Palazzo Ducale (Venezia)

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Coordinate: 45°26′01.83″N 12°20′25.01″E / 45.433843°N 12.34028°E45.433843; 12.34028

Palazzo Ducale
Palazzo Ducale, Venezia.jpg
Ubicazione
Stato Italia Italia
Regione Veneto Veneto
Indirizzo Piazza San Marco
Informazioni
Condizioni In uso
Costruzione IX - XVII secolo
Stile gotico, rinascimentale
Uso Museo
 
Museo di Palazzo Ducale
Tipo Arte e storia
Indirizzo Piazza San Marco, Venezia, Italia
Direttore Camillo Tonini
Visitatori 1.358.186 (2010)
Sito Palazzo Ducale - sito ufficiale

Il Palazzo Ducale, uno dei simboli della città di Venezia e capolavoro del gotico veneziano, sorge nell'area monumentale di Piazza San Marco, tra la Piazzetta e il Molo. Antica sede del Doge e delle magistrature veneziane, ne ha seguito la storia, dagli albori sino alla caduta, ed è oggi sede del Museo Civico di Palazzo Ducale e fa parte della Fondazione Musei Civici di Venezia (MUVE).

Nel 2010 è stato visitato da 1.358.186 persone.[1]

Storia[modifica | modifica sorgente]

Palazzo Ducale a metà dell'Ottocento

L'edificazione del palazzo iniziò presumibilmente nel IX secolo, a seguito del trasferimento della sede ducale da Malamocco all'odierna Venezia, definitivamente sancito nell'812 durante il dogado di Angelo Partecipazio.

Il palazzo era soprattutto la "casa" fortificata di un doge alle cui ambizioni personali la comunità poteva rispondere, spesso, soltanto con la violenza: nel 976 una rivolta demolì il castello, la basilica e buona parte del quartiere circostante. Seguì la ricostruzione avviata da Pietro I Orseolo, un nucleo fortificato costituito da un corpo centrale e da torri angolari, circondato dall'acqua, le cui tracce ancora si intuiscono nell'assetto del piano loggiato.

Il complesso subì una prima grande ristrutturazione, che trasformò la fortezza originaria in un elegante palazzo privo di fortificazioni, nel XII secolo durante il dogado Sebastiano Ziani. Un nuovo ampliamento fu realizzato tra la fine del ‘200 e i primi del 300, per servire le nuove esigenze dello stato repubblicano seguite alla Serrata del Maggior Consiglio, la cui sala venne ampliata. Nel 1310 venne represso un tentativo di assalto al palazzo nel corso di una congiura guidata da Bajamonte Tiepolo.

A partire dal 1340, sotto il dogado di Bartolomeo Gradenigo, il palazzo cominciò una radicale trasformazione verso la forma attuale. Nel 1404 venne terminata la facciata sul molo, nel 1423, vennero avviati i lavori sul lato verso la piazzetta e la basilica, nel 1439 iniziarono anche i lavori per la Porta della Carta. Dopo il grande incendio del 1483 venne riedificata la parte interna, cioè quella sul lato del rio di Palazzo che termina con il Ponte della Paglia, i cui lavori che proseguirono sino al 1492 e la costruzione della Scala dei Giganti.

L’11 maggio 1574 un incendio distrusse alcune sale di rappresentanza al piano nobile. Decisa immediatamente la ricostruzione, la direzione tecnica ed esecutiva venne affidata al "proto" Antonio da Ponte, affiancato da Andrea Palladio e Gianantonio Rusconi.[2] Pur risultando difficile l’individuazione di interventi progettuali riconducibili alla mano di Palladio, gli studiosi hanno ugualmente tentato di riconoscerne la matrice nelle porte interne, in particolare quella che dalla Sala dell’Anticollegio conduce alla Sala delle Quattro Porte e quelle presenti in quest’ultima, e nei camini delle sale del Collegio e dell’Anticollegio.[2]

La presenza di Palladio a Palazzo Ducale è documentata pure tra il 1577 e il 1578, per il restauro dell’edificio danneggiato da un secondo grave incendio (20 dicembre 1577) in cui andarono perduti importanti cicli pittorici. Anche in questo caso, le ipotesi di una sua proposta concreta lasciano dubbi tra la critica.[2] Tra il 1575 e il 1580 Tiziano e Veronese vennero a loro volta chiamati a decorare gli interni del palazzo e la loro opera finì per inserirsi nella ricostruzione delle sale dell'ala meridionale seguita all'incendio del 20 dicembre 1577.

All'inizio del XVII secolo furono aggiunte le cosiddette Prigioni Nuove, al di là del rio, ad opera dell'architetto Antonio Contin. Questo nuovo corpo di fabbrica, sede dei Signori della Notte, magistrati incaricati di prevenire e reprimere reati penali, viene collegato al Palazzo tramite il Ponte dei Sospiri, percorso dai condannati tradotti dal Palazzo, sede dei tribunali, alle prigioni.

Dopo la caduta della Repubblica di Venezia, la cui fine fu decretata nella seduta del Maggior Consiglio del 12 maggio 1797, il Palazzo non venne più utilizzato come sede del principe e delle magistrature, ma fu adibito a sede di uffici amministrativi degli imperi napoleonico e asburgico. Le prigioni, denominate Piombi, conservarono la loro funzione e furono oggetto degli scritti di Silvio Pellico. Con l'annessione di Venezia al Regno d'Italia il Palazzo subì cospicui restauri e nel 1923 venne destinato a museo, quale è tuttora.

Il complesso[modifica | modifica sorgente]

Esterni[modifica | modifica sorgente]

Palazzo Ducale si sviluppa su tre ali attorno ai lati di un ampio cortile centrale porticato, il cui quarto lato è costituito dal corpo laterale della basilica marciana, antica cappella palatina.

