Storia di Firenze

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Firenze - Santa Reparata, particolare della facciata del Duomo

Preistoria e primi insediamenti[modifica | modifica wikitesto]

Nell'età quaternaria la piana di Firenze-Prato-Pistoia era occupata da un grande lago che stagnava tra le linee dei rilevi del Monte Albano a ovest, del Monte Giovi a nord e delle prime colline del Chianti a sud. Con il ritirarsi delle acque la pianura, situata a una cinquantina di metri sul livello del mare, rimase costellata di tanti stagni ed acquitrini che, soprattutto nella zona di Campi Bisenzio, Signa e Bagno a Ripoli, furono una costante del territorio almeno fino alle bonifiche realizzate a partire dal Settecento. Una sezione del Museo di Geologia e Paleontologia illustra egregiamente questo periodo della preistoria toscana, con schede e reperti.

Si ritiene che alla confluenza del Mugnone con l'Arno vi fosse un insediamento villanoviano già tra il X e l'VIII secolo a.C. Tra il VII e il VI secolo a.C. gli etruschi dovevano aver scoperto e usato il facile guado del fiume Arno presso la suddetta confluenza, dove anche la pianura era più stretta per la vicinanza dei colli da nord e da sud. In quel punto avevano costruito probabilmente una passerella o un servizio di traghetto, che doveva trovarsi una decina di metri dall'attuale Ponte Vecchio, nel guado più stretto. Gli etruschi comunque preferivano non fondare città in pianura per ragioni di difesa (da eserciti stranieri e dalle inondazioni) e si stabilirono a circa sei chilometri dal guado su una collina, dove nacque il centro fortificato di Vipsul, l'odierna Fiesole, ben collegato con una strada che univa tutti i principali centri etruschi dall'Emilia al nord del Lazio.

I Romani[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Florentia e Etruschi.
"Florentia, città del fiore"
Fleur de lis of Florence.svg

Il villaggio di Florentia fu fondato a primavera, durante i Ludi Florales, in onore della dea Flora o, secondo altre ipotesi, il nome fu scelto per l'abbondanza di gigli fioriti nella zona.

I romani erano infatti particolarmente sensibili agli oroscopi e la scelta del periodo che dà inizio all'anno astrologico e astronomico era considerata particolarmente favorevole. Echi di queste credenze si trovano anche in Dante (che fece immaginò il suo viaggio della Divina commedia nel 1300 sotto la costellazione dell'Ariete) ed in Francesco Petrarca (che nelle Rime (CCXI) entra nel labirinto "il dì sesto d'aprile"). La costellazione, la primavera, il fiore quindi ricorrono continuamente nelle vicende fiorentine.

Quando fu deciso di scegliere il nome per la moneta fu scelto il fiorino e sui gonfaloni fu messo il giaggiolo ovvero l'iris. Quando poi si dovette dedicare la cattedrale, la scelta cadde su Maria e come appellativo di distinzione venne scelto proprio del Fiore, cioè di Firenze stessa. Ci si può veramente chiedere cosa sarebbe successo se il suo fondatore non avesse scelto quel fortunato nome.

Alcuni storici ancora si dibattono circa l'esistenza di un insediamento protoromano, arrivando anche a sostenere la possibilità che fosse esistito un municipium che sarebbe stato distrutto da Silla.

Tuttavia, la storia conosciuta di Firenze comincia tradizionalmente nel 59 a.C., con la fondazione da parte dei Romani di un villaggio chiamato "Florentia", e destinato ai veterani dell'esercito. Secondo alcuni storici la città sarebbe stata fondata per precise ragioni politiche e strategiche: nel 62 a.C., Fiesole era stata un covo di catilinari e Cesare volle un avamposto a solo 6 km per controllare le vie di comunicazione. Nel 59 a.C. la struttura della città era già abbastanza definita nelle sue componenti strutturali classiche del castrum cioè due vie che s'intersecavano e dividevano in due parti distinte l'antico accampamento militare.

Plastico di Florentia, Museo di Firenze com'era.

La città cesariana aveva il disegno classico previsto dagli agrimensori romani: quadrangolare e suddivisa al suo interno da sette strade sull'asse nord - sud intersecate ortogonalmente da cinque strade sull'asse est - ovest.

I Romani costruirono gli argini all'Arno ed al Mugnone e la scelta del sito si rivelò vantaggiosa per i trasporti: l'antica Florentia si trovò infatti sulla via consolare Cassia Nuova in un punto strategicamente molto importante perché formava un cuneo che controllava la fine della valle dell'Arno appenninica e l'inizio della pianura che conduceva al mare in direzione di Pisa. Nel 123 abbiamo le prime notizie precise sull'insediamento, quando fu creato il primo vero ponte sull'Arno.

Intorno all'accampamento militare romano cominciavano intanto ad essere costruiti tutti quegli edifici che caratterizzano le città romane: un acquedotto (dal Monte Morello), un foro (nell'odierna Piazza della Repubblica), terme (almeno due stabilimenti), un teatro e un anfiteatro, mentre il territorio circostante veniva razionalizzato con la centuriazione delle aree coltivate: nelle carte aeree di zone come quella attorno a Peretola, per esempio, si possono scorgere ancora tracce sicure di questa indelebile attività. Esisteva anche un porto fluviale, che consentiva commerci fino con Pisa.

Prese corpo così una vera e propria città e, data la sua origine militare fu dedicata al dio Marte che fu il primo patrono di Florentia.

Statua romana, recuperata negli scavi delle terme, Museo di Firenze com'era.

I contorni della città romana sono ancora riconoscibili nelle piantine della Firenze attuale, dove s'individua a colpo d'occhio il nucleo quadrato del primo centro, con le strade perpendicolari tagliate dal cardo e il decumano (cioè le due vie principali) oggi individuabili in Via Strozzi, Via del Corso e Via degli Speziali, che tagliano il centro da ovest a est, e le vie Roma e Calimala che lo attraversano da nord a sud fino all'attraversamento dell'Arno. Il quadrangolo, cinto da mura fortificate con numerose torri, misurava circa 1800 metri per lato e ospitava al suo interno, secondo le stime, tra i 10.000 e 15.000 abitanti. Al centro dei quattro lati si aprivano altrettante porte che alcune delle quali furono in uso fino a tutto l'alto medioevo.

Nel 285 Diocleziano, durante il riordino dell'Impero, stabilì proprio a Firenze la sede del Corrector, cioè del comandante della legione, che era responsabile per tutta la Tuscia, a suggello della maturata importanza strategica dell'insediamento nel panorama regionale. I mercanti orientali (fra i quali una notevole colonia stabilitisi in Oltrarno appena passato il ponte) portarono il culto di Iside prima e in seguito, a partire dal II secolo quello del Cristianesimo.

Non sono rimasti monumenti visibili del periodo romano poiché Firenze ebbe un rapido sviluppo durante il periodo successivo e la Firenze medievale costruì e allargò quella romana e vi si sovrappose.

Ancora oggi però affiorano dal sottosuolo costruzioni come ad esempio il complesso termale scoperto in Piazza della Signoria proprio accanto al declivio che scende verso Piazza San Firenze dove è verosimile che fosse il teatro, oggi inglobato dal palazzo della famiglia Gondi.

Ma il monumento più riconoscibile è quello dell'anfiteatro che, sebbene invaso da case medievali dalle quali spuntano residui della primigenia costruzione in laterizio (compreso forse qualche arco di accesso), mantiene sempre la sua forma ellittica; non a caso la strada che lo circonda è stata battezzata Via Tòrta (cioè storta).

Al Museo Archeologico e al Museo topografico di Firenze com'era si trovano le più importanti testimonianze di Florentia, con numerosi reperti e sezioni per la didattica.

L'epoca paleocristiana[modifica | modifica wikitesto]

Il pavimento musivo paleocristiano di Santa Reparata
Iscrizioni romane e paleocristiane in Santa Felicita

I primi evangelizzatori a Firenze arrivarono probabilmente dall'Oriente assieme ai mercanti siriaci, greci e anatolici, che facevano muovere i commerci in tutto l'Impero romano. Tradizionalmente gli storici due-trecenteschi, come Giovanni Villani, attribuirono l'evangelizzazione ai discepoli di san Pietro apostolo, quali gli oscuri san Frontino e san Paolino. E durante la persecuzione di Decio del 250 viene collocata la decapitazione del martire san Miniato, santo cefaloforo perché avrebbe raccolto la sua testa e sarebbe andato a piedi verso il colle dove oggi sorge la basilica a lui dedicata.

Se queste leggende sono prive di qualsiasi testimonianza storica, è invece documentata dal ritrovamento di antichissime lapidi la presenza di cristiani nella zona della chiesa di Santa Felicita, dedicata, guarda caso, a una santa il cui culto era diffuso nel Mediterraneo orientale.

Nel 313 poi è accertata la presenza di un primo vescovo Felice, presente a Roma al raduno indetto da Papa Milziade, mentre nel 393 sant'Ambrogio visitò la città e fondò la chiesa di San Lorenzo allora fuori dalle mura (forse sul sito di una necropoli cristiana, come avveniva a quel tempo con le prime basiliche romane).

