Civiltà villanoviana

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Tomba di Badia, Volterra

Villanoviano è il nome convenzionale e moderno di un "aspetto culturale" protostorico, definito sulla base delle caratteristiche dei resti materiali. Il nome deriva dalla località di Villanova, frazione del comune di Castenaso in provincia di Bologna dove, fra il 1853 ed il 1855, Giovanni Gozzadini (18101887) ritrovò i resti di una necropoli, portando alla luce 193 tombe (di cui 179 ad incinerazione e 14 ad inumazione).

Durante la prima età del ferro, tra il IX e l'VIII secolo a.C., l'aspetto villanoviano caratterizzò l'Etruria tirrenica, l'Emilia-Romagna (in particolare, la zona di Bologna e Verucchio nel riminese), le Marche (Fermo), la Campania (Capua, Capodifiume, Pontecagnano, Sala Consilina) e la Lucania (zona del Vallo di Diano). Tra Toscana, Lazio e Emilia, ed in alcune aree della Campania e della pianura padana orientale gli insediamenti villanoviani paiono molto fitti, sovente ve ne sarebbe uno ogni 5-15 km, su ogni collina adatta per la difesa e posta vicino a fonti d'acqua pura, con altri insediamenti più piccoli nelle zone costiere (anche qui però piuttosto fittamente distribuiti, ad occupare la maggior parte dei porti naturali, ampi tratti della costa tirrenica rimanevano però impaludati) e nelle zone montuose appenniniche (di transumanza, ma anche i principali passi della zona umbro-marchigiana e le zone montuose prossime a Perugia). Nel IX secolo a.C. gli insediamenti villanoviani sembrerebbero capillarmente distribuiti in buona parte dell'Italia centrale, piuttosto omogenei da un punto di vista della cultura materiale e diffusi, anche se sovente in maniera isolata, nell'Italia tirrenica meridionale e in varie zone dell'Italia settentrionale ed adriatica.

Molto rischioso risulta associare un ethne storico ad una civiltà conosciuta solo per le vestigia materiali archeologiche, la civiltà villanoviana (e quella proto-villanoviana) si sviluppò in ampie parti d'Italia in un'epoca grossomodo corrispondente all'arrivo della seconda grande ondata di indoeuropei, ma ebbe i suoi centri maggiori nelle zone non indoeuropeizzate (Etruria propriamente detta) o di indoeuropeizzazione più tardiva (Etruria padana e campana, ovvero mantovano, bolognese, riminese, ferrarese e capuano, salernitano, valle del Sele).

Alcuni studiosi (H. Hencken e Mario Torelli[1]) hanno affermato che la civiltà villanoviana si sarebbe estesa dall'Etruria meridionale al resto della penisola interessata da tale civiltà. Altri autori (Jean-Paul Thuillier[2]; Giuseppe Sassatelli[3]) pensano invece che si sia trattato piuttosto di uno sviluppo locale risalente alla tarda età del bronzo.

Caratteristiche[modifica | modifica sorgente]

Urna cineraria biconica da Chiusi IX-VII secolo a.C.

La principale caratteristica della civiltà villanoviana, con precedenti nel "protovillanoviano" (XII-X secolo a.C.) della fase finale dell'età del bronzo, erano le sepolture ad incinerazione, nelle quali le ceneri del defunto erano ospitate in un'urna: la pratica funeraria ha somiglianze con gli aspetti della "cultura dei campi di urne" della pianura danubiana. Nelle necropoli villanoviane è però attestato anche il rito inumatorio con tombe a fossa che, a partire dagli inizi dell'VIII secolo a.C., coesiste con quello crematorio.

Nelle vicinanze degli abitati, alcuni dei quali in questo periodo assumono proporzioni senza precedenti, tanto da essere definiti centri protourbani, si trovavano le aree funerarie, caratterizzate da tombe a pozzetto (pozzi scavati le cui pareti erano eventualmente rivestite in ciottoli), tombe a fossa (destinate all'inumazione del defunto) e tombe a cassetta (dette anche a cassone, costituite da lastre di pietra). Le urne cinerarie erano costituite prevalentemente da vasi biconici, ma anche da olle, brocche biconiche (o ovoidali) ed anfore. Un altro tipo di cinerario, comune all'area di cultura laziale, è l'urna a capanna, attestata nell'Etruria costiera e meridionale interna, che si ritiene fosse riservata ai pater familias. Il tipico ossuario biconico era provvisto di una o due anse orizzontali impostate sul punto di massima espansione; nel caso di vasi con due manici di cui uno spezzato, si è ipotizzato una funzione rituale (Gilda Bartoloni). Le urne cinerarie erano chiuse da scodelle rovesciate o, a volte, da elmi per alcune sepolture maschili.

Il corredo funerario poteva comprendere morsi di cavallo, rasoi lunati (con la lama a forma di mezzaluna), fibule (spille chiuse per le vesti) "serpeggianti", spilloni e armi per gli uomini, oppure elementi di cinturoni, fibule "ad arco", spirali per capelli ed elementi del telaio per le donne. Nelle deposizioni villanoviane risulta poco diffusa la presenza di elementi ceramici diversi dall'urna cineraria e dal coperchio della stessa.