Facciate[modifica | modifica sorgente]

La facciata verso la Piazzetta

Le due facciate principali del Palazzo, in stile gotico-veneziano rivolte verso la piazzetta ed il Molo si sviluppano su due livelli colonnati sovrastati da un poderoso corpo a marmi intarsiati aperto da grandi finestroni ogivali, con monumentale balcone centrale, e coronamento di guglie. Gli ariosi loggiati a colonnine ed archi ogivali traforati, delimitati da balaustre, sono sorretti dal portico al piano terreno, che deve l'attuale aspetto ribassato alle successive opere di rialzo della pavimentazione per combattere il secolare innalzamento del livello marino, che hanno conferito un aspetto più massiccio alle colonne sormontate da capitelli finemente scolpiti. Nella parte più antica, rivolta verso il Molo, si trovano capitelli trecenteschi, mentre le sculture angolari sono attribuite a Filippo Calendario o ad artisti lombardi quali i Raverti o i Bregno. All'angolo fra la facciata sul mare e la facciata sul Rio di Palazzo, vi sono due altorilievi; in basso, sopra il Ponte della Paglia, è raffigurato l'episodio biblico dell’Ebbrezza di Noè. Sull'angolo è impostato il tronco della vigna, che divide in due parti la scena. Verso il mare è la figura dell'anziano Noè, nudo e barcollante, mentre verso il canale sono i due figli, uno dei quali copre le nudità del padre con un panno.

Ebbrezza di Noè, scultori lombardi del XIV secolo

Al di sopra, al termine della loggia, è posto d'angolo l'Arcangelo Raffaele in atto di benedire, con ai piedi il piccolo Tobiolo. All'estremità opposta, verso la Piazzetta, si trova, in alto, l’Arcangelo Michele con la spada sguainata, mentre in basso sono raffigurati in rigida posizione frontale Adamo ed Eva, separati da una pinta di fico sulla quale si avvolge il serpente con il volto di Satana. Eva regge il frutto del peccato, che indica con l'altra mano.

Al centro del prospetto si affaccia il balcone centrale della Sala del Maggior Consiglio, opera dei fratelli Dalle Masegne, Jacobello e Pierpaolo, realizzato nell'anno 1400. Fu ricostruito il coronamento nel 1579 dopo il terremoto nel 1511, con il collocamento della Giustizia di Alessandro Vittoria: la statua di San Giorgio è opera di Giovanni Battista Pellegrini, mentre le altre statue quattrocentesche rappresentano San Teodoro, le Virtù cardinali, San Marco Evangelista, San Pietro e San Paolo. Nel tondo al centro è raffigurata la Carità, fra le due figure dell'Annunciazione, mentre l'iscrizione celebra il Doge Michele Steno. Verso la piazzetta, alla tredicesima colonna del loggiato spicca la Giustizia in trono, mentre sull'angolo verso la Porta della Carta sono il Giudizio di Salomone e l’Arcangelo Gabriele, attribuiti a Bartolomeo Bono.

La facciata verso la piazza fu costruita successivamente, a partire dal 1424, demolendo il primitivo palazzo fortificato ed utilizzando a modello la facciata verso il mare. La nuova ala, voluta dal doge Francesco Foscari (1423 – 1457), fu destinata alle funzioni della giustizia. La balconata al centro dell'ordine superiore, con il Leone di san Marco, risale al 1536. Fu progettata dal Sansovino e dallo Scarpagnino, mantenendo la struttura della balconata trecentesca dei Dalle Masegne. Di Alessandro Vittoria sono la statua della Giustizia, a coronamento, ed il Mercurio. Il gruppo scultoreo con il Doge Andrea Gritti ed il Leone di san Marco, distrutto durante l'occupazione francese nel 1797, fu rifatto nell'Ottocento. La più recente del complesso è infine l'ala est, che prospetta sul rio del palazzo, edificata da Antonio Rizzo a seguito dell'incendio del 1483 in forme compiutamente rinascimentali.

Porta della Carta[modifica | modifica sorgente]

Porta della Carta

Ingresso monumentale del palazzo, deve il suo nome all'usanza di affiggervi le nuove leggi e decreti oppure alla presenza sul luogo degli scrivani pubblici o dal fatto che vi fossero nei pressi gli archivi di documenti statali.

Ricchissimo l'apparato scultureo e decorativo, in origine dipinto e dorato. Nei due pinnacoli laterali sono due figure di Virtù cardinali per lato e a coronamento è il busto dell’Evangelista sovrastato dalla figura della Giustizia con spada e bilancia. Centrale nell'apparato è la raffigurazione del doge Francesco Foscari in ginocchio davanti al leone marciano: si tratta di un rifacimento ottocentesco opera di Luigi Ferrari in sostituzione dell’originale distrutto dai Francesi nel 1797.

Fu costruita in stile gotico fiorito da Giovanni e Bartolomeo Bono come risulta dall'iscrizione sull’architrave: OPVS BARTHOLOMEI (opera di Bartolomeo). Gli storici dell'arte si sono domandati però quale sia stato l'effettivo contributo dei Bono nella Porta della Carta; infatti essi a volte figurano ufficialmente come esecutori anche quando in realtà essi appaltarono la progettazione e l'esecuzione di alcune opere ad altri artisti. Attraverso analisi stilistiche e confronti la critica ha cercato quindi di risalire ai veri artefici del monumentale portale veneziano. Secondo alcuni sarebbero da attribuite ad Andrea Bregno le statue delle virtù poste sui pilieri. I documenti inoltre attestano che i Bono presero come collaboratore Giorgio da Sebenico; questo dato di fatto ha portato ad effettuare puntuali confronti tra le caratteristiche delle statue della Porta della Carta e quelle di altre sculture dell'artista dalmata. In base a questi studi, che hanno mostrato schiaccianti analogie, sono state attribuite a Giorgio da Sebenico le statue della Fortezza e delle Temperanza (quelle poste in basso sui pilieri) ed altre sculture della porta.[3] Altri studiosi arrivano a concludere che il ruolo di Giorgio da Sebenico nella Porta della Carta fu anche più consistente e che i Bono affidarono al dalmata anche parte della sua progettazione; secondo i loro studi a Giorgio spetterebbe anche l'Arco Foscari, sempre al Palazzo Ducale.[4]

