Cleomene III

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Cleomene III
Cleomene III
Tetradracma del III secolo a.C. raffigurante Cleomene III sul diritto ed Artemide Orthia sul rovescio.
Re di Sparta
In carica Dal 235 a.C. al 222 a.C.
Predecessore Leonida II
Successore Repubblica
Nome completo Κλεομένης
Morte 219 a.C.
Casa reale Agìadi
Padre Leonida II
Madre Cratesiclea
Coniuge Agiatide

Cleomene III (in greco antico Κλεομένης, traslitterato in Kleoménes; Sparta, 260 a.C. circa – Alessandria d'Egitto, 219 a.C.) fu re di Sparta della dinastia agiade dal 235 a.C. al 222 a.C..

Salì al trono nel 235 a.C. alla morte del padre Leonida II, che cinque anni prima aveva fatto uccidere il collega re euripontide Agide IV e ne aveva fatto sposare la vedova Agiatide al figlio. Secondo la testimonianza di Plutarco fu costei ad illustrare a Cleomene il progetto riformatore del primo marito, che proprio per questo era stato fatto uccidere da Leonida, e a convincerlo a seguirne le orme una volta salito al trono.

Il progetto consisteva nel condono dei debiti e nella redistribuzione delle terre tra i cittadini, per riequilibrare le ricchezze e riportare così le condizioni sociali ed economiche per far tornare Sparta all'egemonia della Grecia.

Ben consapevole del fallimento del suo predecessore, Cleomene, per ottenere il suo scopo, riuscì dapprima ad aumentare il suo prestigio militare e regale scatenando la guerra cleomenea contro la lega achea e sconfiggendo i nemici in diverse battaglie e successivamente ad eliminare con un attentato gli efori, i supremi magistrati spartani, ottenendo così i poteri assoluti per applicare completamente la riforma.

Ma Arato, lo stratego della lega achea, messo alle strette da Cleomene, chiese l'aiuto del re di Macedonia Antigono III Dosone, suo storico nemico e, col suo aiuto, riuscì a sconfiggere definitivamente Cleomene a Sellasia. Antigono conquistò Sparta, ne abolì la diarchia che era al potere da un millennio ed instaurò una repubblica fedele al regno di Macedonia, costringendo Cleomene alla fuga ad Alessandria d'Egitto presso la corte di Tolomeo III (222 a.C.).

Qui Cleomene soggiornò per alcuni anni in uno stato di prigionia dorata finché, fallito un tentativo di ribellione, si suicidò assieme ai compagni che gli erano rimasti fedeli (219 a.C.).

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Origini e ascesa al trono[modifica | modifica sorgente]

Cleomene era il figlio primogenito del re Leonida II e di sua moglie Cratesiclea. I suoi fratelli erano Euclida, che sarebbe a sua volta diventato re, e Chilonide, la futura moglie di Cleombroto II.

Secondo la testimonianza di Plutarco, il suo maestro di filosofia fu Sfero di Boristene, uno dei più noti discepoli di Zenone di Cizio.[1]

Cleomene aveva circa venti anni quando il re euripontide Agide IV, collega del padre Leonida,[2] aveva promulgato col sostegno dell'eforo Lisandro una riforma che prevedeva il condono dei debiti e la redistribuzione delle terre tra i cittadini. Lo scopo di Agide era quello di riequilibrare la distribuzione delle ricchezze tra gli Spartani: l'abolizione del divieto di vendita delle proprietà terriere, avvenuta circa centocinquanta anni prima ad opera dell'eforo Epitadeo, aveva infatti portato all'accumulo di quasi tutti i latifondi nelle mani di pochi cittadini, soprattutto donne,[3][4] lasciando all'indigenza la stragrande maggioranza degli Spartani, che avevano contratto debiti ingenti e versavano in condizioni di estrema povertà.[5]

