Terramare

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Diffusione delle Terramare (in verde)

Le terramare erano antichi villaggi dell'età del bronzo media e recente (ca 1650-1150 a.C.) dell'Emilia e delle zone di bassa pianura della provincia di Cremona, Mantova (Alto Mantovano) e Verona.
Le terramare sono l'espressione dell'attività commerciale dell'età del bronzo. Sono insediamenti lungo una via che attraversava le Alpi nella Val Camonica e giungeva alle sponde del Po, qui venivano costruite le terramare che fungevano da depositi e punti di partenza delle merci costituite da ambra dal Mar Baltico, e stagno dai Monti Metalliferi, con direzione lungo il Po fino alla foce e all'Adriatico, verso il Mar Mediterraneo orientale, il Mar Egeo, Creta, l'Asia Minore, la Siria, l'Egitto.

Terramare di Castione de’ Marchesi (Parma).

Etimologia[modifica | modifica sorgente]

Il nome Terramare deriva da terra marna (dal dialetto emiliano = terra grassa) con riferimento alla terra, generalmente di colore scuro, tipica dei depositi archeologici pluristratificati, formatisi, attraverso i secoli, con il succedersi delle abitazioni che venivano ricostruite una sull'altra.[1] Questi depositi formavano delle collinette, alte fino a 5 metri, che costituivano ancora nel XIX secolo un tratto caratteristico del paesaggio padano. Nel corso dell'Ottocento queste collinette furono per la massima parte distrutte dalla attività di cava volta al recupero del terriccio, che veniva venduto come concime[2]. Il termine andò poi in disuso con la dismissione di queste cave e rimase ad indicare solamente i villaggi dell'età del bronzo.

Primi scavi ed identificazione etnico-culturale[modifica | modifica sorgente]

Scavi intensivi in questi siti furono effettuati negli anni 1860-1910.[3] Prima della seconda metà del XIX secolo si riteneva che questi siti fossero stati utilizzati dai Galli e dai Romani per riti sepolcrali. Gli studi scientifici iniziarono nel 1860 con Bartolomeo Gastaldi, che stava conducendo ricerche nelle torbiere e in antichi siti lacustri, e che riuscì a comprendere che non si trattava di siti funerari, ma di abitazioni palafitticole simili a quelle già ritrovate nelle regioni più a Nord.[4]

I suoi studi attirarono l'attenzione di Pellegrino Strobel e del suo giovane assistente Luigi Pigorini, allora di soli 18 anni. Nel 1862 essi pubblicarono un articolo sul sito terramaricolo di Castione dei Marchesi presso Parma, intuendo per primi che si trattava di un insediamento preistorico. Partendo dalla proposta di Gaetano Chierici, che le abitazioni palafitticole sui laghi a nord del Garda[5][6] fossero appartenute ad un'ancestrale popolazione proto-romana, Pigorini sviluppò la teoria di un insediamento di Indoeuropei provenienti dal nord. Egli fu una delle figure dominanti in questo settore sia nell'ultimo scorso del XIX che all'inizio del XX secolo e fu anche un pioniere dell'archeologia stratigrafica.[4]

Nonostante lo stacco storico di alcuni secoli, le popolazioni terramaricole sono forse strettamente imparentate con i successivi proto-villanoviani e gli Etruschi. Infatti la grande tecnica nel trattare le acque di scolo, la presenza di argini, canalizzazioni e fognature nelle città etrusche, potrebbe essere derivata dai terramaricoli che da sempre ebbero a che fare con tali opere. Il collegamento tra Terramaricoli e Villanoviani si riscontra anche nella pratica d'incinerazione dei defunti, diffusasi dal centro Europa lungo la via dell'ambra. Proprio i Villanoviani potevano rappresentare un ramo periferico di questa via che portava l'ambra fino in Sardegna dove era fiorente la Civiltà nuragica[senza fonte].

Gli insediamenti[modifica | modifica sorgente]

La struttura delle terramare si concilia con la tecnica delle palafitte costruite sui laghi dell'Italia settentrionale e centrale. Queste strutture su palafitte in terra erano adatte per costruire villaggi permanenti lungo le sponde dei fiumi soggetti a straripamenti. Il motivo di costruire in zone così difficili è sicuramente legato al commercio fluviale.

Per le fondamenta delle palafitte si utilizzava il frassino, per il pavimento assi di abete, travi di pioppo coperte di canne per il tetto, rami intrecciati di nocciolo per le pareti; per rendere il pavimento impermeabile lo si ricopriva di argilla, mentre le pareti, per proteggersi dal freddo, venivano rivestite di un composto di argilla e sterco di vacca.

Castel Goffredo, torrente Tartaro nei pressi di Rassica, zona degli insediamenti terramaricoli.[7][8]

Se una terramare prendeva fuoco, veniva abbattuta e ricoperta di terra. Nei secoli seguenti le Terramare furono abbandonate in favore della formazione del sentiero pedemontano che sarà poi la via Emilia. Altro fattore di declino fu lo spostamento della via dell'ambra che prima passava per la Val Camonica e poi per il Tirolo, che favorì invece la comparsa della Civiltà Atestina dei Veneti.