Cortile[modifica | modifica sorgente]

Il cortile con la facciata dell'Orologio e l'Arco Foscari

L'ingresso dei visitatori avviene oggi dalla Porta del Frumento, che si apre sull'ala sud più antica. Il cortile è completamente cinto da portici, sormontati da logge, riproponenti lo schema esterno dell'edificio. Mentre le due facciate interne meridionale ed orientale, in mattoni, conservano il caratteristico aspetto gotico veneziano delle facciate esterne, la facciata orientale del cortile, sulla quale conduce lo scalone monumentale, è caratterizzata da una decorazione marmorea in stile rinascimentale, su progetto dell'architetto Antonio Rizzo, conseguente alla radicale ricostruzione dell'area a seguito del furioso incendio del 1483. è strutturata su quattro ordini: il primo, a pilastri ortogonali che sostengono arcate a tutto sesto, il secondo, con fasci di colonne e archi a sesto acuto, mentre i piani superiori sono ornati da una fitta decorazione a rilievo con motivi rinascimentali, molto raffinata, realizzata alla fine del Quattrocento dalla famiglia dei Lombardo, Pietro con i figli Antonio e Tullio.

Sull'ala nord, verso la basilica, sono l'Arco Foscari, realizzato nella seconda metà del Quattrocento, e la piccola facciata dell'Orologio, ultima realizzazione del cortile. Risale infatti al Seicento ed è opera di Bartolomeo Manopola, ornata da sculture antiche di epoca romana.

Nel cortile, nel quale si tenevano le cerimonie dell'incoronazione ducale, tornei e un'annuale caccia ai tori, troneggiano due grandi vere da pozzo per l'approvvigionamento idrico del complesso, il Pozzo dell'Alberghetti e il pozzo di Niccolò de' Conti, capolavori di scultura manierista in bronzo. La pavimentazione in trachite ed elementi marmorei ricalca quella esterna della piazza.

I capitelli[modifica | modifica sorgente]

La Bibbia o le Previsioni Astrologiche o Tetrabiblos di Claudio Tolomeo sono le fonti delle sculture dei capitelli. Esse invitano a coltivare la Saggezza e la Giustizia e la Preghiera come mezzi per raggiungere la Salvezza. Le sculture angolari sono a tema biblico come quelle del porticato. Sono presenti uccelli con la preda che, influenzati secondo Claudio Tolomeo dai segni dello Zodiaco e dei solstizi, indicano la vita sensitiva. Ci sono poi raffigurati il popolo dei Latini, Re e Imperatori, Donne Latine, Vizi capitali, Popoli delle diverse latitudini, Salomone e i sette sapienti che incarnano le Arti liberali, i Pianeti e i loro domicili, Santi e discepoli lapicidi, animali con la preda, Mestieri, Mesi dell'anno (marzo inaugura l'anno veneziano e l'anno astrologico. I Mesi sono da leggersi in senso antiorario).[5]

Museo dell'Opera[modifica | modifica sorgente]

L'Opera era una specie di ufficio tecnico preposto alla manutenzione del palazzo e della gestione degli innumerevoli interventi di riforma e ristrutturazione subiti e conservava documenti e vestigia della propria attività. I capitelli del Museo dell'Opera sono una parte preziosa e importante dell'apparato di sculture e rilievi che arricchiscono le facciate medievali di Palazzo Ducale. L'allestimento attuale si sviluppa in sei sale.

Scala dei Giganti e la Scala d'Oro[modifica | modifica sorgente]

Esecuzione di Marino Falier sulla 'Scala dei Giganti' in un dipinto di Francesco Hayez

Eretta tra il 1483 e il 1491 su progetto di Antonio Rizzo, la Scala dei Giganti deve il nome alle due statue marmoree del Sansovino raffiguranti Marte e Nettuno qui poste nel 1567. Lo scalone monumentale collega il cortile alla loggia interna del primo piano ed era il luogo deputato alla cerimonia dell'incoronazione ducale. Le due statue colossali dovevano rappresentare la potenza e il dominio di Venezia sulla terraferma e sul Mare. La scale è contigua all'arco dedicato al doge Francesco Foscari, vero arco trionfale, a tutto sesto, a fasce alterne in pietra d'istria e marmo rosso di Verona, coronato da pinnacoli goticheggianti e da un gruppo di svettanti sculture di Antonio Bregno e altri mestri lombardi, che rappresentano le allegorie delle arti. Sul prospetto verso la scala erano anche collocate le due statue di Antonio Rizzo con Adamo ed Eva, ora esposte all'interno del palazzo e sostituite da copie. L'arco è collegato alla Porta della Carta attraverso l'androne Foscari, da cui oggi si esce dal Palazzo.

Naturale prosecuzione della Scala dei Giganti è la Scala d'Oro, così chiamata per le ricche decorazioni in stucco bianco e foglia d'oro zecchino della volta, eseguite a partire dal 1557 da Alessandro Vittoria, mentre i riquadri ad affresco, della stessa epoca, sono opera di Giambattista Franco. Nonostante l'ingannevole presenza dello stemma del doge Andrea Gritti in chiave d'arco, la scala d'oro fu costruita durante il dogado del doge Lorenzo Priuli su progetto di Jacopo Sansovino nel 1555 e ultimata dallo Scarpagnino nel 1559. Infatti l'arco con lo stemma del Gritti era stato eretto precedentemente e dava su una scala lignea provvisoria. Quale scala d’onore, la Scala d'Oro conduce su due rampe dal piano delle logge ai due piani superiori, su ciascuno dei quali si apre in un vestibolo con ampie vetrate. La prima rampa è dedicata a Venere e allude alla conquista di Cipro, isola natale della dea. La scala si biforca poi in due rami e in quello verso l'appartamento del doge, la decorazione esalta Nettuno, a significare il dominio di Venezia sul mare.