Il padre di Cleomene, però, osteggiò la riforma del collega e fu deposto e mandato in esilio dall'eforo Lisandro (242 a.C.), che lo sostituì col genero Cleombroto II.[6] Leonida riuscì poi a tornare sul trono l'anno successivo e, dopo aver mandato a sua volta in esilio Cleombroto e la moglie Chilonide, che era la sorella di Cleomene, sostituì gli efori in carica con altri magistrati da lui stesso nominati e fece condannare a morte il collega Agide, che fu giustiziato in carcere assieme alla madre Agesistrata e alla nonna Archidamia, sostenitrici della sua politica riformatrice.[7]

Dopo la morte di Agide, il trono euripontide passò al figlio appena nato Eudamida III, mentre Leonida costrinse Agiatide, vedova di Agide e madre di Eudamida III, a sposare suo figlio Cleomene, che pure era ancora troppo giovane per il matrimonio secondo le tradizioni spartane.[8]

Secondo il racconto di Plutarco fu proprio Agiatide ad illustrare al secondo marito il progetto del primo coniuge, convincendolo a proseguirne la riforma in spregio alla politica conservatrice del padre Leonida.[8] Plutarco testimonia che Cleomene era molto innamorato della moglie, tanto che ogni volta che si trovava all'estero per una campagna militare, non mancava di tornare ogni volta che poteva a Sparta, anche solo per poche ore, col solo scopo di rivederla.[9]

Alla morte di Leonida, Cleomene divenne re (235 a.C.) all'età di circa venticinque anni e mise immediatamente in atto il suo progetto di continuare la riforma di Agide, non confidando però a nessuno le sue reali intenzioni.[10]

Scoppio della guerra cleomenea: battaglie del Monte Liceo e di Ladocea[modifica | modifica sorgente]

La Grecia al tempo della guerra cleomenea.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia del Monte Liceo e Battaglia di Ladocea.

Cleomene approfittò delle provocazioni della lega achea, che aveva provocato alcuni incidenti al confine con l'Arcadia, per farsi dare mandato dagli efori per muovere guerra contro la lega stessa, dando inizio alla cosiddetta guerra cleomenea (228 a.C.). Secondo la testimonianza di Plutarco, Cleomene riteneva più opportuno realizzare il suo progetto in tempo di guerra, forte dei poteri militari che aveva il re, piuttosto che in tempo di pace, dove gli efori esercitavano invece il pieno controllo politico di Sparta.[10]

Il giovane re occupò il tempo di Atena a Belbina, al confine tra la Laconia e l'Arcadia, ma fu poi costretto dagli efori a ritirarsi perché aveva solo trecento opliti con sé.[11] Quando Arato, stratego della lega, occupò Cafie, Cleomene reagì devastando l'Argolide e suscitando la reazione di Aristomaco, che si preparò alla battaglia campale ma fu immediatamente costretto da Arato al ritiro, nonostante gli Achei avessero a disposizione ventisettemila opliti e gli Spartani solo cinquemila.[11]

Successivamente, Cleomene soccorse gli alleati Elei, sbaragliando l'esercito acheo nella battaglia del Monte Liceo in Elide (227 a.C.),[12] tanto che si sparse addirittura la voce che lo stesso Arato fosse morto. Lo stratego della lega non si diede però per vinto, conquistando subito dopo Mantinea.[13]

Fu in quel periodo che il re Eudamida III, figliastro di Cleomene, morì e fu sostituito da Archidamo V, fratello di Agide, che fu richiamato per l'occasione a Sparta. Archidamo fu però assassinato poco dopo essersi insediato sul trono[13] e Cleomene fece eleggere al suo posto suo fratello Euclida, creando il precedente, unico per altro nella storia di Sparta, di due re della stessa dinastia contemporaneamente sul trono.[14]

Nell'estate del 227 a.C. Cleomene, dopo aver occupato la roccaforte di Leuttra, nell'area di Megalopoli, affrontò di nuovo l'esercito acheo, guidato da Arato di Sicione e da Lidiada di Megalopoli e lo sbaragliò nella battaglia di Ladocea,[12] uccidendo lo stesso Lidiada.[15] Forte di questa nuova vittoria, Cleomene si preparò al colpo di stato per imporre la riforma che da tempo aveva progettato, confidando i suoi propositi al patrigno Megistonoo e ad altri amici fidati.[16]

Attentato agli efori ed applicazione della riforma[modifica | modifica sorgente]

Gli efori esercitavano la loro magistratura seduti su cinque seggi posizionati nella stessa stanza[16] (disegno del XIX secolo di Ludwig Löffler).

