Decapitazione

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Decapitazione per mezzo di una spada, dalla Cosmographia universalis di Sebastian Münster (1544)

Per decapitazione o decollazione si intende tagliare la testa a qualcuno provocandone così la morte, o anche a qualcuno già morto.

Numerosi studiosi si sono dedicati a questo tema, giungendo a classificare i casi di decapitazione in tre sottocategorie: decapitazione sacra, decapitazione profana e decapitazione magica.[1]

La categoria più antica, la decapitazione sacra, è stata sovente applicata sia come metodo di esecuzione capitale[2] sia a scopo propiziatorio in tempi antichissimi. Un esempio calzante a tal proposito è il mito di Ifigenia condannata a subire la decapitazione per volere di Artemide ma poi salvata dalla dea stessa.[3] Tracce dell'analogo significato della decapitazione sono state rinvenute tra le fonti celtiche e in tempi più recenti tra i Bagobo presso i quali la decapitazione del nemico e la danza attorno alla sua testa esposta al pubblico costituiva un rito propiziatorio per il raccolto.[4]. Invece per decapitazione profana si intende il trattamento riservato presso molti popoli al nemico ucciso. Infine con decapitazione magica, si fa riferimento sempre alla decapitazione del nemico sconfitto ma in questo caso il trofeo viene conservato per servirsene a scopo d'oracolo o premonizioni.[5]

Cenni storici sulla decapitazione come pena di morte[modifica | modifica wikitesto]

Nel mondo antico la decapitazione era usata dagli Egizi e dai Romani. Nella Roma imperiale era la pena di morte riservata a chi possedeva la cittadinanza (in seguito all'istituzione della libertas repubblicana, la possibilità di procedere de capite nei confronti delle persone con cittadinanza venne meno per l'introduzione della provocatio ad populum, mentre era ancora usata per quelle persone che a tale strumento di difesa non potevano chiedere ausilio, principalmente gli stranieri) poiché ritenuta rapida e non infamante; per gli schiavi e i ladroni invece si applicava la crocifissione. Venne ampiamente usata anche nel Medioevo e nell'Età Moderna. Fino al XVIII secolo in Europa la decapitazione venne considerata come un metodo di esecuzione "onorevole", riservata ai nobili, mentre i borghesi e i poveri erano puniti con metodi crudeli, come lo squartamento.

In Cina, invece, era considerata la forma di condanna a morte più infamante perché, secondo la religione tradizionale, i corpi devono rimanere intatti. Nel 1905, con il nuovo codice penale, vennero conservati solo decapitazione e fucilazione e nel 1949, con l'avvento al potere del regime comunista, rimase solo quest'ultima.[6]

Il taglio della testa viene spesso eseguito dal boia tramite una spada, detta spada da esecuzione, anche se ha molte varianti: nel Regno Unito, per esempio, era usata una scure e in Francia, dal 1792 al 1977 (ultima esecuzione; la pena di morte venne abolita nel 1981) la ghigliottina, che successivamente si diffuse in molti stati.

Situazione attuale[modifica | modifica wikitesto]

Ad oggi solo l'Arabia Saudita conserva la decapitazione come metodo di esecuzione[7], anche se alcune organizzazioni non governative dicono che è praticata da dittature africane e asiatiche. È usata spesso dai terroristi sugli ostaggi: ad esempio in Iraq sono state decapitate diverse persone prese in ostaggio e durante la prima guerra cecena i guerriglieri hanno decapitato molti prigionieri russi.

Effetti[modifica | modifica wikitesto]

Colui che subisce la decapitazione perde la coscienza del mondo esterno in pochissimi secondi, e la morte sopraggiunge per paralisi dei centri nervosi dopo circa 1 o 2 minuti dal momento dell'inizio del troncamento del collo.[8] In letteratura vi sono non pochi esempi di personaggi decapitati che mantengono per qualche istante funzioni vitali, chi nella testa e chi nel busto: questi passi sono utili per capire quale parte del corpo fosse la sede dell'anima per i vari autori.

Decapitazioni vere e proprie di personaggi storici e letterari[modifica | modifica wikitesto]

Decapitazioni famose nella storia[modifica | modifica wikitesto]

Enrique Simonet, Decapitazione di San Paolo (1887)

Asdrubale Barca, il generale cartaginese che combatté nella seconda guerra punica, fu decapitato durante la battaglia sul Metauro, vinta dai Romani, che gettarono poi la testa nella tenda in cui si trovava suo fratello Annibale.