Piano delle Logge[modifica | modifica sorgente]

Commiato del figlio esiliato del doge Francesco Foscari dal padre sulla loggia del palazzo in un dipinto di Francesco Hayez

In cima alla Scala dei Giganti si trova il vasto sistema di loggiati che, circondando il palazzo dall'interno e dall'esterno e conservando parte dell'impianto della fortezza originaria, sorreggono l'imponente mole sovrastante, conferendo a Palazzo Ducale la tipica sensazione di rovesciamento, con la parte chiusa massiccia al disopra e quella aerea e leggera al disotto.

In questo piano trovavano spazio una serie di ambienti minori destinati all'amministrazione e ai servizi del palazzo, oltre alla Cancelleria Ducale Inferiore e la libreria del museo.

Sulla parete sono incastonate diverse bocche di leone in cui, a partire dalla fine del XVI secolo, potevano essere introdotte denunce di crimini o malversazioni. Una volta introdotto nella fessura, il biglietto finiva nella cassetta di legno che si apriva dall'altra parte del muro, in corrispondenza dell'ufficio a cui la denuncia era rivolta.

Sempre su tale piano trovavano collocazione due importanti ambienti:

  • La Sala dello Scrigno, nella quale trovavano collocazione il Libro d'Oro, in cui erano iscritti tutti i nomi dei patrizi veneziani, e il Libro d'Argento, nel quale erano elencate le famiglie degli Originarii, cioè i cittadini veneziani a pieno titolo, cui erano aperte le porte dell'amministrazione, il tutto corredato da documenti in grado di comprovare la regolarità di tali iscrizioni;
  • La Sala della Milizia da Mar, formato da una ventina di membri del Senato e del Maggior Consiglio, questo organo, istituito a metà del XVI secolo, aveva il compito di reclutare gli equipaggi per le galere da guerra della potente flotta veneziana.

Gli ambienti giudiziari del piano loggiato[modifica | modifica sorgente]

Sempre sul piano delle logge si trovano gli ambienti destinati alla giustizia amministrativa: gli ambienti giudiziari costituivano infatti un sistema verticale raccolto nella parte d'angolo tra l'ala del molo e quella del rio di Palazzo e si sviluppavano sull'intera altezza del palazzo, collegandosi tra loro attraverso scale e passaggi. Nel piano a logge trovavano posto:

  • La Sala dei Censori, destinata ai magistrati incaricati di mantenere la morale e reprimere la corruzione nell'amministrazione dello Stato. I dipinti di Tintoretto ritraggono alcuni magistrati e, al di sotto, gli stemmi di coloro che ricoprirono tale carica.
  • La Sala dell'Avogaria de Comùn ospitava una magistratura formata da tre membri eletti dal Maggior Consiglio che erano responsabili del mantenimento della legalità costituzionale. Tra i ritratti di Avogadori, opere di Jacopo e Domenico Tintoretto.

Questi spazi conducevano al Ponte dei Sospiri, che, scavalcando il Rio di Palazzo, collegava il Palazzo all'edificio delle Prigioni Nuove.

Ponte dei Sospiri[modifica | modifica sorgente]

Usciti dalla Sala del Magistrato alle Leggi e imboccata una piccola scala in discesa, ci si trova in uno stretto corridoio tra pareti in pietra, che non è altro che uno dei due attraversamenti del Ponte dei Sospiri. Costruito per unire al Palazzo Ducale il nuovo edificio adiacente destinato alle Prigioni Nuove, è chiuso e coperto e rivela nell'apparato decorativo esterno un gusto che anticipa le novità barocche.

Prigioni Nuove[modifica | modifica sorgente]

Sul finire del XVI secolo le prigioni interne a Palazzo Ducale non bastavano più a contenere i carcerati condannati o in attesa di processo. Fu quindi deciso costruire un nuovo edificio, collegato al palazzo da un ponte per facilitare il trasferimento dei prigionieri dalle celle ai tribunali. La struttura dell'edificio sorprende per la cura dedicata alle condizioni di vita dei circa 300 detenuti che poteva ospitare: celle più grandi, sufficientemente luminose e arieggiate, e un regime tutto sommato più umano.

Piano Primo[modifica | modifica sorgente]

Vi dà accesso principale la prima rampa della Scala d'Oro. Piano nobile del palazzo, vi trovano collocazione gli ambienti riservati al Doge e gli ambienti destinati alle riunioni e alle votazioni del Maggior Consiglio.

Pianta del Palazzo Ducale

Appartamento Ducale[modifica | modifica sorgente]

Serie di ambienti destinati al principe, affacciati sul Rio di Palazzo, vi si accede dall'atrio al termine della prima rampa della Scala d'Oro, sulla sinistra. Vi si trovano:

  • La Sala degli Scarlatti, destinata ai Consiglieri ducali e che dal colore delle cui vesti prende il nome.
  • La Sala degli Scudieri, destinata agli scudieri del Doge. Gli scuderi erano nominati dal doge e dovevano essere sempre a sua disposizione. Svolgevano diverse funzioni, dai servizi di anticamera al portare i simboli dogali nei cortei e nelle processioni.
  • La Sala dello Scudo, nella quale il doge regnante esponeva il proprio stemma araldico e dava udienze private e banchetti, costituisce un unico con la Sala dei Filosofi, assieme alla quale ricostruisce la tipica forma a T degli ambienti di rappresentanza delle antiche dimore veneziane. Data la funzione di ricevimento della sala, la grande decorazione con carte geografiche era stata concepita per sottolineare la tradizione illustre e gloriosa su cui poggiava la potenza dello stato. La lunga e stretta Sala dei Filosofi deve il nome a dodici dipinti con antichi filosofi realizzati da Paolo Veronese e altri artisti nella seconda metà del Cinquecento per la sala della Biblioteca Marciana, che vennero trasferiti qui, per iniziativa del doge Marco Foscarini (1762-1763) e vi rimasero fino al 1929, sostituiti dalle figure allegoriche ora disposte sulle pareti. Sulla parete sopra la porta è l'affresco di Tiziano con San Cristoforo.
  • La Sala Grimani, la Sala Erizzo e la Sala Priuli, destinate alla vita privata del Doge e con accesso a un giardino pensile. La Sala Grimani prende il nome dallo stemma dei Grimani, raffigurato al centro del soffitto. Questa potente familia diede tre dogi alla Repubblica: Antonio (1521-1523), Marino (1595-1605) e Pietro (1741-1752). Alle pareti sono stati riuniti importanti dipinti raffiguranti il Leone di san Marco, uno di Jacobello del Fiore (1415), uno di Donato Veneziano (1495) e il celeberrimo leone di Vittore Carpaccio (1516) con le zampe anteriori sulla terra e quelle posteriori sulle onde a simboleggiare il dominio della Repubblica sulla terra e sui mari.
  • La Sala dei Ritratti e la Sala Corner non hanno una destinazione d'uso definita: adibite alla vita privata del doge e della sua famiglia, mutavano di funzione col variare della personalità e del gusto del doge, o delle esigenze della sua famiglia.

