Civiltà etrusca

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Categoria: Storia d'Italia

Gli Etruschi sono un popolo dell'Italia antica affermatosi in un'area denominata Etruria, corrispondente alla Toscana, all'Umbria fino al fiume Tevere e al Lazio settentrionale, con propaggini in Campania e verso la zona padana dell'Emilia-Romagna e della Lombardia, a partire dall'VIII secolo a.C.

Nella loro lingua si chiamavano Rasenna o Rasna, in greco Tyrsenoi (ionico ed attico antico: Τυρσηνοί, Türsenòi; dorico: Τυρσανοί, Türsanòi, entrambi col significato di "Tirreni" e poi "Etruschi", abitanti della Τυρσηνίη, Türsenìe, "Etruria").

La civiltà etrusca, discendente dalla cultura villanoviana, fiorì a partire dal X secolo a.C. e fu definitivamente inglobata nella civiltà romana entro la fine del I secolo a.C. alla fine di un lungo processo di conquista e assimilazione culturale che ebbe inizio con la data tradizionale della conquista di Veio da parte dei romani nel 396 a.C.[1]

Indice

[modifica] Origini

[modifica] Preistoria

Sull'origine e provenienza etrusca è fiorita una notevole letteratura, non solo storica e archeologica. Le notizie che ci provengono da fonti storiche sono infatti discordanti. Fino agli anni 1970 si riteneva che, come è citato nel paragrafo 94 del libro di Erodoto, gli etruschi provenissero dall'Asia minore, spinti sulle coste italiane in seguito a una carestia.[2]

Agli etruschi si era sempre guardato come un a popolo unitario sin dalla loro preistoria. Ma gli etruschi, come unità, risultano esistere solo dall'VIII secolo a.C. con propria lingua e proprie usanze, anche se non furono così omogenei nelle varie regioni dove abitavano per poter negare che essi, come unità etnica, furono il risultato dell'unione di diversi popoli. È indubbio, infatti, che da quanto è stato tramandato della loro storia e dai documenti monumentali rimasti compaiono elementi italiani, egizi e greci. Il popolo etrusco si formò nella terra conosciuta come Etruria, tra i fiumi Tevere e Arno, dalla costa tirrenica alle giogaie dell'Appennino.[3]

[modifica] Fonti storiche sulle origini

La Necropoli di Populonia.

Le fonti storiche sulle origini degli Etruschi, seppur con qualche variabile, risultano sostanzialmente riconducibili a tre diverse ipotesi: provenienza orientale, tesi dell’autoctonia e provenienza da settentrione.

Secondo una tradizione lidia riferita dallo storico greco Erodoto del V secolo a.C. (Storie, I, 94), gli Etruschi proverrebbero dalla Lidia (attuale Turchia), salpati dal porto di Smirne a seguito di una carestia. Sotto la guida di Tirreno, figlio del re Atys (e quindi all’incirca attorno al XIII secolo a.C.), avrebbero dapprima “oltrepassato molti popoli” e sarebbero infine giunti “presso gli Umbri (sulle coste occidentali dell'Italia) e nel loro paese costruirono molte città, dove ancor oggi vivono”. I Lidi giunti in Italia avrebbero poi cambiato il loro nome in Tirreni dal loro condottiero.

A parere di Ellanico di Lesbo, storico del V secolo a.C., (Antichità romane, Dionisio di Alicarnasso, I, 28, 4) gli Etruschi sarebbero stati Pelasgi, popolo mitico originario della Grecia settentrionale e poi irradiatosi in varie regioni del Mar Mediterraneo.

Anticlide di Samo, vissuto nel III secolo a.C., riferisce (in Strabone, V, 2, 4) che i Pelasgi dopo aver colonizzato le isole di Lemmo e Imbro nell’Egeo si sarebbero uniti a Tirreno, figlio di Atys, ed avrebbero partecipato alla spedizione verso le coste dell’Italia.

Un’altra tradizione, riportata dallo storico Dionigi di Alicarnasso ritiene gli Etruschi un popolo di origine autoctona. Lo scrittore greco di età augustea (I secolo a.C.), in particolare, afferma che tra gli Etruschi, i Lidi e i Pelasgi non vi erano affinità culturali, religiose e linguistiche e che gli Etruschi, che chiamavano se stessi “Rasenna”, non erano un popolo venuto da fuori ma un popolo antichissimo (Antichità Romane I, 25-30). Questa tradizione è stata ampiamente smontata da più reperti archeologici trovati(la stele di Lemno con iscrizione Affine all'etrusco,con diversi ritrovamenti di reperti tipo fegato di Piacenza per le attività religiose e per la Risposta dell'etrusco a Dionigi di Alicarnasso: Quando gli chiese chi fosse, lui Rispose Rasna o Rasenna questo non vuol dire che Rasenna sia il nome della sua etnia, ma può significare Ra-sna che in antico lessico significa io sono figlio di...o discendo da..... o ancora se "RA" rappresenta il dio del sole e Sena o Sna indica la luna la risposta potrebbe essere: sono un figlio del sole e della luna e da questo a dire di essere un autoctono ce ne passa.


Da un passo controverso di Livio che allude alla derivazione dei Reti, popolazione alpina delle valli del Trentino - Alto Adige, dagli Etruschi (Storie, V, 33, 11) si potrebbe invece dedurre che questi ultimi venissero dal settentrione attraverso le Alpi. Questa teoria, in particolare, si è originata nel XVIII secolo (Fréret) ed è stata poi sviluppata nel XIX secolo (Niebuhr e Muller) sulla scorta dell’affermazione liviana e della suggestiva quanto semplicistica somiglianza del nome dei Reti (Rhaeti) con quello dei Rasenna.

La tesi erodotea della provenienza orientale, anche per la sua autorevolezza, è stata accettata quasi unanimemente dagli scrittori antichi ed ha a lungo condizionato anche gli studiosi moderni suggestionati dai tratti orientali presenti in varie manifestazioni della civiltà etrusca (cultura orientalizzante).

Le molte affinità degli Etruschi con il mondo egeo-anatolico, presenti nei costumi, nella lingua, nell'arte e nella religione, possono tuttavia essere dovute anche ai contatti commerciali e culturali con queste popolazioni e dall’immigrazione in Etruria di gruppi di vario livello sociale appartenenti a tali civiltà.

In ogni caso, nessuna delle teorie antiche, anche nelle rielaborazioni operate dagli studiosi moderni realizzate attraverso considerazioni provenienti da diversi ambiti disciplinari, ha trovato pieno conforto scientifico nelle evidenze archeologiche.

[modifica] Ipotesi linguistica

La teoria formulata dal linguista Massimo Pittau si basa sulla supposta derivazione della lingua sarda e di quella etrusca dall'antica lingua lidia. Secondo questa teoria, gli Etruschi proverrebbero dalla Lidia, in accordo con il racconto di Erodoto. Tale migrazione, tuttavia, sarebbe avvenuta per tappe, prima in Sardegna, dove avrebbe dato origine alla civiltà nuragica attorno al XIII secolo a.C., e quindi sulle coste tirreniche dell'Italia centrale, dove la civiltà etrusca si sarebbe sviluppata a partire dal IX secolo a.C.[4]

[modifica] Ipotesi filologica

Secondo lo studioso Giovanni Ugas, gli Etruschi sarebbero piuttosto di origine autoctona, con la sovrapposizione di colonizzazioni sarde durante il I millennio a.C.. La migrazione del XII secolo a.C. sarebbe pertanto avvenuta a più riprese da occidente verso oriente, piuttosto che il contrario. Ciò sarebbe confermato dai documenti egizi che citano i Tereš o Turša (Tyrsenoi o "Tirreni") accanto ai Shardana, o Sardi, tra i Popoli del Mare. Lo stesso termine "Tyrsenoi" in lingua greca potrebbe significare "costruttori di torri", fatto che dimostrerebbe l'affinità fra la civiltà nuragica e quella etrusca.[4] .

Secondo lo scrittore latino Festo, i re Etruschi erano sardi o di origine sarda: "Reges soliti sunt esse Etruscorum, qui Sardi appellantur . Quia Gens etrusca, Horta est Sardibus" (Sono soliti essere re degli Etruschi coloro che si chiamano Sardi. Quindi la gente etrusca è originaria dai Sardi). Plutarco invece sosteneva che gli Etruschi erano ritenuti coloni degli abitanti di Sardi e Veio era una città etrusca.[5]

[modifica] Formazione e provenienza

Non meno importante è l'opinione di Massimo Pallottino, il quale ha sottolineato, nell'introduzione del suo manuale Etruscologia (Milano, 1984), come il problema dell'origine della civiltà etrusca non vada incentrato sulla provenienza, quanto piuttosto sulla formazione. Egli evidenziò come, per la maggior parte dei popoli, non solo dell'antichità ma anche del mondo moderno, si parli sempre di formazione, mentre per gli Etruschi ci si è posti il problema della provenienza. Secondo Pallottino, la civiltà etrusca si è formata in un luogo che non può che essere quello dell'antica Etruria; alla sua formazione hanno indubbiamente contribuito elementi autoctoni e elementi orientali (non solamente Lidii od Anatolici) e greci, per via dei contatti di scambio commerciale intrattenuti dagli Etruschi con gli altri popoli del Mediterraneo. Nella civiltà etrusca che andava formandosi, lasciarono quindi la propria impronta i commercianti orientali (si pensi agli elementi orientali nella lingua etrusca od al periodo artistico cosiddetto orientalizzante) ed i coloni greci che approdano nel Meridione d'Italia nell'VIII sec. a.C. (l'alfabeto stesso adottato dagli Etruschi è chiaramente un alfabeto di matrice greca, e l'intera civiltà artistica etrusca ricalca, facendoli propri, i modelli artistici dell'arte greca) [4].

Sempre nel suo manuale di Etruscologia, Pallottino scrive anche dei rapporti tra l'Etruria e la Sardegna:

« "Nel quadro dei più antichi contatti marittimi si inserisce - e merita particolare menzione - il problema dei rapporti fra l'Etruria e la Sardegna, sede della peculiare ed evoluta civiltà nuragica, che dalla preistoria perdura fino ai primi secoli del I millennnio a.C. Alla presenza in Etruria di genti provenienti dalle isole si riferisce la leggenda relativa alla fondazione di Populonia da parte dei Corsi (Servio, ad Aen., X, 172). Strabone menziona esplicitamente le incursioni di pirati sardi sulle coste della Toscana e fa allusione alla presenza di Tirreni in Sardegna. Non mancano d'altra parte testimonianze di relazioni commerciali e culturali tra la Sardegna nuragica e l'Etruria villanoviana e orientalizzante, con particolare riguardo alla presenza di oggetti sardi soprattutto nella zona mineraria (è possibile un motivo di connessione tra i due grandi distretti metalliferi dell'area tirrenica). A Vetulonia fu scoperta fra l'altro una delle più ricche navicelle in bronzo di produzione nuragica. Ma importazioni sarde appaiono più a sud(Vulci, Gradisca) tra il IX ed il VI secolo. Né mancano elementi di affinità tipologica e decorativa con prodotti villanoviani: tipiche ad esempio le brochette a collo e becco allungato, la cui presenza è caratteristica della necropoli vetuloniese. Si potrebbe anche discutere la questione se le strutture a pseudocupola (tholos)) caratteristiche delle tombe orientalizzanti dell'Etruria settentrionale siano reminiscenze di eredità egea dell'età del bronzo accolte per influenza dell'architettura dei nuraghi sardi dove questa tecnica è particolarmente diffusa. Ma anche in Sardegna appaiono tracce di un'influenza etrusca: forse nel nome Aesaronense di uno dei popoli della costa orientale dell'Isola (cfr. la parola etrusca aisar, ossia dei); ma anche in alcuni tipi di oggetti, sia pur rari, come le fibule"...
 »
(Massimo Pallottino, Etruscologia, Hoepli, Milano, 1984: ISBN 88-203-1428-2, pagg. 120, 121.)

I critici dell'impostazione di Pallottino sostengono che, nell'apparente sensatezza, non consideri il peso relativo dei vari contributi: il contributo orientale (lidio o comunque egeo-anatolico) sarebbe stato invece preponderante, perché arrivato nella Penisola incontrò genti più arretrate.[4]

[modifica] Recenti acquisizioni dalla genetica delle popolazioni

Un contributo, peraltro non risolutivo, alla problematica delle origini degli Etruschi ci viene anche dalla genetica [6].
Nel 2004 il Prof. Guido Barbujani del dipartimento di biologia dell’Università di Ferrara ha analizzato il DNA di alcuni scheletri provenienti da tombe etrusche dislocate in varie zone dell’antica Etruria [7]. Dallo studio è emerso che il DNA degli antichi etruschi sarebbe abbastanza simile a quello degli attuali abitanti dell’Anatolia, mentre non risulterebbero particolari affinità con quello dell’attuale popolazione delle zone d’Italia che furono abitate dagli Etruschi.
Nel 2007, una equipe guidata dal Prof. Antonio Torroni dell’Università di Pavia ha raffrontato il DNA degli abitanti viventi da almeno tre generazioni nei centri di Murlo, Volterra e della Valle del Casentino con quello di altre popolazioni italiane ed estere [8]. Dalla comparazione è emerso che il codice genetico degli individui di Murlo, Volterra e del Casentino è molto più simile a quello degli abitanti del Medio Oriente ed in particolare dei Palestinesi e dei Siriani.
Un altro studio condotto dall’equipe del Prof. Paolo Ajmone Maran dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza ha analizzato il DNA dei bovini toscani (di razza Chianina e Maremmana), che è risultato geneticamente simile a quelli dei bovini dell’Anatolia [9].

[modifica] Epoca Villanoviana

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce civiltà villanoviana.

La più antica menzione degli Etruschi rimasta è quella dello scrittore Esiodo, scritta nel suo poema Teogonia, in cui, al verso 1016, menziona «tutti i popoli illustri della Tirrenia» volutamente al plurale, poiché intendeva comprendere le genti non greche d'Italia. Esiodo scriveva i suoi versi all'inizio del VII secolo a.C.: a questo periodo (690 a.C.-680 a.C.) risalgono le più antiche iscrizioni etrusche conosciute, le quali, però, fanno già uso di quell'alfabeto che indubbiamente i commercianti etruschi avevano imparato nei contatti con i Greci all'emporio di Cuma (l'attuale Napoli), almeno settant'anni prima.[10]

Ora, poiché non è possibile che la nazione etrusca si sia affermata come tale improvvisamente, è chiaro che la sua formazione fu il risultato di un lento e progressivo consolidamento in terra italica. Con tutta probabilità, perciò, esisteva già una cultura che tendeva a formarsi sul territorio della Penisola in varie regioni, anche distanti tra loro: e questa non può essere che quella della civiltà villanoviana.[10]

Il nome «villanoviano» deriva da un piccolo borgo nella periferia di Bologna dove, nel 1850, il conte Giovanni Gozzadini, appassionato archeologo, rinvenne un sepolcreto che aveva delle caratteristiche molto particolari. L'elemento che distingueva le sepolture era il vaso ossuario (cioè contenente i resti del defunto) a forma biconica, con una piccola scodella per coperchio, deposto in un vano protetto da lastroni di pietra.[10]

Urna cineraria con coperchio rinvenuta a Chiusi, risalente ai secoli IX-VII a.C..