Si ricorda poi l'esecuzione di Marco Tullio Cicerone, politico e oratore romano del primo secolo a.C.; già fiero nemico di Cesare, si oppose anche ai disegni di Marco Antonio che avutolo in suo potere lo fece decapitare da uno dei suoi centurioni.[9]

Dagli imperatori romani vennero condannati a morte tramite decapitazione molti santi per la loro fede in Gesù Cristo (San Paolo apostolo, San Cristoforo, Santa Caterina d'Alessandria, i Santi Cosma e Damiano, San Giorgio, San Maurizio, Santa Barbara); ma la tradizione cristiana ricorda anche, prima della morte di Gesù, la decollazione di suo cugino, San Giovanni Battista, per ordine del tetrarca Erode Antipa.[10]

Il re persiano Cosroe II nel 627 era stato sconfitto nella battaglia di Ninive dall'imperatore bizantino Eraclio I, che durante il combattimento aveva tagliato la testa al generale Rhahzadh. Mentre tentava di fuggire fu decapitato a tradimento da uno dei suoi stessi figli, bramoso di succedergli nel regno.

Aveva solo sedici anni Corradino di Svevia, ultimo rampollo della celebre dinastia di imperatori, quando nel 1268 papa Clemente IV ne ordinò la morte. Corradino era stato fatto prigioniero da Carlo I d'Angiò nella battaglia di Tagliacozzo. Fu giustiziato a Napoli in Piazza Mercato a mezzo di decapitazione insieme all'inseparabile amico Federico I di Baden-Baden, di soli tre anni più vecchio.

Nel tardomedioevo italiano, sono da registrare le decapitazioni di Marino Faliero[11] e Francesco da Bussone[12], applicate entrambe come condanne a morte.

Il secolo XVI vide morire decapitati dopo condanna a morte Pietro Carnesecchi[13], vittima italiana della Controriforma[senza fonte], la giovane romana Beatrice Cenci[14], che aveva ordito l'assassinio del padre, e diversi personaggi legati alla monarchia inglese, tra cui due mogli di Enrico VIII d'Inghilterra (Anna Bolena[15] e Caterina Howard[16], entrambe accusate di infedeltà coniugale), Giovanna Grey, Tommaso Moro, Walter Raleigh e Maria Stuarda.

Nel Seicento destò enorme scalpore l'esecuzione, tramite taglio della testa, subita dal re Carlo I Stuart, atto con cui culminò la Rivoluzione inglese.[17]

Decapitazioni famose nella letteratura[modifica | modifica wikitesto]

Mitologia classica: le decapitazioni nei testi greci postomerici e nelle Metamorfosi di Ovidio[modifica | modifica wikitesto]

Nella mitologia greca è da citare innanzitutto Medusa, la mostruosa Gorgone che pietrificava chiunque incrociasse il suo sguardo: fu uccisa da Perseo che senza guardarla le mozzò il capo con l'aiuto di Atena. Un'altra decapitazione si ha nelle successive avventure di Perseo: l'eroe greco sposò Andromeda, figlia del re etiope Cefeo, dopo averla salvata da un mostro, ma durante il banchetto nuziale si presentò Fineo, zio ed ex promesso sposo della fanciulla, insieme a un gran numero di seguaci armati, che attaccarono Perseo e i suoi compagni, dando inizio a un duro scontro. Un certo Cromi, amico di Fineo, osò troncare la testa a Emazio, inerme vegliardo etiope che era salito sull'altare per levare alta la voce nei confronti degli assalitori: benché decollato, Emazio non esaurì subito le proprie funzioni vitali, e per qualche istante poté ancora parlare, indirizzando a Fineo le stesse dure frasi pronunciate poco prima. Queste vicende sono narrate nelle Metamorfosi di Ovidio[18], nelle quali si descrive anche l'orribile fine, già riferita dalla tragedia euripidea Baccanti, del re tebano Penteo, la cui testa fu recisa dalla madre Agave, una menade resa folle da Dioniso. Il dio punì Penteo, che era suo cugino, avendo questi tentato di contrastare il suo culto.