Per mettere in atto il suo progetto riformatore, Cleomene decise innanzitutto di eliminare gli efori, in modo da esercitare un potere assoluto sulla città.

Il re, mentre stava tornando in città dalla vittoriosa battaglia di Ladocea contro Lidaida, inviò il messaggero Euriclida alla mensa degli efori, dove i cinque magistrati pranzavano insieme come di consueto, per riferire un finto messaggio. Mentre gli efori erano intenti ad ascoltare le parole del messaggero, entrarono nella stanza da pranzo alcuni sicari inviati dal re che, sguainate le spade, assalirono di sorpresa i magistrati. Quattro di essi morirono sul colpo mentre il quinto, che si chiamava Agileo, fu colpito solo di striscio ma si buttò a terra fingendosi morto, dopodiché, approfittando della confusione, riuscì a fuggire.[17]

Cleomene si impadronì quindi del potere assoluto (condiviso col fratello Euclida che aveva associato come collega al trono), giustificando il colpo di stato ricordando il fatto che la magistratura degli efori non era stata introdotta da Licurgo, ma solo in epoca più tarda, ai tempi delle guerre messeniche, quando i entrambi i re erano così impegnati militarmente che ebbero bisogno di alcuni assistenti per l'amministrazione ordinaria della città. Successivamente, questi magistrati si erano impadroniti di autorità sempre più estese, fino a svuotare la regalità di ogni potere.[18]

Eliminati gli efori, Cleomene usò i pieni poteri così ottenuti per attuare la totale remissione dei debiti e la distribuzione di 4000 lotti uguali di terreno ad altrettanti nuovi cittadini, scelti tra gli hypomeiones (ossia appartenenti a famiglie di Spartiati che erano stati esclusi dai diritti politici per insufficienti requisiti di censo) e i Perieci. La cittadinanza fu inoltre estesa ad alcuni stranieri, che erano stati giudicati idonei a divenire cittadini spartani e verso la fine del regno, e anche a molti Iloti in grado di pagare il proprio affrancamento. Per integrare i nuovi cittadini nelle istituzioni spartane Cleomene ripristinò l'obbligatorietà dell'agoghé, ossia il tradizionale rigido sistema di educazione la cui istituzione era attribuita a Licurgo.[19]

Battaglia di Dime e conquista di Argo, Sicione e Corinto[modifica | modifica sorgente]

Ritratto monetale di Antigono III Dosone, avversario di Cleomene negli ultimi anni della guerra cleomenea. Sul rovescio della moneta, la scritta "ΒΑΣΙΛΕΩΣ ΑΝΤΙΓΟΝΟΥ" (del re Antigono).
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Dime e Guerra cleomenea.

Il massiccio aumento del numero di cittadini permise di rafforzare l'esercito spartano, che migliorò anche grazie a varie riforme militari introdotte dal sovrano; inoltre la politica di riforme sociali attirò in molte città simpatie verso Sparta: l'effetto combinato di questi due fattori permise a Cleomene di attuare una vittoriosa politica di espansione, conquistando diverse città, tra le quali Mantinea, Tegea e Dime, dove gli Spartani inflissero un'altra sconfitta agli Achei (battaglia di Dime)[20][12] e restaurando la perduta egemonia spartana sul Peloponneso (226 a.C.). Suoi alleati nella continuazione della guerra cleomenea furono gli Elei, ai quali Cleomene restituì diversi territori, tra i quali la stessa Dime, che erano precedentemente caduti in mano achea.[21]