Gli ambienti giudiziari del primo piano[modifica | modifica sorgente]

Dal lato opposto rispetto agli appartamenti ducali trovavano posto una serie di spazi dedicati all'amministrazione della giustizia:

  • Sala del Magistrato alle Leggi, destinata ai Conservatori ed esecutori delle leggi e ordini degli uffici di San Marco e di Rialto, responsabili di far osservare le normative che regolava l’avvocatura.
  • Sala della Quarantia Criminal, destinata alla giustizia penale e alla sovrintendenza delle finanze e della moneta.
  • Sala dei Cuoi, dalle decorazioni in cuoio delle pareti, costituiva l'archivio della Quarantia.
  • Sala della Quarantia Civil Vecchia, destinata alla giustizia civile del territorio veneziano e dei domini marittimi.
  • Sala dell'Armamento, collegata con la sovrastante Armeria, aveva la funzione di accogliere un deposito di armi e munizioni, ed era inizialmente collegata alle sale d'Armi e del Consiglio dei Dieci. Attualmente vi sono conservati i resti di un affresco di Guariento di Arpo che raffigura l'Incoronazione della Vergine, ma fu notevolmente danneggiato nell'incendio del 1577.

Questa serie di ambienti da un lato erano raccordati al Liagò, cioè la veranda destinata al passeggio dei nobili durante le pause nelle sedute dell'adiacente Maggior Consiglio, mentre dall'altro erano raccordati con i sovrastanti e sottostanti ambienti giudiziari del secondo piano e del piano delle logge.

Sala del Maggior Consiglio[modifica | modifica sorgente]

Sala del Maggior Consiglio

Sala principale del Palazzo, situata sull'angolo tra il Molo e la Piazzetta, riceve luce attraverso sette grandi finestre ogivali. È totalmente sgombra da colonne di sostegno interne, e tuttavia la tenuta strutturale del soffitto risulta possibile grazie a un intelligente sistema di travature e di poderose capriate. Le sue enormi dimensioni, 53 metri di lunghezza per 25 di larghezza e 12 di altezza, che ne fanno una delle più vaste d’Europa, erano dovute alla sua funzione di riunione per il Maggior Consiglio, assemblea sovrana dello Stato veneziano, formata da tutti i patrizi veneziani, arrivando a comprendere tra i 1200 e i 2000 membri, che qui trovavano posto su una serie di lunghe panche a doppio seggio poste perpendicolarmente alla parete di fondo, dove trovava posto il podio destinato al Doge e alla Signoria.

Ristrutturata una prima volta nel XIV secolo, le nuove pitture furono affidate al Guariento, a Gentile da Fabriano, al Pisanello e Jacobello del Fiore. Distrutta dal fuoco nel 1577, la sala venne nuovamente decorata da Veronese, Tintoretto, Jacopo Palma il Giovane e Gerolamo Gambarato. Al Tintoretto fu affidata in particolare la decorazione dell'intera parete di fondo, dietro al trono: il Paradiso, che la ricopre interamente, rappresenta la più grande tela al mondo, con i suoi 24 metri e mezzo di lunghezza per sette e mezzo di altezza. Fu dipinta tra il 1588 ed il 1592, in sostituzione del precedente affresco del Guariento, in collaborazione con il figlio Domenico, suddivisa in più parti poi assemblate. Per la sua realizzazione il Senato interpellò i più celebri pittori del tempo, Tintoretto, Veronese, Palma il giovane e Bassano. I tre bozzetti per l'opera, realizzata poi da Tintoretto, sono oggi conservati al Louvre[6], al Museo di Lilla e all'Ermitage di San Pietroburgo.

L'enorme soffitto racchiude, fra grandi cornici di legno dorato, 35 dipinti su tela. Di essi, 20 monocromi rappresentano fatti storici dipinti da artisti minori; i 15 dipinti maggiori contengono fatti storici ed allegorici di cui è protagonista la Serenissima, di mano di Tintoretto, Veronese, Palma il giovane e Bassano. Del Veronese è la tela più celebre, il grande ovale al centro del soffitto verso il Paradiso, con il "Trionfo di Venezia, incoronata dalla Vittoria".

Immediatamente sotto il soffitto corre un fregio con i ritratti dei primi settantasei dogi della storia veneziana (gli altri si trovano nella sala dello Scrutinio). Si tratta di effigi immaginarie, visto che quelle precedenti il 1577 furono distrutte nell’incendio, commissionate a Jacopo Tintoretto ma eseguite in gran parte dal figlio Domenico. Sul cartiglio che ogni doge tiene in mano sono riportate le opere più importanti del suo dogado. Il doge Marin Faliero, che tentò un colpo di stato nel 1355, è rappresentato da un drappo nero: condannato in vita alla decapitazione e alla damnatio memoriae, ossia alla cancellazione totale del suo nome e della sua immagine, come traditore dell’istituzione repubblicana. Sulla parete di fronte alle finestre una serie di undici tele di vari autori narra della partecipazione del doge Sebastiano Ziani alla disputa tra l'imperatore Federico Barbarossa ed papa Alessandro III. Sulla parete di fronte è invece la storia della quarta crociata.

