Cristo morto (Mantegna)

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Cristo morto
Cristo morto
Autore Andrea Mantegna
Data 1475-1478 ca.
Tecnica tempera su tela
Dimensioni 68 cm × 81 cm 
Ubicazione Pinacoteca di Brera, Milano
La copia di Glen Head

Il Cristo morto (noto anche come Lamento sul Cristo morto[1] o Cristo morto e tre dolenti[2]) è uno dei più celebri dipinti di Andrea Mantegna, tempera su tela (68x81 cm), databile con incertezza tra il 1475-1478 circa[3] e conservato nella Pinacoteca di Brera a Milano. L'opera è celeberrima per il vertiginoso scorcio prospettico della figura del Cristo disteso, che ha la particolarità di "seguire" lo spettatore che ne fissi i piedi scorrendo davanti al quadro stesso[4].

Considerata uno dei vertici della produzione di Mantegna, l'opera ha una forza espressiva e al tempo stesso una compostezza severa che ne fanno uno dei simboli più noti del Rinascimento italiano[5].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La datazione al 1475-1478 è solo una delle ipotesi più accreditate, che oscillano entro quasi un cinquantennio di produzione mantegnesca, dalla fine del periodo mantovano alla morte. In ogni caso l'opera viene in genere messa in relazione alla Camera degli Sposi, con il contenuto illusionistico della prospettiva che sarebbe un'evoluzione a estremi livelli dello scorcio dell'"oculo"[4].

Un "Cristo in scurto" ("scorcio"), destinato forse alla devozione privata dell'artista, è citato tra le opere rimaste nella bottega di Mantegna dopo la sua morte nel 1506[4]. Poco dopo il dipinto veniva acquistato dal cardinale Sigismondo Gonzaga, nel 1507. Non è affatto chiaro se il dipinto fosse un originale o una copia di un soggetto già eseguito e se si tratti della stessa opera effettivamente oggi esposta a Brera. Alcuni studiosi, ricostruendo vari indizi, sono arrivati alla conclusione che con molta probabilità le versioni del Cristo morto fossero due[6].

Uomo giacente su una lastra di pietra, British Museum Trustee

I passaggi successivi della tela milanese sono intricati e documentati in maniera soltanto parziale e peraltro confusa[5]. Nel 1531 sarebbe stato destinato a decorare il camerino di Margherita Paleologa, futura sposa di Federico II Gonzaga. Nel XVII secolo il dipinto sembra sdoppiarsi: uno nel 1603 era elencato tra i quadri di Pietro Aldobrandini provenienti dalle collezioni estensi, dopo che la città di Ferrara era passata nel 1598 nei possedimenti di Clemente VIII Aldobrandini; lo stesso veniva descritto in un inventario del 1665 come dipinto "in tela sopra tavola"[7]. Un secondo quadro invece è inventariato nel 1627 come il "N.S. deposto sopra il sepolcro in surzo con cornici fregiate d'oro di mano del Mantegna" tra i quadri del duca Ferdinando Gonzaga, fatto compilare dal suo erede e successore Vincenzo II. Le ipotesi più recenti, ma non per questo risolutive, indicano la tela tra i beni venduti nel 1628 a Carlo I d'Inghilterra, assieme ai pezzi più prestigiosi della quadreria Gonzaga[5]. Dalla collezione sarebbe poi passata al mercato antiquario ed alla raccolta del cardinale Mazarino, dispersa la quale sparì per circa un secolo[5]. Agli inizi del XIX secolo risalgono i primi indizi sicuri, quando nel 1806 il segretario dell'Accademia di Brera Giuseppe Bossi scriveva ad Antonio Canova di mediare per l'acquisto del suo "desiderato Mantegna", che arrivò effettivamente in Pinacoteca nel 1824[5].

Una seconda versione del Cristo morto è effettivamente conosciuta in una collezione privata di Glenn Head (NY), ma la maggior parte degli studiosi la ritiene una modesta copia tardo-cinquecentesca[4]. In essa però non sono rappresentati i dolenti, che alcuni ipotizzano essere un'aggiunta successiva dell'autore[4], e sono inoltre presenti altre varianti, che farebbero pensare a un prototipo differente rispetto alla tela a Milano[4].

Esiste anche un disegno a penna e inchiostro di Uomo giacente su una lastra di pietra nel Trustee del British Museum che presenta un'impaginazione di scorcio molto simile a quella del Cristo morto[8].