Gli studiosi ritengono che ci sia stata una fase «preparatoria» di questa cultura, riferita all'Età del Bronzo finale (XII-X secolo a.C.); cultura diffusa nel Mantovano, nell'Umbria, in Toscana, in Campania, in Sicilia e nell'isola di Lipari. Ci sono già tutte le premesse che poi condurranno al villanoviano vero e proprio; esse non ebbero ulteriore sviluppo nei paesi meridionali per l'apparire precoce di quegli influssi che portarono alla colonizzazione greca (VIII secolo a.C.).[10] Uno degli elementi che più spesso si notano – proprio perché legato alla sepoltura delle ceneri dei defunti (incinerazione) – è l'ossuario. Ne esistono molti tipi, spesso lavorati con finissima arte: l'effetto artistico è dato da rette, segmenti, depressioni e disegni geometrici; eppure, spesso la pasta di argilla, che veniva chiamata «ceramica d'impasto», è piuttosto rozza.[10]

In qualche caso – evidentemente si tratta di sepolture di guerrieri – il vaso biconico è ricoperto da un elmo di bronzo. Quando quest'usanza giunse nel Lazio, le ceneri del defunto erano poste, talvolta, anziché in un vaso doppio a cono, in un'urna che richiamava la forma delle capanne dei pastori.[10]

Nella penisola italica, però, emergono e si rafforzano culture regionali, che sono spesso legate alla natura del paese in cui si affermano: continua la vita nomade e pastorale nelle Marche settentrionali, in Abruzzo, nel Lazio settentrionale, in Irpinia, nel Sannio e in Calabria, mentre in Toscana e nell'arcipelago toscano approdano naviganti provenienti dal Mediterraneo orientale alla ricerca di ferro, all'epoca uno dei minerali più preziosi.[10] Si continua a lavorare anche il bronzo, ma questo materiale non è d'uso comune come il precedente; serve per piccoli oggetti decorativi, per statuette votive o per recipienti legati al culto. Anche se le differenziazioni regionali sono enormi, sembra che in questo periodo si faccia sentire la necessità di una vita in comune, di qualche forma di associazione fra le varie tribù del territorio italico: si cominciano a formare i primi agglomerati urbani con relativi sepolcreti.[11]

I sepolcreti, infatti, testimoniano la presenza di un antico stanziamento. Isolati, se mai, sembrano rimanere in particolare alcuni ambienti interni, nelle regioni più inospitali, mentre la tendenza quasi generale è quella di spingere a costruire in villaggi in vicinanza sul mare, spesso a pochi chilometri dalla costa: l'unica città etrusca sul mare è stata probabilmente Populonia, mentre il resto si trovava nell'entroterra, questo perché si temevano gli attacchi pirateschi. Ciò significa che qualcuno, anche se non più i Cretesi o i Micenei, continuava a visitare le coste italiane in cerca del ferro, di cui erano ricche le terre etrusche.[11]

Ci sono comunque, località come Populonia, situata sul mare, praticamente di fronte all'Isola d'Elba, di cui abbiamo buone testimonianze. Essa fu, forse, nel periodo villanoviano il principale porto per l'imbarco del rame o dell'argento lavorato; solo più tardi, nel periodo etrusco, divenne «porto del ferro». Uno scrittore antico, di cui ignoriamo il nome e che gli studiosi chiamano Pseudo Aristotele, afferma che a Populonia si estraeva il rame: lo provano, infatti, scorie della lavorazione di questo minerale e resti di fornaci che venivano impiegate a questo scopo. Più tardi Populonia divenne tanto importante che nel suo territorio si lavorava il ferro estratto all'Isola d'Elba.[12]

Intorno al porto, situato nell'attuale arco del Golfo di Baratti, vi erano due villaggi, come dimostrano le due distinte necropoli: una detta San Cerbone e l'altra chiamata Poggio delle Granate. Vi sono tombe a pozzo di cremate e tombe a fossa più recenti. Sia in queste ultime, sia in quelle a camera la suppellettile funebre è identica.[12]

Quindi i Villanoviani si dedicarono per lungo tempo all'estrazione di minerali e di materiali da costruzione. Ne sono riprova i resti di miniere in Toscana e nell'alto Lazio. Nelle colline, dette appunto Metallifere, e nella zona campiglia si estraeva rame, piombo argentifero e cassiterite; nella Valle di Cecina rame, piombo e argento; nel massiccio del Monte Amiata c'erano rocce mercurifere; nei Monti della Tolfa minerali ferrosi, piombo, zinco e mercurio; ferro nell'Isola d'Elba; tufi vulcanici, arenarie e calcari nell'alto Lazio; travertino e alabastro nell'Etruria settentrionale.[12]

Secondo le più recenti indagini, sembra che i più antichi Villanoviani dell'Etruria si fossero concentrati in tre grandi insediamenti: uno è quello che comprende la regione dei Monti della Tolfa, fra Civitavecchia e il Lago di Bracciano; un secondo è quello situato nella media valle del fiume Fiora, fra la zona archeologica di Vulci e la selva del Lamone a ovest del Lago di Bolsena; il terzo è costituito dalle fasce collinari attorno alla Cetona fra Radicofani, Chiusi e Città della Pieve.[12]

Probabilmente i tre stanziamenti si riferivano ad economie distinte ed autosufficienti, alla cui base c'erano, comunque, l'estrazione e la lavorazione dei minerali che venivano portati alla costa per l'imbarco. Altra importante attività era l'agricoltura.[12]

I Villanoviani, dunque, al momento culminante della loro espansione, dovevano essere diffusi su un'area molto vasta, che va dall'Emilia-Romagna all'Italia meridionale. Può darsi che essi siano i diretti discendenti dei popoli della civiltà appenninica che discende lungo tutta l'Età del Bronzo finale e che ha i suoi maggiori centri di ritrovamento lungo la dorsale montuosa dell'Italia centrale. Si trattava di genti dedite a un'economia pastorale, da cui i Villanoviani, e successivamente gli Etruschi, appresero l'amore per la terra e per gli animali.[12]

Ecco quindi che ben si comprende come le civiltà italiche abbiano caratteri propri ed antichissimi, legati alle tradizioni peculiari del paese in cui si svilupparono; solo più tardi, con il commercio marittimo e la lavorazione dei metalli, si apriranno ai traffici e agli scambi soprattutto con l'Oriente.[12]

[modifica] I primi insediamenti etruschi

Nel IX secolo a.C. nelle aree caratterizzate dalla civiltà villanoviana si registra la marcata tendenza delle popolazioni ad abbandonare gli altopiani sui quali si erano stanziate nel periodo precedente (proto-villanoviano XII-X secolo a.C.) con finalità essenzialmente difensive e a spostarsi su pianori e colline ubicate su siti sui quali sorgeranno poi le principali città etrusche, dando vita a centri di maggiori dimensioni con centinaia e, a volte, migliaia di individui.
Tale radicale cambiamento risponde ad esigenze prettamente economiche legate al più razionale sfruttamento delle risorse agricole e minerarie ed alla scelta, in ottica commerciale, di collocarsi in prossimità di vie di comunicazione naturali e di approdi fluviali, lacustri e marittimi.

Dagli scavi effettuati il territorio appare diviso in vasti comprensori articolati in gruppi di villaggi ravvicinati tra di loro, ma con necropoli distinte (sul tema in particolare Gilda Bartoloni e Giovanni Colonna).

Per la ricostruzione delle abitazioni, realizzate con materiali deperibili (legno ed argilla), ci possiamo avvalere di un numero piuttosto limitato di rinvenimenti di superficie (fondamenta, fori per i pali di sostegno, canalette di fondazione …) e dei modellini rappresentati dalle urne conformate a capanna. Le capanne avevano pianta ellittica, circolare, rettangolare, o quadrata di dimensioni molto varie a prescindere dalla forma. Le abitazioni erano di solito sostenute da pali inseriti all’interno del perimetro per il sostegno del tetto ed all’esterno per le pareti. Vi erano però anche abitazioni molto incassate nel terreno e il cui tetto poggiava su un argine di terra e sassi. Alcune capanne mostrano anche una ripartizione interna. Il focolare di solito era collocato al centro. Il tetto poteva essere a quattro falde o a doppio spiovente. Le abitazioni, inoltre, avevano una porta sul lato più corto, abbaini sul tetto per l’uscita del fuoco e talvolta anche finestre.

Per quanto attiene all’organizzazione interna dei villaggi si è osservato che la capanne sono distanziate le une dalle altre da spazi vuoti in misura variabile, probabilmente utilizzati per le attività agricole. Si è ipotizzato che le capanne quadrangolari avessero funzione abitativa mentre quella di forma rettangolare od ovale venissero utilizzate come stalle e magazzini. Peraltro la impossibilità nei casi concreti di accertare o meno la contemporaneità dell’uso delle varie strutture non consente di confermare o smentire l’ipotesi. Si può semmai affermare che le strutture che non presentano il focolare potrebbero essere interpretate come aventi funzione diversa da quella abitativa. Gli scavi non hanno portato alla luce segni che consentano di individuare fortificazioni. Le necropoli sono state rinvenute in aree limitrofe a quelle dei singoli villaggi.

[modifica] La società villanoviana

La struttura sociale delle comunità villanoviane può essere desunta dalla documentazione archeologica ed in particolare dai corredi funerari. I corredi del villanoviano più antico (IX secolo a.C.) sono piuttosto poveri. La tipologia degli oggetti consente comunque l’identificazione del sesso del defunto. Le deposizioni maschili si caratterizzano per la presenza di rasoi a forma rettangolare o semilunata, fibule ad arco serpeggiante, spilloni e, seppur raramente, armi. Talvolta la copertura dell’ossuario è costituita da un elmo fittile ad evidenziare la qualità di guerriero del defunto. Il corredo funebre femminile è costituito da cinturoni, fermatrecce, fibule ad arco semplice o ingrossato, fusaiole, rocchetti, conocchie. Le urne a capanna (rinvenute in Etruria meridionale, a Vetulonia e forse a Populonia), diversamente da quanto accade nella cultura laziale, non sono di esclusiva prerogativa maschile ma riguardano anche le donne. In ogni caso i corredi delle urne conformate a capanna non risultano più cospicui di quelli relativi a vasi biconici.

Nei corredi di questo periodo è poco diffuso il vasellame, rappresentato quasi esclusivamente dall’ossuario biconico e dalla ciotola di copertura. Le sepolture, contraddistinte dall’uso quasi esclusivo del rito incineratorio, presentano di massima una struttura a pozzetto od a fossa seppur con varianti locali.

La documentazione archeologica della prima fase del villanoviano farebbe quindi pensare ad una società tendenzialmente egualitaria. Peraltro la semplicità dei corredi potrebbe anche non rispecchiare fedelmente la società ma essere determinata da ideologie religioso-funerarie. In ogni caso, anche per il villanoviano più antico, non mancano rinvenimenti dai quali emergono segni di differenziazioni sociali. A Tarquinia, ad esempio, nella necropoli di Poggio Selciatello, si evidenziano alcune deposizioni, maschili e femminili, con corredi particolarmente significativi per la qualità e/o quantità degli elementi. Inoltre, in alcune deposizioni maschili del IX secolo a.C. (a Bologna, Tarquinia, Cerveteri, Veio) sono state rinvenute delle verghe di bronzo o d’osso interpretate come “scettri” (in questo senso Gilda Bartoloni) e quindi come attributi del prestigio e della funzione del defunto. Sotto un diverso profilo è stato osservato (Jean-Paul Thuillier) che le forme di insediamento del villanoviano, caratterizzate dallo spostamento verso pianori e colline e dall’accentramento degli individui nell’ambito di villaggi più grandi rispetto al periodo precedente, sembrano corrispondere ad un vero e proprio disegno politico e fanno quindi ritenere l’esistenza di capi nell’ambito di tali comunità.

A partire dagli inizi dell’VIII secolo a.C. si colgono gradualmente i segni di una differenziazione sociale che porteranno alla nascita delle aristocrazie. Si rinvengono deposizioni, sia ad incinerazione cha ad inumazione (rito, questo ultimo, che, specialmente nell’Etruria meridionale, va sempre più affermandosi accanto a quello crematorio), che si distinguono per la ricchezza dei corredi maschili e femminili. Alcune deposizioni si segnalano, infatti, per l’aumento degli ornamenti personali e per la qualità e/o per le cospicue quantità di vasellame fittile e bronzeo. Gli oggetti in argomento inoltre comprovano scambi tra comunità villanoviane ed anche tra villanoviani e comunità di diversa cultura. Oltre ad oggetti di provenienza laziale, daunia, enotria e sarda si distinguono attestazioni greche ed orientali (Siria, Fenicia, Egitto). I corredi delle tombe ad inumazione, di solito, sono più cospicui di quelli delle deposizioni ad incinerazione. Aumentano in misura rilevante le urne conformate a capanna.

Le deposizioni maschili più prestigiose presentano morsi di cavalli, carretti miniaturistici, elmi, scudi, spade, lance ed asce. I carretti miniaturistici si ritrovano anche nelle deposizioni femminili di rango, che, per il resto, si caratterizzano per quantità e qualità degli strumenti per la filatura e delle parures. Anche la tipologia delle tombe ed i rituali, seppur nello stesso contesto di tempo e di luogo, risultano fortemente differenziati. Le tombe a camera con pluralità di deposizioni (Populonia) e le tombe a circolo di pietre (Vetulonia), inoltre, sembrano mettere in rilievo, accanto ai singoli individui, la famiglia ed i gruppi familiari, che si identificano appunto per l’occupazione di determinati settori delle necropoli e per la comunanza dei corredi e dei rituali (Gilda Bartoloni).

[modifica] Espansione

Testa di canopo da Chiusi (VI secolo a.C.).

Il massimo di prosperità e di espansione fu raggiunto dagli Etruschi verso la metà del VI secolo a.C., tanto che, verso il 540 a.C., gli etruschi di Cerveteri alleati dei Cartaginesi, sconfissero, nella battaglia di Alalia, davanti alla Corsica, i Focesi di Marsiglia, potentissimi sul mare. In questo periodo, gli Etruschi riuscirono a stabilire la loro egemonia su tutta la penisola italica, sul Mar Tirreno e, grazie all'alleanza con Cartagine, sul Mediterraneo Occidentale.

[modifica] Espansione a nord e a sud

All'inizio gli Etruschi occupavano la fertile fascia costiera della Toscana e le aree attorno all'Appennino tra Bologna e Volterra. Praticavano l'agricoltura e bonificarono molte zone paludose, rendendo coltivabili i terreni. Più tardi estesero i loro territori su parte del Lazio e sulla Pianura Padana. La loro occupazione principale era la produzione dei metalli, che estraevano dalle miniere. Gli Etruschi furono i maggiori produttori di ferro del Mediterraneo. Con i metalli creavano oggetti molto apprezzati dagli altri popoli. Svilupparono quindi il commercio via mare dei loro manufatti. Città come Cerveteri, Vulci e Tarquinia ebbero il controllo dei commerci sul Mar Tirreno.

[modifica] L'attraversamento degli Appennini

[modifica] L'incontro coi Greci a Spina

[modifica] Conquista della Val Padana

[modifica] Fondazione di Perugia

Gli Umbri, che pure hanno fondato la città, devono cadere all'affermarsi del popolo etrusco. Infatti il vero e proprio nucleo di Perugia si forma intorno alla seconda metà del VI secolo a.C., e dalla disposizioni delle necropoli etrusche abbiamo una testimonianza indiretta dell'espansione del primo tessuto urbano. Perugia diventa in breve una delle 12 lucumonie della confederazione etrusca. Nel 310-309 a.C. forma una Lega insieme alle altre città etrusche scontrandosi con le truppe romane guidate da Quinto Fabio Massimo Rulliano; al termine della battaglia viene siglata una tregua, che non verrà rispettata, di 30 anni. [2] L'originaria cinta muraria etrusca, oggi ancora visibile, viene edificata tra il IV ed il III secolo a.C.: lunga tre chilometri, racchiude il Colle Landone e il Colle del Sole sui quali si erge la città.

[modifica] I commerci durante il periodo delle conquiste

[modifica] Le origini di Roma

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi le voci Fondazione di Roma e Roma quadrata.

Sui colli lungo il basso corso del Tevere, sorgevano alcuni villaggi di pastori del popolo dei Latini. Nell'VIII secolo a.C., essi s'ingrandirono e si unirono, trasformandosi in un'unica città: Roma. Nei secoli seguenti, Roma estese il suo dominio dapprima sull'intera Italia, poi in tutto il bacino del Mediterraneo.

[modifica] Vestigia etrusche a Roma: i Tarquini (616-509 a.C.)

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Tarquini.

Tarquinio Prisco era un ricco e noto abitante della città etrusca di Tarquinia, emigrato a Roma divenne il quinto re di Roma. Secondo la tradizione fece erigere il Circo Massimo destinandolo come sede permanente delle corse dei cavalli; prima di allora gli spettatori assistevano alla gare che qui si svolgevano seduti da postazioni di fortuna. In seguito a forti alluvioni, che interessarono specialmente le zone dove sarebbe sorto il futuro Foro Romano, fece poi iniziare la costruzione della Cloaca Massima. A lui si deve poi l'inizio dei lavori per la costruzione del Tempio di Giove Capitolino sul colle del Campidoglio.[13]

Servio Tullio fu il successivo re di Roma di origini etrusche, fece costruire sull'Aventino il tempio a Diana, trasferendo a Roma il culto latino di Diana Nemorensis. A Servio si ascrive anche la decisione di costruire il Tempio di Mater Matuta ed il Tempio della Dea Fortuna, entrambi al Foro Boario. A lui è attribuita la costruzione delle Mura Serviane, le prime difese unitarie di Roma, che erano rappresentate da un massiccio terrapieno costruito nelle zone più esposte della città e dall'unione delle difese individuali dei colli.[14]

L'ultimo re di Roma di origini etrusche fu Tarquinio il Superbo, secondo la tradizione sotto il suo regno furono portati a termine la Cloaca Massima e il Tempio di Giove Capitolino. La bonifica dell'area dell'antico Foro Romano dovuta alla Cloaca Massima, rese possibile la formazione di un antichissimo borgo ai piedi del colle Palatino detto Vicus Tuscus perché in origine fu abitato da mercanti etruschi.[15]

[modifica] Declino

L'arresto della loro espansione cominciò invece sul finire del secolo e fu seguito da declino nel V secolo a.C.. Prima fu Roma a liberarsi dalla loro supremazia con la cacciata, verso il 510 a.C., dei Tarquini; poi se ne liberarono i Latini, che, sostenuti da Aristodemo di Cuma, ad Ariccia, nel 506 a.C., li sconfissero in battaglia. In questo modo, gli avamposti degli Etruschi in Campania rimasero isolati e si indebolirono dopo la sconfitta navale che essi subirono a Cuma nel 474 a.C. (v. battaglia di Cuma), andando perduti nel 423 a.C. con la conquista di Capua da parte dei Sanniti. L'indebolimento dei commerci marittimi si fece drammatico quando nel 453 a.C. il tiranno di Siracusa Gerone occupò la ricca Isola d'Elba e provocando di fatto un blocco dei porti, con l'eccezione di Populonia. Al nord la discesa dei Galli sconvolse la geografia dei centri etruschi della pianura Padana avvenuta tra l'inizio del VI e la metà del IV secolo a.C., quando caddero Felsina e Marzabotto. Sull'Adriatico le città etrusche vennero contemporaneamente attaccate dai celti e dai siracusani, in piena espansione, dopo la vittoria di qusti ultimi contro la flotta ateniese nel 412 a.C.. Nel 396 a.C. dopo una guerra durata quasi un secolo Roma conquistava Veio, estendendo la sua influenza su parte dell'Etruria meridionale. Per oltre due secoli gli Etruschi, su iniziativa dell'una o dell'altra città, ostacolarono l'espansione romana, che spesso ricorse a rotture dei patti, come nel caso dell'attacco a Volsini (Orvieto), quando interruppero un pluridecennale trattato di pace dopo pochi anni dalla sua stipula. Nel 295 a.C., coalizzati con gli Umbri e i Sanniti, furono sconfitti dai Romani nella battaglia di Sentino: nel giro di qualche decennio furono assoggettate a Roma le città dell'attuale Lazio, divenute alleate quando Roma subì l'attacco de parte dei cartaginesi di Annibale. Anche se le città antrarono nel territorio romano prima dell'inizio del I secolo a.C., ebbero uno "status" particolare, finché la Guerra Sociale del 90 a.C., ponendo fine alla loro autonomia, li riconobbe la cittadinanza romana mediante la lex Julia dell'89 a.C.

