Sante Caserio

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Sante Caserio

Sante Ieronimo Caserio[1], talvolta erroneamente indicato come Sante Geronimo Caserio o Santo Caserio[2] (Motta Visconti, 8 settembre 1873Lione, 16 agosto 1894), è stato un anarchico italiano, noto per aver assassinato con un pugnale, nel 1894, il presidente della Repubblica francese Marie François Sadi Carnot, per vendicare l'esecuzione dell'anarchico Auguste Vaillant, colpevole di aver ferito alcuni deputati durante un attentato dinamitardo e a cui Carnot, come ad altri anarchici, aveva negato la grazia e la commutazione della pena (in seguito Carnot inasprì le leggi, introducendo anche dei reati d'opinione che andavano a colpire soprattutto gli anarchici). Dopo l'attentato, Caserio venne anche lui condannato a morte e ghigliottinato, ma la sua memoria ispirò molti canti anarchici negli anni seguenti.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nacque a Motta Visconti, in provincia di Milano, l'8 settembre del 1873 da una modesta e numerosa famiglia di contadini (aveva ben cinque fratelli ed una sorella). Il padre morì di pellagra (una malattia provocata dall'alimentazione contadina di allora, costituita quasi esclusivamente di polenta) in un manicomio e, non volendo pesare sulla madre, a cui era molto attaccato, all'età di tredici anni si trasferì a Milano. Qui trovò lavoro come garzone presso un fornaio. Fu in quel periodo che Caserio venne in contatto con gli ambienti anarchici locali e, a seguito degli scontri di Piazza Santa Croce in Gerusalemme avvenuti il primo maggio a Roma, diventò anarchico egli stesso nel 1891. Successivamente, fondò un piccolo circolo anarchico nella zona di Porta Genova denominato A pèe (in milanese "a piedi", cioè "senza soldi"). Pietro Gori lo ricordava come "un compagno molto generoso"; raccontava di averlo visto, davanti alla Camera del Lavoro, dispensare ai disoccupati pane e opuscoli anarchici stampati con il suo misero stipendio. Nel 1892 venne identificato e schedato durante una manifestazione di piazza; arrestato per aver distribuito un opuscolo antimilitarista a dei soldati, fu costretto a fuggire, prima in Svizzera, a Lugano e Ginevra, ed infine in Francia, a Lione, Vienne e Sète.

Copertina de Le Petit Journal del 2 luglio 1894, con un'illustrazione dell'assassinio di Sadi Carnot

Caserio aderì alla "propaganda col fatto" enunciata nel 1881 durante il Congresso Internazionale Anarchico di Londra.

L'omicidio di Sadi Carnot[modifica | modifica wikitesto]

L'esecuzione degli anarchici Ravachol, Auguste Vaillant ed Émile Henry, autori in Francia di diversi attentati, provocò profondo risentimento in ambiente anarchico, compresi gli immigrati italiani di idee libertarie. La povertà era molto diffusa e il governo reagì duramente alle proteste, varando leggi contro quelli che venivano chiamati reati d'opinione: molti anarchici vennero arrestati solo per aver applaudito o sostenuto Vaillant; alcuni furono inviati nei bagni penali con processi sommari per aver partecipato a pubbliche letture di scritti anarchici, lasciando le loro famiglie nella miseria.[3]

Il coltello con cui Caserio assassinò Carnot

La mancata concessione della grazia da parte del Presidente Marie François Sadi Carnot nei confronti di Vaillant (nonostante non avesse ucciso nessuno, ma solo ferito, come era sua intenzione secondo quanto dichiarò) che aveva già spinto Henry a compiere un attentato di protesta, come riportato in una versione dell'interrogatorio, alimentò il risentimento di Caserio verso Sadi Carnot, identificato come il principale responsabile della repressione contro gli anarchici e gli immigrati, nonché della miseria del popolo in quanto rappresentante in capo dell'odiato Stato borghese e proponente della stretta repressiva avviata con l'approvazione delle tre nuove leggi poliziesche, le cosiddette "leggi scellerate". In una versione, probabilmente apocrifa, dell'interrogatorio, Caserio nomina anche, come concausa della scelta di Carnot come simbolo da colpire, l'ingiustizia dell'assoluzione di alcuni popolani francesi, responsabili del massacro delle saline di Aigues-Mortes, in cui morirono molti immigrati italiani.[3]

Il 24 giugno 1894, deciso quindi - come risulta dai verbali processo e della sua arringa difensiva - a vendicare Auguste Vaillant e gli anarchici tutti, adducendo anche lo sfruttamento del popolo da parte della borghesia, si recò a Lione dove Sadi Carnot era atteso per l'inaugurazione dell'Esposizione Universale. Comprò un coltello e lo avvolse in un foglio di giornale. Caserio attese che il corteo presidenziale transitasse in piazza della Repubblica, quando approfittando della confusione si avvicinò alla vettura agitando un foglio di carta. I poliziotti pensando che dovesse sottoporre una supplica al presidente lo lasciarono avvicinare fino a montare sul predellino della vettura. Raggiunto il Presidente, lo colpì al fegato (non al cuore, come volle la leggenda e come venne affermato) con il lungo coltello dal manico rosso e nero (i colori che simboleggiano l'anarchismo), su cui aveva forse scritto il nome "Vaillant".[3] Caserio, dopo aver rivendicato il gesto in mezzo alla folla gridando "Viva l'anarchia!", tentò la fuga, ma fu trattenuto dai passanti e quindi immobilizzato dalle forze dell'ordine.[4] Sadi Carnot, ferito gravemente, per la perdita di sangue perse conoscenza quasi subito, e morì poche ore dopo, il 25 giugno; venne sepolto solennemente al Pantheon di Parigi.[4]