Sala dello Scrutinio[modifica | modifica sorgente]

Situato nell'ala rivolta verso la Piazzetta e direttamente collegato alla Sala del Maggior Consiglio, questo vasto ambiente venne realizzato durante il dogado di Francesco Foscari, per contenervi la Biblioteca Marciana. A partire dal 1532, tuttavia, essa divenne il luogo deputato agli scrutini, delle frequenti e continue deliberazioni delle assemblee della Repubblica. La biblioteca trovò invece diversa collocazione nel nuovo e prospiciente edificio della Libreria. Devastata anche questa sala dal fuoco del 1577, il nuovo ciclo decorativo, predisposto dal monaco Gerolamo de' Bardi, prevedeva trentanove riquadri dipinti raffiguranti le vittorie navali dei veneziani in Oriente oltre a quella relativa alla conquista di Padova nel 1405. I dipinti furono commissionati quasi tutti a Tintoretto a Veronese e ai loro allievi: tuttavia vi furono alcune variazioni nel programma, cosicché alcuni dipinti sono stati aggiunti nel secolo successivo.

Piano Secondo[modifica | modifica sorgente]

Vi conduce la seconda rampa della Scala d'Oro, che termina nel cosiddetto Atrio Quadrato, affacciato sul cortile del palazzo.

Sala delle Quattro Porte[modifica | modifica sorgente]

Questo ambiente, riccamente decorato e distinto da quattro maestosi portali marmorei, deve il suo attuale aspetto alla ricostruzione di quest'ala seguita al pauroso incendio del 1574 e affidata ad Antonio da Ponte su progetto di Andrea Palladio e Gianantonio Rusconi, con opere pittoriche del Tintoretto, di Tiziano e del Tiepolo. La sala fungeva da zona di passaggio e sala d'attesa per le udienze del Senato e della Signoria. Prende il nome dalle quattro porte monumentali che conducono verso l'anticollegio e la sala del senato. I grandiosi portali in marmo venato sono costituiti da colonne corinzie che sostengono un architrave reggente, ciascuno, tre statue allegoriche. Le più pregevoli, sul portale dell'anticollegio, sono di Alessandro Vittoria.

Il soffitto, voltato a botte secondo il progetto di Palladio, è ornato da fastosi stucchi che incorniciano affreschi di Tintoretto. Le pareti sono interamente rivestite da tele con soggetti storici o allegorici di cui è protagonista Venezia. La più celebre delle opere è Il Doge Antonio Grimani in adorazione davanti alla Fede dipinta da Tiziano attorno al 1575. Risale invece al 1745 Venezia riceve da Nettuno i doni del mare, di Giambattista Tiepolo, originariamente inserita sul soffitto e ora esposta su cavalletto di fronte alle finestre in modo da poterne apprezzare i colori.

Sala dell'Anticollegio[modifica | modifica sorgente]

Francesco Guardi: Sala del Collegio.

Dalla Sala delle Quattro Porte si accedeva Sala dell'Anticollegio, dove tra opere del Veronese, del Tintoretto e di Alessandro Vittoria le delegazioni attendevano di essere ricevute dalla Signoria di Venezia.

Anche la decorazione di questa sala è frutto della ricostruzione successiva all'incendio del 1574, su disegni del Palladio e di Vincenzo Scamozzi. La volta è coperta da ricchissimi stucchi che racchiudono affreschi di Paolo Veronese, purtroppo deperiti. Nell'ottagono al centro, nelle tinte squillanti del Veronese è dipinta Venezia che distribuisce ricompense ed onori, mentre gli ovali a monocromo sono ormai poco leggibili. Di notevole bellezza le tele alle pareti, opera dei maggiori autori del secondo cinquecento a Venezia. Di Tintoretto sono i quattro dipinti mitologici ai lati delle porte: Tre Grazie e Mercurio, Arianna, Venere e Bacco, Minerva scaccia Marte, Fucina di Vulcano. Di fronte alle finestre, sono il Ratto di Europa del Veronese e il Ritorno di Giacobbe di Jacopo Bassano. L'imponente camino in marmo bianco è retto da due telamoni, attribuiti a Girolamo Campagna, sormontati da un bassorilievo rappresentante Venere che chiede armi a Vulcano di Tiziano Aspetti.

Sala del Collegio[modifica | modifica sorgente]

La Sala del Collegio era destinata alle riunioni del Collegio dei Savi e della Serenissima Signoria, organi distinti, ma tra loro interconnessi, che, quando si riunivano insieme costituivano il cosiddetto "Pien Collegio". Qui si ricevevano gli ambasciatori stranieri, ed era perciò necessario che la sala fosse particolarmente sontuosa. Realizzata su progetto del Andrea Palladio, reca sulla parete destra uno dei due quadranti dell'orologio che la sala ha in comune con l'adiacente aula del Senato, e tele di Tintoretto e Veronese, tra cui una raffigurazione della Battaglia di Lepanto.

Il soffitto, tra i più belli del palazzo, è uno dei più celebri capolavori di Paolo Veronese, cui si devono le undici tele che lo decorano, con decorazioni lignee di Francesco Bello e Andrea da Faenza. Nell'ovale al centro sono rappresentate La Fede e la Religione; la Fede, con vesti bianche e oro, mostra il calice, mentre sotto di lei è rappresentato un sacrificio antico con sacerdoti che bruciano l'incenso e si apprestano ad immolare l'agnello. Sempre al centro sono rappresentati Marte e Nettuno con, sullo sfondo, il campanile e il leone di San Marco, e Venezia in trono tra la Giustizia e la Pace. Le altre otto tele dalle forme a "T" e "L" contengono personificazioni delle virtù che possono essere identificate attraverso gli attributi che le accompagnano: un cane per la fedeltà, un agnello per la mitezza, l'ermellino di purezza, un dado e una corona per ricompensa, un'aquila per la moderazione, la ragnatela di dialettica, un gru per vigilanza e una cornucopia per prosperità.

