Penteo

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Raffigurazione di Penteo su un vaso greco.


Penteo, in greco (ΠΕΝΘΕΥΣ), letteralmente colui che si nasconde sopra a un pino, il figlio di Agave e di Echione, uno degli Sparti: i guerrieri nati dalla semina dei denti del drago da parte di Cadmo, re di Tebe. Una tragedia perduta di Eschilo, che trattava probabilmente lo stesso tema delle baccanti intitolandosi appunto Penteo.

Penteo è, in effetti, anche nelle baccanti di Euripide (tragedia scritta nel 405 o nel 403 a.C.) il vero protagonista in quanto la sua presenza in scena supera quella degli altri personaggi. Il ruolo di Penteo nella tragedia appare in evoluzione: nella prima parte è il superbo re di Tebe che compie un atto di hybris: rifiuta ostinatamente i riti di Dioniso, ed è persecutore del dio e dei suoi seguaci; nella seconda parte (dopo la resis con il messaggero che narra la sua morte per mano della madre) diviene “Penteo l’infelice”.

Il pubblico cambia opinione sul personaggio in itinere: prima è invitato a condividere l’odio contro di lui e poi la commiserazione della sua sorte infelice.

Breve riassunto della tragedia "Le Baccanti"[modifica | modifica sorgente]

PROLOGO: Dioniso

Presentazione di Dioniso, nato due volte, loda Cadmo e la sua stirpe da cui proviene in parte anche lui, i suoi riti sono conosciuti in molte città (ne descrive alcuni oggetti simbolo). Inizia a raccontare che le sorelle di sua madre non credevano nella sua origine divina e ora le ha fatto divenire delle Baccanti. Lui vuole difendere sua madre e quindi punirà anche Penteo che non accetta la sua origine divina, proprio per questo lui giunge a Tebe (anche se sotto forma di un mortale) portando con sé il proprio rito.

PARODO: Coro

Narra il mito della nascita di Dioniso, il nato due volte. Ripete gli ornamenti dei riti.

PRIMO EPISODIO: Tiresia, Cadmo, Penteo

Tiresia chiama Cadmo e coglie l’occasione per narrare il mito della città di Tebe, lo invita ad aggiungersi alle Baccanti nonostante la loro vecchiaia.Penteo entra in scena sconvolto, preoccupato per l’arrivo del nuovo Dio, ha già catturato delle seguaci di Dioniso. Empio. Vede Tiresia e suo nonno Cadmo con le vesti dei riti, è sragionevole. Tiresia lo informa dell’origine divina di questo Dio e ne esalta le doti, chiedendogli di accoglierlo a Tebe come si deve prendendo in causa la fine di Atteone per la sua empietà. Tiresia profetizza la morte di Penteo giacché pazzo.

PRIMO STASIMO: Coro

Classificano Penteo come un empio, esaltando Dioniso.

SECONDO EPISODIO: Guardia, Dioniso, Penteo

La guardia riferisce la cattura di uno straniero che grazie all’intervento divino di Dioniso si è slegato dalle catene. Dioniso travestito da uno straniero seguace dei riti bacchici afferma che sarà proprio il dio a liberarlo e profetizza la morte di Penteo per empietà.

SECONDO STASIMO: Coro

Penteo è definito come un mostro.

TERZO EPISODIO: Dioniso, coro, Penteo, messaggero.

Dioniso brucia il palazzo di Penteo. Il coro chiede come ha fatto a liberarsi dalle catene, Penteo è sbigottito. Il messaggero arriva di corsa spaventato dalle baccanti tra le quali la madre di Penteo e le zie. Quindi descrive il loro atteggiamento, l’aggressività delle donne, … però è sicuro che dietro e questi atti c’era la presenza di un dio. Il coro interviene ribadendo che non esiste dio più grande di Dioniso. Penteo è deciso di chiamare l’esercito all’adunata per compiere una spedizione militare contro le Baccanti. Dioniso gli afferma che non è il caso di alzare le armi contro un Dio e quindi gli suggerisce un modo per portargli le donne senza l’uso di armi; gli propone di fargli da guida e di condurlo sul Citerone per osservarle. Penteo dovrà vestirsi da donna.