I villaggi erano di forma generalmente quadrangolare, delimitati da un fossato, nel quale scorreva acqua derivata da un vicino fiume o canale, e da un terrapieno. Nel periodo iniziale le terramare avevano tutte dimensioni analoghe, comprese fra 1 o 2 ettari. Successivamente verso la fine del Bronzo Medio, tra il 1400 e il 1300 a.C., alcuni villaggi aumentano le loro dimensioni fino ad arrivare a 15/20 ettari di estensione, altri invece rimangono di dimensioni ridotte, mentre altri ancora vengono abbandonati. Tutto farebbe pensare ad un riassetto politico del territorio, con la formazione di distretti entro i quali i villaggi assumono diversa consistenza demografica e diversa importanza.

Gli scavi archeologici del XIX secolo e quelli più recenti hanno dimostrato che internamente i villaggi avevano un'organizzazione molto regolare, con case allineate secondo uno schema ortogonale determinato dall'incrocio delle strade.

Usi funerari[modifica | modifica sorgente]

Le sepolture erano in genere ad incinerazione (Emilia) e si trovavano all'interno di grandi sepolcreti che potevano contenere migliaia di tombe. In alcune zone della pianura veneta però vi sono anche necropoli birituali, con una prevalenza dell'inumazione nel Bronzo medio e una adozione dell'incinerazione che diviene pressoché totale durante il Bronzo recente.

Economia[modifica | modifica sorgente]

Ceramiche

L'economia delle terramare si fondava sull'agricoltura, soprattutto cerealicola, e sull'allevamento di pecore/capre, maiali e bovini. Importante era anche il ruolo dell'artigianato, in particolare quello correlato alla fabbricazione di oggetti in bronzo: armi (spade e pugnali), utensili (asce, punteruoli, scalpelli, falcetti ecc), ornamenti e oggetti per la cura personale (spilloni, fibule, rasoi). La società delle terramare aveva al suo apice il ceto guerriero. Le tombe ci mostrano anche la presenza di donne appartenenti ad un ceto più elevato. Tuttavia non vi erano differenziazioni profonde e tutta la comunità di villaggio era piuttosto uniforme, come dimostrano anche le case tutte eguali.

La fine delle Terramare[modifica | modifica sorgente]

Intorno al 1200 a.C. inizia per il mondo terramaricolo una grave crisi che nel giro di pochi anni porta all'abbandono di tutti gli insediamenti; attualmente si ipotizza che tale scomparsa sia stata determinata dalla concomitanza di varie cause (forse una crisi delle risorse ambientali?), ma le dinamiche non sono ancora del tutto certe. Alla fine del XII sec.a.C. la pianura si ritrova pressoché spopolata e solo in epoca romana ritroverà quella densità demografica raggiunta durante il fiorire della cultura terramaricola.[9] Attorno al 1150 a.C. le terramare sono completamente abbandonate e tutto il territorio della pianura, specialmente nel settore emiliano, è abbandonato per vari secoli. Le motivazioni di questa crisi non sono ancora del tutto chiare, sembra possibile che a fronte di un forte popolamento (si calcolano fra i 150.000 e i 200.000 individui [10]) e ad un depauperamento delle risorse naturali, una crisi climatica in senso più arido abbia innestato una profonda crisi economica che a suo volta ha determinato una carestia e conseguentemente sconvolgimenti di ordine politico, che causarono il collasso dell'intera società.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Treccani.it - Vocabolario on line
  2. ^ Antonio Saltini L'estrazione della terra mara: un'industria rurale dell'Emila dell'Ottocento in M. Bernabò Brea, A. Cardarelli, M Cremaschi (a cura di) Le terremare, la più antica civiltà padana Milano Electa (1997)
  3. ^ Joseph Rykwert, The idea of a town: the anthropology of urban form in Rome, Italy and the ancient world, 4ª ed., Cambridge MA, MIT Press, 1999, p. 73. ISBN 0-262-68056-4, 9780262680561.
  4. ^ a b Francesco Menotti, Living on the lake in prehistoric Europe: 150 years of lake-dwelling research, illustrated, Routledge, 2004, pp. 84-85. ISBN 0-415-31719-3, 9780415317191.
  5. ^ Ledro: Museo Tridentino di Scienze Naturali; Lago di Ledro (Tn)
  6. ^ Trento: Museo delle Palafitte
  7. ^ Giovanni Telò, Massimo Telò, San Michele & dintorni, Fotografie di Massimo Telò, Mantova, 1992.
  8. ^ Museo Civico Remedello (a cura di), Museo e territorio. La bassa orientale, Asola, 1985.
  9. ^ La cultura terramaricola - Terramara
  10. ^ Parco archeologico e Museo all’aperto della TERRAMARA di Montale , pg.8

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Luigi Pigorini, Le più antiche civiltà dell'Italia in Bollettino di paleoetnologia italiana.
  • Massimo Pallotino, Storia delle prima Italia, Milano, Rusconi, 1984.
  • A. Pedrotti et al.: Le palafitte dell´arco alpino meridionale. In: Archäologie der Schweiz 20
  • Bernabò Brea M., Cardarelli A. & Cremaschi M. (a cura di): "Le Terramare - La più Antica Civiltà Padana", Milano, Electa, 1997.
  • Giovanni Telò, Massimo Telò, San Michele & dintorni, Fotografie di Massimo Telò, Mantova, 1992. (ISBN non esistente).
  • Museo Civico Remedello (a cura di), Museo e territorio. La bassa orientale, Asola, 1985. (ISBN non esistente).

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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