[modifica] I commerci

L'occupazione principale degli Etruschi era la produzione di metalli. Furono i maggiori produttori di ferro del Mediterraneo. con i metalli creavano oggetti molto apprezzati dagli altri popoli. Svilupparono quindi il commercio via mare dei loro manufatti. Città come Cerveteri, Vulci e Tarquinia ebbero il controllo dei commerci sul Mar Tirreno.

[modifica] Guerre contro i Romani

[modifica] La battaglia del Cremera

Gli etruschi cominciarono a far credere di essere ancora più deboli di quanto non fossero. Rendevano deserto parte del territorio per simulare una maggiore paura dei loro contadini. Lasciarono libero del bestiame per far credere che fosse stato abbandonato in una fuga precipitosa. Fecero arretrare le truppe mandate a contrastare le incursioni. I continui successi resero i Fabii supponenti e imprudenti. La conquista della cima restituì il vantaggio ai veienti. I Fabii furono soprafatti e massacrati. Di tutta la gens Fabia rimase un solo componente: Quinto, figlio di Marco. Livio riporta che era stato lasciato a Roma perché troppo giovane ma l'informazione sembrerebbe errata dato che solo dieci anni dopo Quinto Fabio Vibulano divenne console.

[modifica] Le guerre tra Roma e Veio

Le guerre di Roma e Veio furono una costante della storia del Lazio a partire quantomeno dal VIII secolo a.C. Fin dalla sua mitica fondazione, opera di Romolo, Roma ebbe un nemico temibile e determinato nella città etrusca. Le motivazioni dell'inimicizia secolare fra l'Urbe e Veio sono di tipo economico. Che Roma si sia formata da una specie di "federazione" di villaggi posti sui sette colli, o sia sorta come ci riporta la tradizione e il racconto degli storici antichi, lo scontro fra le due città era inevitabile perché la ricchezza di una avrebbe significato la povertà dell'altra.

[modifica] L'esercito e le armi utilizzate in guerra

Per l'equipaggiamento degli eserciti gli Etruschi potevano contare su una grande disponibilità di materiali ferrosi, estratti dalle miniere dell'Italia centrale. Le singole città-stato etrusche reclutavano i loro eserciti tra i cittadini secondo il censo, in tal modo venivano costituiti corpi di cavalleria, di opliti e di truppe leggere. La cavalleria, aveva la sua forza principale nella mobilità, quindi le erano assegnati compiti di ricognizione, di schermaglia e di inseguimento. Gli opliti, la cui armatura poteva essere di fogge molto differenti, ma che garantiva al corpo una protezione abbastanza completa, combattevano in formazione compatta, i migliori in prima fila, e cercavano l'urto contro la formazione nemica. Infine i fanti leggeri, dotati di armi da getto, ma non protetti da corazze, avevano lo scopo di scompigliare e di provocare la formazione nemica, colpendola da lontano. Vi erano anche dei corpi di genieri che avevano il compito di erigere fortificazioni, e di provvedere allo smantellamento di quelle nemiche durante le operazioni di assedio. Come ultima risorsa, in alcune occasioni, parteciparono agli scontri schiere di sacerdoti che si gettavano sui nemici armati di serpenti e torce accese. Nei tempi più antichi doveva essere diffuso l'uso del carro da guerra. Non sappiamo se fungesse da solo mezzo di trasporto sul campo di battaglia per i capi, oppure da vero e proprio strumento di combattimento. L'armamento offensivo del fante etrusco comprendeva per il combattimento corpo a corpo una vasta scelta di armi: la lancia, la spada lunga o corta, asce normali e bipenni, spade ricurve, pugnali. Le armi da getto erano: giavellotti, archi e fionde. L'armamento difensivo era costituito da una corazza per il torace, di tessuto rinforzata da borchie metalliche; oppure di bronzo, in due o più pezzi, foderata in lino. La testa era protetta da un elmo di bronzo, di fogge molto differenti: con guanciali e paranaso, a calotta, semplice o crestato. Le gambe erano difese da schinieri in bronzo. Completava il tutto uno scudo in cuoio, legno o bronzo, di forma circolare, ellittica o rettangolare.

[modifica] Una parvenza di autonomia

Le città-stato erano autonome,cioè indipendenti.Ma c'erano anche cose che le accomunavano:la lingua e la religione. Fu proprio la loro mancanza di unità la causa della loro decadenza: le città del Nord furono conquistate dai Celti; quelle del Sud furono conquistate dai coloni della Magna Grecia e dai Sanniti; e quelle del centro caddero una dopo l'altra sotto il dominio di una nuova civiltà che stava cominciando ad affermarsi nel Lazio:i Romani.

[modifica] La scomparsa definitiva degli Etruschi

Nel 396 a. C. Veio fu conquistata dai romani; le altre città etrusche non intervennero. Roma continuò la sua politica di conquista e nel corso di un secolo, tutte le città dell'Etruria meridionale persero la loro indipendenza, e alcune delle quali scomparvero definitivamente (Vulci, Veio, Volsinii, Sovana e Populonia) mentre nel nord le incursioni continue del celti, iniziate prima del VI secolo a.C. distrussero i centri della pianura padana (Felsina, Meplum, Marzabotto, Spina). L'indipendenza amministrativa dei centri etruschi terminò con la "Lex Iulia" dell'89 a.C., anche se la documentazione nella scrittura etrusca insiste fino alla metà del I secolo d.C..

[modifica] Insediamenti

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Dodecapoli etrusca.

Numerose erano le città etrusche, tra le quali le più importanti erano le cosiddette dodecapoli, a cui se ne aggiunsero altre suddivise in tre macro-aree:

Tali città si raggruppavano talora in confederazioni o leghe di natura religiosa. Arricchendosi poi col tempo grazie ai prodotti delle terre circostanti, coltivate specialmente a frumento e ai fiorenti allevamenti animali, e sfruttando le miniere e i traffici, riuscirono ad affermarsi rapidamente, espandendosi, tra il VII e il V secolo a.C., a nord nella valle Padana, dove si affermarono specialmente le città di Felsina (Bologna), Mutna (Modena) Mantua (Mantova) e Misa (Marzabotto (*); collegate, verso l'Adriatico, con Spina, mediatrice degli influssi del mondo greco, e propizianti da nord il ricco commercio dell'ambra e dello stagno; a sud nel Lazio notevole è il tempietto rinvenuto in Alatri e conservato nel museo di Villa Giulia a Roma; sul mare, invece, serrata fu la competizione con le marinerie cartaginesi e greche. Anche se Roma non fu mai in stabile dominio etrusco, tuttavia la dinastia dei Tarquini, re di provenienza etrusca, riflette il prestigio e l'importanza delle città etrusche meridionali, con numerose tracce incancellabili lasciate nella religione, negli usi, in istituti ed edifici di Roma, largamente confermate anche dall'archeologia.

(*) da ultimi ritrovamenti fatti si pensa che il nome etrusco della città fosse in realtà Kainua, come descritto in questo articolo del prof. Sassatelli che ha diretto degli scavi per conto dell'Università di Bologna http://137.204.130.251:8888/giuseppesassatelli/documents/20060108rc.pdf

[modifica] Caere

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Cerveteri.
La Necropoli della Banditaccia, a Cerveteri.

Costruita a 5 km dal mare tra i due corsi d'acqua oggi conosciuti come Fosso della Mola e Fosso del Manganello su un'altura, Caere era, al tempo degli etruschi, grande circa trenta volte l'attuale Cerveteri, tuttavia di essa sono rimaste soltanto le necropoli. I sepolcreti erano situati su altre due colline parallele: una, quella più celebre, della Banditaccia, a nord-est della città; l'altra, quella di Monte Abatone, a sud-est.[16]

Cere (o Cerveteri) (Cære vetus per i romani, Arghilla per i marinai greci) fu una delle maggiori città della dodecapoli etrusca, una confederazione di dodici città che giunsero a grande potenza simultaneamente (Cere, Tarquinia, Veio, Volsinii, Vulci, Roselle, Vetulonia, Populonia, Perugia, Chiusi, Volterra e Arezzo) che si prefissero la conquista della Val Padana. Cere era la più meridionale e fu anche, tra i secoli VII e IV a.C., la più importante, perché aperta ai mercanti stranieri.[16]

Per la sua posizione, essa ebbe rapporti con le città del Lazio, e in particolare con Roma, e da qui tentò di allungare le sue mire commerciali anche sulla Campania, verso il Golfo di Napoli e quello di Salerno. Si alleò con Cartagine, colonia fenicia situata dove oggi sorge Tunisi, ed era contro la supremazia mercantile greca. Sul mare Cere aveva tre scali portuali: il principale a Pyrgi (Santa Severa), uno a Punicum (Santa Marinella) e un terzo ad Alsium (Palo).[16] Tra i reperti rinvenuti a Cerveteri, i maggiori sono quelli conservati nella tomba Regolini-Galassi: oreficerie, argenti, avori, bronzi, vasi greci e vasi di bronzo.[16]

[modifica] Tarquinia

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Tarquinia.
Suonatore, affresco nella tomba del Triclinio.

Dai resti e dagli scavi archeologici risulta che Tarquinia (in etrusco Tàrchuna) esisteva già nel IX secolo a.C.. Tarquinia venne scoperta del tutto casualmente: infatti, nel 1827, furono rinvenute nella località che allora si chiamava Corneto alcune tombe a camera decorate con pitture che raffiguravano la vita quotidiana, episodi tratti dalla mitologia greca e allegorie che stavano a significare eventi comuni, come la morte di qualche personaggio.[17]

Poco tempo dopo fu scoperta anche la vera e propria città etrusca di Tarquinia, grazie ad alcune vaghe tracce di vie incrociate e diritte. Il monumento più importante è la cosiddetta «Ara della Regina», base di un ampio tempio rettangolare del quale la storia è poco conosciuta. Le mura erano costituite da blocchi di tufo squadrati che seguivano le ondulazioni della collina e risalgono probabilmente fra la fine del V secolo a.C. e la metà del IV secolo a.C..[17]

Nell'antichità si riteneva che Tarquinia fosse la più antica delle città etrusche, poiché il suo nome era collegato a quello del leggendario Tarconte, fratello o figlio di Tirreno, colui che, secondo Erodoto, avrebbe condotto gli etruschi dalla Lidia alle coste dell'Italia centrale. Sempre secondo la leggenda, Tarconte, giunto nel luogo nel quale sorge l'attuale Tarquinia, incontrò Tagete, una specie di bambino prodigio sorto dalle viscere della terra, che gli rivelò i segreti della divinazione.[17]

Rimasta in ombra nel periodo in cui fioriva la sua rivale Cere, Tarquinia conobbe grande splendore quando si aprì il commercio greco: è in questo periodo che i suoi abitanti fondarono l'emporio marittimo di Gravisca. Il IV secolo a.C. fu quello dalle sua maggior potenza e prosperità, quando il suo territorio si estendeva dal mare al Lago di Bolsena; verso sud andava fino al fiume Mignone e ai Monti Cimini. In questa regione si trovava anche l'importante centro di Tuscania.[17]

[modifica] Veio

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Veio.

Veio venne costruita su un colle facilmente fortificabile per via della vicinanza ai guadi del Tevere, i quali permettevano di spingersi verso i Colli Albani e verso gli scali della Campania. Tutta la riva destra del Tevere, nel territorio compreso tra Fidene e la costa tirrenica, appartenne a Veio.[1]

Nel IX secolo a.C., durante il pieno sviluppo della civiltà villanoviana, Veio era già un grosso centro; ebbe poi un leggero rallentamento nella fase orientalizzante, forse perché già impegnata in contrasti con Roma; toccò poi il suo acme tra la fine del VII secolo e gli inizi del V secolo a.C.. Il suo grande sistema di comunicazioni a mezzo di ottime strade è evidente anche dal numero di porte che si aprivano nelle sue mura: ben sette, a ognuna delle quali corrispondeva una via (alcune addirittura già in funzione in epoca villanoviana).[1]

Il colle tufaceo era interamente occupato da Veio, mentre nella sua parte meridionale, quella chiamata Piazza d'Armi, sorgeva un tempio risalente all'inizio del VI secolo a.C.. Lungo la strada che collega la città alla foce del Tevere furono ritrovati i resti di un vecchio santuario, di una piscina, di un altare e di una fossa destinata ai sacrifici. Tutto il complesso fu distrutto in età romana, quando Veio fu rasa al suolo, nel 396 a.C..[1] Tutta l'area sacra del Portonaccio era circondata da un muro che racchiudeva il tempio, di cui rimangono solo i basamenti; per molto tempo si pensò che fosse dedicato ad Apollo per una statua lì trovata. Al contrario, il tempio era dedicato a Minerva, come risulta da delle iscrizioni su ex-voto lì rinvenute.[1]

Questa statua, come altre trovate nella zona, sono attribuite a Vulca, lo sculture che, come narra Plinio, fu chiamato a Roma dal re Tarquinio Prisco per modellare la statua di Giove da inserire nel tempio del Campidoglio. Vulca è il solo artista etrusco di cui rimanga il nome ed è l'unico di cui sia stata rinvenuta l'officina di produzione. Questo artista operò fra il 510 e il 490 a.C. ed è certo che egli ha avuto un notevole influsso sull'arte contemporanea romana. Tutte le statue di vulca, rinvenute a Cere, formano la decorazione del tetto del tempio.

Molte sono le necropoli di Veio: Vaccherecchia, Monte Michele, Picazzano, Casale del Fosso, Grotta Gramiccia, Riserva del Bagno, Oliveto Grande e Macchia della Comunità: esse hanno restituito ceramiche tradizionali e vasi di terracotta nera, detti buccheri, ma anche pitture. Dopo la distruzione subita dai romani nel 396 a.C. Veio non venne più ricostruita.[1]

[modifica] Vulci

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Vulci.

Vulci era situata sulla riva destra del fiume Fiora, a circa cento chilometri da Roma, venti a nord-ovest di Tarquinia e dodici dal mare. I suoi artigiani ne fecero un centro importante e ricco fin dal IX secolo a.C.; essa proseguì la sua affermazione anche nel campo della ceramica e della lavorazione della pietra fino al IV secolo a.C.. Il suo contributo al commercio con i mercanti greci nell'importazione di ceramiche corinzie, ioniche e attiche fu molto importante; anche per queste ragioni si trovò più volte a guidare la Lega delle città etrusche contro Roma.[18]

L'abitato sorgeva su un pianoro di tufo, che ancora oggi resta parzialmente inesplorato. Le necropoli di Cavalupo, di Ponterotto, di Polledrara e di Osteria sono databili dall'VIII secolo a.C. fino all'epoca imperiale romana. La maggior parte delle sepolture, anche le più ricche, sono quelle fra la fine del VII secolo a.C. e la metà del V secolo a.C.. Fra la necropoli di Cavalupo e quella di Ponte Rotto, non lontano da un antico insediamento villanoviano, nel 1857 fu scoperta la Tomba François, così chiamata dal nome dell'archeologo che ne eseguì il rilevamento. È una tomba a "T" molto complessa architettonicamente, con un'eccezionale decorazione pittorica.[18]

[modifica] Vetulonia

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Vetulonia.
La Tomba del Diavolino.

Vetulonia, il latino Vatluna,[19] era, nei suoi primi decenni, un agglomerato urbano situato su un colle che dominava la Piana di Grosseto, in parte occupata, in età preistorica, da un lago, oggi scomparso. La sua sfortuna fu quella di dover competere con la vicina Roselle, fondata su un'altura oltre la piana, poco più a oriente. Le più facili comunicazioni col mare a nezzo del fiume Ombrone e la maggiore accessibilità degli scali su lago, congiunto con un canale navigabile con il Mar Tirreno probabilmente sul sito dell'attuale Castiglione della Pescaia, fecero sì che il commercio, un tempo molto fiorente a Vetulonia, andasse a vantaggio della sua rivale.[19]

Nel VI secolo a.C. Vetulonia si dotò di una forte cinta di mura in blocchi di calcare, mentre l'acropoli con i luoghi sacri si trovava poco più a nord-est, all'incrocio delle strade che salgono da Buriano e da Grilli, con sepolture a pozzetti, accolte all'interno di un circolo di pietre, e altre a tumuli rudimentali, databili fra l'VIII e il VII secolo a.C.. Eccezionale fu il rinvenimento di urne cinerarie a capanna del periodo villanoviano, che sono più frequenti in territorio laziale.[19]

I vetulonesi all'epoca avevano una bella fama per la lavorazione del bronzo e dei metalli preziosi: spesso le tombe ritrovate ci hanno restituito specchi, candelabri, tripodi, incensieri insieme a gioielli, fibule, orecchini talvolta in filigrana e nella lavorazione detta «a granulazione», in cui gli Etruschi furono maestri.[19]

Le Mura dell'Arce dette Ciclopiche, risalente all'età etrusca, situate a Vetulonia.