Al di sopra degli scranni ove si assisevano il Doge ed i sei savi, sempre del Veronese è il Ritratto votivo del Doge Sebastiano Venier, ove il doge è rappresentato inginocchiato a rendere grazie al Redentore per la vittoria di Lepanto, dipinta sullo sfondo.

Sala del Senato[modifica | modifica sorgente]

Dalla Sala delle Quattro Porte si accede a questo ambiente, affacciato sul Rio di Palazzo e destinato alle riunioni del Consiglio dei Pregadi (o Senato), deputato al governo della Repubblica. La sala è detta anche "dei Pregati" in quanto i suoi membri venivano "pregati", per mezzo di un invito scritto, affinché partecipassero alle sedute del Consiglio. Ricca e solenne, con splendidi intarsi e dorature, la sala ospita opere di Tintoretto e di Jacopo Palma il Giovane, immerse tra le luminose dorature di cui l'ambiente abbonda. Sulla parete di fronte alle finestre si vedono i due grandi orologi, uno dei quali presenta i segni dello zodiaco. L'orologio che segnava le ore girava in senso antiorario, come tutti gli orologi realizzati in quell'epoca e vengono indicate tutte le ore del giorno sia mattutine che pomeridiano partendo dall'apice con le 6 del mattino perché secondo i medievali la giornata cominciava a quell'ora, quando nasceva il sole. Sul soffitto, massicce cornici in legno dorato incastonano opere di Tintoretto, Marco Vecellio, Andrea Vicentino e Palma il giovane. Al centro spicca la grande tela rettangolare dipinta da Tintoretto con l'aiuto del figlio, Domenico, con Venezia assisa fra gli dei. Raffigura il Trionfo di Venezia come un vortice crescente di creature mitologiche di origine marina, che si innalzano verso Venezia, seduta al centro, per offrire doni e riconoscimenti. Fra il concilio di dei che attorniano la Serenissima vestita con abiti regali, si riconoscono Apollo, Mercurio, Crono, Marte e Vulcano. Sempre di mano del Tintoretto, al di sopra del trono sono rappresentati Il Cristo morto adorato dai dogi Pietro Lando e Marcantonio Trevisan. Le altre opere alle pareti, di soggetto allegorico o religioso, sono principalmente di mano di Palma il Giovane.

Sala del Consiglio dei Dieci, la Sala della Bussola e gli ambienti giudiziari del secondo piano[modifica | modifica sorgente]

La Sala del Consiglio dei Dieci era destinata alla riunione dell'omonimo organo, ristretto ed onnipotente, deputato alla sicurezza dello Stato. Composto di dieci consiglieri e allargato al Doge e ai sei Consiglieri Ducali, il consiglio dei Dieci prendeva posto su un podio ligneo semicircolare dal quale discuteva delle indagini e dei processi contro i nemici dello Stato: un passaggio segreto ricavato in un’armadiatura a legno conduceva alla retrostante stanza dei Tre Capi. Le decorazioni sono di Gian Battista Ponchino, Paolo Veronese e Giovanni Battista Zelotti, con temi riguardanti la giustizia. Il soffitto della sala, dipinto negli anni cinquanta del Cinquecento, costituisce l'opera di debutto di Paolo Veronese nella scena veneziana. Fu dipinto dal pittore ventiseienne, proveniente da Verona come aiutante del poco noto Gian Battista Ponchino insieme allo Zelotti. L'ovale al centro, con Giove che fulmina i vizi, è una copia dell'originale di Veronese confiscato da Napoleone e oggi esposto al Louvre. Fu invece restituito, sempre di Veronese, il riquadro con Giunone getta doni a Venezia, dall'ardito scorcio prospettico.

Accanto a questa sala era la Sala della Bussola, che fungeva da anticamera per coloro che erano stati convocati dalle potenti magistrature, che deve il nome alla grande bussola lignea che conduce negli adiacenti ambienti giudiziari. Anche in questa sala, il dipinto al centro del soffitto, capolavoro di Paolo Veronese raffigurante san Marco, fu asportato dai francesi nel 1797 ed è conservato al Louvre. Il monumentale camino è di disegno del Sansovino, mentre i dipinti alle pareti celebrano le vittorie del Carmagnola.

Dalla bussola passavano infatti coloro che erano convocati nei vicini ambienti giudiziari:

  • La Stanza dei Tre Capi del Consiglio dei Dieci, con opere di Tintoretto, Veronese, Ponchino e Zelotti, dove di riunivano i capi eletti a rotazione da tale consiglio, cui spettava l'istruzione dei processi;
  • La Stanza dei Tre Inquisitori di Stato, con dipinti del Tintoretto, dove avevano sede i potenti e temuti magistrati incaricati di garantire la sicurezza del Segreto con qualunque mezzo e a loro completa discrezione;
  • La Camera del Tormento, sala di tortura direttamente collegata ai sovrastanti Piombi, dove gli interrogatori erano condotti in presenza dei magistrati giudicanti;
  • L'Armeria, complesso di sale destinate a magazzino per gli armigeri di Palazzo.

Gli ambienti dell'Amministrazione[modifica | modifica sorgente]

Dall'Atrio Quadrato si accede alle stanze dedicate all'amministrazione e alla burocrazia di palazzo, con la stanza del Notaio Ducale, segretario delle varie magistrature dello Stato, e quella del Deputato alla Segreta del Consiglio dei Dieci, segretario particolare del potente consiglio. Nell'ammezzato sovrastante trovavano posto gli uffici del Cancellier Grande e del Reggente alla Cancelleria, capo degli archivi, eletto direttamente dal Maggior Consiglio, con l'adiacente Sala della Cancelleria Segreta, in cui erano conservati i più importanti documenti amministrativi e sulle cui pareti risaltano gli stemmi e i nomi dei cancellieri succedutisi a partire dal 1268.