Un decennio dopo Firenze aveva un primo pater patriae rappresentato dal vescovo san Zanobi, che organizzò la diocesi e animò la resistenza dei fiorentini contro l'invasione dei Ostrogoti di Radagaiso, i quali assediarono la città ma furono provvidenzialmente sconfitti dall'arrivo di Stilicone, il grande generale dell'Imperatore Onorio (405-406). Il giorno della vittoria (secondo la tradizione) si ricordava santa Reparata di Cesarea di Palestina e proprio a questa santa martire si volle dedicare in segno di riconoscenza una pieve appena fuori dalla Porta Aquilonia, a nord, quella chiesa di Santa Reparata che alcuni secoli più tardi, con il trasferimento delle spoglie del vescovo Zanobi, diventò cattedrale, al posto del già esistente battistero di San Giovanni, allora semplicemente chiesa, indicata spesso come l'edificio più antico di Firenze che abbia mantenuto la sua struttura originaria.

Secondo studiosi come Lopes Pegna in quel periodo la città si andava anche spopolando: la villa romana trovata sotto Piazza del Duomo era già divisa in abitazioni più modeste prima di venire abbattuta per fare spazio alla platea episcopis. L'ipotesi è che i latifondisti preferirono abbandonare Firenze per difendersi da un fisco troppo esoso e per evitare che gli venissero imposte cariche amministrative che comportavano anche l'assunzione di responsabilità personali nella riscossione delle tasse.

Sarcofago romano nel Museo dell'Opera del Duomo

Si consumava in quel periodo la definitiva conversione di tutta la popolazione al cristianesimo (soprattutto dopo la vittoria di Radagaiso da molti attribuita alle preghiere di Zanobi) ed è significativa la graduale sovrapposizione che sostituì l'antico patrono di Marte, patrono della Firenze romana, con il culto di san Giovanni Battista. La dedicazione al santo forse è posteriore e alcuni la intendono come un retaggio della più tarda dominazione longobarda, in ogni caso ormai Firenze aveva almeno tre chiese (San Lorenzo, Santa Felicita e la distrutta chiesa di Santa Maria in Campidoglio, nel foro) situate però appena fuori le mura, segno che comunque resisteva l'impianto urbanistico della città di epoca imperiale. Dagli scavi del 197172 è stato chiarito che il tratto nord delle mura (quello verso il Duomo e San Lorenzo) era stato già abbattuto tra il II e il III secolo, per cui dovettero esistere nuove e più ampie fortificazioni che furono realizzate nella seconda metà del IV secolo quando i barbari cominciarono a fare davvero paura, per cui i nuovi edifici di culto non dovevano essere completamente esposti ai pericoli esterni.

Il Battistero, il monumento fiorentino dalla datazione più controversa, sebbene creduto in precedenza di epoca paleocristiana, scavi recenti hanno mostrato come le sue fondamenta fossero ben due metri sopra il livello della pavimentazione romana, spostandone la datazione al XII secolo. All'esterno sono riconoscibili alcuni materiali di scarto romani, quali la Naumachia vicina alla porta sud e due sarcofagi del I secolo che fino al 1966 erano posti invece all'interno della chiesa stessa, ma oggi rimossi e trasportati al Museo dell'Opera del Duomo.

Se l'invasione di Radagaiso aveva innescato quel processo di regressione che portò al medioevo più oscuro, a Firenze il V secolo non dovette tutto sommato essere ancora terribile e probabilmente fu possibile procedere nella costruzione almeno della chiesa di San Giovanni, che per i suoi caratteri originali viene attribuito come opera costruita quando la memoria dell'architettura romana era ancora viva. Tra l'attacco di Radagaiso e la guerra greco-gotica infatti ci fu circa un secolo e mezzo di pace.

L'alto medioevo[modifica | modifica wikitesto]

La Torre della Pagliazza, incerta vestigia della presunta seconda cerchia muraria

Le guerre tra goti e bizantini[modifica | modifica wikitesto]

Firenze, come gran parte dell'Italia, finì in mano ai goti di Teodorico senza scosse. Durante le due guerre gotiche venne occupata dai bizantini di Belisario nel 541 e in seguito saccheggiata e devastata da Totila nel 550 prima di venire riconquistata dai greci guidati da Narsete.

Totila fa distruggere la città di Firenze, miniatura

L'esercito di Giustiniano trovò una città così in rovina e spopolata, che nel restaurarne le difese le avrebbero fatte arretrare di alcune decine di metri. Questa teoria non ha trovato però conferme sul piano archeologico, per cui oggi viene messa in discussione. Forse l'unica vestigia di quel periodo è la Torre della Pagliazza, sorta appoggiandosi sul muro di una piscina termale, per questo dall'insolito disegno a pianta circolare. I bizantini fondarono la chiesa di sant'Apollinare, oggi distrutta, in onore del santo da essi particolarmente venerato.

I longobardi[modifica | modifica wikitesto]

Nel 570 la città passò in mano ai longobardi, i quali però elessero come centro principale dell'area toscana Lucca. Essi, per mettere in comunicazione i territori da essi assoggettati dovettero usare strade lontane dalla Cassia e dalle strade romane, ancora controllate dai bizantini, per cui crebbe di importanza il passaggio della Cisa e la strada che si snodava per Lucca, Altopascio, Fucecchio e la Valdelsa fino a dirigersi verso Roma. Era il tracciato di quella che sarà poi chiamata Via Francigena e che tagliò Firenze fuori dai traffici più importanti, segnandone la decadenza.

Forse risale proprio a longobardi la devozione verso San Giovanni Battista, tipica dei popoli di recente conversione.

Tra il finire dell'VIII e l'inizio del IX secolo, dopo due secoli di buio completo, la città vide l'inizio di una nuova rinascita, con una prima, timida ripresa delle attività economiche e un incremento demografico, forse causato più che altro dall'inurbamento di genti del contado spaventate dalle periodiche scorribande barbariche.

L'epoca carolingia[modifica | modifica wikitesto]

La targa davanti a Santi Apostoli che ricorda la presenza di Carlo Magno, posta nel Quattrocento

Carlo Magno si fermò almeno due volte a Firenze: nel 781, di ritorno da Roma, e nel 786, quando accolse le lamentele di alcuni monaci contro il duca longobardo Gudibrando. La presunta rifondazione di Firenze da parte del grande imperatore è un'ipotesi azzardata, spesso sostenuta con enfasi dai cronisti antichi, così come la lapide che ricorda la sua presenza alla posa della prima pietra della chiesa dei Santi Apostoli. Di fatto la nuova dominazione significò solo la sottomissione a un duca franco anziché longobardo, e si dovette aspettare almeno fino all'epoca di Lotario I per assistere a un segno storicamente provato di rinascita. Nell'854 i comitati di Fiesole e di Firenze vennero uniti e fu scelta proprio Firenze come residenza del conte.

Iniziava così quel processo talvolta assimilato dai fiorentini a quello di "madre" e "figlia" che portò alla graduale crescita di importanza di Firenze rispetto a Fiesole.

In questa ottica di rinascita, e forse a causa della paura verso le invasioni degli ungari, vennero rinforzate le mura ed allargate fino ad arrivare a toccare l'Arno, includendo un lembo triangolare di terreno ormai stabilmente edificato, segno quindi anche di una ripresa della crescita demografica.

Nell'825, tuttavia, una banda di pirati normanni risalì l'Arno a forza di remi dalla foce fino ad un punto imprecisato per poi saccheggiare tutto il territorio ed assalire Fiesole che in quel momento era il centro più importante del medio Valdarno, riuscendo a bruciare il palazzo vescovile (dove ora si trova la Badia Fiesolana)[1].

Se in città e nei dintorni andavano sorgendo numerose chiese, il monachesimo in città attecchiva solo con piccole istituzioni di scarso rilievo. Fu solo con la fondazione della Badia fiorentina nel 978 da Willa di Toscana che Firenze ebbe un'abbazia benedettina che fosse anche un centro d'irradiazione culturale. Il figlio di Willa, Ugo di Tuscia intanto aveva segnato un altro fondamentale traguardo per Firenze: scelta come residenza del margraviato di Toscana, si prese una rivincita su Lucca che fino ad allora era stata la capitale politica della regione.

Dopo l'anno Mille[modifica | modifica wikitesto]

Il simbolo della rinascita cittadina può essere indicato con la fondazione della basilica di San Miniato al Monte, avvenuta nel 1013 alla presenza del vescovo Alibrando con il beneplacito dell'Imperatore Enrico II. La chiesa dai leggeri archi a tutto sesto, dai capitelli corinzi e dalla bella facciata in marmo bianco e verde, segnò, con l'annesso monastero, un apice del romanico in Toscana, con i primi accenni a un "proto-rinascimento" che incoraggiava il recupero di moduli classici, alla base dei futuri sviluppi dell'arte fiorentina.

Nel 1055 si tenne a Firenze un concilio alla presenza di Papa Vittore II e l'Imperatore Enrico III (in quell'occasione vennero abbellite Santa Felicita e Santa Reparata), che condannò la simonia e il concubinato del clero, ispirato dal movimento di riforma voluto dal fondatore dei vallombrosani San Giovanni Gualberto. I suoi seguaci si scontrarono con quelli del simoniaco vescovo Pietro Mezzabarba davanti al monastero di San Salvi, con la "prova del fuoco" sostenuta dal cosiddetto Pietro Igneo, che costrinse il vescovo alle dimissioni (1068).