I nomi di Agamede e Trofonio, due fratelli che divennero celebri architetti, ricorrono in diversi mitografi. Uno di essi, Pausania, fa morire Agamede decapitato: stando al suo racconto i due fratelli, che avevano costruito per il re Irieo un edificio in cui questi poi collocò tutte le sue ricchezze, avevano successivamente trovato il modo di realizzare un passaggio segreto attraverso il quale accedevano alla camera del tesoro per compiervi furti. Fino a che un giorno il re, che aveva cominciato a sospettare qualcosa, elaborò un piano per cogliere i ladri sul fatto: Agamede rimase impigliato in un laccio, e allora Trofonio si rese conto che se Agamede fosse stato scoperto da Irieo questi avrebbe capito che entrambi i fratelli erano responsabili, per cui non trovò di meglio che recidere il capo ad Agamede e portarselo via; nella stanza sarebbe rimasto solo un corpo senza testa, impossibile da identificare. Ed effettivamente le cose andarono come aveva previsto Trofonio, ma il suo gesto non piacque agli dei, che lo fecero inghiottire da una voragine apertasi sotto i suoi piedi.

I poemi epico-classici e cavallereschi riferiscono di guerrieri decapitati in battaglia, spesso giovani e giovanissimi, e in genere avvenenti d'aspetto (un'eccezione in tal senso è costituita da Dolone): all'uccisione fa quasi sempre seguito un moto di crudeltà inflitto sulla testa della vittima. Delle decollazioni di Memnone e Troilo, entrambe ad opera di Achille, parlano varie fonti classiche (ma non Omero, e neppure Virgilio).

Troilo, il più giovane dei figli che Priamo aveva avuto da Ecuba, venne decapitato da Achille. Per alcuni autori ciò avvenne in una delle tante battaglie della guerra di Troia. Secondo la maggior parte delle tradizioni, Troilo venne invece sorpreso da Achille mentre abbeverava i suoi cavalli durante una pausa delle ostilità. Achille era piombato su di lui da tergo: quando Troilo si voltò, l'Acheo rimase colpito dalla sua bellezza, e gli dichiarò tutto il suo amore. Troilo allora si rifugiò nel tempio di Apollo; Achille lo inseguì e dopo averlo messo con le spalle al muro cercò di convincerlo ad accoppiarsi con lui, ma al nuovo rifiuto del ragazzo estrasse la spada, accecato dall'ira, e lo decapitò, privando poi il busto anche di braccia e gambe. Per l'efferatezza dell'uccisione, avvenuta oltretutto in un suo tempio, Apollo accrebbe il suo odio già fortissimo per Achille. Altri autori, tuttavia, negano che Troilo morì decollato: Virgilio dice che fu trafitto in battaglia da una lancia di Achille, mentre Ditti Cretese annovera Troilo tra i dodici giovinetti troiani che furono sgozzati da Achille sul rogo di Patroclo.

Memnone, il re degli Etiopi, era accorso con un grande contingente in aiuto di Priamo, di cui era nipote, al decimo anno del conflitto greco-troiano. Egli aveva ucciso in singolar tenzone Antiloco, figlio di Nestore, il più caro amico di Achille dopo Patroclo; Achille pertanto si decise a sfidare Memnone a duello, che parve interminabile, ma alla fine riuscì a uccidere il sovrano etiope, decapitandolo. L'eroe acheo per rendere omaggio al valore del grande nemico mise i suoi resti sulla stessa pira destinata ad ardere il cadavere di Antiloco. Zeus fece poi nascere dalle ceneri di Memnone uno stormo di uccelli immortali. La decapitazione di Memnone era narrata nell'Etiopide, uno dei poemi del ciclo troiano andati perduti.

Mitologia classica: le decapitazioni nell'Iliade[modifica | modifica wikitesto]

Nell'Iliade vengono decapitati solo guerrieri troiani: Diomede tronca la testa a Dolone (Libro X del poema), Aiace Telamonio decolla Archeloco (XIII), Antiloco spicca il capo a Toone (ibidem), Patroclo decapita Stenelao (XVI), e Achille fa altrettanto con Deucalione (XX) mentre Agamennone taglia testa e braccia al giovane Ippoloco (XI) e decapita anche Coone, fratello maggiore di Ifidamante (ibidem).

Il primo dei sette guerrieri decapitati nel poema è Dolone. Costui era un araldo troiano, famoso per la sua bruttezza, che una notte si imbatté in Odisseo e Diomede i quali avevano decisero di compiere un'incursione nel campo troiano. Egli fu così costretto a rivelare la suddivisione dell'accampamento: nella speranza di aver salva la vita indicò ai due achei le tende dei Traci, alleati di Priamo da poco arrivati a Troia, che erano guidati dal giovane re Reso. Ma carpite queste informazioni, Odisseo e Diomede decisero di uccidere Dolone, considerandolo a tutti gli effetti uno spione: esecutore dell'assassinio fu Diomede, che con la sua spada decapitò il troiano mentre chiedeva ancora pietà, facendo rotolare la testa nella polvere.