La ceramica mostra forme molto varie, con le pareti spesse (per cui è necessaria una cottura ad alte temperature, che comporta una specializzazione artigianale accentuata). La decorazione è incisa, spesso con uno strumento a più punte, e i motivi sono prevalentemente geometrici.

I corredi funebri delle sepolture sia a cremazione che a inumazione, riferite al villanoviano evoluto, si presentano più abbondanti e lussuosi di quelli del villanoviano antico: col passare del tempo si cominciano a cogliere in essi i segni di una stabile differenziazione sociale.

Le capanne e le altre strutture abitative, per quanto è dato evincere dalle tracce emerse dagli scavi e dalle urne conformate a capanna, avevano pianta ellittica, circolare, rettangolare o quadrata. Erano costruite con legno e rifinite con argilla. Avevano una porta sul lato più corto, abbaini sul tetto per l'uscita del fumo del focolare e talvolta anche finestre.

La società villanoviana era inizialmente dedita all'agricoltura e all'allevamento, ma progressivamente le attività artigianali specializzate (particolarmente la metallurgia e la ceramica) generarono accumulo di ricchezza e favorirono la stratificazione sociale.

Insediamenti[modifica | modifica sorgente]

Urna da Tarquinia con copertura ceramica a elmo, IX secolo a.C., Museo archeologico nazionale di Firenze
Tomba villanoviana al Museo Guarnacci di Volterra

Non sono chiari i rapporti della cultura villanoviana e protovillanoviana con quella delle terramare, sviluppatasi nell'età del bronzo (seconda metà del II millennio a.C.) nella pianura padana, che ugualmente praticava il rito dell'incinerazione, ma con cui manca ogni continuità negli insediamenti (i villaggi terramaricoli vengono abbandonati nel XII secolo a.C. per ragioni ancora sconosciute, mentre gli insediamenti villanoviani risalgono al IX secolo a.C.).

Tuttavia risalendo nel tempo, nella zona geografica occupata nella prima età del ferro dai gruppi portatori dell'aspetto villanoviano, nella tarda e nella piena età del bronzo si riconosce già una presenza permanente di gruppi organizzati sulla base di un rapporto stabile tra insediamenti e territorio. Numerosi abitati occupati nelle fasi non avanzate della media età del bronzo (intorno al XVII secolo a.C.) prosperano attraverso le successive fasi del Bronzo Medio 3 (aspetto stilistico "appenninico"), del Bronzo Recente (aspetto subappenninico del XII secolo a.C.) e del Bronzo Finale.

Successivamente le popolazioni tendono ad abbandonare gli altopiani sui quali si erano stanziate nel periodo precedente con finalità essenzialmente difensive, privilegiando pianori e colline adiacenti per poter meglio sfruttare le risorse agricole e minerarie. Gli insediamenti si caratterizzano per una maggior concentrazione e per la loro collocazione in prossimità di vie di comunicazioni naturali e di approdi fluviali, lacustri e marittimi.

In Toscana e nel Lazio settentrionale la progressiva crescita demografica e la vicenda dei rapporti, spesso non pacifici, tra i centri abitati protostorici, portò alla nascita di grandi centri abitati, per "sinecismo" (aggregazione) di villaggi anche non vicini tra loro. A partire dal IX secolo a.C. si posero così le basi di quelle che sarebbero state le grandi città etrusche di epoca storica, come Volterra, Chiusi, Vetulonia, Orvieto, Vulci, Roselle, Tarquinia, Cerveteri, Veio. Dal IX all'VIII secolo a.C., specie a causa del successo del nuovo sistema economico e produttivo, si accentuò la consistenza della popolazione di questi grandi centri "protourbani", che occupavano vaste aree unitariamente delimitate, mentre i diversi gruppi familiari seppellivano i defunti in luoghi posti al di fuori dei limiti dell'abitato e che nel loro insieme formavano una vasta "necropoli". I grandi abitati centrali divennero importanti nodi sulle vie di comunicazione e, controllando territori piuttosto estesi (nell'ordine dei 1000 km²), spesso con piccoli abitati satelliti in corrispondenza dei confini, dettero luogo alla prima forma di stato della penisola.

In Campania insieme alla cultura villanoviana ("villanoviano meridionale") si sviluppò, agli inizi dell'età del ferro, la cultura delle tombe a fossa, caratterizzata dal rito dell'inumazione.

Nel settore padano gli insediamenti prosperano anche grazie al commercio con le regioni più settentrionali (in particolare l'ambra dal mar Baltico). Il centro più importante sembra essere Verucchio, in Romagna. Nell'area medio adriatica, anche a Fermo[4], nelle Marche. Tracce di insediamenti sono presenti a Carpi, a Bologna, a Marzabotto e nella zona di Modena (Castelfranco, Cognento e Savignano sul Panaro).