Di particolare interesse sono due tombe monumentali, la Tomba della Pietrera e la Tomba del Diavolino, conosciuta anche come Pozzo dell'Abate. La prima è una collina artificiale, delimitata da un tamburo di pietra che misura 60 metri di circonferenza; all'interno, due camere sovrapposte. Le sculture in pietra qui rinvenute sono esposte al Museo archeologico nazionale di Firenze.[19]

Verso la fine del XIX secolo, il vero sito della città fu scoperto dall'archeologo italiano Isidoro Falchi. Per via dei radicali cambiamenti avvenuti durante i secoli nel territorio, ritrovare il punto esatto in cui sorgeva una costruzione si rivela un'operazione difficoltosa.[20] Tuttavia, ancor prima di Falchi, George Dennis, un console britannico in Toscana, aveva accennato questo luogo in un suo libro, pubblicato nel 1848.[21]

La vocazione marinara di Vetulonia era espressa anche nelle sue monete, in cui appare un'ancora o dei delfini o un tridente. Oggi non è facile seguire la cinta delle sue mura, distrutte con le guerre romane. Nonostante ciò, Vetulonia non sembra abbattersi dopo questi conflitti e, nel III secolo a.C., risulta riprendere vita.[21]

Le necropoli di Vetulonia sono vastissime; oltre al materiale villanoviano vi sono un aureo del VII secolo a.C., quando i corredi dei defunti presentano oggetti d'ambra, d'oro, d'argento e di bronzo che si ispirano a canoni orientali, segno dei frequenti contatti con marinai e mercanti che giungevano fin sotto la collina dove sorgeva la città.[22] Le tombe più fastose di questo periodo sono il Circolo di Bes, il Circolo dei Monili, il Circolo del Tridente, i due Circoli delle Pellicce, il Circolo dei Leoncini d'Argento, la Tomba del Littore e la Tomba del Duce.[22]

[modifica] Populonia

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Populonia.

Populonia, in latino chiamata Popluna o Fofluna, era l'unica città etrusca situata sul mare: dominava dalla sua altura il Golfo di Baratti e il passaggio all'Isola d'Elba. Anch'essa fu edificata sul preesistente agglomerato di villaggi qui costituitisi in epoca villanoviana, certamente per lavorare i minerali sbarcati dalle navi che facevano la spola con l'isola.[19]

La situazione topografica di Populonia è interessante anche dal punto di vista paesaggistico, con le colline dolcemente digradanti verso il Mar Tirreno e le grandi tombe in vista del mare.[19] Le necropoli si trovano in parte poco lungi dalla linea di costa del golfo, in parte sui declivi della Porcareccia, del Fosso del Conchino e della Cava del Tufo. Altre sono più a oriente, oltre i fossi della Fredda e del Piastrone. Una lunga e robusta muraglia tagliava in tutta la sua lunghezza il promontorio, facendo perno sul Poggio della Guardiola, che costituiva l'estrema difesa: la città poteva isolarsi, quindi, dalla terraferma, mentre era praticamente imprendibile dal mare.[19]

Si sono trovate qui molte scorie della lavorazione dei minerali, sia alla Porcareccia, sia a San Cerbone; mancano tracce consistenti, invece, della città vera e propria. Si sono trovati pozzi e gallerie, da dove venivano estratti lo stagno e la cassiterite, e anche forni di fusione che risalgono addirittura all'VIII secolo a.C..[19] Grande fu quindi la notorietà di Populonia nei commerci dei minerali e probabilmente essa deteneva il monopolio delle navigazioni verso l'Elba. Le tombe stesse hanno restituito oggetti di uso comuni, perlopiù provenitenti dalla Grecia e dal Vicino Oriente, il che dimostra l'importanza dei traffici marittimi. Sul sito dell'odierno borgo di Baratti vi era il porto etrusco, protetto da un lungo molo costruito con blocchi di arenaria.[20]

Per tutto il periodo di fioritura etrusca Populonia non ebbe crisi e continuò ad ampliarsi grazie ai prosperosi commerci, prima del rame, poi del ferro. Esse emise anche una ricca serie di monete in argento.[22]

[modifica] Volterra

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Volterra.

Il primo nome etrusco di Volterra, edificata su una vasta terrazza a oltre 550 metri sul mare a dominare le valli della Cecina e dell'Era, è stato Velathri. L'abitato andò diffondendosi su ripiani, che scendono fino a 458 metri sul mare, e si fortificò fino ad assumere la funzione di perno di tutta l'Etruria settentrionale. Essa riuscì, nel momento di maggior splendore, a controllare gli scali marittimi sulla costa fra le attuali Cecina e Livorno, oltre che i guadi del corso medio dell'Arno.[23]

Sui colli della Badia e della Guerruccia si trovano le necropoli villanoviane, che dimostrano l'antichità della città. La vita ebbe una continuità indisturbata, lasciando sopravvivere tradizioni diverse. Le stesse pareti a strapiombo delle Balze, che costituiscono una delle maggiori attrazioni del paesaggio volterrano, potrebbero essere l'orlo di un pianoro dove preesistevano altre necropoli.[23]

La potente cintura difensiva della città, lunga più di sette chilometri, non comprendeva anche l'acropoli, la quale ne aveva un'altra di 1,8 chilometri. Due fra le porte etrusche sono ancora oggi in ottimo stato di conservazione; fra esse, la più nota è la Porta dell'Arco. Essa conserva tre teste in pietra molto consumate dal tempo, che probabilmente effigiavano persone illustri o divinità.[23]

La fortuna di Volterra fu il rafforzamento di un'oligarchia agraria, che sfruttava le vaste terre coltivabili sulle colline che la circondavano: ciò avvenne a partire dal VI secolo a.C. e salvò la città dalla crisi che fece decadere i centri sulla costa. Volterra, anzi, riuscì a rafforzare il suo porto a Vada. Questo suo interesse marittimo è documentato anche dalla serie delle sue emissioni monetarie, che hanno come simbolo il delfino, da un punto di vista assurdo per una città situata tra le colline a una certa distanza dal mare.[23]

[modifica] Orvieto

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Orvieto.
Il Tempio del Belvedere a Orvieto.

Orvieto è situata nella Valle del Paglia, su una collina di tufo, a un'altezza di circa 200 metri sul mare. Questa era una posizione privilegiata, la città era praticamente imprendibile, dalla quale si può vedere qualsiasi movimento di gente anche a grandi distanze. In questo luogo strategico vi furono insediamenti dall'Età del Bronzo e dall'Età del Ferro, ma non ci sono rilevanti tracce di villaggi villanoviani. Lo stanziamento propriamente etrusco, invece, fu importantissimo, anche se la città antica è assai poco nota.[24]

Sul nome etrusco di Orvieto ci sono discordie fra gli esperti. Alcuni propendono per Volsinii; per altri si identifica invece come Bolsena. Il nome attuale deriva dal latino Urbs vetus, cioè «città vecchia», che appare però nel Medioevo. Ci sono alcuni che distinguono due Volsinii: una veteres, cioè «vecchia», che sarebbe Orvieto, e una «novi», ossia nuova, l'attuale Bolsena.[24] Sta prendendo consistenza anche la teoria che questo fosse il luogo di Salpinum, nome romano di una grande città etrusca dell'epoca, rimasta comunque sconosciuta ai posteri.[25]

Orvieto conobbe il suo maggior splendore fra la metà del VI secolo a.C. e la fine del V secolo a.C.. Molte iscrizioni, qui rinvenute, hanno permesso di conoscere l'esistenza di una ricca classe di commercianti. Le tombe sono disposte in cerchio attorno alla rupe orvietana. Fra esse sono notevoli quelle comprese nei nuclei chiamati del Crocefisso del Tufo e della Cannicella, mentre verso sud e verso ovest altre numerose tombe si allontanano dalla città seguendo l'ondulazione delle colline.[25]

Tutto depone per l'esistenza di una grande e importante città, le cui rovine restano tuttavia sotto gli edifici dell'abitato attuale. Il massimo studioso di Orvieto, Pericle Perali, ritenne che sulla rupe ci fossero ben 17 templi (secondo studi più recenti, probabilmente furono solo 12): il più noto è il cosiddetto Tempio del Belvedere, nell'ambito nord-orientale dell'abitato a ridosso delle mura.[25] Molte decorazioni e terracotte architettoniche sono apparse un po' dovunque, anche durante scavi casuali, e tutto lascia supporre che la misteriosa città etrusca giaccia ancora sepolta sotto la rupe.[26]

Sono ormai quasi cinquant'anni, dal 1960, che gli scavi sono stati ripresi con assidua tenacia nelle necropoli orvietane, in quei sepolcreti, cioè, che si ritiene che circondassero l'antica Volsinii, ed anche sulle vestigia di quel tempio che potrebbe essere, secondo l'interpretazione di insigni archeologi, il celebre Fanum Voltumnae, per altri localizzato nei pressi del Lago di Bolsena dove fu edificata la nuova Volsinii; tempio che costituì il santuario nazionale degli Etruschi. Risulta, infatti, che il momento di maggior splendore di Volsinii veteres va dal VI secolo a.C. alla fine del V secolo a.C..[26] Da allora in poi, le numerose iscrizioni, indagate da Massimo Pallottino, recano nomi non sempre etruschi, il che fa pensare che l'aristocrazia mercantile della città sia andata rovinandosi con elementi stranieri, fino ad ammettere gente di diversa origine nel novero delle famiglie di primo rango. Se così è, Volsinii fu certamente l'ultima a cedere alle pressioni di Roma e non lo fece perché sconfitta sul campo di battaglia, ma perché ormai era rappresentante di un mondo in evoluzione.[26]

[modifica] Spina

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Spina (città).
Una kylix attica a figure rosse da Spina: Zeus rapisce Ganimede, attribuita al Pittore di Pentesilea

Spina fu un'importante città portuale etrusca affacciata sul mar Adriatico, presso il delta del fiume Po. Fu una delle città più importanti dell'Etruria padana, assieme a Felsina (Bologna) e Marzabotto.

La città di Spina venne scavata in seguito alla riscoperta legata alle opere di prosciugamento delle valli di Comacchio. Nella necropoli sono state trovate più di 4.000 tombe, alle quali vanno aggiunti gli scavi di una parte dell'abitato.

Fiorì a partire dal 540 a.C., come emporio che faceva da cerniera tra mondo etrusco e mondo greco, grazie ai collegamenti marittimi che provenivano dall'Ellade. Tra i prodotti, che venivano scambiati con le ceramiche attiche (ne sono state trovati numerosi esemplari di fattura ateniese, spesso di qualità migliore di quelli scavati in madrepatria), c'erano i cereali, vino e altri prodotti agricoli, oltre alle carni di maiale salate (i "prosciutti" emiliani, testimoniati ampiamente sin dall'epoca etrusca).

Nella necropoli sono stati trovati numerosi corredi funerari, con manufatti dal gusto sfarzoso, che testimoniano la prosperità dell'insediamento. L'abitato aveva invece un'edilizia più spartana, in legno e paglia. Spina fu uno dei pochi insediamenti etruschi del nord a superare l'invasione celtica del quarto secolo a.C., restando attiva fino al secondo secolo a.C., quando venne abbandonata.

I reperti di Spina si trovano esposti al Museo Archeologico Nazionale di Ferrara.

[modifica] Misa

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Misa (città).
Immagine dei resti di Misa

I resti della città etrusca di Misa si trovano nel comune di Marzabotto in provincia di Bologna

La zona di Marzabotto è abitata da tempi molto antichi. Sul suo territorio vi è questa acropoli etrusca [1], nota fin dal 1550 [2].

Risalendo la Strada Statale 64 Porrettana dopo l'abitato di Marzabotto si trova l'accesso al sito sulla sinistra. Il piccolo museo ha in mostra i reperti ritrovati sul posto. Il sito è formato dalla parte più vasta delle fondamenta degli edifici della città, con l'impianto urbanistico dotato di strade ad intersezione retta, il cardo è particolarmente grande con una carreggiata di 15 metri, notevole per quel periodo. Nelle fondazioni degli edifici sono leggibili le ripartizioni delle stanze, verso l'estremità meridionale vi è un caso di stanza di servizio con scolo delle acque verso l'esterno. Sorgendo su una terrazza lambita dal corso del fiume Reno, parte della città archeologica è scomparsa a causa di una frana.

Si ritiene che fosse città commerciale sulla via di transito tra l'Etruria e la Pianura Padana, probabilmente abitata da una popolazione mista etrusca e celtica.

Completano il sito due necropoli. La necropoli orientale si trova più in basso verso la riva del Reno, vi sono alcuni sarcofagi. La necropoli occidentale conserva le basi di alcuni tempietti ed edifici sacri.

A parte gli oggetti di uso quotidiano, non vi sono particolari reperti artistici se non un piccolo bronzo che raffigura una coppia, l'uomo in armi e con elmo, la donna in atto di portare una offerta in una ciotola. Le figure non sono particolarmente marziali e la composizione è molto serena. Il bronzo è anche il simbolo del sito archeologico e del museo ed una copia a grandezza più che naturale è riprodotta lungo la strada statale e visibile al passaggio.

Nonostante sia conosciuto dal '500, il sito è ancora attiva sede di scavi da parte degli archeologi.

[modifica] Arezzo

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Arezzo.

Arezzo sorse in epoca pre-etrusca in una zona abitata fin dalla preistoria, come dimostra il ritrovamento di strumenti di pietra e del cosiddetto "uomo dell'Olmo", risalente al Paleolitico, avvenuto nei pressi della frazione dell'Olmo durante i lavori di scavo di una breve galleria della linea ferroviaria Roma-Firenze nel 1863.

La zona posta alla confluenza di Valdarno, Valdichiana e Casentino, infatti, è passaggio naturale per chi voglia attraversare l'Appennino. Si ha notizia poi di insediamenti stabili di epoca pre-etrusca in una zona poco distante dall'attuale area urbana, il colle di San Cornelio, dove si sono rinvenute tracce di una cinta muraria di difficile datazione poiché sovrimpresse dalle poderose mura romane. L'abitato etrusco sorse invece sulla sommità del colle di San Donato, occupata dall'attuale città. Si sa che la Arezzo etrusca, con un nome quasi identico all'attuale, Arretium, esisteva già nel IX secolo a.C.

Arezzo fu poi una delle principali città etrusche, e molto probabilmente sede di una delle 12 lucumonie. A questo periodo risalgono opere d'arte di eccezionale valore, come la Chimera, oggi conservata a Firenze, la cui immagine caratterizza talmente la città quasi da diventarne un secondo simbolo.

Al sorgere della potenza di Roma la città, insieme alle consorelle etrusche, tentò di arginarne le tendenze espansionistiche, ma l'esercito messo insieme da Arezzo, Volterra e Perugia fu sconfitto a Roselle, presso Grosseto, nel 295 a.C.; e così nel III secolo avanti Cristo Arezzo fu conquistata dai Romani che latinizzarono il suo nome etrusco Arretium.

[modifica] Vipls

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Fiesole.

Vipsl era una delle più importanti città etrusche alle pendici meridionali dell'Appennino Tosco-Emiliano. Attribuita all'area estesa tra Prato e Fiesole, ebbe un periodo di grande fioritura nell'epoca arcaica, dove si sviluppò nell'attuale area di Gonfienti (Prato) e, una volta abbandonata per ragioni ancora ignote alla fine del V sec. a.C, la popolazione etrusca si concentrò sulla più sicura collina di Fiesole, dove risulta il nome di Vipsul al partire dalla metà del IV sec. a.C. Fu alleata di Roma fin dal III secolo a.C.

Nel 90 a.C. la città si ribellò durante la guerra sociale, venendo poi presa da Lucio Porcio Catone. Poco dopo, per aver parteggiato per Mario, fu occupata da una colonia di veterani di Silla. Nacque così ufficialmente Fesulae romana, centro della regione, che aveva un campidoglio, un foro, un teatro, dei templi, e un impianto termale. L'acropoli si trovava sulla sommità della collina, dove oggi si trova il convento di San Francesco. La città godette di relativa prosperità fino alle invasioni barbariche. Nel 405 Fiesole fu teatro della battaglia che vide la sconfitta dei Goti di Radagaiso da parte di Stilicone.