Anche il giovane Ippoloco, caduto prigioniero di Agamennone, fu decapitato dopo aver rivelato tutta la sua natura di persona vile. Ippoloco e suo fratello Pisandro erano stati catturati mentre guidavano un cocchio trainato da cavalli che aveva imboccato un vicolo cieco. Temendo il peggio i due giovani cercarono di impietosire il nemico facendogli presente che il loro padre, il ricco Antimaco, sarebbe stato disposto a pagare un immenso riscatto pur di salvare le loro vite. Ma Agamennone, sapendo che a suo tempo Antimaco aveva convinto Paride a non restituire Elena a Menelao provocando così la guerra, si avventò con ferocia sui due troiani; dopo aver trafitto Pisandro con la lancia, afferrò Ippoloco che cercava di fuggire e gli tagliò con la spada entrambe le braccia e quindi la testa, che gettò lontano, così come il busto.

Agamennone poi colpì con la lancia il guerriero troiano Ifidamante che tentava di attaccarlo e lo finì con un colpo preciso di spada tra nuca e collo. Dopo aver ucciso Ifidamante, Agamennone si scagliò su Coone, il fratello di lui che era accorso a vendicarlo, e lo colpì dapprima con la spada al petto, ferendolo mortalmente; quindi gli si accostò e con la spada affilata gli staccò dal collo la testa che lasciò con tutto il sangue sul cadavere del fratello.

Come Coone vennero decapitati dopo aver pugnato da valorosi l'altro suo fratello Archeloco, Toone e il giovane Stenelao. Riguardo al primo, che fu ucciso dalla spada di Aiace Telamonio, Omero tiene a evidenziare il dettaglio della testa finita al suolo molto prima del corpo. Non fu invece un colpo di spada, ma una pietra scagliata con estrema violenza da Patroclo, a recidere la testa di Stenelao.

La decapitazione meglio descritta da Omero è quella relativa a Deucalione, un troiano che Achille massacrò essendo in preda all'ira terribile proprio per la morte dell'amico Patroclo. Quando il supremo condottiero dei greci Agamennone pretese per sé Briseide, prigioniera di Achille, questi infuriato per il sopruso, si ritirò nella sua tenda insieme all'amico Patroclo ed ai suoi guerrieri, i Mirmidoni. Quando i Troiani incendiarono una delle navi greche, Patroclo, in preda alla disperazione, chiese ad Achille di prestargli le sue armi e di combattere in vece sua; Achille acconsentì a prestargliele ma gli disse di non esporsi troppo ai pericoli e di respingere soltanto i Troiani dalle navi; Patroclo indossò le sue armi divine, e si precipitò a combattere seguito dai suoi Mirmidoni. Dopo aver ucciso il capo licio Sarpedonte, Patroclo si scordò completamente del consiglio di Achille e fece macello di nemici tentando addirittura di scalare le mura di Troia per entrarvi e fare sterminio, protetto delle terribili armi del più forte eroe greco. Uccise l'auriga di Ettore, Cebrione, per poi scagliarsi su un Troiano che in realtà era Apollo e il dio lo colpì tra le spalle togliendogli tutte le armi di dosso; Patroclo, rimasto indifeso, venne dapprima colpito da Euforbo figlio di Pantoo e poi da Ettore che gli piantò la sua lancia nel ventre e lo uccise. Alla notizia della morte di Patroclo, Achille, ottenute nuove armi da Efesto, prima chiese a sua madre Teti di ungere Patroclo di ambrosia dopo averlo deposto su una degna bara e poi pianse tutta la notte sul suo corpo defunto insieme a tutti gli Achei; Ettore, oltre a vestirsi delle armi del Pelìde, avrebbe voluto impossessarsi del corpo di Patroclo ma l'intervento dei due Aiaci gli impedì di attuare questo proposito. Il giorno dopo, Achille ritornò a combattere per vendicare la morte dell'eroe ucciso da Ettore, e si scontrò con Enea che venne infine salvato dall'intervento di Poseidone. Achille allora si mise a scagliare lance contro un gruppo di Troiani in fuga trafiggendone alcuni tra cui Polidoro, il più giovane dei figli di Priamo, che sperava di salvarsi grazie all'agilità delle sue gambe. Ettore, a quella vista, mosse contro Achille e l'avrebbe ucciso se Atena non avesse, per un pelo, evitato che la lancia di Ettore colpisse in pieno Achille, deviandola e facendola cadere tra le sue gambe; Achille, allora, scagliò anche lui la sua lancia su Ettore, ma intervenne nuovamente Apollo che coprì di fitta nebbia Ettore impedendo che venisse colpito dalla punta di bronzo della lancia nemica. Qui appunto si compì il destino di Deucalione, poiché quando la nebbia si dissolse, Achille trovò di fronte lui anziché Ettore. Deucalione fu dapprima colpito dalla lancia di Achille a un gomito; si arrestò in preda a un dolore atroce, con la consapevolezza che l'acheo non l'avrebbe risparmiato. Si offrì dunque alla spada nemica, che gli spiccò il capo con tale violenza da farlo schizzare lontano insieme all'elmo, mentre il midollo scorreva fuori dal busto in un lago di sangue.