Pozzi e Piombi[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Piombi.

Le prigioni sotterranee del Palazzo, collocate al disotto del livello dell'acqua e perciò estremamente umide e malsane, destinate ai prigionieri di condizioni inferiori, rinchiusi in celle oscure ed anguste, prendevano l'inequivoco nome di Pozzi. Una leggenda narra che un tempo ai condannati a morte fosse concessa, come ultima possibilità di scampo, di tentare il giro della colonna. Infatti tuttora una delle colonne del Palazzo Ducale è leggermente più grande delle altre. Il tentativo consisteva nel girare intorno alla colonna, dalla parte esterna, senza scivolare ma quasi nessuno riusciva a completare l'operazione. Al disotto del tetto del palazzo e delle sue coperture erano invece i Piombi, che devono il loro nome alla copertura del tetto: qui trovavano posto i prigionieri più particolari (Giacomo Casanova il più noto, e autore di una spettacolare evasione), nobili, ricchi, religiosi, che venivano relegati quindi in un ambiente che, per quanto duro, risultava meno malsano rispetto agli infernali Pozzi. Questi prigionieri potevano addirittura, a loro spese, provvedere a dotare le loro celle di piccoli sollievi, mobilia e di buon cibo. Tutte queste prigioni erano direttamente collegate ai tribunali presenti nel Palazzo.

Opere d'arte[modifica | modifica sorgente]

Alvise Vivarini
  • Madonna in trono col Bambino
Andrea Celesti
  • Mosè fa distruggere il vitello d'oro, 1682-1685
Andrea Vicentino
  • La battaglia di Lepanto, 1595-1605
Antonio Rizzo
  • Eva, XV secolo
  • Adamo, XV secolo
Domenico Tintoretto
  • Ritratto dei doge Giovanni Mocenigo e Mario Barbarigo, 1580-1590
  • Resurrezione e tre avogadori, 1576 circa
Francesco Bassano
  • La conquista notturna di Padova, 1583-1584
  • Papa Alessandro III benedice il doge Ziani
Gerolamo Gambarato
  • Federico Barbarossa, il doge Sebastiano Ziani e il papa Alessandro III si incontrano ad Ancona (Storia di Ancona)
Giambattista Tiepolo
  • Nettuno offre a Venezia le ricchezze del mare, 1740
Giovanni Battista Zelotti
  • Il Tempo, le Virtù e l'Invidia liberati dal Male
Giovanni Bellini
  • Compianto sul Cristo morto, 1472 circa
Guariento
  • Incoronazione della Vergine, 1365-1368
Hieronymus Bosch
Jacopo Palma il Giovane
  • Venezia incoronata dalla Vittoria accoglie le province soggette, 1582-1584
  • L'esercito crociato assale Costantinopoli, 1587 circa
Jacopo Sansovino
  • Nettuno, 1567
  • Marte, 1567
Leandro Bassano
  • Madonna in gloria e tre advogadori, 1604 circa
Pietro Liberi
  • Vittoria dei veneziani sui turchi ai Dardanelli, 1660-1665
Pietro Malombra
  • Il Padre Eterno, Venezia in tronco con le Virtù e Mercurio che guida vecchi e giovani incatenati, 1615 circa
Quentin Massys
  • Cristo deriso, inizio XVI secolo
Tintoretto
  • Il Paradiso, 1588-1594
  • Vittoria dei veneziani sui ferraresi ad Argenta, 1579-1584
  • Il doge Nicolò da Ponte riceve da Venezia una corona d'alloro, 1584
  • Arianna trovata da Bacco, 1576
  • Il doge Girolamo Priuli riceve dalla Giustizia la bilancia e la spada, 1565-1567
  • Mercurio e le grazie
  • Pallade allontana da Marte
  • La fucina di Vulcano
Tiziano
Paolo Veronese
  • Il doge Contarini torna vittorioso in città dopo la vittoria contro i genovesi, 1585-1586
  • L'apoteosi di Venezia, 1582
  • Vecchio orientale e giovane donna
  • Giunone offre a Venezia il corno ducale
  • Aracne o la Dialettica, 1575-1578
  • Marte e Nettuno, 1575-1578
  • Il ratto di Europa, 1576-1580
  • Venezia in trono con la Pace e la Giustizia, 1575-1578
Vittore Carpaccio

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Touring Club Italiano - Dossier Musei 2009
  2. ^ a b c
  3. ^ In base ai confronti con le statue della Cattedrale di San Giacomo di Sebenico e quelle della Loggia dei Mercanti di Ancona, c'è generale convergenza dei critici sull'attribuzione a Giorgio da Sebenico delle seguenti elementi della Porta della Carta: putti reggiscudo, foglie d'acanto delle cornici, putti rampanti del coronamento. Elenco delle fonti principali che sostengono le attribuzioni a Giorgio da Sebenico:
    • Francesco Negri Arnoldi, La scultura del Quattrocento, UTET, 1994;
    • Ileana Chiappini di Sorio, Proposte e precisazioni per Giorgio da Sebenico;
    • Adolfo Venturi, La scultura dalmata nel XV secolo, in L'Arte, XI, 1908;
    • Adolfo Venturi, L'architettura del 400, in Storia dell'Arte Italiana (pagine 304-328);
    • M. d'Elia, Ricerche sull'attività di Giorgio da Sebenico a Venezia, in Commentarii, 1962 (pagina 213 - nota 1 - pagina 214).
  4. ^ G. Marchini, Per Giorgio da Sebenico, in Commentarii, 1968 (pagina 215); Elena Bassi, Il Palazzo Ducale di Venezia, Edizioni Rai-TV, Torino 1961 (pagine 58-59)
  5. ^ Thomas Jonglez, Paola Zoffoli, Venezia insolita e segreta, pag. 91-97, ed. Jonglez.
  6. ^ [http://www.louvre.fr/oeuvre-notices/le-couronnement-de-la-vierge-0 Le Couronnement de la Vierge, dit Le Paradis, sito del musée du Louvre]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

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