[modifica] Economia

Plinio il giovane descrive l'Etruria, dalla sua residenza di Città di Castello in questo modo:

« [...] una piana vasta e spaziosa è cinta da montagne che hanno sulla sommità boschi antichi di alto fusto, la selvaggina vi è abbondante e varia, ai loro piedoni, da ogni lato, si estendono, allacciati tra loro in modo da coprire uno spazio lungo e largo; al limite inferiore sorgono boschetti, le praterie cosparse di fiori producono trifoglio e altre erbe aromatiche tenere, essendo tutti quei terreni irrigati da sorgenti inesauribili. Il fiume attraversa la campagna e siccome è navigabile porta alla città i prodotti dei terreni a monte, almeno in inverno e primavera, perché in estate è in magra. Si prova un piacere grandissimo a contemplare l’insieme del paesaggio oltre la montagna perché ciò che si vede non sembrerà una campagna, ma un quadro di paesaggio di grande bellezza. Questa varietà, questa disposizione felice, ovunque tu posi lo sguardo, lo rallegra. »

Vari poeti hanno spesso decantato l’Etruria come un territorio opulento, fertile e ricco, per l’abbondanza di fauna, la ricchezza dei raccolti e delle vendemmie. Questo non valeva per alcune aree costiere ed interne: l’attuale Maremma e la Val di Chiana erano infatti malsane e paludose, fonti di continue epidemie malariche e difficili da coltivare, per questo i re etruschi investirono molte risorse al fine avviare una completa bonifica dei loro territori e di quelli vicini; la stessa Roma subì un'importante opera di risanamento attraverso opere di canalizzazione e drenaggio, creazione di cisterne e fogne.[27]

[modifica] Produzione cerealicola

L'Etruria diventa un importante produttore di cereali già nel V secolo a.C. Roma mostra una forte dipendenza dal grano prodotto dagli etruschi, specialmente da quello di Chiusi e Arezzo. Da Plinio il Vecchio si viene a conoscenza che tra i grani prodotti vi era il siligo usato principalmente per la produzione di pane, focacce e pasta tenera. Ovidio, meglio conosciuto per scritti come l'Ars amatoria, descrive le proprietà delle farine etrusche e le consiglia, data la loro finezza, come cipria per abbellire i volti delle donne romane.[27]

[modifica] Viticoltura

Pur non potendo datare esattamente l’inizio dell’attività viticola da parte degli etruschi, si può supporre che prese piede agli inizi dell’età del ferro, anche se certamente la vite era già conosciuta in epoche precedenti.[28]

Di tale attività le popolazioni italiche fecero una vera e propria impresa commerciale tanto che Varrone cita in un suo scritto:

« [...] non è l’Italia così ricca di alberi da sembrare un giardino? Forse che la Frisia, da Omero detta vitifera... in quale terra un jugero rende 10 o anche 15 cullei di vino, come alcuni luoghi d’Italia? »

L'allevamento della vite, ideata e propagata in tutti i territori controllati, dagli etruschi, era quello della vite a tutore vivo, o vite maritata,con i ceppi piantati cioè vicino a un albero. In Toscana è ancora possibile vederne anche nel Chianti con l'acero, nel ferrarese con pioppi, castagni e noci, un po' ovunque con l'olmo. Anche i popoli vicini adottarono il sistema etrusco, alternativo al sistema della Magna Grecia a ceppo basso con tutore morto, compresi Sanniti nel centro, e i Galli della zona cisalpina nelle odierne regioni Piemonte e Lombardia.Il sistema fu dominante fino a fine ottocento, quando le necessità commerciali e meccaniche hanno trasformato in modo irreparabile questo modo, certo romantico, di allevare la vite. L'Asprinio di Aversa è coltivato quasi esclusivamente con vite maritate, e un consorzio di tutela impedisce la scomparsa di questo elemento costitutivo dello storico paesaggio agricolo italiano. Molti greci apprezzavano il vino Etrusco: Dionisio di Alicarnasso indicava come eccellente quello dei Colli romani, altri preferivano i vini prodotti nell’area del Vino Nobile di Montepulciano, del Brunello e di tutta l’area dell’odierno Chianti per il loro aroma e per il loro rosso brillante. Sempre molto conosciuti, anche per far capire l’entità e l’importanza della produzione viticola, erano i vini di Luni, Adria, Cesena, il rosato di Veio, i vini dolci d’Orvieto, Todi ed Arezzo, famosi all’epoca per essere particolarmente forti.[29]

Sempre agli Etruschi si devono i primi studi sulle coltivazioni di vite, gli innesti, la creazione di ibridi, la disposizione degli impianti, tanto da essere apprezzati come validi coltivatori in tutto il bacino del mediterraneo.[29]

[modifica] L’Olivo

Gli etruschi sarebbero stati consumatori d’olio d’oliva di provenienza greca, ma non produttori. La coltivazione dell'ulivo sarebbe stata infatti ancora sconosciuta ai tempi di Tarquinio Prisco 616 a.C. Esportata in Calabria e poi in Sicilia ad opera dei greci, l'olivicoltura, avrebbe preso piede sempre più a Nord ad opera dei Romani. Solo durante la decadenza delle lucumonie, infatti, si inizia a trovare traccia dei primi impianti nel territorio dell'Etruria. Questo, in verità, non esclude che l'oleicoltura fosse praticata anche precedentemente, come sembrerebbe più probabile. Fu solo dopo la fusione del popolo Etrusco con quello Romano che si ebbe una vera ed ampia diffusione della pianta d'ulivo, tale espansione degli impianti era indotta sia dall'alto valore commerciale dell'olio che dal clima favorevole trovato dalla pianta d'ulivo in Toscana, Umbria e alto Lazio.[27]

[modifica] Produzioni tipiche

  • Arretinum: pale, bacili, falci, scuri, elmi, scudi, mole, bestiame vario.
  • Bolsena: vino, sculture in bronzo, ceramica e buccheri.
  • Cere: buccheri, oreficeria, argento lavorato, frumento, bronzo lavorato, carni di maiale e cinghiale lavorato.
  • Clusium: ceramiche e buccheri, vasi, legname, vino, bacili.
  • Perusia: sculture in bronzo, vino, legname di pino, castagno ed abete.
  • Populonia: ferro e bronzo grezzo, tessuti, armi, elmi.
  • Roselle: lance, spade, coltelli, elmi, scudi, legno d’abete, tegole e tubature in terracotta.
  • Tarquinia: Vino, olio, lino, materiali per la concia delle pelli, tufi speciali (tufo nenfro proveniente però dalla zona di Tuscania)
  • Veio: Ceramiche, terrecotte, carni lavorate.
  • Vetulonia: oreficeria, bronzo, metalli lavorati, minerali grezzi, alcune suppellettili.
  • Volterra: pece, cera, mica, legno d’abete, frumento.
  • Vulci: decorazioni suppellettili e statue in bronzo, ceramiche.

[modifica] Lingua

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi le voci Lingua etrusca e Lingua etrusca (vocabolario).

L'Etrusco fu una lingua parlata e scritta in diverse zone d'Italia e precisamente nell'antica regione dell'Etruria (odierne Toscana, Umbria occidentale e Lazio settentrionale), nella pianura padana - attuali Lombardia e Emilia-Romagna, dove gli Etruschi furono espulsi successivamente dai Galli e nella pianura campana, dove furono poi assorbiti dai Sanniti. Tuttavia, il latino sostituì completamente l'Etrusco, lasciando solo alcuni documenti e molti prestiti linguistici nel Latino (per esempio, persona dall'Etrusco φersu), e numerosi nomi di luoghi, come Tarquinia, Volterra, Perugia, Mantova, forse Parma, e un po' tutti i toponimi che finiscono in "-ena" (Cesena, Bolsena, ecc.). Altri esempi di termini di probabile origine etrusca sono: atrium, fullo, histrio, lanista, miles, mundus, populus, radius, subulo. La lingua etrusca risulta attestata tra il IX e il III secolo a.C.


Era una lingua, secondo i più, non indoeuropea, ma alcuni linguisti, ad esempio Adrados, recentemente hanno proposto una (controversa) filiazione da una fase molto antica delle Lingue indoeuropee di tipo Anatolico, particolarmente il Luvio (si veda anche l'analogo problema del Tartessico e l'ipotesi di Wikander). La lingua etrusca, inizialmente diffusa nell'Etruria propria (Alto Lazio - Toscana, tra Tevere e Arno), si affermò successivamente in un'area più vasta, in parte della pianura padana e della Campania, in seguito alla notevole espansione della cultura etrusca intorno al VI secolo a.C. Alcuni studiosi (Helmut Rix) collegano l'etrusco anche alla lingua retica, parlata dai Reti nell'area alpina fino al III secolo d.C.

[modifica] L'alfabeto

L'alfabeto etrusco deriva da quello greco arcaico degli eubei, introdotto in Italia centrale nel VII secolo a.C., in uso nella colonia greca dell'isola di Ischia presso la città di Cuma.

Il verso della scrittura è bustrofedico nelle più antiche iscrizioni, mentre quelle classiche hanno l'andamento verso sinistra come nel punico. Poche iscrizioni seguono l'andamento da sinistra a destra, e in tal caso i caratteri etruschi sono riflessi. Per separare le parole si scrive un puntino.

Nella seguente tabella, a fianco del carattere etrusco compare la lettera dell'alfabeto latino o greco che meglio lo approssima, segue il suggerimento fonetico.

[modifica] Calendario

Poco ci resta del computo del tempo degli etruschi.

Non avevano le nostre settimane e quindi neppure il nome dei giorni. Probabilmente il giorno iniziava all'alba. L'anno invece poteva iniziare come nella Roma arcaica il primo giorno di marzo (cioè il nostro 15 febbraio), o qualche giorno prima, il 7 febbraio.

Probabilmente calcolavano i giorni di ogni mese come i romani, con le calende, che è una parola di origine etrusca.

Ci resta testimonianza del nome di otto mesi del calendario sacro.

  • uelcitanus (lat.) = marzo.
  • aberas (lat.) = aprile; apirase = nel mese di aprile.
  • ampiles (lat.) = maggio; anpilie = nel mese di maggio.
  • aclus (lat.) = giugno; acal(v)e = nel mese di giugno.
  • traneus (lat.) = luglio.
  • ermius (lat.) = agosto.
  • celius (lat.) = settembre; celi = nel mese di settembre.
  • xof(f)er(?) (lat.) = ottobre.

[modifica] Religione

Gli Etruschi erano politeisti. Alle divinità dedicarono numerosi templi, costruiti non solo nelle città, ma anche nei luoghi di passaggio, come porti e valichi. Nel tempio si recavano per pregare, offrire sacrifici alle divinità, conoscere il volere degli dèi.

La religione svolgeva un ruolo centrale nella vita di questo popolo. Secondo gli Etruschi, infatti, gli dèi rivelavano agli uomini la propria volontà attraverso particolari segni. I sacerdoti erano specializzati nell'interpretazione di tali segni: gli àuguri erano i sacerdoti che conoscevano il significato del volo degli uccelli; gli aruspici, invece, sapevano leggere le viscere degli animali sacrificati; inoltre i sacerdoti etruschi erano abilissimi (e per questo rinomati) nell'interpretazione dei fulmini.

[modifica] Il divino

Il rapporto tra l'uomo etrusco e il divino era un rapporto di totale sottomissione e di annullamento dell'individuo di fronte alla volontà degli dèi. Erano quest'ultimi, infatti, a stabilire il corso del destino degli uomini (e anche quello degli Stati). Di fronte alle decisioni divine, l'uomo non si poteva opporre, ma solo sottostare ad esse. Poteva però prevedere il proprio destino attraverso un attento studio dei segni che gli dèi mandavano sulla terra, per poi necessariamente adeguarsi ad esso, osservando inoltre rigide regoli comportamentali per non recare offesa agli dèi. Gli era inoltre concesso di fare sacrifici e riti propiziatori in onore delle divinità per chiedere magari la grazia di modificare un destino non proprio favorevole.

[modifica] Le divinità

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Mitologia etrusca.

Gli dèi etruschi alle origini della civiltà erano semplici entità, spiriti privi di forma che si manifestavano occasionalmente. È solo con la fase orientalizzante che, sotto l'influsso culturale dei greci, le divinità etrusche assumono l'aspetto antropomorfo. I tre dèi più importanti sono: Tinia (che corrisponde a Zeus), la sua sposa Uni (Era) e loro figlia Menrva (Atena). Altri dèi importanti sono: Turms (Ermes), Fufluns (Dioniso) e Voltumna. Oltre agli dèi esistevano anche i demoni, che secondo la credenza etrusca si incontravano dopo la morte. I principali sono: Charun (che corrisponde pienamente al Caronte dei greci), un demone che accompagnava le anime nell'aldilà ed è raffigurato alato, con una bocca simile a quella degli uccelli e con orecchie aguzze; era armato di un martello. Un altro demone ostile è Tuchulcha: anch'esso è raffigurato con un becco, due ali e coperto di serpenti sulla testa. Una dea amichevole è invece Vanth.

[modifica] La divinazione

Nella cultura etrusca la divinazione occupava un ruolo fondamentale. Essa si basava sul concetto di predestinazione, secondo il quale la vita di ogni essere vivente sarebbe già stata scritta dagli dèi fin dalla nascita. L'arte divinatoria permetteva all'uomo etrusco di prevedere, attraverso lo studio di segni specifici, la volontà divina e quindi il proprio destino.

La divinazione etrusca si divide in due branche principali: l'aruspicina, ovverosia l'interpretazione della volontà divina attraverso lo studio delle viscere animali - e, più precisamente, fegato (epatoscopia) ed intestino (estispicio) - e la dottrina dei fulmini, ovvero l'interpretazione dei fulmini. Contrariamente a quanto si è soliti pensare, l'arte divinatoria augurale (ovvero lo studio del volo degli uccelli), tipico del mondo romano, non era tenuta molto in considerazione presso gli etruschi.

L'arte divinatoria si basava sulla determinazione del templum, ossia uno spazio sacro che rifletteva la suddivisione del cielo. Secondo gli etruschi la volta celeste era attraversata da due rette perpendicolari: Cardo (Nord-Sud) e Decumano (Est-Ovest). Queste due rette dividevano la volta celeste in quattro principali settori: partendo dall'asse orizzontale (Est-Ovest) e dirigendosi verso Sud si delimitava la pars àntica (parte anteriore), mentre verso Nord la pars postica (parte posteriore). Allo stesso modo, prendendo l'asse verticale (Nord-Sud) si delimitava a Ovest la pars hostilis o pars occidentalis, mentre ad Est la pars familiaris o pars orientalis. Il cielo veniva, inoltre, diviso in 16 settori, ognuno dedicato ad una divinità diversa: le divinità del Nord-Est erano le più favorevoli, e comprendevano il sovrano celeste Tinia e la sua consorte Uni, mentre i settori a Nord-Ovest erano i più infausti, ed erano dedicati ai demoni dell'oltretomba. A seconda dell'apparizione nei vari settori del cielo di fulmini, o di meteore e altri prodigi, il sacerdote divinizzava la volontà degli dèi che governavano quel settore del cielo. La suddivisione della volta celeste si rifletteva, poi, su ogni elemento della terra. Quindi, per corrispondenza, anche il fegato degli animali sacrificati veniva diviso in settori dedicati alle varie divinità, che servivano a divinare per mezzo delle particolarità osservate, come anomalie, cicatrici o altri segni particolari.

[modifica] Libri sacri e riti etruschi

Con il termine Etrusca Disciplina (in etrusco Tesns Rasnas) si intende il complesso di norme e dottrine che regolavano la religione etrusca, per lo più raccolte in una serie di libri costituenti una sorta di "sacra scrittura". Tutto ciò che si sa di questa etrusca disciplina lo si deve agli autori romani (come ad esempio Cicerone), poiché tutti gli scritti etruschi sono andati perduti. I libri principali sono tre:

  • Libri Haruspicini (chiamati anche Tagetici, da Tages, il semidio ragazzo che avrebbe insegnato agli etruschi l'arte e la tecnica dell'aruspicina), che trattavano l'interpretazione dei segni divini attraverso lo studio delle viscere animali (aruspicina).
  • Libri Fulgolares (detti anche Vegonici, dal nome della ninfa Vegoia da cui avrebbero avuto origine), che trattavano lo studio dei fulmini. Il fulmine era considerato il segno divino più importante, poiché era la manifestazione materiale del dio Tinia. A seconda della parte del cielo da cui veniva scagliato (Tinia poteva usufruire di tutti i settori della volta celeste e addirittura delegare altre divinità), del colore, della distanza, della forma e di altri aspetti, si cercava di interpretarne il significato. Importante era anche il numero dei fulmini scatenati: il primo veniva considerato un semplice avvertimento; il secondo era segno di minaccia; il terzo significava distruzione certa.
  • Libri Rituales, che contenevano l'elenco ed una descrizione scrupolosa e dettagliata dei riti religiosi da seguire in particolari occasioni. Tipico era il rito di fondazione di una città: dapprima si tracciavano con il lituo (bastone ricurvo in cima usato dalle massime autorità e dai sacerdoti) due rette perpendicolari (Cardo e Decumano), formando quella che veniva chiamata croce sacrale, al cui centro (nel punto esatto di incontro delle due rette) veniva scavata una fossa (considerata come la porta di collegamento tra il regno dei vivi e quello dei morti) e ricoperta da lastre di pietra. Proprio nel punto esatto della fossa, il sacerdote, rivolto verso Sud, doveva pronunciare la seguente formula: "Questo è il mio davanti, questo il mio didietro, questa la mia sinistra, questa la mia destra".[30] Poi veniva tracciato il perimetro della città utilizzando un vomere di bronzo e prestando attenzione affinché le zolle di terra sollevate ricadessero all'interno (segnando il punto dove sarebbero state erette le mura, mentre il solco ne segnava il vallo). In corrispondenza delle porte cittadine il vomere veniva sollevato. Ogni città doveva avere un minimo di tre porte: una dedicata al dio Tinia, uno alla dea Uni e la terza alla dea Menrva (in onore dei quali dovevano essere dedicati altrettanti templi e altrettante strade). La porta a Est veniva considerata di buon aspicio; per contro, la porta a Ovest era la porta infausta (da lì venivano fatti passare i condannati a morte). Subito all'interno e all'esterno delle mura perimetrali vi era una striscia di terra chiamata pomerio dove era vietato sia coltivare che edificare. Infine, all'interno della città le strade venivano tracciate parallele alla croce sacrale, cosicché da formare un reticolato (tipo scacchiera) dove ogni quadrato corrispondeva a un isolato.
    Parte integrante dei Libri Rituales sono:
    • Libri Acherontici, sul mondo dell'oltretomba.
    • Libri Fatales, sulla suddivisione del tempo e la durata del ciclo vitale dell'uomo e di uno Stato. Secondo la credenza etrusca, la vita di ogni essere vivente era divisa in cicli di sette anni ciascuno (chiamati Settimane), per un massimo di dodici cicli (84 anni). La vita media dell'uomo etrusco arrivava circa fino a dieci cicli (70 anni) e nell'ultimo anno di ogni ciclo (considerato il più critico) si doveva prestare particolare attenzione ai segnali divini. Anche la durata degli Stati era stabilita a priori dagli dèi, ed era suddivisa in cicli chiamati Secoli, la cui durata non era di cento anni l'uno, ma cambiava di volta in volta (erano sempre gli dèi a deciderlo). Uno Stato poteva durare al massimo dieci cicli. Al termine di ogni ciclo gli dèi mandavano segni chiari e ben precisi, come il passaggio di una cometa, epidemie, o altre calamità. A quel punto gli etruschi capivano che un'era (o secolo) era passata e stava per cominciarne un'altra.
    • Ostentaria, sull'interpretazione dei prodigi.