TERZO STASIMO: Coro

Esalta la potenza divina, che punisce tutti quelli che sono empi. Uomo felice è colui che ha superato il dolore mentre beato è colui che vive felice giorno per giorno.

QUARTO EPISODIO: Dioniso, Penteo

Dioniso lo illude mettendosi a sua completa disposizione facendogli da guida, da salvatore, ribadendo la sua fine ed esultando per la vicina vittoria.QUARTO STASIMOCoroEsalta la giustizia incitando la vendetta di Dioniso.

QUINTO EPISODIO: Secondo messaggero, coro

Il messaggero annuncia la morte di Penteo. Il coro gioisce. Il messaggero racconta la morte di Penteo … in cima all’abete, vestito da donna, lo straniero incita le donne a vendicarsi, le quali si riversano su di lui Agave, sua madre, per prima, ora giace il suo corpo sparso lacero e la testa è infilzata sul tirso materno.

QUINTO STASIMO: Coro

Il grido di vittoria si trasforma in un grido di dolore sanguinoso.

ESODO: Coro, Agave, Cadmo, Dioniso

Agave è convinta che la testa appartenga a un cucciolo di leone selvaggio ed è contenta della sua caccia, per questo ringrazia Bacco. Cadmo in lacrime ripone il corpo di Penteo, chiama sventurata Agave ma lei continua a vantarsi della sua caccia, anzi spera che suo figlio sia bravo tanto quanto lei. Cadmo cerca di farle capire ciò che ha fatto, infine se ne rende conto. Ora Cadmo è uno sventurato, colui che ha fondato la città di Tebe. Il coro è dispiaciuto per la morte di Penteo ma era una punizione corretta. Dioniso gli riferisce che dovrà trasformarsi in un drago e sarà portato con sua moglie Armonia tramutata in un serpente, nella terra dei beati. Cadmo ammette la sua colpa, interviene Agave, triste per l’esilio (ancora più aspro perché strappata dalle braccia paterne), e si dicono addio. Il coro afferma che il dio non compie mai ciò che è atteso. Così si termina il dramma.

La visione limitata di Penteo[modifica | modifica sorgente]

Che Penteo non comprenda Dioniso è evidente; egli infatti ne nega la natura divina. È significativa la sua convinzione che le Baccanti siano in realtà sotto il potere di Afrodite e non di Dioniso; che esse restino sempre donne e non selvagge seguaci di un dio tanto tremendo. Nella visione limitata di Penteo, il loro comportamento è eticamente deprecabile, ma resta sempre ancorato a una dimensione tipicamente femminile. Per il re di Tebe, le Baccanti tebane hanno lasciato la città soltanto per farsi schiave

"alle voglie dei maschi. / Il pretesto è di essere Menadi, sacerdotesse dei riti sacri, / ma in verità a Bacco preferiscono Afrodite" vv. 223-25.

L'associazione tra Afrodite e Dioniso, che qui Penteo evoca, è radicata nella tradizione. Le gioie dell'amore e quelle del simposio, l'ebbrezza sensuale e quella dionisiaca, sono per i greci, da sempre collegate.

Penteo dunque ragiona secondo schemi tradizionali e ovvi per gli Ateniesi del suo tempo. Troppo ovvi forse. Egli non si rende conto che la crisi provocata da Dioniso nella città è più profonda e tale da stravolgere non solo la tradizionale divisione tra i sessi, ma anche lo stesso principio di identità individuale. Si troverà di fronte a donne che sono diventate degli uomini: che hanno rinunciato alle spole e ai telai (vv. 118; 514; 1237), impugnando il tirso come un'arma (v. 733) e sono diventate come un esercito nemico (v. 752) scatenato contro la città, mentre Penteo diventerà a sua volta Baccante, un uomo - donna, nella sua veste profumata, con in testa una parrucca di fluenti capelli lunghi.