Identificazione etnico-culturale dei Villanoviani[modifica | modifica sorgente]

Elmo villanoviano (British Museum, Londra)

In assenza di elementi linguistici che consentano di identificare con certezza la cultura materiale villanoviana con una precisa stirpe storicamente attestata, sono state avanzate diverse ipotesi, nessuna delle quali ha tuttavia raggiunto il livello di ampia condivisione tra gli specialisti. In particolare, le ipotesi di identificazione sono tre:

  • Etruschi. Sulla base della diffusione nello stesso territorio sul quale si svilupperà poi la civiltà etrusca, la cultura villanoviana (o meglio, l'aspetto culturale villanoviano) è stata riconosciuta come una fase iniziale di questa (Massimo Pallottino). Anche recentemente, considerato che in nessuna grande città etrusca si constata uno sconvolgimento, un cambiamento improvviso o una frattura fra l'VIII (villanoviano evoluto) ed il VII secolo (orientalizzante) ma, piuttosto, una continuità, è stato ribadito (da Giovannangelo Camporeale[5] e Jean Paul Thuillier[6]) che i Villanoviani possono essere considerati Etruschi o, quanto meno, proto-Etruschi. Questa teoria è stata fortemente sostenuta anche da Mario Torelli ([7]), anche per i protovillanoviani e sottolineando come l'area culturale villanoviana sia sovente costituita da enclave (e colonie) all'interno di aree culturali differenti, riassorbite dalle civiltà adiacenti (per esempio l'enclave di Capodifiume-Roccadaspide all'interno dell'area culturale Enotria, e divisa in zone economico-culturali diverse. Questa teoria è quella più accettata (sia pure non unica) dalla comunità scientifica, anche perché vi sono isoglosse linguistiche dell'etrusco corrispondenti ad alcuni insediamenti villanoviani (es. Volturno) e iscrizioni in caratteri etruschi arcaici in corrispondenza del villanoviano IV (secolo VII) Bolognese.
  • Osco-umbri. Nel quadro dei tentativi di correlare il processo storico-linguistico di indoeuropeizzazione dell'Italia con elementi archeologici determinati, è stata rilevata la coincidenza della prima fioritura della civiltà villanoviana con l'epoca dell'ingresso dei popoli osco-umbri in Italia, provenienti da nord (seconda metà del II millennio a.C.). Tale ipotesi è rafforzata dalla - perlomeno parziale - sovrapposizione geografica tra l'area villanoviana e le sedi storiche degli Osco-umbri, e degli Umbri in particolare[8].
  • Latini. Sebbene, nel quadro della correlazione tra Villanoviani e Indoeuropei, sia più frequente l'attribuzione di questa civiltà agli Osco-umbri e di quella delle terramare ai Latino-falisci, progenitori dei Latini storici, alcuni studiosi hanno invece ipotizzato che entrambe le culture siano da ascrivere a questi ultimi (Pere Bosch i Gimpera)[8].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Rasenna. Storia e Civiltà degli Etruschi, Libri Scheiwiller, 1986, pagg. 31 e 32.
  2. ^ Gli Etruschi. La prima civiltà italiana, Torino, Lindau Srl, 2008, pag. 121.
  3. ^ Gli Etruschi fuori d'Etruria, Verona, Arsenale Editrice, 2001 pag. 172.
  4. ^ Sala 13 del Museo Archeologico Nazionale delle Marche dedicata a "Fermo isola culturale villanoviana"
  5. ^ Gli Etruschi. Storia e Civiltà, UTET, 2000, pag. 72.
  6. ^ Gli Etruschi. la prima civiltà italiana, Torino, Lindau Srl, 2008, pagg. 115-117.
  7. ^ Storia degli Etruschi, Laterza, 1981-2012 pp. 32 e ss., si veda anche pp. 43 e ss.
  8. ^ a b Francisco Villar, Gli Indoeuropei e le origini dell'Europa, Bologna, Il Mulino, 1997, pp. 479-780, ISBN 88-150-5708-0..

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Gilda Bartoloni, La cultura villanoviana, Roma, Nuova Italia Scientifica, 1989.
  • Mauro Cristofani (a cura di), Etruschi, una nuova immagine, Firenze, Giunti, 1984. ISBN 88-092-0305-4.
  • H. Hencken, Tarquinia, villanovians and early Etruscans, Cambridge Mass. 1968.
  • Jean-Paul Thuillier, Gli Etruschi La prima civiltà italiana, Torino, Lindau Srl, 2008. ISBN 978-88-7180-758-4.
  • Giovannangelo Camporeale, Gli Etruschi Storia e Civiltà, Torino, UTET, 2000.
  • Giuseppe Sassatelli, Gli etruschi fuori d'Etruria, Verona, Arsenale Editrice, 2001. ISBN 88-774-3221-7.
  • Mario Torelli, Rasenna. Storia e Civiltà degli Etruschi, Libri Scheiwiller, 1986, pag. 26.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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