L'etrusca disciplina era tenuta in grande considerazione presso i romani, tanto che questa letteratura sacra etrusca fu tradotta in latino.

[modifica] Forme di culto

[modifica] L'architettura

[modifica] I templi

Dei templi etruschi e più in generale dell'architettura religiosa sono giunte sino a noi solo poche testimonianze, a causa del fatto che i templi erano costruiti in buona parte con materiali deperibili. Rilevanti informazioni sono offerte dal De Architectura di Vitruvio, che li classificava (in particolare le colonne) sotto un nuovo ordine, quello di "Tuscanicae dispositiones", esemplificando l'elementare metodo di tracciamento dell'impianto tipico ed i caratteri essenziali della struttura architettonica. Il tempio era accessibile non tramite un crepidoma perimetrale, ma attraverso una scalinata frontale, orientata a mezzoggiorno, cioè verso la parte favorevole del cielo. L'area del tempio è divisa in due zone: una antecedente o pronao con otto colonne disposte in due file da quattro, una posteriore costituita da tre celle uguali e coperte, ognuna dedicata ad una particolare divinità. A differenza dei templi greci ed egizi, che si evolvevano assieme alla civiltà e alla società, pare che i templi etruschi siano rimasti sostanzialmente sempre uguali nei secoli, forse a causa del fatto che nella mentalità etrusca essi non erano la dimora terrena della divinità, bensì un luogo in cui recarsi per pregare gli dei (e sperare di essere ascoltati).

Frequenti erano gli omaggi da portare nei templi, solitamente consistenti in statuette votive in terracotta o bronzo, oppure in offerte sacrificali (agnelli, capre, ecc...). Elementi decorativi del tempio etrusco sono perlopiù applicazioni fittili, in buona parte realizzate serialmente a stampo. Fra queste, in particolare, acroteri ed antefisse in terracotta dipinta. Un esempio significativo è l'antefissa con la testa di Gorgone nel tempio del Portonaccio a Veio, oggi conservato al Museo Nazionale di Villa Giulia a Roma.

[modifica] L'architettura funeraria (necropoli)

Le tombe etrusche si sono invece conservate, poiché costruite in pietra. Per la religione etrusca l'uomo necessita nell'aldilà di un ambiente piccolo e familiare in cui trascorrere la vita dopo la morte, assieme agli oggetti personali che possedeva in vita: ciò spiega la cura con cui venivano costruite le necropoli e il fatto che la pittura di questo popolo sia quasi esclusivamente funeraria. Le pareti delle necropoli erano dipinte a colori vivaci (imitando, in taluni casi, la volta celeste, o scene di vita vissuta) per contrastare l'oscurità, simbolo della morte spirituale.

Le necropoli generalmente erano poste al di fuori della cinta muraria delle città, ma con orientamento parallelo al cardo o al decumano. Quindi le necropoli etrusche sono una fonte molto significativa, storiograficamente parlando, che permette di conoscere molti aspetti della vita quotidiana, delle credenze e dei riti popolari che, analizzando esclusivamente i testi scritti, non sarebbe stato possibile conoscere. Esiste anche un metro di classificazione per l'architettura funeraria tuscanica: si distinguono infatti tre tipi di necropoli o catacombe:

  • tombe ipogèe;
  • tombe a edicola;
  • tombe a tumulo.

[modifica] Tombe Ipogee

Esse erano scavate interamente sottoterra o erano ricavate all'interno di cavità naturali preesistenti (grotte, caverne, ecc...). Tra esse, la più famosa è l'Ipogeo dei Volumni, rinvenuta nel 1840. Questo tipo di catacombe era formato da un ripido accesso a gradini, che portava direttamente nell'atrio. Qui vi erano solitamente sei tombe (o gruppi di tombe), raggiungibili mediante stretti corridoi (in alcuni casi si trattava di veri e propri cunicoli). Si pensa che la sepoltura in ipogei fosse riservata a persone di un certo rango sociale, specialmente politici, militari e sacerdoti.

[modifica] Tombe a edicola

Erano costruite completamente fuori terra, a forma di tempio in miniatura nelle intenzioni, ma in pratica molto simili alle abitazioni dei primi insediamenti etruschi. Nella simbologia etrusca, era molto significativa la forma a tempietto: infatti essa rappresentava il punto intermedio del viaggio che il defunto doveva compiere dalla vita alla morte, una sorta di ultima tappa della vita terrena. Tra esse, ricordiamo il Bronzetto dell'Offerente, la meglio conservata, che si trova a Populonia.

[modifica] Tombe a tumulo

Devono il proprio nome al fatto che, una volta eseguita la sepoltura, venivano ricoperte da mucchi di terra, allo scopo di creare una specie di collinetta artificiale. Ognuna di queste tombe si articola, come le ipogèe, in diverse camere sepolcrali di dimensioni proporzionali alla ricchezza e alla notorietà del defunto o della famiglia del defunto. Solitamente erano a pianta circolare. Tra esse ricordiamo la Tomba dei Rilievi, all'interno della necropoli della Banditaccia, presso Cerveteri.

[modifica] Le necropoli

Gli Etruschi consideravano la morte come proseguimento della vita. Costruirono perciò vere e proprie "città dei morti", le necropoli. Le tombe etrusche sono quasi sempre degli ipogei, cioè delle cavità sotterranee, segnalate da un tumulo che assomiglia a una collinetta. Le tombe dei ricchi riproducevano la struttura delle loro abitazioni e custodivano vasi e stoviglie, bruciaprofumi, tazze, scudi e armi di bronzo, bracciali, anelli, collane in oro, altri oggetti in argento e perfino bighe smontate utilizzate per il trasporto dei defunti. I corredi funebri trovati dagli archeologi sono un importante fonte d'informazione storica. In alcune tombe, come quelle scoperte a Tarquinia, le pareti sono affrescate con scene di vita quotidiana, come banchetti, danze e battute di caccia.

[modifica] Le tombe di Tarquinia

Un elemento di eccezionale interesse archeologico è costituito dalle vaste necropoli, in particolare la necropoli dei Monterozzi, che racchiudono un gran numero di tombe a tumulo con camere scavate nella roccia, nelle quali è conservata una straordinaria serie di dipinti, che rappresentano il più cospicuo nucleo pittorico a noi giunto di arte etrusca e al tempo stesso il più ampio documento di tutta la pittura antica prima dell'età imperiale romana. Le camere funerarie, modellate sugli interni delle abitazioni, presentano le pareti decorate a fresco su un leggero strato di intonaco, con scene di carattere magico-religioso raffiguranti banchetti funebri, danzatori, suonatori di aulós, Giocoleria, paesaggi, in cui è impresso un movimento animato e armonioso, ritratto con colori intensi e vivaci. Dopo il V secolo a.C. figure di demoni e divinità si affiancano agli episodi di commiato, nell'accentuarsi del mostruoso e del patetico.

Tra i sepolcri più interessanti si annoverano le tombe che vengono denominate del Guerriero, della Caccia e della Pesca, delle Leonesse, degli Auguri, dei Giocolieri, dei Leopardi, dei Festoni, del Barone, dell'Orco e degli Scudi. Parte dei dipinti, staccati da alcune tombe allo scopo di preservarli (tomba delle Bighe, del Triclinio, del Letto Funebre e della Nave), sono custoditi nel Museo nazionale Tarquiniese; altri sono visibili direttamente sulla parete su cui furono realizzati, restituendoci la conoscenza della scomparsa pittura greca, cui sono legati da vincoli di affinità e dipendenza.

Di minor livello artistico appare la scultura in pietra, presente in rilievi su lastre o nella figura del defunto giacente sul sarcofago; notevole tra gli altri il sarcofago calcareo della tomba dei Partunu, opera di pregevole fattura, databile a età ellenistica; tra le decorazioni fittili, un frammento ad alto rilievo, proveniente dal frontone dell'Ara della Regina, è conservato nel Museo nazionale tarquiniese, ove è raccolta tra l'altro un'importante serie di reperti ceramici, bronzi laminati, rilievi e terrecotte provenienti dalla zona, databili dal periodo geometrico al tardo-etrusco.

[modifica] Temi pittorici

[modifica] Le stele felsinee

Stele A: è una delle due statue-stele a cippo, di forma troncopiramidale rovesciata; presenta una breve rastremazione nella parte superiore che le fa assumere un aspetto vagamente fallico. I lati principali, più larghi, appaiono completamente levigati, quelli laterali, più stretti, presentano tracce di lavorazione e decorazione a bocciardatura e motivi a larghi chevron. La superficie mostra anche alcuni solchi del vomere. Nella zona della “testa” si osservano, in aree delimitate, tracce di patina originaria, presumibilmente resti di una pellicola applicata anticamente: alcune analisi effettuate da operatori del Centro G. Bozza hanno determinato che essa è costituita da carbonato di calcio addizionato di una sostanza roteica non ben precisata. Tale pellicola è presente, in misura diversa, anche sulle stele C, D e sul frammenti decorati B e C. L’effetto prodotto da questa patina è quello di rendere lucida l’arenaria con cui le stele sono prodotte mettendone in risalto, dove vi sono, le decorazioni.


Stele B: altra stele dalla morfologia a cippo troncopiramidale rovesciato, con rastremazione per indicare la testa. Su uno dei lati principali si osserva la mancanza di una parte rilevante del monumento; l’altro lato ed uno dei laterali mostrano numerosi solchi lasciati dal vomere. Segni di lavorazione/ decorazione a corti segmenti paralleli ed obliqui o a chevron sono presenti su tutti i lati della stele.


Stele C: è quella che morfologicamente si avvicina di più alla D, la stele con la veste decorata: essa presenta, infatti, una sezione ovale. e una superficie levigata con alcune tracce di patina più scura, riferibile alla già citata pellicola applicata in antico. La parte sommitale invece della solita rastremazione che si osserva anche nelle altre due statue-stele, si diparte dal corpo innestandosi su una base piatta che parte dai due vertici dell’ovale. Alcuni incavialla base di questa “testa” potrebbero suggerire che qualcosa dovesse incastrarsi su questo collo, magari realizzata separatamente e in materiale differente (legno?). Uno dei lati è nettamente danneggiato da solchi di vomere, ma una netta separazione nella parte mediana del corpo della stele su questo lato potrebbe anche far pensare a seni femminili.


Stele D: a forma di piccola colonna subcilindrica la stele D è conservata solo nella parte medio-inferiore, dove si possono osservare i resti di una veste decorata, e non nella parte superiore dove vi erano forse gli elementi atti a facilitare il riconoscimento del genere. La veste sembra composta da due parti separate: una lunga tunica, decorata nella parte terminale da un bordino con chevron, e una mantellina a “coda di rondine” che doveva ricoprire le spalle, ugualmente ornata nella parte verso il bordo. Probabilmente la parte più aperta della mantellina doveva rappresentarne il fronte, quella più chiusa il retro. Nella parte frontale, in una zona particolarmente degradata della statua-stele, l’arenaria presenta una fessurazione a cerchio, andando a creare un’area tondeggiante di origine naturale. Elementi ad anello di difficile interpretazione, forse pendagli legati alla cintura o al vestito, si trovano sia sul fronte che sul retro della stele. Difficile dire se le braccia fossero coperte interamente dalla mantellina oppure se si trovassero sul fronte. La già citata pellicola su questa stele è riscontrabile soprattutto sui resti della mantellina a “coda di rondine”, ai bordi della stele, e su uno dei due lati maggiori.

[modifica] L'ipogeo dei volumni

[modifica] Il ritratto

Gli Etruschi svilupparono diverse forme d'arte. Gli scultori etruschi, in particolare, modellavano con grande cura il viso umano, e ritraevano fedelmente le caratteristiche individuali di una persona: il sorriso, la profondità dello sguardo, la dolcezza dell'espressione o, al contrario, l'aria burbera. Si ritiene che così inventarono l'arte del ritratto.

[modifica] Sarcofagi e cippi

[modifica] Tombe nascoste

[modifica] Vestigia etrusche

[modifica] Sviluppi artistici prima della fondazione di Roma

[modifica] L'arte

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce arte etrusca.

L'arte etrusca è fortemente connessa a esigenze di carattere religioso. Essi avevano una visione molto cupa della morte. Non credevano nella beatitudine nella vita ultraterrena come gli Egizi, né avevano con gli dei un rapporto confidenziale come i Greci. Gli dei etruschi erano invece ostili e disposti a fare del male. La religione etrusca serve quindi per interpretare la volontà di questi dei e accettare e soddisfare ciecamente il loro volere.

[modifica] La città etrusca

I primi villaggi etruschi erano costruiti da capanne a pianta quadrata, rettangolare o tonda con un tetto molto spiovente (generalmente in paglia o argilla). Le città etrusche si differenziavano dagli altri insediamenti italici perché non erano disposte a caso, ma seguivano una logica economica o strategica ben precisa. Ad esempio, alcune città erano poste in cima a delle alture, cosa che rendeva possibile il controllo di vaste aree sottostanti, sia terrestri che marittime. Altre città, come Veio e Tarquinia, sorgono in un territorio particolarmente fertile e adatto all'agricoltura.

La città etrusca veniva fondata dapprima tracciando con un aratro due assi principali fra loro perpendicolari, detti cardo (nord-sud) e decumano (est-ovest), in seguito dividendo i quattro settori così ottenuti in insulae (dal latino, isole), tramite un reticolo di strade parallele al cardo e al decumano. Questa precisa disposizione urbanistica è visibile ancora oggi in alcune città dell'antica Etruria, corrispondente grossomodo all'attuale Toscana, Umbria e parte del Lazio. Non è, in ogni caso, una novità etrusca, in quanto l'idea di fondare le città partendo da due strade perpendicolari era di uso comune in Grecia e fu ripresa in epoche successive anche dai Romani per fondare accampamenti e città (come ad esempio Augusta Praetoria e Augusta Taurinorum, le attuali Aosta e Torino).

Le città sono cinte da mura, molto spesso ciclopiche, le quali rappresentano l'unica testimonianza, assieme a tombe e basamenti di templi, di architettura etrusca in pietra. I materiali usati erano l'argilla, il tufo e la pietra calcarea; il marmo invece era pressoché sconosciuto. L'ingresso alla città avviene attraverso le porte, che erano solitamente sette o quattro (ma si hanno testimonianze di alcune città a cinque e sei entrate), le più importanti in corrispondenza delle estremità del cardo e del decumano. Inizialmente erano delle semplici architravi, ma a partire dal V sec. a.C. le porte assunsero caratteristiche imponenti a forma di arco, costruite incastrando a secco tra loro enormi blocchi di tufo, a loro volta inseriti nelle mura. Le porte di epoca tardo-etrusca, come ad esempio la Porta all'Arco di Volterra, erano inoltre decorate con fregi e bassorilievi nelle loro parti principali (la chiave di volta e il piano d'imposta).

Con la crescita della potenza militare di Roma, le città etrusche vennero progressivamente conquistate e assimilate dal mondo e della mentalità romana, nei confronti dei quali erano in posizione di svantaggio (economico, sociale, militare e politico), per cui da cuore pulsante dei commerci mediterranei si ridussero a semplici centri abitati con una classe dirigente etrusco-romana che, di fatto, provocò la fine di qualsiasi produzione artistica e architettonica indipendente.

[modifica] La pittura

La pittura etrusca rappresenta una delle manifestazioni più elevate dell'arte e della civilizzazione etrusca. Ha un'importanza notevole per il fatto che si tratta del più importante esempio di arte figurativa preromana, nonché il primo capitolo della storia della pittura italica e italiana, preceduta in Europa dalla pittura minoica e micenea e contemporanea della pittura greca. Grazie a fortunati ritrovamenti relativi soprattutto a pittura funeraria, la pittura etrusca costituisce oggi il più importante patrimonio pittorico dell'umanità relativo all'antichità.

La pittura etrusca si sviluppa nel corso di diversi secoli dall'VIII sino al II secolo a.C. in contemporanea con la più evoluta pittura greca da cui è influenzata in molti aspetti, pur sviluppando una sua autonomia se non altro per gli usi specifici che di essa la civiltà etrusca ha fatto. La pittura etrusca ci fornisce anche un'idea di quello che avrebbe dovuto essere la pittura greca, visto che di quest'ultima non si è conservato praticamente niente.

La pittura etrusca ci è pervenuta da diverse fonti:

gli affreschi nelle tombe in diverse necropoli dell'etruria; la pittura vascolare; alcuni frammenti di pittura in edifici pubblici quali templi.

[modifica] Arte Geometrica

[modifica] L'arte della ceramica

Le ceramiche di impasto a noi note in questo periodo (IX sec – inizi VIII sec) sono per lo più di provenienza funeraria e molto curate, sia nell’elaborazione di forme speciali, come i vasi biconici usati per raccogliere le ceneri dei defunti, sia nella loro decorazione eseguita ad incisione e ad impressione. I motivi sono relativamente semplici, di tradizione geometrica (meandri semplici e spezzati, riquadri e metope, motivi angolari e svastiche), ma disposti sapientemente sulla superficie vascolare in modo da sottolineare le articolazioni della forma del vaso.