Un discorso a parte va fatto per il guerriero troiano Licone, colpito in duello da Peneleo, sotto l'orecchio, durante la battaglia combattuta presso le navi; anche se in questo caso non si può parlare di decapitazione, la testa della vittima viene comunque recisa a metà dal colpo della spada nemica.

Mitologia classica: le decapitazioni nell'Odissea[modifica | modifica wikitesto]

Odisseo, che sotto le mura di Troia non tagliò la testa ad alcun nemico, si rese autore di una decapitazione al suo ritorno a Itaca, facendo scempio di Leode, uno dei Proci, la cui testa rotolò sul pavimento mentre ancora parlava. L'episodio è narrato nel libro XXII dell'Odissea.

Mitologia classica: le decapitazioni nell'Eneide[modifica | modifica wikitesto]

Anche nell'Eneide ci sono diversi guerrieri che vengono uccisi tramite decapitazione, nei canti dedicati alla guerra fra Troiani e Italici.

Nel nono libro Virgilio descrive l'incursione compiuta dai due amici troiani Eurialo e Niso penetrati furtivamente di notte nel campo dei Rutuli. Con le loro spade i due fanno strage di nemici addormentati. Alla decapitazione vanno incontro alcuni di essi, tutti per mano di Niso: Remo, giovane e valoroso dominus, nel suo letto; e tre guerrieri del suo gruppo, ovvero Lamiro e Lamo e il giovinetto Serrano, sorpresi a giacere sull'erba. Il grande macello raggiunge il suo culmine con l'immagine dei fiotti di sangue che escono dai quattro busti singhiozzanti, in particolare quello di Remo lasciato sul letto; un tocco di pathos è dato dalla rievocazione dell'allegra gozzoviglia di Serrano cui fa seguito l'inquadratura della testa recisa, rivelante un volto dai tratti bellissimi.

Le altre decapitazioni narrate nel poema virgiliano avvengono tutte propriamente durante gli scontri: i troiani Linceo e Fegeo, le cui teste, spiccate da Turno, vengono fatte volare a grandissima distanza (libri IX, XII); il semidio etrusco Tarquito, perito ad opera di Enea che fa ruzzolare il capo e il busto del nemico nella foce del Tevere (libro X); il giovane latino Timbro, vittima di Pallante, uccisore pure del suo gemello Laride, al quale l'arcade recide invece la mano e parte del braccio, cancellando così nei due fratelli - Laride e Timbro erano figli di Dauco - l'indistinguibilità (ibidem); gli italici Epulone e Ufente, massacrati rispettivamente da Acate e Gia (libro XII).

I guerrieri decapitati nel poema sono dunque complessivamente 10. Il numero più alto di decapitazioni compiute (4) spetta a Niso, uno dei pochi nel genere epico ad astenersi tuttavia dall'infierire sulle teste mozzate. Non così con le loro vittime invece Enea e Turno, i quali pertanto contravvengono alla pietas che generalmente li caratterizza; una sorte particolarmente terribile è quella che tocca al giovane eroe Tarquito, privato della sepoltura con conseguente impossibilità per la sua anima di raggiungere l'ingresso dell'Ade vero e proprio, secondo la credenza del tempo.