Pochi anni prima il marchese Goffredo di Lorena sceglieva la città come sua capitale, mentre dal 1059 al 1061 per la prima volta salì sul soglio di San Pietro un vescovo fiorentino: Gerardo di Borgogna, che divenne Papa Niccolò II.

Il XII secolo[modifica | modifica wikitesto]

La reggenza di Matilde di Canossa[modifica | modifica wikitesto]

Se l'operato di San Giovanni Gualberto aveva segnato un primo smacco al clero corrotto, il problema non era ancora risolto, e in tutta la penisola iniziarono a formarsi gruppi di popolani (tradizionalmente provenienti dai ceti bassi, ma non solo) che si ribellavano all'autorità del clero, i cosiddetti patarini. Gli scontri tra eretici patarini e clero e, per la prima volta, tra l'embrione di guelfi e ghibellini (sostenitori rispettivamente del papato e del potere imperiale) furono però frenati finché la Contessa Matilde di Canossa fu in vita: essa resse l'equilibrio della penisola dal Piemonte al Lazio e fece da mediatrice tra gli interessi opposti. A Firenze essa aveva un castello poco fuori dalle mura (vicino alla chiesa di San Lorenzo) e la sua sola presenza occasionale bastò a sedare le rivalità cittadine, almeno fino alla sua scomparsa, avvenuta nel 1115. In quel periodo fu anche rafforzata la cerchia muraria e venne costruito un avamposto sul fiume, il Castello d'Altafronte.

La nascita del Comune[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Repubblica fiorentina.

Fu dopo l'estinzione del casato del Cadolingi (signori del Valdarno ovest) e la quasi contemporanea scomparsa di Matilde (1113 e 1115), seguita poco tempo dopo dal lungo interregno dovuto alla morte dell'Imperatore Enrico V, che Firenze si resse a Comune autonomo, per il venir meno del margraviato, quale struttura intermedia tra impero e città.

La prima notizia del regime consolare è nella cronaca del Senzanome che riconduce i consoli al 1125. I primi consoli di cui si conosce il nome sono Burellus, Florenzitus, Broccardus, Servolus che compaiono in un atto del 19 marzo 1138.

Quindi poco si conosce dei modi di governo di quel primo Comune poiché la documentazione riguardante gli atti amministrativi è praticamente inesistente fino agli anni intorno al 1170[2]. In un anno i consoli arrivarono a essere dodici (due per bimestre), affiancati da un consiglio di 150 "Bonomini" e, quattro volte l'anno, da un'assemblea generale dei cittadini. Non si conoscono i requisiti per ottenere queste cariche né le rispettive funzioni con esattezza. Nella pratica si immagina che fossero comunque le grandi famiglie ad egemonizzare la vita politica comunale. Secondo la storiografia scientifica moderna, fu in questa fase che si consolidò l'inurbamento delle famiglie della nobiltà signorile e più antica, che vantavano diritti sul contado ed appartenevano alla tradizione feudale. Da qui il germe della futura contrapposizione che generò la guerra civile ed il confronto con la contrapposta e nascente nobiltà mercantile che si andava delineando in Città.

Uno studio di Enrico Faini dell'Università di Firenze, pubblicato nel 2004, che corregge o integra alcune conclusioni precedenti[3], tenta di individuare le famiglie del ceto dirigente consolare esaminando non solo i documenti pubblici come già fatto da Pietro Santini ma esaminando anche gli atti privati proponendo tra queste Adimari, Amidei, Ardinghi, Brunelleschi, Buondelmonti, Caponsacchi, Donati, Fifanti, Gherardini, Nerli, Porcelli, Scolari, Uberti, come le famiglie feudatarie sicuramente presenti fin dall'inizio in virtù delle cariche pubbliche da loro assunte, a cui a vario titolo si unirebbero in periodi posteriori i Giugni, Rossi/Iacoppi, Sacchetti, Giandonati, Cavalcanti, Chiermontesi, Gianfigliazzi, Pigli, Sizi, Soldanieri, Squarciasacchi, Strozzi, Tedaldini, Tornaquinci, Vecchietti, Della Tosa, Della Bella, Giudi, Giochi, Lamberti, Infangati, Barucci, Cipriani, Avogadi, Visdomini..

Economia in espansione[modifica | modifica wikitesto]

Sebbene nel panorama toscano la città fosse ancora di secondaria importanza rispetto a Lucca, Pisa o Siena, tutto il XII secolo vide la crescita delle produzioni dell'artigianato e la fortissima crescita del commercio. Il porto fluviale prosperava e via Valdarno la città si raccordava alla via Francigena. La prima attestazione delle corporazioni delle arti e mestieri risale al 1182. I mercanti fiorentini iniziavano già a inserirsi nel circuito degli scambi europei. Panni semilavorati arrivavano dalle Fiandre e dalla Francia e l'allume per la tintura dal Levante: con questi i fiorentini raffinavano e tingevano i tessuti fino a trasformarli in preziose stoffe che rivendevano all'estero a prezzi notevolmente maggiorati. Iniziavano inoltre in quell'epoca le prime attività bancarie che garantivano lauti guadagni, sebbene con alcuni rischi, non ultimo quello di accusa di usura da parte della Chiesa.

L'assoggettamento del contado[modifica | modifica wikitesto]

Al pari di altre città Firenze si era dedicata al controllo del suo contado attraverso la distruzione o la conquista dei castelli, assoggettando gradualmente i feudatari che detenevano il controllo sulle terre attraverso le fortificazioni. La resistenza delle famiglie feudali fu evidentemente ostinata, in modo particolare si distinsero gli Alberti (a nord e ovest), i Conti Guidi, (il rapporto con i Conti Guidi cambiò quando Guido Guerra sposò la fiorentina "buona Gualdrada" la figlia di Bellincione Uberti dei Ravignani per cui si stabili una tregua tra Comune e conti), i Firidolfi, gli Ubaldini ed i Pazzi della Valdarno, i Gherardini nella Val di Greve (dal loro castello principale di Montagliari) e Val d'Elsa.

Nell'espansione decisiva fu la presa di Fiesole e la sua distruzione nel 1125. La Cattedrale venne risparmiata ma al vescovo venne intimato di risiedere entro le mura fiorentine. Anche ai membri della aristocrazia feudale sottomessa nel corso dell'espansione di Firenze verso le campagne, venne imposta la cittadinanza e la residenza all'interno delle mura, almeno per un certo numero di mesi.

A metà del secolo Firenze dominava già il medio corso del Valdarno da Figline a Empoli e si affacciava sulla scena politica regionale accanto alle altre importanti città vicine.

All'interno della cerchia urbana andava nel frattempo acuendosi il conflitto, anche di natura culturale, prima che militare, tra la morente tradizione feudale e la nuova borghesia mercantile, manifatturiera e bancaria. La stessa edilizia cittadina, ormai caratterizzata da altissime torri (in realtà vere e proprie fortificazioni cittadine) documentava uno stato di perenne conflitto. È la Firenze della cerchia antica di Cacciaguida, ricordata da Dante.

L'alleanza con Pisa[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1171 Pisa, in difficoltà per le lotte contro Genova e contro l'imperatore Federico I Barbarossa, chiese sostegno militare a Firenze. L'appoggio venne concesso in cambio di alcune vantaggiose condizioni come una percentuale sulle rendite della zecca pisana, alcune concessioni sul trasporto di merci e mercanti fiorentini sui territori e sulle navi pisane, oltre all'uso del porto con magazzini riservati. In cambio però iniziarono anche le lunghe guerre contro i lucchesi e i senesi che erano schierati sul fronte opposto e decisi a frenare l'avanzata di Firenze.

L'arco di San Pierino, già Porta San Piero, resto della cerchia del XII secolo

La nuova cerchia di mura[modifica | modifica wikitesto]

L'anno successivo (1172), fino al 1175, si mise mano alle mura, che triplicarono la superficie della città (da 24 a 75 ettari circa) includendo i numerosi "borghi" che si erano formati fuori dalle porte principali di accesso, compreso, per la prima volta, l'Oltrarno. Si stima che a quell'epoca, grazie alla crescente ricchezza e al continuo flusso di genti dal contado (sia popolani, sia ricchi proprietari terrieri), la popolazione contasse circa 25.000 unità. La crescita della popolazione e della ricchezza portò anche a un primo acuirsi delle differenze sociali e una complicazione della vita politica e sociale.

Disordini interni e fondazione delle Arti[modifica | modifica wikitesto]

Il tentativo degli Uberti nel 1177 di scardinare il sistema delle alleanze tra "consorterie" (i gruppi di più famiglie) che governavano il Comune si risolse con una sanguinosa guerra civile (che durò per circa tre anni) e con incendi e devastazioni. Da allora essi furono designati come i fautori dell'Impero, nel nome del quale si erano sollevati, e segnò la prima embrionale lotta tra i nascenti gruppi dei guelfi e ghibellini. Oltre alla fedeltà al papa o all'imperatore, queste due fazioni in lotta erano sicuramente più interessate a guadagnarsi, anche militarmente, la leadership politica ed economica della città, rifacendosi però agli ideali più nobili e generici sovranazionali.

Nel 1182 si vide emergere per la prima volta il ceto "borghese" dei commercianti e cittadini, con la fondazione dell'Arte di Calimala, (probabilmente questa data è da anticipare perché il Villani nella sua "Cronica" dice che sin dall'anno 1150 i consoli dell'Arte di Calimala avevano in guardia la fabbrica dell'Opera di San Giovanni) la prima associazione corporativa di mercanti che fino ad allora erano stati esclusi dal potere politico monopolizzato dalle antiche famiglie aristocratiche.