Ne è un esempio il cinerario fittile biconico villanoviano (IX sec) conservato al Museo dell’Opera del Duomo di Orvieto: esso mostra una forma abbastanza tozza , un forte slancio dell’imboccatura, una decorazione geometrica con meandro semplice sulla pancia e fasce e denti di lupo pendenti sul collo.


Nel corso dell’VIII secolo, le forme si moltiplicano: aumentano i vasi nelle tombe per sottolineare il consolidarsi delle differenze sociali; le forme vascolari più variate (vasi per contenere liquidi, piatti per cibi solidi) evidenziano il diffondersi di particolari cerimoniali di banchetto. Le appendici plastiche si fanno più numerose: compaiono ad esempio figurine seduta sull’ansa del vaso e scene di banchetto a tutto tondo sul coperchio; mentre alcuni vasi sono configurati con cavalli, cavalieri sormontanti il contenitore o forme interamente plastiche a forma di animale, anatre o tori. La decorazione geometrica perde invece la monumentalità, il rigore e la coerenza del passato, mentre si introducono la decorazione a “falsa cordicella” (cioè a stampo con pettini e rotelle), cerchietti concentrici e figure zoomorfe schematiche. Questi nuovi repertori decorativi della ceramica di impasto sembrano derivare dalla contemporanea produzione in metallo, con la quale emerge in maniera preponderante l’aristocrazia. Il metallo più lavorato di questo periodo è il bronzo laminato e fuso, mentre il ferro è ancora poco diffuso e solo nel corso dell’VIII secolo viene destinato a impieghi più consistenti (armi – strumenti di lavoro); raro permane invece, l’uso di metalli preziosi (oro-argento-elettro) per fibule e piccoli oggetti di ornamento. Il bronzo laminato è impiegato per oggetti personali (bracciali-cinturoni), per vasellame (coppe-tripodi-carrelli), per oggetti di prestigio (“palette”-cinerari biconici o a capanna) e per le armi.

[modifica] I grandi maestri etruschi

[modifica] Lavorazione dell'oro

[modifica] La granulazione

Pendente di una collana etrusca rappresentante la testa di Acheloo, 480 a.C. circa

La granulazione è una raffinata tecnica di lavorazione dell'oro grazie alla quale gli Etruschi venivano considerati dei veri e propri maestri dell'arte orafa. Questa particolare tecnica consisteva nell'applicare piccolissime sfere (granuli) d'oro in particolari decorazioni sui gioielli. Si partiva da sottilissimi fili d'oro (di pochi decimi di millimetro di diametro) tagliati in minuscole parti fino ad ottenere una sottile "paglia". Questa, mescolata a carbone in polvere, veniva compressa in un crogiolo (sigillato con argilla) e sottoposta ad elevate temperature fino a raggiungere la fusione. La reazione chimica provocata dal carbone impediva all'oro fuso, durante il successivo processo di raffreddamento, di ricomporsi in maniera uniforme, costringendolo - invece - a "stracciarsi" formando una serie di minuscoli granellini. Una volta raffreddato completamente, l'oro veniva lavato. A quel punto, per applicare i granelli sul gioiello, veniva utilizzata una speciale colla (composta principalmente da carbonato di rame, acqua e colla di pesce), spalmata direttamente sulla superficie del monile. I granuli potevano, così, essere applicati in modo da formare una particolare decorazione o disegno. Per saldare le sfere d'oro permanentemente al gioiello, si sottoponeva lo stesso al calore, all'interno di una muffola chiusa. In questo modo il rame della colla si fondeva, legandosi all'oro.

L'ultima fase della lavorazione consisteva nel lasciare il gioiello all'aria, in modo che le sfere d'oro acquistassero lucentezza, perdendo quella caratteristica patina scura formatasi durante la fusione con il carbone del primo processo di lavorazione.

Questa tecnica non fu d'invenzione etrusca, poiché già in uso presso gli antichi Egizi, ma con gli Etruschi raggiunse un elevato grado di raffinatezza. Cadde in disuso in epoca romana, fino ad essere del tutto dimenticata nelle successive epoche. Solo nel XIX secolo è risorto l'interesse nei confronti di questa particolare tecnica orafa. Esempio di questo tipo di lavorazione sono a tutt'oggi le fedi sarde.

[modifica] Preziosi corredi funebri

[modifica] Cultura

[modifica] Abitazioni etrusche

Le case degli Etruschi erano fatte in legno e fango; non ci sono quindi molti resti delle loro città. La maggior parte delle informazioni su questo popolo deriva dalle tombe, costruite in pietra: esse contenevano molti oggetti e spesso sulle loro pareti erano dipinte scene di vita quotidiana. questi reperti ci dicono che la civiltà etrusca era ricca e raffinata. La casa ha pianta a rettangolo allungato articolata in genere in duo o più vani, ottenuti con muri divisori perpendicolari ai lati lunghi: tutto ciò in funzione delle nuove esigenze dei nuclei familiari ma anche della necessità statica di sorreggere con i muri interni la trave di colmo (columen) divenuta molto lunga e soggetta a pesi notevoli.

Le fondazioni sono realizzate con pietre estratte da cave locali: nell’Etruria Meridionale conci di tufo squadrati in maniera regolare, nell’Etruria Settentrionale blocchi irregolari di alberese o galestro. La giuntura è a secco e gli interstizi, quando i blocchi non hanno forma regolare, sono riempiti con terra o piccoli sassi.

Il pavimento è di solito in terra battuta, esistono esempi non completamente certi, di lastre di pietra usate per ricoprire il battuto. In una casa di San Giovenale lungo le pareti si sono trovati dei ciotoli di fiume, probabilmente per ridurre l’umidità all’interno dell’abitazione.

Poiché nessuna abitazione etrusca è giunta integra fino ai nostri giorni, l’alzato delle case si può desumere dagli scarsi resti rimasti dopo i crolli. Raramente i muri erano costituiti da conci di tufo squadrati e inseriti in un’intelaiatura lignea che ne rafforzava la resistenza. Più spesso i muri erano costituiti da graticcio o mattoni asciugati al sole (crudi). Le murature a graticcio erano costituite da una struttura portante formata da pali maestri verticali infissi nella roccia e collegati superiormente da una trave orizzontale destinata a sostenere la copertura del tetto, ormai realizzato con tegole e coppi di terracotta posti su travi lignee, il tutto quindi con un considerevole peso. Un intreccio di canne o rami di sottobosco, attorcigliati intorno ai pali verticali e ai pali maestri, era destinato a sorreggere il rivestimento di argilla e fango che veniva poi intonacato con uno strato protettivo di calce mista ad argilla.

Un’altra tecnica di costruzione dell’alzato, che evidentemente precorre le attuali gettate in cemento armato, è quella del “pisè”. Murature in “pisè” si ottengono pressando argilla fra due casseforme realizzate con assi di legno o stuoie, a delimitare lo spessore del muro. la muratura così ottenuta non necessitava di pali maestri in quanto aveva una buona capacità portante ed era quindi in grado di sostenere il tetto.

[modifica] Vita quotidiana

Gli Etruschi furono il primo popolo italico ad avere una civiltà che potesse gareggiare con le grandi civiltà coeve sorte in Medio Oriente. Purtroppo della sua enorme produzione letteraria non ci è rimasto proprio niente e le poche notizie che ci sono pervenute le ricaviamo da citazioni di autori latini e greci, spesso faziosi, come nel caso di Teopompo, scrittore linguacciuto e maldicente che spesso sfociava nel pettegolezzo. Altre fonti, senza dubbio più affidabili ed attendibili, sono le pitture e le sculture lasciateci da questo antichissimo popolo, ma che, pur dandoci un’idea più precisa, non sempre chiariscono il periodo a cui si riferiscono e spesso sono idealizzazioni di vita. Inoltre tutte le fonti si riferiscono a famiglie e persone dell’aristocrazia, per cui le scene di vita quotidiana, gli usi ed i costumi che vedremo si riferiscono a questa fascia della popolazione.

[modifica] Vita sociale

Agli albori della storia di questo popolo, nel periodo Protovillanoviano (età del Bronzo) e nel successivo Villanoviano iniziale (età del Ferro), non si notano segni di una distinzione in classi all'interno della società; essa invece appare evidente nel Villanoviano evoluto, nella seconda metà dell'VIII secolo a.C., quando i corredi funerari cominciano a mostrare netti segni di differenziazione: aumentano gli oggetti di corredo in quantità e qualità, appaiono vasi ed ornamenti d'importazione. Qualcosa è cambiato nella società etrusca e lo si vedrà amplificato alla fine dell'VIII secolo a.C. e nel successivo, quando appare lo splendore della società Orientalizzante, con all'apice le ricche aristocrazie dalle grandi tombe a tumulo e dai sontuosi corredi. Il ceto principesco basava il proprio potere e prestigio sul controllo dei commerci con l'Oriente e delle attività agricole e pastorali. La nascita di un certo "medio" avviene nel'età Arcaica, nel VI secolo a.C., quando artigiani e mercanti iniziano a prendere coscienza delle proprie capacità, operando per proprio conto e non più per i ricchi principi. Fanno parte della stratificazione sociale anche i lautni, gli schiavi, importati come merce da paesi lontani o catturati durante le numerose battaglie per il predominio sul commercio tirrenico: a volte si rinvengono i luoghi di sepoltura di questi esponenti della classe servile, cremati e posti in recipienti di terracotta, tumulati in piccole nicchie scavate nelle strutture sepolcrali dei padroni.

[modifica] La famiglia e il ruolo della donna

La famiglia etrusca era composta da un padre, una madre, i figli e i nipoti. La donna etrusca, al contrario di quella greca o romana, partecipava attivamente prendendo parte ai banchetti, ai simposi, ai giochi ginnici e alle danze.[31]

Alcuni storici riferiscono che: "mentre a Roma, il pater familias era l'uomo, in Etruria era la donna" (F. Altheim). Per i Romani, in Etruria esisteva una sorta di matriarcato, probabilmente a loro incomprensibile al punto da giungere a calunniare la donna etrusca. Malgrado questo, essa continuava a prendere parte alla vita di tutti i giorni.[31]

La donna inoltre aveva una posizione di rilievo tra gli aristocratici etruschi poiché quest'ultimi erano pochi e spesso impegnati in guerra. Spettava alla donna, in caso di morte dell'uomo, il compito di assicurare la conservazione delle ricchezze e la continuità della famiglia: attraverso di lei avveniva anche la trasmissione dell'eredità. La donna, inoltre, era libera di poter partecipare a banchetti, feste e cerimonie senza doverne pagare delle conseguenze. Le donne nobili avevano il privilegio di indossare abiti un po' più raffinati e di sfoggiare numerosi tipi di gioielli, scelti tra i più pregiati. Gli Etruschi, dato che erano un popolo matriarcale, usavano dare il cognome della donna al bambino appena nato.[31]

[modifica] Alte cariche dello Stato

  • Il Lucumone, re a capo di ogni città-stato.
  • L'Assemblea dei rappresentanti dei nobili, controlla le decisioni del Lucumone

[modifica] Alimentazione

Sarcofago degli sposi 520-510 a.C ex-collezione Campana proveniente dalla Necropoli della Banditaccia oggi al Musée du Louvre di Parigi.

L'ingrediente base per l'alimentazione etrusca fu per molto tempo la farina di farro, un tipo di grano facilmente coltivabile. Prima di essere usati come cibo, i chicchi di farro dovevano essere torrefatti, per togliere loro la gluma (una specie di pellicina che li ricopre) ed eliminare l'umidità.[32]

Con la farina di farro venivano preparate pappe e farinate, bollite con acqua e latte. L'alimentazione degli Etruschi prevedeva, oltre ai cereali, anche varie specie di legumi, come lenticchie, ceci e fave.[32]

Un'alimentazione basata soltanto su cereali e legumi aveva un valore nutritivo molto ridotto e doveva perciò essere integrata con cibi con maggiori calorie, come la carne di maiale, la selvaggina, il cinghiale, la carne di pecora e tutti i prodotti derivati dal latte. Molto apprezzato era anche il pesce, in particolar modo presso Populonia e Porto Ercole.[32]

Gli etruschi conoscevano inoltre la forchetta: ne sono state rinvenute identiche a quelle odierne, cioè con i 4 rabbi incurvati ma con un fusto sottile cilindrico e una pallina in cima. Si suppone però che l'uso non fosse individuale ma servisse a fermare la carne per tagliarla nel piatto di portata.[32]

[modifica] Medicina

Gli Etruschi possedevano una buona conoscenza della medicina, esemplificata dalle nozioni di anatomia e fisiologia, dalla pratica della trapanazione cranica e delle protesi dentarie in oro, evidenziate dai resti umani e dalle terracotte. Era praticata la circoncisione, e le sezioni anatomiche mettono in risalto molti organi interni, come il cuore e i polmoni. Sorprendenti sono gli uteri contenenti all'interno una pallina, che potrebbero risultare la più antica raffigurazione di vita intrauterina della storia.[33]

[modifica] Abbigliamento

Urna etrusca policroma conservata nel Museo archeologico nazionale dell'Umbria.

Nell'abbigliamento etrusco, i principali tessuti erano la lana, generalmente molto colorata, e il lino, usato nel suo colore naturale. Gli Etruschi usavano abiti adatti per entrambi i sessi, accanto ad altri tagliati espressamente per uomo o per donna.[34]

Un indumento solamente maschile era il perizoma, simile a dei calzoncini, mentre sia uomini che donne, specialmente se avanti negli anni, indossavano indifferentemente lunghe tuniche, talvolta abbinate ad un cappello. Gli etruschi inoltre mostravano particolare interesse per le calzature, realizzate in cuoio o in stoffa ricamata. Molto eleganti erano dei sandali con la punta all'insù dall'aspetto orientale. Il sandalo con base in legno aveva una snodatura al centro che permetteva di piegare il piede. L'eleganza degli etruschi era proverbiale, il motto "vestire all'etrusca" fu in voga fra i romani per indicare grande raffinatezza. Dai rinvenimenti si sa che ricamassero tessuti a filo d'oro.[35]

Le donne, ma anche gli uomini, impreziosivano l'acconciatura e l'abito con gioielli di raffinata fattura (diademi, orecchini, braccialetti, anelli e fibule). I gioielli erano di bronzo, d'argento, d'elettro e d'oro. L'elettro era una lega molto usata d'argento e oro.[36][37]

[modifica] Musica e danza

Presso gli Etruschi la musica non accompagnava solo la danza ma anche la caccia, le gare sportive, i banchetti e le funzioni religiose. Un brano della "Storia degli Animali", scritta da Claudio Eliano nel II secolo riporta che gli Etruschi, quando andavano a caccia di chinghiali e di cervi, non si servivano solo dei cani e delle reti, ma anche della musica: essi dispiegavano tutt'intorno le reti per tendere le trappole alle fiere, poi interveniva un esperto suonatore di flauto per produrre con il suo strumento, una melodia, la più dolce e armoniosa possibile. Questa, diffondendosi nella silenziosa pace delle valli e dei boschi arrivava fino alle cime dei monti, entrando nelle tane e nei giacigli delle fiere. Quando la melodia giungeva alle orecchie degli animali, questi erano inizialmente presi dal timore, poi la musica li affascinava fino a farli uscire per andare incontro a quella voce al cui richiamo non sannno resistere. In questo modo le belve dell'Etruria erano trascinate nelle reti dei cacciatori dalla suggestione della musica.

La musica era molto presente nella vita degli Etruschi, oltre che nella caccia, la musica era presente anche nella danza, nelle celebrazioni funerarie e religiose, nelle gare sportive, nella preparazione dei banchetti e perfino quando venivano eseguite le punizioni degli schiavi.

[modifica] Stazioni termali

A Castelnuovo di Val di Cecina (località Il Bagno), al centro di un territorio ricco di sorgenti naturali normalmente sfruttato per la geotermia, è stato costruito dagli Etruschi, nell'epoca tardo-ellenica, il complesso di Sasso Pisano, che rappresenta l'unico esempio di terme etrusche giunte fino a noi. Alla fase più antica (III secolo a.C.) risalgono i resti di un portico quadrangolare costituito da grandi blocchi regolari di calcare del posto e, un secolo dopo, vennero aggiunti due impianti termali ricoperti da un tetto in tegole. C'erano anche alcuni vani quadrangolari, forse destinati ai visitatori. Molto importante è anche il sistema idraulico, costruito per sfruttare l'acqua calda delle sorgenti vicine: avevano costruito dei piccoli canali per condurre l'acqua calda alle vasche e per alimentare la fontana aperta che era posta di lato.

Abbandonato per quasi un secolo per i danni provocati da un terremoto dopo il 50 a.C., il complesso, in parte ristrutturato, rimase in uso fino alla fine del III secolo .d.C., come confermano le 64 monete di bronzo di quell'epoca, recuperate in una delle vasche.

Il bollo con l'iscrizione etrusca SPURAL (letteralmente "della città") HUFLUNAS rinvenuto sulle tegole del tetto dovrebbe testimoniare la destinazione pubblica delle terme: il complesso è forse da identificare con le AQUAE VOLATERRAE o le AQUAE POPULONIAE rappresentate nella TABULA PEUTINGERIANA, copia del medioevo di una carta dell'età romana conservata presso la Biblioteca Nazionale di Vienna. È attualmente in corso un progetto rivolto alla costruzione, nell'area di ritrovamento, di un parco archeologico aperto ai visitatori, ai pellegrini ed ai turisti.

