Marino Faliero

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« Hic est locus Marini Faledri, decapitati pro criminibus. »
Marino Faliero
Marino Faliero, per Francisco Pradilla
Marino Faliero, per Francisco Pradilla
Doge di Venezia
Doge Marino Falier.png
In carica 1354 - 1355
Predecessore Andrea Dandolo
Successore Giovanni Gradenigo
Nascita 1285 ca.
Morte Venezia, 17 aprile 1355
Luogo di sepoltura Chiesa dei Santi Giovanni e Paolo
Padre Iacopo Falier
Madre Beriola Loredan
Coniugi Tommasina Contarini (?)
Alvica Gradenigo
Figli Lucia e Pinola (dalla prima moglie)

Marin Falier (1285Venezia, 17 aprile 1355) fu il cinquantacinquesimo doge della Repubblica di Venezia, dal 1354 al 1355, quando venne destituito e giustiziato.

Fu il primo e unico doge ad esser giustiziato per alto tradimento (fatta forse eccezione per alcuni casi durante i primi secoli d'esistenza della Repubblica di Venezia).

Vita[modifica | modifica sorgente]

I dieci assistono alla decapitazione di Marin Falier in un dipinto di Francesco Hayez

Figlio di Iacopo Marin del ramo dei Santi Apostoli e di Beriola Loredan, della sua gioventù si hanno scarse notizie, soprattutto per l'esistenza di uno zio omonimo con il quale è spesso confuso.

La prima notizia che lo riguarda risale al 10 ottobre 1315 in qualità di uno dei tre capi del Consiglio dei dieci: in quella data la magistratura decise di premiare Rossetto di Camponogara per l'uccisione di Nicolò Querini, uno degli organizzatori della congiura del Tiepolo del 1310. Fece parte del Consiglio sino al 1320 e ricoprì più volte la carica di capo e di inquisitore.

Sempre come capo dei Dieci, nel 1320 fu incaricato con Andrea Michiel di organizzare l'uccisione di Baiamonte Tiepolo e di Pietro Querini, gli unici due capi della cospirazione ancora in libertà.

Dopo essersi dedicato per un periodo alle attività mercantili, nel 1323 fu nominato capitano e bailo di Negroponte. Nel 1326 era di nuovo a Venezia come consigliere dei Dieci, ma l'anno successivo partì per Bologna in missione presso il priore dei Serviti per alcuni contrasti tra i monaci e la Repubblica. Tornato ancora nei Dieci, ne uscì poco dopo per essere eletto tra i Cinque anziani alla pace. Dopo un periodo di assenza dalla vita pubblica (ma è attestato in città nel 1329), ricompare nel 1330 tra i Dieci.

Nel 1333 divenne capitano delle galee del Mar Maggiore e di Costantinopoli e protesse i mercanti diretti alla Tana.

Il dogado[modifica | modifica sorgente]

Marin Falier fu proclamato doge l'11 settembre 1354, con 35 voti su 41. Fu informato dell'elezione solo alcuni giorni dopo, trovandosi ad Avignone in qualità di ambasciatore di papa Innocenzo VI.

Il suo breve dogado fu molto travagliato non solo dal punto di vista interno: il 4 novembre 1354 la flotta veneziana nell'Egeo, al comando di Nicolò Pisani, fu letteralmente annientata dai Genovesi.

La cospirazione[modifica | modifica sorgente]

L'esecuzione di Marin Falier, dipinto di Eugène Delacroix, 1827 quindi apparteneva ad una delle famiglie più illustri di Venezia, i Falier, e durante la sua lunga carriera aveva occupato le funzioni più alte; aveva reso dei servizi onorevoli in guerra e nelle ambasciate; aveva l'intelligenza e l'esperienza di un uomo di Stato navigato.

La tradizione vuole che alla base della congiura ci fossero motivi personali. Durante una festa a Palazzo Ducale, il giovane Michele Steno, futuro doge, avrebbe avuto certe attenzioni nei confronti di una cameriera. Invitato ad andarsene, lo Steno lasciò un biglietto sopra un caminetto con su scritto "Marin Falier, da la bea mugier, tutti i la gode e lu la mantien". Benché lo Steno fosse stato per questo condannato al pagamento di una multa, ad un mese di carcere e ad alcune frustate, il Falier ritenne insufficiente la pena e organizzò una congiura contro il regime che non difendeva il suo onore[1].