Nel 1193 una nuova insurrezione capeggiata dagli Uberti, però questa volta appoggiati anche dai nuovi ceti dei mercanti e degli artigiani, abolì il sistema dei consoli, col beneplacito dell'Imperatore Enrico VI. Sebbene istituito di nuovo nel 1197 era ormai chiaro come questo sistema di governo fosse ormai in crisi.

Il Duecento[modifica | modifica wikitesto]

Il regime podestarile[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1207 infatti il governo venne riformato e si passò dai consoli a un unico podestà, un cavaliere preferibilmente forestiero, affinché si tenesse imparziale e al di fuori dalle contese tra le fazioni cittadine. Il primo podestà fu Gualfredotto da Milano. I requisiti per accedere alla carica erano la dignità cavalleresca, l'abilità militare e la conoscenza giuridica, che di fatto restringevano la scelta ai soli rampolli di famiglie aristocratiche. Nella pratica poi esisteva un consiglio oligarchico ristretto e uno collegiale, del quale facevano parte i capitani delle Arti: entro la prima metà dei Duecento il sistema delle corporazioni era completamente organizzato.

Vittorie militari[modifica | modifica wikitesto]

Tra il 1197 e il 1203 la città consolidò il suo controllo nel contado con alcune energiche azioni militari, soprattutto nel basso Valdarno (strategico per l'accesso fluviale) e nella Valdelsa (importante per il controllo della via Francigena). Nel 1202, dopo anni di assedio, fu presa la città di Semifonte che venne completamente rasa al suolo e dove fu imposto il divieto di edificazione. Con la presa di Semifonte, Firenze assestò un duro colpo al potere degli Alberti, i maggiori nemici all'espansionismo fiorentino che avevano fatto della Valdelsa la loro roccaforte, sostituendosi al potere feudale e controllando gli accessi alla via Francigena

Crescita demografica[modifica | modifica wikitesto]

Nel corso del Duecento Firenze visse il suo apogeo: già tagliata fuori dalla Francigena vi si collegò, effettuando una vera e propria rivoluzione stradale, grazie all'attrattività del suo mercato economico ed alla sicurezza del contado assoggettato da una serie di azioni militari[4].

Si era formato in quel periodo un nuovo ceto: i ricchi mercanti che avevano iniziato a legarsi con politiche matrimoniali all'antica aristocrazia, univano il lusso e la raffinatezza al grande potere economico delle loro imprese, venendo poi definiti grandi o magnati.

Dal contado inoltre proveniva un flusso sempre maggiore di genti, spesso immigrati di qualità provvista di capitali e forte spirito d'iniziativa che in breve tempo avrebbero moltiplicato la popolazione e l'economia cittadina. Ma forte era anche la richiesta di manodopera a basso costo, che convogliò in città folle di subalterni, che non trovavano posto nella città antica delle torri, per questo si affollavano in miseri "borghi", cioè zone densamente abitate a ridosso degli accessi entranti nelle mura urbane.

Arrivo degli ordini mendicanti[modifica | modifica wikitesto]

In sostegno di questi diseredati giunsero presto gli ordini mendicanti, che si distribuirono a raggiera attorno alle mura: i francescani presso "il Prato di Ognissanti" e sul sito della futura basilica di Santa Croce, i domenicani a nord-ovest (dove sorgerà la basilica di Santa Maria Novella) nel 1219, i silvestrini al Cafaggio (futura chiesa di San Marco), vicini ai serviti (dove sorgerà la basilica della Santissima Annunziata), gli umiliati presso piazza Ognissanti, mentre l'Oltrarno ospitava i carmelitani (chiesa del Carmine) e gli agostiniani (basilica di Santo Spirito). Nasceva così una nuova conformazione urbanistica caratterizzata da chiese via via ingrandite e trasformate in basiliche, ciascuna con una piazza antistante, disposte a raggiera attorno cinta muraria.

Lotta agli eretici[modifica | modifica wikitesto]

Non mancò la diffusione di dottrine ereticali, tra le quali si radicò soprattutto quella dei catari, grazie anche all'appoggio di alcune grandi famiglie ghibelline, come risposta al papato avversario, quali gli Uberti. La repressione delle eresie non tardò e si servì degli stessi ordini mendicanti: fino al 1244 i domenicani, poi i francescani di Santa Croce[5].

Guelfi e ghibellini[modifica | modifica wikitesto]

L'inizio delle contese tra guelfi e ghibellini viene fatto risalire tradizionalmente alla contesa tra Amidei e Buondelmonti del 1216, ma i primi scontri effettivi si ebbero quando Federico II decise di inviare in città il proprio figlio naturale Federico d'Antiochia (podestà dal 1246) per appoggiare il partito ghibellino. Grazie alla propaganda guelfa la lotta agli eretici si fuse con quella ai ghibellini (ve ne sono echi anche nella Divina Commedia di Dante Alighieri, nell'episodio dedicato a Farinata degli Uberti, Inf. X). Nel 1244 Pietro da Verona accese gli animi di una parte della popolazione chiedendo una riforma politica e sociale.

Il governo ghibellino rispose istituzionalizzando le Arti e introducevano rappresentanti del Popolo (la nuova borghesia) accanto al podestà. Federico d'Antiochia governò con metodi duri e nel 1248 represse con energia un tentativo di insurrezione guelfa: egli, nei piani del padre, avrebbe dovuto assoggettare la città al controllo imperiale. Dopo l'iniziale resistenza i guelfi vennero scacciati lasciando la città in mano ai ghibellini, in particolare alla famiglia Uberti. Nel frattempo gli esuli guelfi si erano sparsi nel contado, mantenendo capitali, prestigio e contatti con la curia pontificia.

Il "Governo del Primo Popolo"[modifica | modifica wikitesto]

Fiorino del 1347

Il 21 settembre 1250, l'esercito fiorentino fu sbaragliato in una imboscata guelfa a Figline Valdarno: un mese dopo un'insurrezione guidata dal "Popolo" scacciava Federico e tutte le grandi famiglie che lo avevano appoggiato. Iniziava così il florido periodo del Popolo Vecchio o del Primo Popolo. Dal punto di vista politico le istituzioni ricalcarono la situazione creata dai ghibellini nel 1244-46, con un doppio sistema: da una parte il comune col podestà e due consigli; dall'altra il Popolo con un capitano (forestiero come il podestà), affiancato da altri due consigli: quello degli Anziani di 12 membri eletto dalle 20 compagnie militari, quindi su base territoriale, e quello dei 24 consoli delle Arti. Il potere esecutivo e quello di iniziativa legislativa spettavano al capitano del Popolo e al Consiglio degli Anziani, ma le leggi dovevano essere ratificate prima dai due consigli podestarili.

Il crescere di importanza delle Arti segnava sempre una maggiore diffidenza verso il ceto aristocratico, sia esso guelfo o ghibellino, per questo, sebbene fedeli nell'alleanza col papato e distaccati da Manfredi di Svevia, i popolani fiorentini non si guardavano dal dirsi guelfi[6]. Risale a quegli anni lo scapitozzamento delle torri dei nobili, provvedimento sia di ordine pubblico che simbolico e morale. Nel 1255 si costruiva il palazzo del Popolo, poi detto il Bargello.

Il decennio del Primo Popolo vide il fiorire straordinario delle attività economiche, sostenute anche dalla propria valuta in oro, il fiorino: introdotto nel 1252, fu la prima moneta aurea dell'Europa occidentale, grazie al valore sia in peso che in lega che rimaneva straordinariamente costante (San Giovanni 'un vuole inganni è un proverbio fiorentino che dice come l'effigie di San Giovanni Battista sul fiorino fosse garanzia di qualità), assicurando una straordinaria diffusione in tutta Europa e nel bacino del Mediterraneo, quale moneta per le transazioni economiche importanti, i grossi pagamenti e i prestiti internazionali.

La Battaglia di Montaperti[modifica | modifica wikitesto]

La salita alla ribalta di Manfredi di Svevia dopo la sconfitta di Ezzelino da Romano (1259), la rivalità di Siena (rivale in campo economico), di Pisa e l'ostilità dei ghibellini esuli furono le forze che si coalizzarono in una guerra contro Firenze che ebbe il suo momento decisivo il 4 settembre 1260 con la Battaglia di Montaperti: sconfitti disastrosamente i guelfi, i ghibellini ripresero la città, dando il via a una serie di ritorsioni che consisterono nell'esilio, la confisca dei beni e la distruzione delle case per i guelfi. Ma quando il vicario di Manfredi in Toscana propose nel 1264 di radere al suolo la città, come Federico I aveva fatto di Milano un secolo prima, la dura opposizione di Farinata degli Uberti salvò Firenze, come tramandato dai famosi versi di Dante Alighieri.

L'intervento di Urbano IV[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1263 papa Urbano IV, deciso ad abbattere Manfredi in favore di Carlo d'Angiò, scomunicò i ghibellini di Firenze e di Siena. Più che le implicazioni religiose di tale provvedimento, preoccupava la conseguenza che ogni buon cristiano era sollevato da pagare i debiti verso gli scomunicati. Le grandi compagnie commerciali si affrettarono a fare omaggio alla Santa Sede, in cambio di un documento che li metteva in condizione di esigere i propri crediti.

