Gualtieri VI di Brienne

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La Porta del Duca di Atene a Palazzo Vecchio, Firenze, fatta costruire da Gualtieri di Brienne come via di fuga dai suoi appartamenti, che effettivamente utilizzò quando venne cacciato dalla città
La Porta del Duca di Atene a Palazzo Vecchio, Firenze, fatta costruire da Gualtieri di Brienne come via di fuga dai suoi appartamenti, che effettivamente utilizzò quando venne cacciato dalla città

Gualtieri VI di Brienne o Walter di Brienne (1304 circa – 19 settembre 1356) fu un nobile di origine francese, la cui vita si divise tra Grecia, Francia ed Italia. I suoi titoli erano Conte di Brienne, di Conversano e di Lecce, nonché titolare del Ducato di Atene.

Gualtieri nacque dal Duca Gualtieri V e Jeanne de Chatillon (m. nel 1354), figlia del Conte di Porcien, connétable del Re di Francia Filippo IV. Dopo la morte del padre durante la battaglia di Halmyros del 1311, ne ereditò i titoli nobiliari, ma di fatto i suoi possedimenti in Grecia erano in larga parte, tranne le città Argo e Nauplia, puramente nominali e per tutta la sua vita cercò di ristabilire il dominio della sua famiglia in Grecia contro i catalani senza successo, almeno fino agli anni quaranta del Trecento, quando si spostò in Italia e in Francia lasciando la zona di Argo-Nauplia a suoi subalterni.

Si sposò con Margherita, nipote del Re Roberto I di Napoli e figlia di Filippo I di Taranto nel 1325, un matrimonio strategico che rafforzava la sua presenza in Italia meridionale. Presso la corte degli angioini fu appuntato come vicario di Carlo di Calabria, carica che esercitò per pochi mesi nel 1326.

Nel 1331, con l'appoggio di Rorto di Napoli e di Papa Giovanni XXII salpò per la Grecia in una crociata per la riconquista di Atene. In quella campagnia riconquistò Arta al despota Giovanni Orsini, ma non riuscì a prendere Atene per via dell'intervento dei veneziani, che si erano alleati con i catalani. Il suo uncio figlio Gualtieri VII morì durante questa campagna.

Dopo essere stato per alcuni anni in Francia, dopo la morte della moglie (1340) tornò in Italia (1342) chiamato dai governatori di Firenze che, preoccupati per la crisi economica iniziata nel 1343, in seguito al mancato rimborso dei prestiti fatti ad Edoardo III d'Inghilterra dai banchieri cittadini, e disperati per le strenui lotte tra guelfi e ghibellini, avevano deciso da alcuni anni di affidare la città a un podestà a condizione che fosse straniero e quindi non legato ad alcuna fazione. Sebbene l'incarico di Gualtieri fosse a scadenza i ceti bassi di Firenze, ben impressionati dalle sue prime iniziative, spinsero affinché fosse nominato signore a vita.

Il governo di Gualtieri divenne presto contraddistinto da dispotismo, ignorando e opponendosi agli interessi della ricca classe mercantile che gli aveva permesso di prendere il potere. Impose delle drastiche misure economiche correttive, tese a rimediare al forte debito pubblico, istituendo l'"estimo" e le "prestanze" forzate, delle somme di denaro che i più ricchi dovevano corrispondere in prestito al governo a condizioni molto svantaggiose. Iniziò inoltre una fortificazione militare e ingrandimento di Palazzo Vecchio verso via della Ninna.

Sebbene dal punto di vista della crisi finanziaria le misure si rivelarono utili, dall'altra parte irritarono a tal punto i fiorentini che solo dieci mesi dopo la sua nomina congiurarono per liberarsi di lui. Minacciato di eliminazione fisica rassegnò il potere e fuggì dalla città il 26 luglio 1343, giorno di Sant'Anna. La cacciata del Duca d'Atene rimase un episodio "mitologico" nella storia cittadina, descritto con viva partecipazione dal Villani o usato come tema di affreschi per esempio da Andrea Orcagna.

Rifugiatosi in Francia si risposò, ma non ebbe eredi. Diventato connestabile di Francia nel 1356 morì quello stesso anno durante la Battaglia di Poitiers. I suoi titoli passarono a sua sorella Isabella di Brienne e poi a suo nipote Sohier d'Enghien.

A Firenze rimase sempre noto semplicemente come il Duca d'Atene, e fu citato anche nella novella settima del secondo giorno del Decamerone di Boccaccio.

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