Letteratura moderna: le decapitazioni nell'Orlando Furioso[19][modifica | modifica wikitesto]

La decapitazione è ben presente nel poema cavalleresco di Ludovico Ariosto, incentrato sulla guerra tra cristiani e mori d'Africa. Nell'episodio relativo a Guglielmo da Burnich, un gigantesco guerriero inglese, il poeta fa notare, con una punta di nera ironia, come in seguito al taglio della testa le dimensioni dell'eroe si siano fatte simili a quelle di molti altri combattenti. A decapitare Guglielmo è Dardinello, uno dei tanti re mori, che subito dopo riserva identica fine a un altro nemico, Aramone di Cornovaglia. Queste vicende sono narrate nel canto XVIII del poema.

Dardinello successivamente viene affrontato e ucciso da Rinaldo. Essendosi i cristiani impadroniti del cadavere, si muovono allora due suoi guerrieri, Cloridano e Medoro, nella speranza di recuperarlo. I due giovani penetrano di notte nel campo nemico seminando strage. Qui Ariosto si rifà chiaramente all'episodio virgiliano della sortita di Eurialo e Niso, delineando tre caratteri - i dormienti ubriachi Grillo, Andropono e Conrado - in parte modellati sul giovane gozzovigliatore Serrano. Grillo è peraltro l'unica di queste vittime a subire il troncamento del capo, descritto in modo molto dettagliato dal poeta: affermando che la testa del guerriero, seppur recisa, rivede in sogno i momenti della crapula, Ariosto mostra di credere alla persistenza di residui sussulti di vita nei decapitati, in accordo dunque con Omero, Virgilio e soprattutto Ovidio (ma si tenga presente che il poeta rinascimentale fa nella sua opera largamente uso dell'ironia). Gli avvenimenti in questione vengono descritti anch'essi nel canto XVIII.

Fin qui i guerrieri cristiani decollati nel poema: l'unico tra i mori cui viene mozzata la testa è il loro massimo condottiero, il re Agramante, ad opera di Orlando (tornato a combattere dopo essere guarito dalla follia che gli aveva tolto il senno), al termine di un estenuante duello. L'episodio è narrato nel canto XLII.

Il protagonista del poema decapita anche un altro personaggio, al di fuori però del conflitto: si tratta di uno dei tre anonimi pastorelli che hanno la sfortuna di imbattersi in lui appena diventato pazzo. Dopo aver reciso il capo al giovane, Orlando ne afferra il tronco scagliandolo sugli altri due così violentemente da sprofondarli in un coma eterno. Di ciò il poeta riferisce nel canto XX.

La decapitazione nell'arte[modifica | modifica wikitesto]

Tra le varie raffigurazioni del capo mozzo di Medusa, si segnalano quella del dipinto di Caravaggio (Testa di Medusa) e quella della statua in bronzo di Benvenuto Cellini (Perseo con la testa di Medusa).

Una ceramica del pittore di Meidias raffigura Penteo prossimo a essere decapitato dalla madre. In un'altra pittura vascolare, di autore ignoto, Agamennone contempla la testa recisa del giovane Ippoloco, collocata su una pasta di vetro.

Stando a ciò che dice l'Odissea (libro XI), non ci fu nessuno più bello di Memnone tra tutti coloro che presero parte alla guerra di Troia. Al passo in questione si rifà una testa in cera nera su gesso di Medardo Rosso, unica rappresentazione scultorea del capo troncato dello stupendo re etiope. L'opera, intitolata appunto Memnone, fa parte della Peggy Guggenheim Collection di Venezia.

Innumerevoli sono gli esempi di santi martirizzati mediante decapitazione immortalati in opere d'arte: tra i più noti, San Giovanni Battista (Decollazione di San Giovanni Battista di Caravaggio; Martirio di san Giovanni Battista di Masaccio; Salomè con la testa recisa del Battista di Tiziano); San Maurizio (Martirio di San Maurizio, di El Greco); San Paolo (Decapitazione di San Paolo, Giotto); e i Santi Cosma e Damiano ai quali il Beato Angelico dedicò un intero ciclo (la Decapitazione dei santi Cosma e Damiano ne costituisce il settimo episodio).

Nel Kunsthistorisches Museum di Vienna è conservato Annibale ritrova il capo mozzato del fratello Asdrubale Barca ucciso dai Romani, affresco di Giovan Battista Tiepolo.