Penteo come difensore della tradizione[modifica | modifica sorgente]

A rigore di logica, la palma di difensore della tradizione dovrebbe spettare a Penteo: egli si oppone alla nuova e sconosciuta divinità che con il suo arrivo a Tebe ha sconvolto la normalità dei valori e delle relazioni sociali. Insomma: non si riesce più a stabilire chi sia il saggio e chi sia lo stolto, chi sia un cavilloso sofista e chi invece un paladino delle tradizioni. Tutto è giocato su un doppio o multiplo registro. Infatti, la vera natura di Dioniso resta inattingibile agli uomini; come in un gioco di specchi, il dio si rivela a ciascuno in forme differenti. Dioniso esiste solo come un caleidoscopio d’immagini: disorienta e stordisce.

Attrazione latente[modifica | modifica sorgente]

All’inizio della tragedia, Penteo incarna una la rigidità e l'oppressione del potere, ma nel contempo, il suo comportamento rivela a tratti un’attrazione latente per Dioniso, che affiora in superficie proprio nella litote con cui egli si rivolge allo straniero appena giunto in città, durante il loro primo incontro:

“certo il tuo aspetto fisico non è privo di fascino, straniero / almeno così penserebbero le donne, per cui sei venuto qui a Tebe” (vv. 453-54).

Un interesse che trapela anche dalla descrizione fisica che viene subito dopo (vv. 455-59). Dioniso mette in scena una strategia maieutica, quasi terapeutica, che fa esplodere la latenza di Penteo e culmina in una “leggera follia”. Se il secondo capitolo termina con la carcerazione del dio e con l’ostentazione del potere del re, in quello successivo Dioniso scatena la sua logica confusiva, splendidamente visualizzata dal terremoto che scardina la reggia, evocato non a caso in un canto lirico accompagnato dalla musica e dalla danza convulsiva del coro. È il suono disarticolato di Dioniso, un “Ah”, che spezza il ritmo della tragedia e possiamo dire che la divide in due parti nette. Penteo ha appena dato ordine di portare le armi e ha intimato il silenzio al dio, ma dopo il grido appare trasformato, in preda al desiderio di spiare le Baccanti. In questa scena Dioniso convince Penteo a travestirsi da donna e ad andare sul Citerone, dove troverà una terribile morte per mano della madre Agave. Quando Dioniso fa affiorare quell’attrazione repressa di Penteo per i riti delle Baccanti bersaglio della sua persecuzione maniacale, il rapporto tra i due personaggi assume tonalità sadomasochistiche (vv.810-14). Tutto il brano è intriso di un erotismo latente: Dioniso minaccia di rivelare che il desiderio violento da cui Penteo è attratto, sia vedere la scompostezza sessuale che ha tanto perseguitato, mentre il re dimostra piacere nell’osservare l’oggetto della sua ossessione. La prolessi della futura morte di Penteo, diventerà più esplicita con la battuta di Dioniso che chiude l’episodio, rivolgendo un appello al dio in cui anticipa l’esito:“vado a far indossare a Penteo la veste con cui se ne andrà nell’Ade, sgozzato dalle mani di sua madre” (vv. 857-58) e terminando con una definizione ossimorica, che ricorda la visione di Eros dei frammenti di Saffo:“il più terribile e il più dolce” (vv.860-61).

Lo sdoppiamento[modifica | modifica sorgente]

Mi sembra di vedere due soli, una doppia Tebe, una doppia città dalle sette porte. E tu che mi guidi mi sembri un toro: sul tuo capo sono spuntate due corna. Ma sei mai stato una bestia selvaggia? No, solo ora sei diventato toro” (vv.918-21).

In questi versi coesistono più polarità primarie tipiche dell’esperienza dionisiaca: quella fra io e altro, proprio perché lo sdoppiamento percettivo fa cadere il principio di identità e non contraddizione; quella fra uomo e animale, dato che agli occhi accecati di Penteo, Dioniso sembra essersi trasformato in un toro, come tipicamente gli Ateniesi sono abituati a vederlo ragfigurato; e quella fra maschile e femminile, dato che il re, nonché nonno del protagonista Penteo, colui che difende e detiene il potere si è travestito da donna. Queste antinomie rappresentano "l'apice di una frenesia simmetrica" stando alle parole di Matte Blanco.