La Battaglia di Benevento[modifica | modifica wikitesto]

Bastò la notizia che Manfredi era stato sconfitto nella battaglia di Benevento (febbraio 1266) per far insorgere il Popolo contro i ghibellini, che vennero definitivamente scacciati. Si instaurò un governo sempre più a tinte guelfe (sebbene il Popolo e la Parte Guelfa fossero ancora entità distinte), suggellato dalla nomina a podestà di Carlo d'Angiò stesso, dal 1267.

Gli anni '80[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1280 grazie ad una pace mediata dal cardinale Latino Malabranca Orsini molti ghibellini poterono tornare in patria. Presto la sorte in Italia sembrò però sorridere di nuovo ai ghibellini (la salita al potere del nuovo imperatore Rodolfo d'Asburgo, la stabilizzazione del potere ghibellino in Romagna con Guido da Montefeltro e i Vespri siciliani contro Carlo d'Angiò in Sicilia), riaccendendo le tensioni tra le fazioni. A Firenze ne approfittò il Popolo, sempre latentemente in conflitto con l'aristocrazia, che ottenne delle modifiche istituzionali tra il 1282 e il 1284 senza gravi scosse, quali: l'istituzione del collegio dei sei priori delle Arti (uno per sestriere), di un gonfaloniere scelto dalle Arti, di un consiglio, di reparti armati e inoltre di far entrare i propri esponenti nel consiglio del podestà. Si rafforzava così ulteriormente la voce delle organizzazioni professionali, non senza l'appoggio di alcune famiglie guelfe, degli imprenditori e dei banchieri.

La rivale di sempre, Pisa, veniva nel frattempo sconfitta da Genova nel 1284, iniziando la sua decadenza che avrebbe portato alla conquista da parte di Firenze nel 1406.

La Battaglia di Campaldino[modifica | modifica wikitesto]

La battaglia di Campaldino (11 giugno 1289) non fu solo la definitiva sconfitta dei ghibellini, rinvigoriti dalla situazione internazionale, ma era anche un modo dei "magnati" (l'aristocrazia) di sottolineare la propria importanza grazie all'uso che essi avevano delle armi, rispetto alla fascia "popolana" (rappresentata dalla borghesia imprenditoriale).

Gli Ordinamenti di Giustizia[modifica | modifica wikitesto]

La risposta a questa ondata di guelfismo aristocratico furono i rivoluzionari Ordinamenti di Giustizia promulgati dal podestà Giano Della Bella, varate nel 1293 e ammorbidite nel 1295, che tagliavano fuori dalla vita politica i "magnati", rendendo necessaria l'iscrizione ad una Arte per accedere ai priorati ed ai consigli di governo, oltre che predisponendo una serie di strumenti per tutelare i cittadini da possibili ritorsioni degli armati dei magnati. Risale a quella riforma l'istituzione del gonfaloniere di giustizia, supremo magistrato eletto dal consiglio dei priori della Arti, che era garante del nuovo ordinamento.

L'ammorbidimento del '95 permise ad alcuni magnati di rientrare nel governo cittadino, mentre il fautore della riforma, Giano, veniva esiliato per sospetti di volersi fare signore di Firenze: uno scotto che dovette pagare nonostante l'appoggio incondizionato di gran parte del Popolo come testimoniato da Dino Compagni. Il suo esilio fu una sorta di patto tacito tra Popolo e aristocrazia guelfa: il primo aveva infatti bisogno della seconda per le sue alleanza col Papa, il Re di Francia e gli Angioini che permettevano la prosperità dei commerci e delle attività bancarie. La discriminazione tra magnati di antica e nuova ricchezza era ormai sempre più sfumata, come dimostra il sistema di dichiarazione dei magnati, su segnalazione popolare, che talvolta includeva anche esponenti provenienti "dal Popolo". In definitiva la discriminazione non era basata sul profilo sociale o sullo stile di vita, ma più che altro sul piano politico: era un magnate chiunque potesse dar sospetto di attentare alla supremazia del Popolo nel governo della città.

Guelfi Bianchi e Neri[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guelfi bianchi e neri.

Un ulteriore motivo di tensione fu rappresentato dalla scissione del partito guelfo nelle due fazioni dei Donati (i "neri", più legati al papato e sostenuti dall'élite mercantile e finanziaria) e dei Cerchi (i "bianchi", moderati). Il periodo di disordini, che coinvolse anche Carlo di Valois, ingombrante ospite cittadino inviato da Papa Bonifacio VIII, si concluse con la cacciata dei bianchi (tra cui Dante Alighieri in consorteria con i Gherardini di Montagliari). L'oligarchia mercantile, che però doveva contrastare l'opposizione sia dei nobili sia delle altre Arti, le 5 «mediane» e le 9 «minori», il cui malcontento cresceva, mentre si acuiva il contrasto fra "popolo grasso" e "popolo minuto". Ma le controversie non si conclusero con la cacciata dei Bianchi, in quanto anche la fazione dei Neri si divise in Donateschi (capeggiati da Corso Donati) e dei Tosinghi (seguaci di Rosso Della Tosa). Dopo l'uccisione di Corso Donati e la cacciata dei suoi seguaci la situazione cittadina si tranquillizzò temporaneamente.

Traguardi artistici[modifica | modifica wikitesto]

In quegli anni iniziò la straordinaria stagione dell'architettura fiorentina: Mentre i cantieri delle chiese in costruzione andavano avanti, il rivestimento del Battistero segnava uno sviluppo dell'architettura romanica, grazie alla disposizione degli elementi architettonici improntata all'antico più che altrove, che sarebbe ulteriormente maturata nei secoli successivi.

Ma la cosa più stupefacente sulla messa in opera nel giro di pochi anni di opere grandiose come la nuova cerchia muraria (1282-1333), la cattedrale di Santa Maria del Fiore (dal 1296) e il palazzo dei Priori (dal 1298), in una città che stava arrivando a sfiorare i centomila abitanti. Ne fu protagonista Arnolfo di Cambio, che sviluppò anche la scultura su base monumentale, come appreso dal suo maestro Nicola Pisano.

In quegli anni i poeti del dolce stil novo rinnovavano la letteratura sostenendo l'uso del volgare, e Cimabue e il suo allievo Giotto superavano per sempre la sudditanza in pittura verso l'arte bizantina gettando le basi per uno stile artistico propriamente "occidentale".

Ma tutta la città era un fiorire di creatività e di ostentazione di ricchezza attraverso l'arte e lo sfarzo: i grandi palazzi degli Spini, dei Frescobaldi, dei Gianfigliazzi, le nuove chiese (Santa Trinita, Santa Croce, Santa Maria Novella, Santa Maria degli Angeli, ecc.), i nuovi tre ponti sull'Arno.

Il Trecento[modifica | modifica wikitesto]

Il culmine economico[modifica | modifica wikitesto]

Il primo Trecento segnò nuovi record per l'economia, l'arte e la cultura fiorentina. In quegli anni si lavorò al completamento dei grandi cantieri aperti nel Duecento (Cattedrale, Palazzo vecchio e mura) e se ne iniziarono di nuovi: il Campanile di Giotto, Orsanmichele, la Loggia della Signoria e la Loggia del Bigallo, che sono in genere considerati il canto del cigno dell'architettura gotica a Firenze.

L'economia era trainata dalle imprese bancarie (degli Spini, dei Frescobaldi, dei Bardi, dei Peruzzi, dei Mozzi, degli Acciaiuoli e dei Bonaccorsi), che prestavano denaro ad alto tasso (e ad alto rischio) ai papi di Avignone ed ai sovrani di tutta Europa (soprattutto ai re di Francia e di Inghilterra), e dalle industrie manifatturiere, soprattutto laniere: è stato calcolato che a Firenze si raffinassero e si producessero direttamente tra il 7% e il 10% di tutti i panni di lana prodotti in Occidente[7], con una grande richiesta di tinture pregiate, di allume (fissante per i colori) e di manodopera, la quale era impiegata nelle circa trenta fasi della lavorazione dei fiocchi di lana fino alla pregiata stoffa. Il commercio, le attività bancarie e quelle manifatturiere si sostenevano a vicenda generando un circolo virtuoso che macinava straordinarie ricchezze, le quali non toccavano però la gran parte dei malpagati ceti subalterni della città e del contado.

Debolezza militare[modifica | modifica wikitesto]

La Firenze del Trecento era però debole militarmente, come dimostrarono alcune sconfitte nei primi decenni del Trecento, che compromisero il prestigio cittadino, ma non portarono a rovesciamenti istituzionali: la battaglia di Montecatini del 1315 e la battaglia di Altopascio del 1325, entrambe contro le forze ghibelline.

Firenze dopotutto si stava avviando a diventare guida di uno Stato regionale, con un territorio di influenza che andava dal Basso Valdarno, al Chianti, alla Valdelsa all'Alto Valdarno fino all'Appennino, con influenza su centri minori e città come Prato, Pistoia e poi Arezzo.

Il crack finanziario[modifica | modifica wikitesto]

L'avvio della guerra dei Cent'Anni portò la notizia dell'insolvenza di Re Edoardo III d'Inghilterra, al quale molti banchieri fiorentini avevano prestato ingenti somme di denaro. Ciò avviò una serie di fallimenti a catena disastrosi per l'economia cittadina.