Piero della Francesca rappresentò, in uno degli affreschi della Leggenda della Vera Croce conservati ad Arezzo nella basilica di S. Francesco, la Battaglia di Eraclio e Cosroè, conclusasi con la disfatta e la decollazione del secondo. Al centro dell'opera, l'esercito persiano viene travolto dai nemici: Cosroe è all'estrema destra, circondato da Eraclio e dai suoi uomini, uno dei quali impugna l'arma con la quale si accinge a troncare il capo del re sconfitto. Non si tratta dunque di una fedele ricostruzione: il pittore si è rifatto alla versione contenuta nella Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine. Nell'opera è presente anche un'altra decapitazione: è possibile infatti scorgere, nell'angolo inferiore sinistro, la testa già recisa di un giovane soldato dalla folta capigliatura, presumibilmente persiano, caduto nel combattimento.

La Battaglia di Giosuè contro gli Amorriti di Nicolas Poussin è un'altra opera pittorica in cui è visibile un giovane guerriero decapitato. Egli è da identificare con una vittima della furia di Giosuè, poiché la sua testa si trova tra le gambe del condottiero ebreo che procede trionfalmente contro l'esercito nemico.

L'episodio biblico della decapitazione di Oloferne da parte di Giuditta è stato rappresentato da diversi pittori, tra cui Sandro Botticelli (in un dittico), Michelangelo (entro un pennacchio della volta nella Cappella Sistina), Giorgione, Caravaggio e Artemisia Gentileschi.

Decapitazioni di cadaveri nella storia, nell'arte e nella letteratura[modifica | modifica wikitesto]

Una decapitazione di cadavere: Caravaggio, David con la testa di Golia

Virgilio e Omero narrano anche di decapitazioni compiute su guerrieri già morti. Ciò è quanto accade nel nono libro dell'Eneide[20] a Eurialo e Niso, quando i cadaveri dei due giovani vengono portati nell'accampamento rutulo (a stimolare la vendetta degli italici è con ogni probabilità l'immagine delle quattro vittime di Niso decollate nel sonno). Casi analoghi sono quelli, nel libro dodicesimo del poema virgiliano, dei fratelli troiani Amico e Diore (uccisi in battaglia da Turno); un paio di precedenti si hanno nell'Iliade, e riguardano anche qui due guerrieri troiani, Imbrio (libro XIII) e Ilioneo (XIV). Tutte queste vittime sono accomunate dagli atti di crudeltà che le loro teste subiscono dopo essere state recise; alcune vengono conficcate su lance (Eurialo, Niso, Ilioneo), altre appese al carro (Amico e Diore), mentre quella di Imbrio finisce ai piedi di Ettore dopo il calcio assestatole da Aiace d'Oileo. Sempre nel contesto bellico greco-troiano si accenna alla decapitazione della salma di re Priamo (Eneide, libro II), eseguita da mano ignota, durante la notte della caduta di Troia (il sovrano era stato ucciso da Neottolemo, che gli aveva ficcato la spada nel fianco).

In un'altra guerra mitologica, quella tebana, Tideo, uno dei sette condottieri assedianti, venne ferito mortalmente dal nemico Melanippo: questi fu ucciso subito dopo da Anfiarao, che mozzò al cadavere la testa portandola poi a Tideo che con le poche forze rimastegli se ne cibò.

Dal mito classico deriva anche il personaggio di Orfeo, al cui cadavere venne staccata la testa da un gruppo di Baccanti che ne avevano provocato la morte lapidandolo. Esse avevano agito così per vendicarsi del rifiuto opposto da Orfeo a proposito di un rito in onore di Dioniso cui avrebbe dovuto unirsi su loro imposizione. Ovidio narra questa vicenda nell'undicesimo libro delle Metamorfosi; in campo artistico si segnala Ragazza trace con la testa di Orfeo, dipinto di Gustave Moreau.

Rientra in questo elenco il biblico gigante filisteo Golia, decollato da Davide dopo essere stato da lui ucciso con un sasso scagliato dalla sua fionda. L'episodio è stato reso celebre grazie a molti pittori tra cui Caravaggio (Davide con la testa di Golia, in tre versioni) e Guido Reni.

Erodoto narra che il cadavere di Ciro il Grande, re dei Persiani morto in battaglia contro i Massageti, fu decapitato della regina Tomiri, che volle così vendicare la morte del figlio Spargapise, sconfitto in precedenza dai Persiani.[21] Anche Dante Alighieri ne fa un cenno nel suo Purgatorio. L'episodio è stato illustrato da diversi pittori, tra cui Peter Paul Rubens.