[modifica] «L'Etruria aveva diritto alla terra»

[modifica] Giochi e passatempi

La passione per i giochi era molto diffusa tra gli Etruschi. Famoso era il gioco del cottabo. Consisteva in una lunga asta interrotta da un largo disco a circa metà dell'altezza. La sommità dell'asta era completata da una figurina che sosteneva in equilibrio un secondo disco più piccolo del precedente. I contendenti dovevano lanciare del vino contenuto in una coppa verso il disco posto in alto, in bilico, cercando di farlo cadere su quello sottostante. Le regole prevedevano che il movimento della mano venisse eseguito a scatto e che l'impugnatura fosse fatta infilando il dito indice in uno dei manici con la base della tazza poggiata sulla parte esterna del posto. La posta in palio consisteva quasi sempre in una fanciulla, ma talvolta il premio era costituito da oggetti preziosi, cibi raffinati e denaro.

Un gioco funebre era probabilmente quello rappresentato negli affreschi della Tomba degli Àuguri, a Tarquinia. Il gioco si svolgeva così: un uomo aizza un cane al guinzaglio contro un altro uomo incappucciato e armato di clava. Questi si batte strenuamente menando grandi botte da ogni parte, ma alla fine, stremato e sanguinante, cede agli attacchi furiosi dell'animale cadendone vittima.

Il gioco della pertica doveva invece assomigliare al <<palo della cuccagna>> che possiamo vedere ancora oggi in alcune feste paesane. Su una pertica di legno, resa viscida e scivolosa da uno strato di grasso, cercavano di arrampicarsi a turno alcuni giovani. Vinceva quello che per primo riusciva a salire fino in cima.

[modifica] Gli studi e gli scavi archeologici

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi le voci Museo nazionale etrusco di Villa Giulia e Museo etrusco Guarnacci.

[modifica] Il Medioevo ed il Rinascimento

Cartina con i maggiori centri etruschi, ed "espansione" della civiltà etrusca nel corso dei secoli

Sebbene la memoria degli antichi Tusci riaffiorasse sporadicamente nelle cronache del tardo Medioevo toscano, fu con il Rinascimento che si cominciò a guardare alle testimonianze del mondo etrusco come espressioni di una civiltà definita e distinta da una generale "antichità classica". Idea che fu favorita anche dai governanti di Firenze (Medici soprattutto), diventati dal '400 padroni di gran parte della Toscana ed interessati a farsi riconoscere da tutte le potenze europee (papato e impero, per primi) signori di uno Stato toscano presentato come continuatore della "gloriosa Etruria".

Sporadici ritrovamenti di tombe e reperti alimentarono, nel XV e XVI secolo, gli scritti fantastici di Annio da Viterbo. Sarà con Leon Battista Alberti e con Giorgio Vasari che si darà avvio ad una parziale teorizzazione dell'arte e dell'architettura etrusca (importante, a metà del Cinquecento, il rinvenimento della Chimera di Arezzo). Nel corso del XVI secolo il richiamo dell'antica Etruria spostò l'attenzione dalla Tuscia laziale alla Toscana propria, dove trovò terreno fertile e propizio per il suo sviluppo, culminando nel Settecento in quel movimento di studi antiquari e ricerche che prenderà il nome di Etruscheria.[38]

[modifica] Il Settecento e l'Ottocento: l'Etruscheria e l'Archeologia Filologica

Infatti, proprio il XVIII secolo può essere considerato il secolo della scoperta dell'Etruria. Il primo tentativo di sintesi delle conoscenze etruscologiche dell'epoca risale all'opera De Etruria Regali di Thomas Dempster, risalente al 1619 ma pienamente valorizzata solo nel secolo successivo. A quest'opera fecero eco quelle di Giovanni Battista Passeri (Picturae Etruscorum in vasculis, 1775), di Scipione Maffei (Ragionamenti sopra gl'Itali primitivi, 1727), di Anton Francesco Gori (Museum Etruscum, 1743) e di Mario Guarnacci (Origini italiche, 1772). Già dal 1726 era stata fondata l'Accademia Etrusca di Cortona, che divenne il centro principale di questa attività erudita con i fascicoli delle sue Dissertazioni (1735-1795). Fuori Italia va ricordata l'opera del francese Anne-Claude-Philippe de Caylus (Recueil d'antiquités égyptiennes, étrusques, romaines et gauloises, 1762). Più che per il valore scientifico delle congetture e delle conclusioni, l'etruscheria rimane importante per la passione e la diligenza delle ricerche e della raccolta del materiale archeologico, ancora oggi di valore in caso di monumenti perduti.

L'etruscheria settecentesca culmina con la pubblicazione del Saggio di lingua etrusca e di altre antiche d'Italia dell'abate Luigi Lanzi nel 1789: è una piccola "summa" delle cognizioni sull'Etruria, in tutti i campi (epigrafia, lingua, storia, archeologia, arte). Il Lanzi mostra già di possedere un metodo più sicuro e conoscenze più vaste; giustamente egli attribuisce alla Grecia i vasi fino ad allora ritenuti "etruschi" e traccia una prima, apprezzabile periodizzazione della storia dell'arte etrusca, sulla scorta della greca. Si può in sostanza affermare che questo studioso sia il fondatore della moderna etruscologia.[38]

L'Ottocento si era aperto con una intensissima attività di ricerca sul campo, soprattutto nella zona dell'Etruria meridionale, con decisive scoperte a Tarquinia, Vulci, Cerveteri, Perugia, Chiusi ed altre località. Cominciano inoltre a formarsi i nuclei di importanti collezioni italiane (degli attuali Museo archeologico nazionale di Firenze e Museo Gregoriano Etrusco di Roma) e straniere (dagli scavi di Luciano Bonaparte quella del Museo del Louvre e dagli scavi di Giampietro Campana quella del British Museum). Neanche gli studi sull'Etruria, però, rimangono immuni dal rinnovamento iniziato da Winckelmann e che porterà dalla fase settecentesca erudita a quella filologica ottocentesca. Risultato ne sono le opere sulla topografia dei monumenti redatte da viaggiatori, archeologi ed architetti stranieri, quali William Gell (The Topography of Rome and its Vicinity, 1846) e George Dennis (The Cities and Cemeteries of Etruria, 1851); in Italia si occcupò di topografia Luigi Canina (Antica Etruria marittima, 1851). Non si ferma neppure la pubblicazione di raccolte sistematiche di monumenti, opere d'arte e cataloghi di collezioni, come quella del Museo Gregoriano Etrusco (nel 1842); si iniziano, altresì, raccolte dedicate a singole classi di reperti, come i vasi (E. Gerhard, Auserlesene Vasenbilder, 1858) e gli specchi (Eduard Gerhard, Etruskische Spiegel, 1867). Il confronto con l'arte greca porta, di norma, ad un giudizio negativo nei confronti dell'arte etrusca, giudicata come una forma di artigianato d'imitazione; tale posizione sarà teorizzata in modo esplicito nella prima sintesi sull'arte etrusca che sarà pubblicata solo verso la fine del secolo da J. Martha (L'art Étrusque, 1889). Anche gli studi epigrafici continuano, per mano di studiosi soprattutto italiani, quali A. Fabretti, che nel 1867 pubblica il Corpus Inscriptionum Italicarum (C.I.I.). È a quest'altezza cronologica che gli studiosi cominciano a porsi il problema dell'origine degli Etruschi in modo critico, senza l'esclusivo ausilio delle fonti letterarie antiche, e di conseguenza anche il problema della lingua degli Etruschi in relazione al gruppo delle lingue indoeuropee.[38]

[modifica] Il Novecento

Il periodo più recente della storia degli studi etruschi si apre con l'intensificarsi di ricerche archeologiche sistematiche e controllate, grazie anche all'intervento di organi responsabili ufficiali dopo l'unità d'Italia. Si arricchiscono e consolidano le conoscenze sulle fasi più antiche dell'Etruria, cioè il periodo villanoviano (la necropoli di Villanova, presso Bologna, era stata scoperta da Giovanni Gozzadini nel 1856). Si scava a Marzabotto, ad Orvieto ed a Falerii, dove emergono i complessi templari con le loro decorazioni architettoniche. Le imprese di scavo più significative saranno sia nei centri maggiori Caere, Veio, Tarquinia, Populonia ed altrove, che nei centri minori dell'interno Acquarossa presso Ferento e Poggio Civitate di Murlo, nel senese, e costieri Spina sull'Adriatico, Gravisca sul Tirreno e Pyrgi, dove nel 1964 vennero ritrovate le preziose lamine d'oro inscritte. Gli scavi vennero condotti con sempre maggiore attenzione e controllo scientifico, tramite i rilevamenti stratigrafici ed i metodi geofisici di prospezione (fotografia aerea, prospezioni chimiche, fisiche ed elettromagnetiche del terreno) in modo da offrire il maggior numero possibile di osservazioni e dati.

Accanto all'incremento dei vecchi musei di Roma e Cortona,nascono ora i grandi musei con collezioni etrusche, come il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, il Museo Topografico dell'Etruria di Firenze ed il Museo di Spina a Ferrara, insieme ad importanti raccolte locali a Tarquinia, Perugia, Chiusi, Bologna, Marzabotto, Arezzo, Adria (Rovigo) ed altrove. Anche all'estero si rafforzano le collezioni dei grandi musei come la Ny Carlsberg Glyptotek di Copenhagen.

Prosegue intanto la pubblicazione dei materiali archeologici per singole classi di monumenti: terrecotte architettoniche (A. Andrén, Architectural Terracottas from Etrusco-Italic Temples, 1940), sarcofagi (R. Herbig, Die jüngeretruskischen Steinsarkophage, 1952), ceramiche dipinte (John Beazley, Etruscan Vase-Painting, 1947), oltre ad un rinnovato approccio critico nei confronti della descrizione topografica dei luoghi (H. Nissen, Italische Landeskunde, 1902 ed A. Solari, Topografia storica dell'Etruria, 1920).[38]

[modifica] Eredità

Nonostante la perdita della politica, gli Etruschi continuarono però a esercitare anche in seguito una grande influenza in Italia, sul piano culturale, religioso e artistico. Roma, che sotto Augusto aveva fatto dell'Etruria la settima regione d'Italia, subì fortemente la loro influenza, che si fece sentire nelle istituzioni, nei modi di vita, nella lingua (le parole etrusche passate al latino sono innumerevoli, ed alcune sono passate poi nella lingua italiana), nei gusti, nell'amore per il lusso e per i banchetti, le danze e la musica, come si trova attestato nelle pitture tombali. Lo spirito creativo del popolo etrusco (l'abile artigianato, la tecnica approfondita) riemergerà dopo molti secoli nella Toscana dell'età rinascimentale.[39]

I romani si avvalsero della cultura etrusca soprattutto per gli aruspici, i sacerdoti capaci di interpretare il destino attraverso la lettura delle viscere degli animali, del volo degli uccelli, e dei fulmini. Inoltre i maestri degli alunni romani furono etruschi e greci, considerati i più colti.[39]

I giochi gladiatori, l'arco, l'uso dell'arco trionfale, alcuni simboli religiosi come il pastorale (ancora oggi usato dalle chiese cristiane), il culto della Triade Capitolina, il simbolo del fascio littorio, il tempio tradizionale romano, lo stile architettonico detto tuscanico sarebbero solo alcuni esempi di contributi della civiltà etrusca a quella romana.[39]

[modifica] Note

  1. ^ a b c d e f Il libro degli etruschi, pagina 55.
  2. ^ Il libro degli etruschi, pagina 11.
  3. ^ Il libro degli etruschi, pagina 12.
  4. ^ a b c d Le origini etrusche secondo Massimo Pittau
  5. ^ Plutarco, Vita di Romolo, 25, 7.
  6. ^ Per approfondimenti sotto tale profilo si rinvia alla lettura di “Etruschi DNA” di A. Palmucci: http://www.etruschi-dna.com/)
  7. ^ C. Vernesi e altri, The Etruscans: a Population-Genetic Study, in “American Journal of Human Genetics”, March 2004
  8. ^ A. Achilli ed altri, Mitochondrial DNA Variation of Modern Tuscans Supports the Near Estern Origin of Etruscans, in “American Journal of Human Genetics”, Aprile 2007
  9. ^ M. Pellecchia e altri, The mistery of Etruscan origins: novel clues from Bos taurus mithocondrial DNA, in “Proceedings of the Royal Society”, January 2007
  10. ^ a b c d e f g Il libro degli etruschi, pagina 16.
  11. ^ a b Il libro degli etruschi, pagina 17.
  12. ^ a b c d e f g Il libro degli etruschi, pagina 18.
  13. ^ Il libro degli etruschi, pagina 92.
  14. ^ Il libro degli etruschi, pagina 93.
  15. ^ Il libro degli etruschi, pagina 94.
  16. ^ a b c d Il libro degli etruschi, pagina 48.
  17. ^ a b c d Il libro degli etruschi, pagina 50.
  18. ^ a b Il libro degli etruschi, pagina 56.
  19. ^ a b c d e f g h i Il libro degli etruschi, pagina 59.
  20. ^ a b Il libro degli etruschi, pagina 60.
  21. ^ a b Il libro degli etruschi, pagina 61.
  22. ^ a b c Il libro degli etruschi, pagina 62.
  23. ^ a b c d Il libro degli etruschi, pagina 64.
  24. ^ a b Il libro degli etruschi, pagina 66.
  25. ^ a b c Il libro degli etruschi, pagina 67.
  26. ^ a b c Il libro degli etruschi, pagina 68.
  27. ^ a b c Il libro degli etruschi, pagina 176.
  28. ^ Il libro degli etruschi, pagina 86.
  29. ^ a b Il libro degli etruschi, pagina 87.
  30. ^ Teresa Buongiorno, Ragazzo etrusco, 1977, pag. 134.
  31. ^ a b c Il libro degli etruschi, pagina 171.
  32. ^ a b c d L'alimentazione in Etruria
  33. ^ Gaspare Baggieri, Religiosità e medicina degli Etruschi, pubblicato su Le Scienze (American Scientific) volume 350. 1998, pagine 76-77-78-79-80-81.
  34. ^ Il libro degli etruschi, pagina 186.
  35. ^ Il libro degli etruschi, pagina 187.
  36. ^ Il libro degli etruschi, pagina 172.
  37. ^ Il libro degli etruschi, pagina 173.
  38. ^ a b c d Scavi archeologici in Etruria
  39. ^ a b c L'eredità etrusca

[modifica] Bibliografia

[modifica] Libri

  • AA.VV., Gli Etruschi. Una nuova immagine. Giunti Martello, Firenze, 1984. ISBN 8809017927
  • AA.VV., Rasenna. Storia e civiltà degli Etruschi. Milano, 1986.
  • (DE) Luciana Aigner-Foresti, Die Etrusker und das frühe Rom. Darmstadt 2003.
  • Mario Alinei, Etrusco: Una forma arcaica di ungherese. Il Mulino, Bologna, 2003.
  • Luisa Banti, Il mondo degli Etruschi. Roma 1969.
  • Ranuccio Bianchi Bandinelli, A. Giuliano, Etruschi e Italici prima del dominio di Roma. Milano, 1973.
  • Gilda Bartoloni, La Cultura Villanoviana. All'inizio della storia etrusca, Roma, Carocci editore, 2002. ISBN 88-430-2261-X
  • Roberto Bosi, Il libro degli etruschi. Bompiani Editore, 1983.
  • Teresa Buongiorno, Ragazzo etrusco. Milano, 1977.
  • Giovannangelo Camporeale, Gli Etruschi. Storia e civiltà. Torino, 2000.
  • Giovanni Colonna, Urbanistica e architettura in Rasenna. Storia e civiltà degli Etruschi. Libri Scheiwiller, Milano, 1986, pag 374 e ss.
  • Mauro Cristofani, Etruschi. Cultura e società. Novara, 1978.
  • (DE) Sybille Haynes, Kulturgeschichte der Etrusker. Mainz, 2005.
  • Jacques Heurgon, Vita quotidiana degli Etruschi. Milano, 1973.
  • Werner Keller, La civiltà etrusca. Garzanti Editore, Milano, 1991.
  • M. Menichelli, Templum Perusiae. Il simbolismo delle porte e dei rioni di Perugia. Futura, Perugia, 2006.
  • Massimo Pallottino, Etruscologia. Milano, 1984.
  • (DE) Ambros Pfiffig, Einführung in die Etruskologie, IV edizione. Darmstadt, 1991.
  • Giovanni Semerano, Il Popolo che sconfisse la morte. Gli Etruschi e la loro lingua. Milano, 2003.
  • Romolo Augusto Staccioli, Gli Etruschi. Un popolo tra mito e realtà. Roma, 1980 (vedi anche edizione riveduta ed ampliata del 2005).
  • (DE) Dorothea Steiner, Jenseitsreise und Unterwelt bei den Etruskern. Untersuchung zur Ikonographie und Bedeutung. Herbert Utz Verlag, Monaco, 2004. ISBN 3831604045
  • Jean-Paul Thuillier, Gli Etruschi, il mistero svelato. Universale Electa e Gallimard.
  • Jean-Paul Thuillier, Gli Etruschi. La prima civiltà italiana. Torino, Lindau srl, 2008. ISBN 9788871807584
  • Mario Torelli, Storia degli Etruschi. Roma e Bari, 1982.

[modifica] Monografie

  • (EN) AA. VV., Mitochondrial DNA Variation of Modern Tuscans Supports the Near Eastern Origin of Etruscans. 2007.
  • Cristina Bindi, Echi di civiltà alimentari.
  • Fernand Crombette, Il vero volto dei figli di Het: la bolla di Tarkondemos. Ceshe asbl, Tournai, 2007.
  • Salvatore Pezzella, Gli Etruschi: testimonianze di civiltà.
  • Clotilde Vesco, Cucina etrusca 2685 anni dopo.

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