Descrizione e stile[modifica | modifica wikitesto]

Dettaglio

L'iconografia di riferimento per l'opera è quella del compianto sul Cristo morto, che prevedeva la presenza dei "dolenti" riuniti attorno al corpo che veniva preparato per la sepoltura, Cristo è infatti sdraiato sulla pietra dell'unzione, semicoperta dal sudario, e la presenza del vasetto degli unguenti in alto a destra dimostra che è già stato cosparso di profumi[5]. La forte valenza sperimentale dell'opera è confermata sia dall'uso della tela come supporto, ancora raro per l'epoca, e dall'uso potente e invasivo dello scorcio prospettico, accompagnato a una sorprendente concentrazione di mezzi espressivi[3]. Mantegna strutturò la composizione per produrre un inedito impatto emotivo, con i piedi di Cristo proiettati verso lo spettatore e la fuga di linee convergenti che trascina l'occhio di chi guarda al centro del dramma[3].

A sinistra, compresse in un angolo, si trovano tre figure dolenti: la Vergine Maria che si asciuga le lacrime con un fazzoletto, san Giovanni che piange e tiene le mani unite e, in ombra sullo sfondo, la figura di una donna che si dispera, in tutta probabilità Maria Maddalena. Pochi accenni rivelano l'ambiente in cui si svolge la scena: a destra si vede un tratto di pavimento e un'apertura che introduce in una stanza buia[7].

Il forte contrasto di luce, proveniente da destra, e ombra origina un profondo senso di pathos[7]. Ogni dettaglio è amplificato dal tratto incisivo delle linee, costringendo lo sguardo a soffermarsi sui particolari più raccapriccianti, come le membra irrigidite dal rigor mortis e le ferite ostentatamente presentate in primo piano, come consueto nella tradizione[5]. I fori nelle mani e nei piedi, così come i volti delle altre figure, solcati dal dolore, sono dipinti senza nessuna concessione di idealismo o retorica.

Il drappo che copre parzialmente il corpo, contribuisce a drammatizzare ulteriormente il cadavere[7]. Un particolare che sorprende è la scelta di porre i genitali del Cristo al centro del quadro; scelta che è aperta ad una moltitudine di interpretazioni.

Secondo altri studiosi il ritratto con la prospettiva "di scorcio", che suscita la sensazione del collo e della testa staccati dal resto del corpo, simboleggerebbe la cristologia diofisista delle due nature, l'umana e la divina, compresenti in Gesù Cristo, e di conseguenza il valore redentivo che la fede cristiana attribuisce al Sabato Santo, al Santo Sepolcro e alle Quarantore: nell'arco di questo periodo temporale, il Nazareno sarebbe contemporaneamente morto come uomo e vivo in quanto Dio[9].

« Bene fece Mantegna a dipingere il Cristo morto inquadrandolo dai piedi. [...] Da quella posizione, l'immobilità della morte emana una vibrazione mistica singolare, quella del sabato santo. Gesù non aveva più l'entelechia che animava il suo corpo, eppure tutto il sepolcro era pervaso da un'aura dorata, indubbio segno di gloria. [...] Dov'era il suo spirito che gli aveva dato sinora la vita? [...] Il Signore era disceso tra i morti per visitare i giusti dell'antico patto. »
(Piergiorgio Mariotti[10])

Influenze[modifica | modifica wikitesto]

La straordinaria invenzione di Mantegna ebbe una grande influenza sui pittori successivi. Forse l'omaggio più esplicito è il dipinto con la Salma di Cristo di Annibale Carracci (1583-1585) alla Staatsgalerie di Stoccarda[8].

Famosa invece in ambito cinematografico la citazione da parte di Pasolini in Mamma Roma (1962)[11].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Ricorrenze su Google Libri.
  2. ^ Ricorrenze su Google Libri.
  3. ^ a b c Pauli, cit., pag. 82.
  4. ^ a b c d e f Camesasca, cit., pag. 378.
  5. ^ a b c d e f g Brera, cit., scheda 83, pag. 85.
  6. ^ Ad esempio K. Christiansen, citato in Camesasca, cit., pag. 378.
  7. ^ a b c d De Nicolò Salmazo, cit., pag. 97.
  8. ^ a b Pauli, cit., pag. 83.
  9. ^ CCC, nn. 624 e 630. Stesso testo con i link alle concordanze. In particolare, tutto il Paragrafo 1. CRISTO DISCESE AGLI INFERI, nn. 632-7. Stesso testo con i link alle concordanze.
  10. ^ In piergiorgiomariotti.it del 4-11-2007. URL consultato il 3 dicembre 2009.
  11. ^ L'immagine e un breve video su YouTube.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Alberta De Nicolò Salmazo, Mantegna, Electa, Milano 1997.
  • Tatjana Pauli, Mantegna, serie Art Book, Leonardo Arte, Milano 2001. ISBN 978-88-8310-187-8
  • AA.VV., Brera, guida alla pinacoteca, Electa, Milano 2004. ISBN 978-88-370-2835-0
  • Ettore Camesasca, Mantegna, in AA.VV., Pittori del Rinascimento, Scala, Firenze 2007. ISBN 88-8117-099-X

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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