Già nel 1311 fallirono i Mozzi e nel 1326 gli Scali. Il 4 novembre 1333 una disastrosa alluvione spazzava via tre dei quattro ponti sull'Arno, trascinando via anche l'antica statua di Marte protettrice della città, che fu interpretato come un triste presagio.

Il periodo più nero si ebbe tra il 1342 e il 1346 quando fallirono a catena i Bardi, i Peruzzi, gli Acciaiuoli e i Bonaccorsi. Ma le famiglie magnatizie riuscirono a salvare parte della ricchezza riconvertendole in feudi e castelli.

Il Duca di Atene[modifica | modifica wikitesto]

La Porta del Duca di Atene a Palazzo Vecchio, Firenze, fatta costruire da Gualtieri di Brienne come via di fuga dai suoi appartamenti, che effettivamente utilizzò quando venne cacciato dalla città

Per rimediare a una situazione sociale sull'orlo del collasso ed alla conseguente instabilità politica si decise di affidare la balìa (il governo) a un nobile francese già conosciuto a Firenze durante la sua visita al seguito di Carlo di Calabria nel 1325-1327: Gualtieri VI di Brienne, duca nominale di Atene.

La sua politica fece però presto pentire i fiorentini, poco inclini a sopportare i suoi colpi di testa, le iniziative arroganti e gli atteggiamenti superbamente cavallereschi. Il Duca di Atene, cercando di svincolarsi dal sostegno della classe magnatizia che lo aveva chiamato in città, iniziò a promuovere una politica moderatamente favorevole ai ceti subalterni, probabilmente con l'interesse di costituirsi una base di appoggio indipendente. I popolo minuto, tra i quali spiccavano per numero i lavoratori subalterni dell'Arte della Lana (i "Ciompi"), era infatti al di fuori dell'organizzazione delle Arti, quindi anche della vita politica, e riceveva bassi salari che permettevano solo una magra sussistenza contando spesso sul sostegno degli ospedali e delle istituzioni caritatevoli della città.

Questa politica fu la goccia che fece traboccare il vaso per i già diffidenti "popolani grassi" che gli avevano affidato la balìa, che iniziarono a congiurare contro di lui, anche con più iniziative indipendenti, rovesciandolo e costringendolo alla fuga il 26 luglio 1343, giornata di Sant'Anna che rimase negli annali cittadini come data da festeggiare per la ritrovata libertas. All'eroica rimozione del Duca d'Atene erano stati dedicati anche cicli di affreschi, come la Cacciata del Duca d'Atene dell'Orcagna in Palazzo Vecchio, oggi quasi completamente perduti.

Primi tumulti: la sommossa di Ciuto Brandini[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ciuto Brandini.

Subito dopo la cacciata di Gualtieri montò il disagio, e i primi tumulti si ebbero nell'autunno dell'anno dopo[8], quando furono prontamente soffocati senza sopire però il malcontento.

Pochi mesi dopo, nel mese di maggio 1345, entra in scena il cardatore Ciuto Brandini, del quartiere artigianale settentrionale di San Pier Maggiore[9]: Ciuto organizzò uno sciopero e delle adunanze per le vie della città, in Piazza Santa Croce e alla Loggia dei Servi di Maria, ma il tentativo di associare i propri compagni di lavoro in una 'fratellanza' che raccogliesse le adesioni di operai e artigiani fallì:[8] arrestato con i figli il 24 maggio 1345, fu giudicato dal podestà e in pochi giorni mandato a morte per decapitazione[8] L'esperienza di Ciuto può essere considerata l'antesignana di quanto sarebbe successo con il tumulto dei Ciompi di oltre trent'anni dopo.

L'oligarchia delle Arti[modifica | modifica wikitesto]

La più antica veduta di Firenze nella Madonna della Misericordia della prima metà del XIV secolo, Museo del Bigallo

Il "Popolo Grasso", ormai aperto anche all'ingresso delle famiglie magnatizie che avessero reso particolari servigi alla Repubblica, seppe sfruttare la situazione per accentrare definitivamente il potere nelle proprie mani. Ormai le decisioni spettavano al gonfaloniere di giustizia, agli otto priori delle Arti, al Consiglio dei Buonomini ed a quello dei sedici gonfalonieri di Compagnia (quattro per ciascuna nuova circoscrizione dei quartieri, divisi a loro volta in quattro "gonfaloni" per la riscossione erariale e per la leva militare, nonostante in città si facesse ormai ampio uso di truppe mercenarie).

La "peste nera"[modifica | modifica wikitesto]

L'epidemia della peste nera del 1348 colpì tutta l'Europa, dando il colpo di grazia ad un'economia che stava già subendo un generale ristagno.

Alcune quantificazioni parlano di una riduzione della popolazione fiorentina compreso tra il 40% e il 60%, simile a quella di altre grandi città dell'epoca. Comunque le stime variano di anche molto: dai circa 120.000-90.000 abitanti di inizio del Trecento, si calcolano perdite fino ad arrivare ad una popolazione di 50.000 unità o addirittura 30-25.000. In ogni caso i primi dati storicamente accertabili si hanno nel 1427 con le stime catastali, che calcolano una popolazione di circa 70.000 unità[10]. Va considerato che molti erano anche scappati dalla città per la paura del contagio, come testimonia nel suo eccezionale resoconto della peste Giovanni Boccaccio, che proprio nel Decameron ritrasse quella società cortese ed aurea sull'orlo della scomparsa.

La scarsità di manodopera portò alla paralisi delle attività economiche, comprese quelle agricole che aggravarono la situazione con annate di grave carestia. Infine completano il difficile quadro le frequenti guerre e le razzie delle Compagnie di Ventura.

Popolo Grasso e Popolo Minuto[modifica | modifica wikitesto]

A Firenze come in altre città del Centro-Italia la gravità della situazione ebbe come conseguenza una serie di agitazioni dei ceti subalterni ridotti alla miseria.

Dal 1343 l'accesso agli organi governativi venne ridefinito con il sistema delle "imborsazioni", cioè l'estrazione a sorte dei nomi dei candidati inseriti entro "borse". I nomi imborsati erano scelti tra i cittadini del popolo grasso, epurati però dai nomi sgradevoli al ceto dirigente tramite la magistrature speciale della Parte Guelfa, che poteva "ammonire" (cioè epurare dalle liste) i cittadini dichiarandoli "ghibellini".

Erano esclusi tutti gli esponenti del popolo minuto, che non solo non avevano alcuna Arte alla quale partecipare, ma non possedevano nemmeno il diritto di riunirsi per qualsiasi scopo, nemmeno in confraternite religiose. Si ebbe una situazione quindi dove da una parte vi erano le famiglie guelfe dirigenti, arroccate sulla loro posizione predominante, e dall'altra i loro opponenti politici, esclusi dalle cariche, assieme ai ceti subalterni. tra il 1350 e il 1375 si ebbe sempre più evidente uno schieramento trasversale che si opponeva al Popolo Grasso, comprendente alcune famiglie magnatizie, le famiglie giunte fresche dal contado in cerca di maggiore fortuna colmando i vuoti lasciati entro le mura dalla pestilenza, e il Popolo Minuto, che veniva sempre più spesso accattivato con vari accorgimenti.

La guerra degli Otto Santi[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi guerra degli Otto Santi.

Nel 1375 i legati pontifici stavano ri-assoggettando i territori dello Stato della Chiesa in vista di un imminente ritorno del papa a Roma da Avignone.

I legati, tutti di origine francese e mal visti dalla popolazione locale, erano alle prese con altri problemi in Emilia-Romagna quando giunse da Firenze la richiesta di grano che il cardinale a Bologna Guglielmo di Noellet declinò seccamente. L'azione venne interpretata come un tentativo di indebolire Firenze prima di provare a conquistarla, aggravata dall'ingresso delle truppe di Giovanni Acuto nel territorio fiorentino (sebbene il legato si affrettasse a smentire che il condottiero inglese fosse ancora al soldo della Chiesa). I fiorentini vennero incitati alla rivolta soprattutto attraverso i ceti subalterni dai semiereticali "fraticelli" nemici della ricchezza della corte avignonese. Per rivalsa venne quindi dichiarata guerra alla Santa Sede, fomentando la rivolta anche nelle altre città assoggettate al papato.

A Firenze venne creata una magistratura apposita degli "Otto di Guerra". Nel 1376 si unì alla lega Bologna, fortemente sovvenzionata a ribellarsi da Firenze: a scopo dimostrativo Giovanni Acuto compiva pochi giorni dopo l'eccidio di Forlì. Fu allora (31 marzo 1376) che Papa Gregorio XI decise di scomunicare i fiorentini dichiarando decaduto qualsiasi credito verso di loro ed iniziando con lo scacciare seicento di loro da Avignone confiscando tutti i loro beni.

La contromossa dei fiorentini fu quella di iniziare a chiamare gli otto magistrati della guerra "Otto santi", a sottolineare la legittimità morale delle loro rivendicazioni.

Quando Caterina da Siena, grande mediatrice tra gli interessi opposti dei fiorentini e del papato, ottenne il rientro del papa in Italia (in viaggio dal 13 settembre 1376 al 17 gennaio 1377), si aprirono nuove trattative, che però non ebbero l'esito sperato. Con la tregua stipulata da Bologna, i fiorentini decisero di arruolare Giovanni Acuto dalla loro parte (aprile 1377), mentre il clero fiorentino veniva pesantemente tassato ed obbligato a riaprire le chiese e celebrare le funzioni.

