l'ira popolare montò contro di lui e la sua casa venne rasa al suolo. Col ritorno di Francesco la pena venne commutata in un'ingiunzione a pagare una cappella e un dipinto devozionale, che ribadisse la devozione del marchese alla Vergine, soprattutto nell'ottica della fortunata protezione che, secondo loro, aveva permesso la vittoria sul campo di battaglia. Su consiglio del dignitario di corte Girolamo Redini il marchese incaricò Mantegna, pittore di corte, di dipingere la pala, che venne solennemente inaugurata nel 1496, in occasione dell'anniversario della vittoria, collocandola nella cappella di Santa Maria della Vittoria, nel frattempo costruita al posto della casa dell'ebreo.

La pala faceva parte delle opere saccheggiate dai francesi durante le campagne napoleoniche, arrivando al museo parigino nel 1798. Con la Restaurazione fece parte di quel nucleo di dipinti che, a causa del grande formato che rendeva difficoltoso il trasporto, rimasero a Parigi.

Descrizione[modifica | modifica sorgente]

Il corallo, dettaglio
Frutta e uccelli, dettaglio

La pala illustra da un lato l'omaggio di Francesco Gonzaga alla Vergine, dall'altro simboleggia la fede cristiana (con allusioni antisemite), come voluto dal cardinale Sigismondo Gonzaga.

La Madonna col Bambino in grembo si trova su un alto trono, decorato da marmi screziati e bassorilievi. La base del trono, con girali e zampe leonine, ha inscritto in un medaglione REGINA / CELI LET. / ALLELVIA, e poggia su un basamento circolare con un bassorilievo del Peccato originale ed altre storie della Genesi appena visibili (a sinistra una donna vestita all'antica, a destra un angelo, forse relativo alla Cacciata dal Paradiso Terrestre). Sulla spalliera del trono, finemente intarsiata, si trova un grande disco solare, decorato da intrecci e perle vitree. Il Bambino, che tiene in mano due fiori rossi, simbolo della Passione, e Maria sono rivolti verso Francesco Gonzaga, inginocchiato sopra lo zoccolo del basamento mentre ne riceve la benedizione con un'espressione sorridente e colma di gratitudine. La protezione accordata al signore di Mantova è anche simboleggiata dal manto di Maria che, tenuto dai santi ai lati, arriva a coprirlo, con effetti di delicata trasparenza.

Sul lato opposto a Francesco sta san Giovannino, con la croce in mano su cui è appeso un cartiglio che reca la tipica frase ECCE / AGNVS / DEI ECCE / Q[VI] TOLL / IT P[ECCATA] M[VNDI], e sua madre sant'Elisabetta, protettrice di Isabella d'Este, moglie di Francesco. In piedi stanno due santi per lato: in prima fila, ai lati della Vergine, due santi militi, rispettivamente san Michele Arcangelo, con la spada, e san Giorgio, con la lancia spezzata, vestiti di armature splendidamente decorate; in secondo piano s'intravedono poi a sinistra sant'Andrea, con un lungo bastone con la Croce, e a destra Longino, il centurione romano che secondo la tradizione avrebbe portato a Mantova la reliquia del preziosissimo sangue di Cristo, identificabile dall'elmo e da una lunga lancia rossa, il cui colore rimanda alla Passione e con la quale avrebbe trafitto il costato del Crocifisso.

L'ambientazione della scena è un'abside composta da un pergolato di foglie, fiori e frutta, dove spuntano diversi uccelli e con un'intelaiatura lignea, ben visibile nella ghiera decorata, con un raccordo a forma di conchiglia (attributo della Vergine come nuova Venere) a cui sono appesi dei fili di perle di corallo e cristallo di rocca e un grande pezzo di corallo rosso, simbolo apotropaico e richiamo al sangue della Passione. In generale si tratta di una trasposizione simbolica del Paradiso, un giardino celeste a cui gli uomini possono accedere per intercessione della Vergine. Ogni elemento assume così un preciso significato simbolico e devozionale.

Un vera curiosità è la presenza, a sinistra della testa della Vergine, di un cacatua, specie originaria dell'Australia e del Pacifico del sud: è possibile che ci fossero scambi da quelle aree con l'Europa ben prima che venissero ufficialmente scoperte nel XVII secolo?[1]

Stile[modifica | modifica sorgente]

La composizione piramidale che ha come vertice il trono della Vergine richiama un modello iconografico che si diffuse in Italia dal 1475 circa: ne sono illustri esempi anteriori la pala di San Cassiano di Antonello da Messina (1475-1476) o la pala di Santa Maria in Porto di Ercole de' Roberti (1480).

Il punto di vista ribassato asseconda la posizione inginocchiata di Francesco Gonzaga e intensifica la drammaticità della rappresentazione. La particolare ricchezza di colori e decorazioni si trova anche in altre opere di quegli anni, prima fra tutte la Pala Trivulzio, di analogo formato.

Alcuni storici non indicano la pala tra le opere più riuscite di Mantegna, per una certa sproporzione compositiva tra figure in primo piano e sfondo, la rigidezza delle simmetrie, l'incoerenza nell'illuminazione perlacea e lo splendore abbagliante della frutta e dei pappagallini sul pergolato, l'apparato decorativo eccessivo e "miniaturistico"[2]. Si ritiene però che queste caratteristiche dovessero essere stemperate dalla visione ottimizzata all'interno della cappella[3].

La pala, sino alla sua asportazione, era collocata nella Chiesa di Santa Maria della Vittoria, nel centro di Mantova.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Un articolo dello smithsonian Institute
  2. ^ Camesasca, cit., pag. 396.
  3. ^ idem.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Alberta De Nicolò Salmazo, Mantegna, Electa, Milano 1997.
  • Tatjana Pauli, Mantegna, serie Art Book, Leonardo Arte, Milano 2001. ISBN 978-88-8310-187-8
  • Ettore Camesasca, Mantegna, in AA. VV., Pittori del Rinascimento, Scala, Firenze 2007. ISBN 88-8117-099-X

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]