Dopo la perdita della battaglia di Dime ed il temporaneo ritiro di Arato dalla guida della lega, secondo la testimonianza di Plutarco gli Achei invitarono Cleomene ad una conferenza di pace a Lerna ma il re spartano non poté parteciparvi per una improvvisa malattia (225 a.C.).[22] Lo storico di Cheronea attribuisce a questo contrattempo imprevisto la rovina di Sparta e dell'intera Grecia, in quanto Arato ne approfittò per accordarsi con lo storico nemico della lega Achea, ovvero il regno di Macedonia. In particolare, si alleò col re Antigono III Dosone, nipote di Antigono II Gonata, che diciotto anni prima aveva cacciato da Corinto.[22]

Forte dell'alleanza coi Macedoni, Arato impedì lo svolgersi della nuova conferenza di pace che, una volta guarito Cleomene dalla malattia, avrebbe dovuto svolgersi ad Argo. Cleomene allora continuò la guerra, conquistando dapprima la stessa Argo, che mai era stata vinta dagli Spartani prima d'allora, e poi Fliunte, Sicione e Corinto, dove però rimase nella rocca di Acrocorinto una guarnigione achea.[23]

La Macedonia entra in guerra[modifica | modifica sorgente]

Cratesiclea e il figlio di Cleomene partono per l'Egitto come ostaggi di Tolomeo III (disegno di Bartolomeo Pinelli, 1805).

Nel 224 a.C. Antigono III Dosone, alla testa del suo esercito, giunse in Grecia attraverso un passo del Monte Gerania. Cleomene lo affrontò con una tattica di guerriglia, evitando la battaglia campale e cercando di prendere tempo finché il nemico non avesse esaurito le scorte alimentari. Gli arrivò però improvvisamente la notizia della perdita di Argo, che si era ribellata.[24]

Cleomene inviò allora il patrigno Megistonoo a riconquistare la città, ma questi fu sconfitto ed ucciso in battaglia e Cleomene dovette ritirarsi anche da Corinto. Dopo aver cercato invano di riconquistare Argo, il re spartano decise di ritirarsi a Sparta [9] e, mentre si trovava a Tegea, fu raggiunto da un messaggero che gli comunicò la morte improvvisa della moglie Agiatide.[9]

Tornato a Sparta, ricevette dal re d'Egitto Tolomeo III una proposta di aiuti, purché il re di Sparta mandasse ad Alessandria come ostaggi la madre Cratesiclea e il giovane figlio. Chiesto il consenso della madre, Cleomene accettò.[25]

Antigono conquistò Tegea, Mantinea ed Orcomeno, mentre Cleomene prese Megalopoli con un attacco a sorpresa (223 a.C.).[26] Dapprima, il re di Sparta cercò di convincere i Megalopoliti a sciogliere l'alleanza con la lega achea, ma poi, al netto rifiuto da parte di Filopemene,[26][27] Cleomene rase al suolo la città e si ritirò a Sparta, lasciando nello sgomento tutta la lega achea, per la rapidità dell'azione e la completa distruzione di una delle città più importanti dell'intero Peloponneso.[28] In seguito, Cleomene iniziò a devastare l'Argolide, fino ad arrivare quasi alla mura di Argo, dove si trovava Antigono, cercando la battaglia. Il re macedone però, nonostante gli insulti degli Argivi che lo spronavano a combattere, ritenne più prudente attendere ed organizzare una contro-offensiva più strutturata.[29]

Sconfitta e fuga[modifica | modifica sorgente]

Ritratto monetale di Tolomeo III, alla cui corte trovò rifugio Cleomene dopo la disfatta di Sellasia.