L'intransigenza degli Otto (la cui mancata deposizione era ormai l'unico motivo di attrito col pontefice) venne mediata dall'intervento di Bernabò Visconti, che convocò una conferenza di trattative a Sarzana (12 marzo 1378) interrotta pochi giorni dopo (il 27) per la morte di Gregorio XI. Con l'elezione di Urbano VI si riuscì a trovare la pace, firmata il 28 luglio 1378 a Tivoli. I fiorentini si impegnarono a pagare, in cambio della cancellazione dell'interdizione, la somma di 250.000 fiorini che vennero poi pagati solo in parte.

Il Tumulto dei Ciompi[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Tumulto dei Ciompi.

Dopo il peso avuto nella guerra degli Otto Santi, il "Popolo Minuto" non tardò ad alzare di nuovo la propria voce, questa volta con una serie di rivendicazioni che segnarono una notevole scossa nelle istituzioni della Repubblica: nel luglio 1378 scoppiava il Tumulto dei Ciompi, con il quale i sottoposti dell'Arte della Lana (chiamati appunto "Ciompi") rivendicavano salari più alti, condizioni di vita migliori e il riconoscimento giuridico della loro professione in un'Arte. Per la prima volta (o quasi[11]) in Europa una classe lavorativa "proletaria" rivendicava maggiori diritti e la loro protesta, forse anche grazie ad un effetto sorpresa, fu coronata da un rapido successo. Tuttavia le divisioni interne, acuminate volutamente dal "Popolo Grasso", portarono anche a una veloce sconfitta dei "Ciompi" e l'annullamento delle riforme ottenute entro il 1382.

L'ascesa degli Albizi[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la repressione dei Ciompi, il potere politico tornò in mano ad un ristretto numero di famiglie di banchieri, tra cui la famiglia Albizzi (governo oligarchico 1382-1434) che cercarono di evitare che Firenze si trasformasse in una signoria. I tempi erano maturi per il tramonto della forma più propriamente comunale e per il passaggio alla forma signorile. Gli Albizzi non disdegnavano di usare la violenza e, grazie al controllo delle liste dei cittadini da eleggere, si era creata un solido schieramento di famiglie alleate, che seppe debellare i rivali: prima i Ricci, poi gli Alberti, i quali avevano cercato appoggio anche nel ceto subalterno. Ma se gli Albizi rappresentavano la vecchia oligarchia, le famiglie inurbate ed arricchitesi di recente si coalizzarono attorno alla famiglia dei Medici (che riceveva anche le simpatie delle Arti "mediane" e "minori"), creando le premesse per uno scontro frontale.

Politica estera[modifica | modifica wikitesto]

Durante il periodo del governo oligarchico Firenze sviluppò nuovamente una fiorente economia ed in politica estera appoggiò Venezia contro i Visconti. Nel 1406 occupò Pisa.

Sempre nei primi anni del Quattrocento, Firenze estese il proprio dominio anche a nord dell'Appennino, giungendo ad acquistare Castrocaro, a pochi chilometri da Forlì, allora governata dagli Ordelaffi (1403)[12].

La libertas alle soglie del Quattrocento[modifica | modifica wikitesto]

Miniatore fiorentino, pianta di Firenze nell'Historia Florentina di Poggio Bracciolini, Biblioteca Apostolica Vaticana ms. Urb. Lat. 491 f. 4v

L'eloquente prosa ciceroniana di Coluccio Salutati celebrava lo scontro tra la libertas fiorentina e la "tirannia" di Giangaleazzo Visconti desideroso di ampliare il suo dominio sull'Italia centrale. È opportuno sottolineare che il concetto di libertas tanto caro alla tradizione politica fiorentina non può essere assimilato al moderno concetto di libertà: la libertà riguardava la città nei confronti di enti superiori come l'Impero o signorie estranee alla città, ma da un punto di vista interno l'oligarchia al potere non concedeva se non limitate forme di riconoscimento politico ai ceti subalterni e ai singoli individui: la "tirannia" viscontea per certi aspetti si era dimostrata nel complesso meno dura e rapace, più rispettosa delle autonomie locali di quanto non avesse fatto l'affermazione della libertas fiorentina in Toscana[13].

Il Rinascimento[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi rinascimento a Firenze.
Le truppe francesi entrano a Firenze, 17 novembre 1494, di Francesco Granacci.

Mentre a Firenze era in atto uno straordinario rinnovamento artistico, architettonico e letterario che passò alla storia come Rinascimento, le vicende politiche e militari non erano delle migliori. Nel 1424 la città aveva subito una dura sconfitta nella battaglia di Zagonara e il peso della guerra, sommato alla febbrile attività edilizia per completare la straordinaria cupola del Duomo, rese necessaria l'imposizione di nuove tasse. Nel 1427 la Signoria impose il "catasto", il primo tentativo di equità fiscale della storia moderna, che tassava le famiglie in base alle stime della loro ricchezza, attingendo per la prima volta dove il denaro era veramente concentrato cioè nelle mani di quelle famiglie di mercanti e banchieri che padroneggiavano anche l'attività politica. I registri del catasto sono una straordinaria fotografia della Firenze dell'epoca. La famiglia più ricca era quella degli Strozzi, ma, molto più defilato, stava sorgendo un nuovo astro, quello dei Medici, venuti dalle terre del Mugello alla fine del XII secolo, e che già si erano guadagnati una solida fama di famiglia favorevole alle rivendicazioni popolari.

Il popolo, escluso dal governo, tentò varie volte di abbattere l'oligarchia, finché si alleò alla famiglia Medici. Nel 1433 Cosimo, capo della famiglia, fu esiliato; l'anno seguente però i suoi sostenitori ottennero il priorato e Cosimo fu richiamato a Firenze. Il suo ritorno segnò la fine del governo oligarchico e l'inizio della Signoria dei Medici.

Cosimo de' Medici (1414-1464) conservò le forme esteriori della repubblica, però ottenne dal popolo la "balìa degli squittìni", vale a dire il potere di decidere i nomi dei candidati agli uffici del Comune. In tal modo, pur essendo da un punto di vista formale nulla di più di un privato cittadino, Cosimo di fatto mantenne il governo della città. Stipulando alcune alleanze, Cosimo riuscì ad evitare che Milano o Venezia assumessero il predominio nell'Italia settentrionale ed a consolidare il dominio di Firenze in Toscana.

La Repubblica di Lucca fu l'unico Comune-Città-Stato a non venir soggiogato e assorbito dalla Signoria di Firenze, rimanendo formalmente indipendente e sovrana sino al decreto di soglimento imposto da Napoleone Bonaparte. Venne quindi annessa al Granducato di Toscana nel 1800 e poi al Regno d'Italia.

Firenze 1493

Il primo periodo del dominio dei Medici finì con il ritorno di un governo repubblicano, influenzato dagli insegnamenti del radicale priore Domenicano Girolamo Savonarola (che fu giustiziato nel 1498 e che prima di morire lasciò un trattato sul governo di Firenze), nelle cui parole si ritrovano spesso argomenti che saranno oggetto di controversie religiose dei secoli seguenti.

Un altro personaggio fu Niccolò Machiavelli, le cui indicazioni per l'affidamento del governo di Firenze a una figura forte sono spesso lette come una legittimazione delle tortuosità e anche degli abusi dei politici. Il 16 maggio 1527 i fiorentini estromisero nuovamente i Medici - riportati al potere dagli spagnoli nel 1512 - e ristabilirono una repubblica.

Rimessi al loro posto per la seconda volta nel 1530, con il sostegno sia dell'Imperatore sia del Papa, i Medici diventarono nel 1537 duchi ereditari di Firenze, e nel 1569 Granduchi di Toscana, regnando per due secoli.

Il granducato[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ducato di Firenze e Granducato di Toscana.
Il blasone dei Lorena, nell'arco di Trionfo in piazza della Libertà che celebrò il loro arrivo in città

Rimessi al loro posto per due volte, con il sostegno sia dell'Imperatore Carlo V che di papa Clemente VII (Giulio de'Medici), i Medici diventarono nel 1537 duchi ereditari di Firenze, e nel 1569 granduchi di Toscana, regnando per due secoli. Nel frattempo, Firenze aveva vinto la secolare opposizione di Siena, conquistando quest'ultima nel 1555 al termine della Guerra di Siena. La pace di Cateau-Cambrésis nel 1559 sancì l'annessione della Repubblica di Siena al dominio dei Medici, sebbene fossero formalmente immutate le strutture politiche antecedenti, anche se svuotate di potere.

L'estinzione della dinastia dei Medici e l'ascensione nel 1737 di Francesco Stefano, duca di Lorena e marito di Maria Teresa d'Austria, portò all'inclusione della Toscana nei territori satellite della corona austriaca, rimanendone però di fatto separata. La dinastia granducale Lorena regnò tranquillamente nella città, distinguendosi per la sua liberalità: mentre Livorno diveniva un porto franco (dove cioè chiunque poteva stabilirsi senza persecuzioni di tipo religioso o "legale") fra i più attivi del Mediterraneo, il granduca Pietro Leopoldo avviò la riforma agraria e, il 30 novembre del 1786, promulgò il nuovo codice criminale, grazie al quale, per la prima volta nella storia degli stati moderni, furono abolite la pena di morte e la tortura. La reputazione di monarca illuminato gli fece guadagnare la stima degli illuministi.