In realtà, le ragioni furono molto più profonde. Anzitutto, era il periodo in cui ai governi comunali si venivano a sostituire le signorie, sicché non è improbabile che il Falier progettasse un governo di questo tipo anche a Venezia. A ciò si aggiungeva un clima di generale malessere tra le classi popolari e mercantili, estenuati dalla crisi economica e sociale che era accentuata dalla guerra contro la Repubblica di Genova[1].

Il complotto, al quale avevano aderito in molti, venne sventato dal procuratore Nicolò Lion[1]: i cospiratori furono arrestati, interrogati, condannati a morte e giustiziati davanti al Palazzo Ducale il 15 aprile 1355. Tutta la città era in subbuglio: gli esponenti della oligarchia occuparono Piazza San Marco con le armi. Era avvenuto che lo stesso doge, denunciato dai suoi complici, era stato arrestato e tradotto davanti al tribunale dei Dieci. Egli confessò tutto e fu condannato a morte all'unanimità. La sera del 17 aprile di venerdì, sulla grande scalinata del palazzo, Marin Falier fu decapitato. Al popolo riunito in Piazzetta di fronte al Palazzo Ducale fu mostrato lo spadone insanguinato del boia ("Vardé tuti! L'è stà fata giustizia del traditor!"). Petrarca, in una lettera eloquente, ha espresso la tragica emozione che questo evento produsse in tutta Italia e vi ha visto una inconfutabile lezione per i futuri dogi, da cui impareranno che sono «le guide e non i padroni dello Stato. Che dico le guide? Unicamente gli onorati servitori della Repubblica».

L'aristocrazia veneziana non volle che questa lezione andasse perduta. Come festeggiava con una processione e ringraziamenti solenni il giorno di san Vito (15 giugno), in cui era stata annientata la rivolta di Bajamonte Tiepolo, così festeggiò il giorno di sant'Isidoro (16 aprile), in cui Marin Falier era stato condannato a morte. Il doge assisteva personalmente alla cerimonia che in San Marco ricordava il tragico evento; nella sala del Maggior Consiglio, in cui si allineavano i ritratti dei dogi, un decreto del Consiglio dei Dieci fece cancellare nel 1366 l'effigie di Falier e in quello stesso spazio fece apporre questa iscrizione: «Hic fuit locus ser Marini Faletri, decapitati pro crimine proditionis», ossia «Questo era il posto di Marin Falier, decapitato per tradimento». Dopo il disastroso incendio che nel 1577 devastò il Palazzo Ducale, tra i nuovi ritratti dei dogi, dipinti nella fase di restauro, al posto di Marin Falier fu ancora collocata l'iscrizione, su un drappo nero: «Hic est locus Marini Faletri, decapitati pro criminibus».

Altre fonti ancora, invece, sostengono che Falier fu a sua volta vittima di una congiura da parte dell'oligarchia veneziana stessa, contraria ad una sua presunta volontà di "democratizzare" la Cosa Pubblica veneziana ampliando (o ri-ampliando) il Gran Consiglio.

In seguito a tutti coloro che avevano contribuito a sventare la congiura o che avevano partecipato all'esecuzione fu concesso di portare armi in pubblico[2].

Influenza culturale[modifica | modifica sorgente]

  • Secondo una tradizione si dice che, per cancellare completamente la memoria del doge Falier, la Repubblica raccolse e rifuse tutte le monete coniate durante il suo dogato. In realtà l'effettiva scarsità di monete coniate da questo doge può essere anche imputata alla breve durata del suo dogato, appena sette mesi.
  • La decapitazione del doge, avvenuta di venerdì 17, rinsaldò forse la cattiva fama di tale data, considerata infausta fin dai tempi dei Romani. Infatti il numero romano XVII (diciassette) è anagramma di VIXI = "ho vissuto" cioè "sono morto". Il venerdì invece godeva della stessa fama infausta in quanto giorno della passione e morte di Cristo.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c Giuseppe Tassini, Curiosità Veneziane, note integrative e revisione a cura di Marina Crivellari Bizio, Franco Filippi, Andrea Perego, Venezia, Filippi Editore [1863], 2009, p. 242-243.
  2. ^ Frederic C. Lane, Storia di Venezia, Edizioni Einaudi, 1978, Torino, pag.219

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Predecessore Doge di Venezia Successore
Andrea Dandolo 1354-1355 Giovanni Gradenigo

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