Nel 222 a.C., nella piana di Sellasia, le forze riunite della lega e dei Macedoni affrontarono finalmente l'esercito degli Spartani. La disfatta di questi ultimi fu completa: secondo la testimonianza di Plutarco, dei seimila soldati lacedemoni, ne sopravvissero solo duecento, ed anche i mercenari al servizio di Sparta furono decimati.[30]

Secondo il racconto di Plutarco, che a sua volta cita Filarco, la causa della disfatta spartana è da identificare nel tradimento di Damotele, il capo della Crypteia, a quel tempo probabilmente organizzata come una sorta di polizia segreta. Damotele avrebbe infatti ingannato Cleomene sulla vera posizione che gli Illiri e gli Acarmani, temibili mercenari al servizio macedone, avrebbero tenuto nello schieramento nemico, portando il re spartano a sbagliare la strategia di battaglia. A Sellasia morì anche Euclida, fratello di Cleomene e suo collega sul trono.[30]

Cleomene riuscì invece a fuggire a Sparta, e da qui si diresse rapidamente verso Gytheio, da dove salpò prima per Citera, poi per l'isola di Egialia ed infine per Cirene in Libia, dove sbarcò per recarsi via terra ad Alessandria, dove Tolomeo III lo accolse con tutti gli onori, fornendogli anche, secondo la testimonianza di Plutarco, uno stipendio annuo di ventiquattro talenti, che Cleomene usò per aiutare suoi amici profughi.[31]

Nel frattempo, Antigono entrò in Sparta, che trattò in maniera piuttosto mite: abolì però la diarchia e le leggi approvate da Cleomene e restaurò l'eforato, istituendo, dopo parecchi secoli di sovrani agìadi ed euripontidi, una forma di repubblica, condizionata però alla Macedonia ed alla lega achea. Poco dopo, il re macedone dovette tornare in patria, che era stata nel frattempo invasa dall'esercito degli Illiri. Plutarco testimonia che i messaggeri con la notizia dell'invasione illira arrivarono subito dopo la battaglia di Sellasia tanto che lo storico di Cheronea annota che se Cleomene fosse riuscito a rimandare la battaglia di soli due giorni, il re macedone non avrebbe ingaggiato lo scontro ma si sarebbe ritirato in Macedonia per soccorrere i suoi sudditi, lasciando libero Cleomene di trattare la pace con la lega achea a qualsiasi condizione avesse desiderato.[32]

Fine[modifica | modifica sorgente]

Poco dopo l'arrivo di Cleomene ad Alessandria, il re Tolomeo III morì, prima di aver adempiuto alla sua promessa di far tornare l'ex re di Sparta in Grecia. Il successore al trono d'Egitto Tolomeo IV trattenne invece Cleomene, i suoi familiari ed i suoi amici per tre anni, in una condizione di prigionia dorata senza però speranze di ritorno in patria.[33]

Nel 219 a.C. Cleomene tentò allora il tutto per tutto per cercare di fuggire da Alessandria e, approfittando di un viaggio di Tolomeo IV a Canopo, fece spargere la voce che il re l'aveva liberato, facendo arrivare molti doni al palazzo dove si trovava, come se le avesse mandate il re d'Egitto, ed ingannando così i soldati di guardia. Uscito per le vie di Alessandria coi suoi amici (secondo la testimonianza di Plutarco erano tredici in tutto), tentò di scatenare una sollevazione popolare contro il re, non riuscendovi. Vistosi perduto, ordinò ai suoi seguaci di ucciderlo e di sopprimersi a vicenda, raccomandando al suo amico Panteo di rimanere vivo per ultimo, e di suicidarsi a sua volta solo dopo essersi assicurato che tutti gli altri fossero morti.[34]

Tolomeo IV, tornato ad Alessandria, ordinò di uccidere Cratesiclea, i due figli di Cleomene e le donne del seguito dell'ex re di Sparta, tra le quali la moglie di Panteo, che per ironia della sorte si era appena ricongiunta col marito dopo un viaggio lungo ed avventuroso.[35]

Note[modifica | modifica sorgente]

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti primarie
Fonti secondarie

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Predecessore Re Agiade di Sparta Successore
Leonida II 235-222 a.C. Repubblica