Condivisero lo stesso destino, anche se in contesti e tempi diversi, i due colleghi di triumvirato di Giulio Cesare, Marco Licinio Crasso (insieme a uno dei suoi figli) e Gneo Pompeo Magno. Crasso fu ucciso nella campagna contro i Parti, dopo essere caduto loro prigioniero. Impossessatisi del cadavere di suo figlio Publio Licinio Crasso, che aveva preferito suicidarsi dopo la disfatta, i Parti ne recisero la testa, e dopo averla mostrata a Marco lo uccisero e sottoposero a decapitazione anche la sua salma. Invece Pompeo venne pugnalato alla schiena dagli uomini del re egiziano Tolomeo XIII, presso il quale si era rifugiato a seguito della sconfitta nella guerra civile contro Cesare; compiuto il delitto, gli assassini mozzarono la testa al cadavere, lasciandolo sulla spiaggia.

Decapitazioni atipiche nella letteratura[modifica | modifica wikitesto]

Gustave Doré, illustrazione di Bertran de Born nella Divina Commedia

Secondo una tradizione, il capo etolo Leito, uno dei reduci della guerra di Troia, stava riposando all'ombra di un albero, quando per un'improvvisa raffica di vento si abbatté su di lui a mo' di mannaia un grosso coltello precipitato giù dai rami (non si sa come fosse finito lassù), decapitandolo all'istante.

Quello di Bertram dal Bornio nella Divina Commedia costituisce un caso insolito in letteratura di anima condannata alla decapitazione. Per aver seminato zizzania tra i membri della famiglia reale inglese, lo spirito del poeta provenzale viene collocato nella nona bolgia infernale, dove è costretto a errare per l'eternità reggendo in mano la propria testa.[22]

Nell'Orlando Furioso c'è un personaggio la cui decapitazione non è causa del suo decesso: si tratta del gigantesco Orrilo, essere quasi immortale, potendo egli perire solo se qualcuno riesce a strappargli un capello magico. Orrilo viene decapitato da Astolfo: questi fugge con la testa mozzata, inseguito dal tronco di Orrilo che vuole riprendersela; venuto a conoscenza del segreto, Astolfo scotenna il capo di Orrilo, che muore di lì a poco.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Ranzato F., Perversione umana, Edizioni mediterranee, 1983, p. 20.
  2. ^ decapitare in Treccani.it - Vocabolario Treccani on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 15 marzo 2011.
  3. ^ Lucrezio, De rerum natura, I, 80.
  4. ^ Frazer J.C, il ramo d'oro, Torino, Boringhieri, 1965.
  5. ^ Jung, Il simbolismo della messa, Boringhieri.
  6. ^ Andreozzi G. e Ban G., Le leggi penali degli antichi cinesi: discorso proemiale sul diritto e sui limiti del punire, Civelli, 1978.
  7. ^ R. Guolo, il fondamentalismo islamico, Laterza, 2002.
  8. ^ vedi ricerca condotta dai ricercatori della Nijmegen University sotto la guida di Anton Coenen dal titolo: Wave of death signals time of death
  9. ^ Plutarco, Vita di Demostene - Vita di Cicerone in Vite parallele, BUR, 2011.
  10. ^ Vangelo secondo Marco, cap. 6 vv 17-29
  11. ^ E. Oliari, Un doge decapitato, 2004.
  12. ^ Massimo Melani, Dottrine Generali Di Storia Del Diritto Medievale, Melani, 2008.
  13. ^ Antonio Cestari, Geronimo Seripando e la Chiesa del suo tempo in Thesaurus Ecclesiarum Italiae, Edizioni di Storia e Letteratura, 1997.
  14. ^ Bevilacqua, Mori, Beatrice Cenci: la storia, il mito, Viella, Edizioni di Storia e Letteratura, 1999.
  15. ^ Carolly Erickson, Anna Bolena, Oscar Mondadori, 2012.
  16. ^ Rebecca West, La Vecchia Serbia, RDT, 1940.
  17. ^ Giorgio Galli, Storia delle dottrine politiche, Bruno Mondadori, 2000.
  18. ^ Ovidio
  19. ^ L. Ariosto, Orlando furioso (2 volumi), a cura di Caretti, Einaudi, 2005.
  20. ^ Virgilio, Eneide. Testo originale a fronte, a cura di R. Calzecchi Onesti, Einaudi, 2005.
  21. ^ Erodoto, Storie, Rizzoli, 2008, pp. I, 107.
  22. ^ Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, canto XXVIII vv. 112-142

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Paul Henri Stahl, Histoire de la decapitation, Paris, Presses universitaires de France, 1986, ISBN 2-13-039212-1.
  • Publio Nasone Ovidio, Metamorfosi, Rizzoli BUR, 1994.

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