Ottocento e Novecento[modifica | modifica wikitesto]

Una lapide commemora vittime partigiane al parco delle Cascine

Con un plebiscito nel 1861 fu deposto l'ultimo granduca e la Toscana fu annessa al neocostituito Regno d'Italia.

Firenze subentrò a Torino come capitale d'Italia nel 1865, ma l'ambito ruolo fu trasferito a Roma sei anni dopo, quando anche il Lazio fu annesso al Regno. In questo periodo ebbero luogo gli stravolgimenti urbanistici del cosiddetto Risanamento.

Nel XIX secolo la popolazione di Firenze raddoppiò, e triplicò nel XX con la crescita del turismo, del commercio, dei servizi finanziari e dell'industria. La comunità straniera arrivò a rappresentare un quarto della popolazione nella seconda metà dell'Ottocento ed a questo periodo risale la visione romantica della città immortalata da scrittori come James Irving e dagli artisti preraffaelliti e che lasciò in eredità alla città numerose ville di magnati soprattutto inglesi con le loro eclettiche collezioni d'arte, che oggi sono musei, come il Museo Horne, il Museo Stibbert, la villa La Pietra, ecc.

Durante la seconda guerra mondiale la città fu occupata per un anno dai Tedeschi (1943-1944). Forte e diffusa fu la Resistenza all'occupazione nazifascista, culminata nell'insurrezione dell'agosto 1944 e nella successiva battaglia sostenuta dalle forze partigiane per la liberazione della città (11 agosto 1944).

Episodi della seconda guerra mondiale a Firenze e nel suo territorio:

Il 12 febbraio 1951 la moda made in Italy ebbe ufficialmente battesimo a Firenze, alla prima sfilata italiana organizzata da Giovanni Battista Giorgini.

Il 27 ottobre 1954 furono avvistati per un quarto d'ora 20 UFO in volo sulla città; in seguito caddero dal cielo per circa mezz'ora dei filamenti appiccicosi, la cosiddetta bambagia silicea[14].

Il 4 novembre 1966, a seguito di un'eccezionale ondata di maltempo che colpì gran parte dell'Italia, si verificò la disastrosa alluvione di Firenze. L'Arno invase gran parte del territorio cittadino, provocando 34 vittime e danni incalcolabili. Anche il patrimonio artistico della città fu gravemente colpito. Le immagini di Firenze sommersa dalle acque e dal fango suscitarono un'enorme solidarietà e migliaia di volontari, i cosiddetti angeli del fango, accorsero da tutto il mondo in aiuto della città.

Terzo millennio[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2002 Firenze ha ospitato il primo grande European Social Forum.

Nel 2008 è iniziato il processo di realizzazione della nuova Tramvia cittadina, di cui la prima linea è stata completata nel 2010, nonostante le numerose contestazioni che ne hanno accompagnato la costruzione. La realizzazione di due nuove linee è prevista nel 2011.

Nel settembre 2013 la città è stata sede del Mondiale di Ciclismo su strada.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ R. Davidsohn, Storia di Firenze, Firenze,1956
  2. ^ Notizie su i primi consoli possono trovarsi nella Cronaca dello pseudo Latini e in Pietro Santini Documenti dell'antica costituzione del Comune di Firenze e naturalmente sul Davidsohn nella sua Storia di Firenze. Attualmente gli studi più importanti sul periodo sono stati condotti dal dottor Enrico Faini e dalla dottoressa Daniela De Rosa.
  3. ^ : "Il gruppo dirigente fiorentino nell'età consolare", in "Archivio Storico", CLXII (2004), pp.210
  4. ^ Franco Cardini, Breve storia di Firenze, cit., pag. 49.
  5. ^ Franco Cardini, Breve storia di Firenze, cit., pag. 52.
  6. ^ Franco Cardini, Breve storia di Firenze, cit., pag. 54.
  7. ^ Franco Cardini, cit., pag. 72.
  8. ^ a b c Brandini, Ciuto dal Dizionario biografico degli italiani dell'Enciclopedia italiana Treccani
  9. ^ Atti del processo: 30 maggio, in Niccolò Rodolico, Il popolo minuto, Documento n. 14.
  10. ^ Franco cardini, cit., pag. 76-77.
  11. ^ Anche Siena rivendica una più antica rivolta "proletaria", quella della Contrada del Bruco del 1371.
  12. ^ Francesco Guicciardini, Storie fiorentine, cap. I.
  13. ^ Franco Cardini, cit., pag. 82.
  14. ^ Boncompagni, S. & altri, UFO in Italia - vol. II - L'ondata 1954, Corrado Tedeschi ed., 1980.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Padre Ildefonso di San Luigi, Delizie degli eruditi toscani 24 volumi, Firenze, 1770-1789
  • Pietro Santini, Documenti sull’antica costituzione del comune di Firenze, Documenti di storia italiana pubblicati a cura della R. Deputazione sugli studi di storia patria per le provincie di Toscana e dell'Umbria, X, Firenze, presso Giovan Pietro Vieusseux, 1895, pp. 1–174 i trattati, pp. 223–236 gli atti di procedura civile.
  • Pietro Santini, Documenti antica costituzione del Comune di Firenze--Appendice, Leo S. Olschki, Firenze
  • Pietro Santini, Nuovi documenti sull’antica costituzione del Comune di Firenze, "Archivio Storico Italiano", serie V XIX (1897), pp. 276–325.
  • Robert Davidsohn, Storia di Firenze volumi 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, SBS Sansoni editore, Firenze, 1978
  • Robert Davidsohn, Forschungen 4 volumi
  • Pasquale Villari, I primi due secoli della storia di Firenze, Sansoni editore Firenze, 1883
  • Emanuele Repetti, Dizionario geografico, fisico, storico della Toscana 6 volumi Firenze 1833 -1846 (ristampa anastatica Firenze 1972)
  • Daniela De Rosa, Alle origini della repubblica fiorentina, dai consoli al primo popolo, Arnaud editore, Firenze, 1995
  • R. Francovich, I castelli del contado fiorentino nei secoli XII e XIII, Firenze, 1973
  • A.A.V.V., Nobiltà e ceti dirigenti in Toscana nei secoli XI-XIII strutture e concetti
  • Schiapparelli e Baldasseroni, Regesto di Camaldoli volume I, Istituto storico italiano, 1907
  • Luciana Mosiici, Le carte del monastero di Santa Felicita di Firenze, Accademia toscana di scienze e lettere "la Colombaria"
  • Luciana Mosiici, Le carte del monastero di San Miniato al monte, secoli IX-XII Deputazione di Storia patria per la Toscana
  • Anna Maria Enriques, Le carte del monastero di S.Maria in Firenze (Badia) secolo XII, Istituto Storico Italiano per il Medio Evo
  • Luigi Schiaparelli, Le carte del monastero di S.Maria in Firenze (Badia) secolo X--XI, Istituto storico Italiano per il medioevo
  • Palmerio di Corbizo da Uglione notaio, Imbreviature 1237-1238, a cura L.Mosiici e F.Sznura, Accademia toscana di scienze e lettere "la Colombaria"
  • Renato Piattoli, Le carte della canonica della cattedrale di Firenze (723-1149), Regesta Chartarum Italiae, Roma, 1938
  • Giulia Camerani Marri, Le carte del monastero Vallombrosiano di Montescalari, Leo Olschki editore, Firenze, 1963
  • Quinto Santoli, Liber censum del comune di Pistoia, Regesti di documenti inediti sulla storia della Toscana nei secoli XI-XIV
  • Natale Rauty, Documenti per la Storia dei Conti Guidi in Toscana. Le origini e i primi secoli 887-1164, Leo Olschki, Firenze, 2003
  • Franco Cardini, Breve storia di Firenze, Pacini Editore, Pisa 1990
  • G. Lami, Sanctae Ecclesiae Florentina e Monumenta, Firenze 1758
  • G. Cecchini, Il Caleffo vecchio del comune di Siena, 3 volumi, Siena, 1931-1940
  • L. Pagliai, Regesto di Coltibuono
  • Schneider, Regestum Volaterranum
  • Pseudo Brunetto Latini, Cronica fiorentina compilata nel secolo XIII,
  • Ricordano Malispini, Historia antica di Ricordano Malispini dall'edificazione di Fiorenza per insino all'anno 1281
  • Giovanni Villani, Nuova Cronica
  • Dino Compagni, Cronica delle cose occorrenti ne' tempi suoi
  • Yves Renouard, Gli uomini d'affari italiani nel medioevo, Rizzoli
  • Yves Renouard, Le città italiane dal X al XIV secolo, Rizzoli
  • Niccolò Rodolico, Il Popolo minuto: note di storia fiorentina 1343-1378 Leo Olschki editore
  • Niccolo Rodolico, La democrazia fiorentina al suo tramonto Zanichelli 1905
  • Niccolo Rodolico, I ciompi: una pagina di storia del proletariato operaio Sansoni editore
  • Gene Brucker, Dal comune alla signoria" Il Mulino
  • Gene Brucker, Firenze nel rinascimento La nuova Italia
  • AA.VV., Annali di Storia di Firenze, Università di Firenze, 2007.
  • Furio Diaz, Il granducato di Toscana. I medici, Torino 1976

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