Penteo: figura positiva?[modifica | modifica sorgente]

Qualsiasi interpretazione si chiede quale figura, tra Penteo e Dioniso, debba essere considerata positiva e quale negativa. Il V episodio ci mostra come la figura del dio non possa essere considerata propriamente positiva, perché è vero che il suo culto non viene riconosciuto e opera per manifestare la sua potenza, ma lo fa in un modo spietato a tal punto che sia la madre stessa a fare a pezzi il corpo del figlio.La divinità che si manifesta non è una divinità il cui culto sia realizzabile in una polis, poiché si realizza attraverso la rottura di qualsiasi ordine sociale e attraverso la violenza, la distruzione della famiglia e della società stessa e tutto ciò comporta del sangue.

Positivo non lo può essere nemmeno Penteo, un tiranno che si è fissato nella sua logica unilaterale e ha agito rifiutando di riconoscere il nuovo culto giunto a Tebe. Lui stesso si riconosce queste colpe. La sua stessa morte, disonorevole, ignobile e che lo fa urlare di dolore, non ha nulla di eroico ed è una morte che non comporta riscatto per nessuno: né per se stesso (mentre capisce muore), né per la città di Tebe che si trova di fronte a un culto che produce un assassinio, si manifesta attraverso il sangue e la violenza. L’eroe tragico Edipo commette degli errori, li scopre, si acceca, ma la sua sofferenza lo redime e infine si riscatta. Nulla di tutto ciò accade con la morte di Penteo.

I resti di Penteo[modifica | modifica sorgente]

Di Penteo resterà solo un corpo straziato, diviso in tanti pezzi rintracciati a fatica tra le balze montane. Resterà quella testa spiccata dal corpo, che la madre esibirà come un trofeo. La testa mozzata di Penteo diviene in qualche misura il fulcro del dramma, l’emblema del trionfo di Dioniso. Essa appare in modi diversi a seconda di chi la scruta. È la testa di Penteo, ma per la madre è il cranio di un leone. È un trofeo di caccia, ma è anche il simbolo della rovina della casa di Cadmo. Ed è anche, fuori dalla finzione drammatica, nient’altro che una maschera teatrale: la maschera rivestita per tutti il dramma dall’attore che impersonava Penteo e che ora è un vano orpello svuotato di ogni vita.Di Penteo in scena non resta che una maschera, l’oggetto principe della finzione tragica.

Jan Kott e "l'antiteofania"[modifica | modifica sorgente]

Il confronto tra la prima e la seconda parte della tragedia evidenza come la contrapposizione Penteo – Dioniso prenda la forma di un capovolgimento delle parti, con la trasformazione di Penteo in una sorta di duplicazione del dio. Penteo e Dioniso sono figli di due sorelle, hanno la stessa età; Dioniso è sempre stato presente come la divinità sessualmente ambigua. Nella seconda parte però è Penteo a travestirsi da donna e ad assumere un atteggiamento femmineo: la conclusione di Kott è che la duplicazione serve a trasformare Penteo in un capro espiatorio, sostitutivo del rituale del dio, di cui ripete il sacrificio ancestrale nella sua forma di orribile sparagmòs. Lo sparagmòs degli animali sul monte Citerone è descritto come un rito, una liturgia, assumendo così una funzione simbolica. Il rituale di Penteo si è divenuto macellazione, il banchetto sacro a cui Agave invita il coro viene rifiutato con orroredalle donne ormai coscienti. Nell’epilogo delle Baccanti non c’è teofania: Euripide gioca con tragica ironia con il rituale dionisiaco, per annunciare la rottura definitiva della comunione del divino con l’umano. Jan Kott sostiene: “la teofania si trasforma in antiteofania. Dio se n’è andato. Tebe è vuota. Rimane soltanto il cadavere insepolto del re”.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • I Tomo Euripide - Le Baccanti - II Tomo Il ritorno di Dioniso - Le Baccanti e il dionisiaco nella cultura e nell’arte moderna, Simonescuola;
  • Euripide Baccanti, a cura di Giorgio Ieranò, Oscar Mondadori;
  • Scrittori di Grecia, Giuseppe Rosati, Sansoni per la scuola;
  • Mangiare Dio, Jan Kott, Saggio
  • http://www.doppio-sogno.it/numero10/ita/14.pdf

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