Il processo e la condanna a morte[modifica | modifica wikitesto]

Caserio in prigione

Caserio fu processato il 2 e 3 agosto. Di fronte al tribunale che lo condannò alla ghigliottina, Caserio pronunciò la propria difesa, per mezzo di un interprete, difendendo e motivando il gesto per i suddetti motivi. Disse tra l'altro:

« Se dunque i Governi impiegano i fucili, le catene, le prigioni, e la più infame oppressione contro noi anarchici, noi anarchici che dobbiamo fare? Cosa? Dobbiamo restare rinchiusi in noi stessi? Dobbiamo disconoscere il nostro ideale che è la verità? No!... Noi rispondiamo ai Governi con la Dinamite, con il Fuoco, con il Ferro, con il Pugnale, in una parola con tutto quello che noi potremo, per distruggere la borghesia ed i suoi governanti. Emile Henri ha lanciato una bomba in un ristorante, ed io mi sono vendicato con il pugnale, uccidendo il Presidente Carnot, perché lui era colui che rappresentava la Società borghese. Signori Giurati, se volete la mia testa, prendetela: ma non crediate che prendendo la mia testa, voi riuscirete a fermare la propaganda anarchica. No!.. Fate attenzione, perché colui che semina, raccoglie.[5] »

Al processo, non tentò mai di negare la propria responsabilità, né di chiedere la pietà del giudice, né successivamente richiese la grazia al nuovo Presidente. Gli fu offerta la possibilità di ottenere l'infermità mentale e in cambio avrebbe dovuto fare i nomi di alcuni compagni, ma Caserio rifiutò, con la celebre frase "Caserio fa il fornaio, non la spia". In prigione spedì una cartolina con l'immagine di Ravachol e la scritta Il est bien vengé ("è stato ben vendicato") alla vedova di Carnot. Sempre, in cella, mentre attendeva la condanna a morte, gli fu anche mandato, con il permesso del Ministro degli Esteri, il coadiutore di Motta Visconti don Alessandro Grassi per l'estrema unzione e per confessarsi, ma rifiutò, in quanto ateo.[6][7]

Fu giustiziato il 16 dello stesso mese tramite ghigliottina. Sul patibolo, infine, un attimo prima di morire, gridò rivolto alla folla: "Forza, compagni! Viva l'anarchia!".[6]

Copertina di Le Progrès illustré, del 20 agosto 1894, illustrazione dell'esecuzione di Caserio, avvenuta a Lione il 16 agosto 1894 nei pressi della prison Saint-Paul all'angolo tra la rue Smith e cours Suchet.

Le reazioni in Francia[modifica | modifica wikitesto]

Il gesto di Caserio provocò diversi atti di violenza e intolleranza da parte dei francesi contro i numerosi immigrati italiani, compatrioti dell'assassino, e contro gli anarchici in genere. Subito dopo l'attentato il consolato italiano di Lione fu assaltato e difeso a stento e diversi negozi di italiani vennero saccheggiati. I disordini furono tali da condurre all'arresto di 1200 persone in poche ore. Nel resto della Francia si assistette a numerosi licenziamenti di lavoratori italiani e nei giorni successivi si registrarono almeno 3000 rimpatri, tra i quali quello dell'avvocato Pietro Gori, conoscente di Caserio. Contemporaneamente però, e nei mesi a seguire, si verificarono numerosi arresti per apologia di reato nei confronti di sostenitori dell'azione di Caserio, tra questi Alexandre Dumas (figlio). A livello legislativo si ebbe inoltre un nuovo inasprimento con l'approvazione di una quarta "legge scellerata" che venne duramente contestata in Francia.[3]

Caserio è il protagonista del settimo capitolo del libro Gli anarchici di Cesare Lombroso.

Canti su Sante Caserio[modifica | modifica wikitesto]

Sulla figura di Caserio si è in seguito sviluppata una tradizione popolare di canti e di una perdurante memoria collettiva, in cui spesso Caserio viene accomunato nell'immaginario a Gaetano Bresci, l'uccisore di Umberto I di Savoia. Numerose sono le canzoni a lui dedicate, in parte tramandate oralmente. Alcuni esempi sono:

  • Le ultime ore e la decapitazione di Caserio di Pietro Cini (nota anche come Aria di Caserio o Il sedici di agosto)
  • Partito da Milano senza un soldo di autore anonimo
  • La ballata di Sante Caserio, nota anche come Sante Caserio, A Sante Caserio, Canto a Caserio, Aria di Sante Caserio, testo di Pietro Gori, su musica popolare; molto note anche le elaborazioni musicale moderna fatte da Daniele Sepe e dal gruppo folk rock italiano Les Anarchistes (questa contenuta nell'album del 2002 Figli di origine oscura).
  • Il processo di Sante Caserio, nota anche come L'interrogatorio di Caserio, anonimo. Varianti con testo leggermente diverso o cambiato in parte: E alla mattina presto suonan le campane, E si alza poi in piedi il presidente, Il Caserio lui davanti al tribunale
  • Caserio passeggiava per la Francia di anonimo
  • Pugnale pugnaletto di anonimo
  • Stornelli su Caserio di anonimo
  • Su fratelli pugnamo da forti di anonimo
  • Sante Caserio uccisore di Sadi Carnot di anonimo
  • Mesanoc an sl'aqua, della Banda Brisca

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Dizionario biografico Treccani.it
  2. ^ registrato all’Ufficio di Stato Civile del Comune di Motta Visconti come Santo Ironimo Caserio, mentre l’atto di battesimo dell'Archivio parrocchiale ("Reg. Battesimi, al N. 73 pag. 79), riporta: Caserio, Santino Gerolamo
  3. ^ a b c d Il mito di Sante Caserio
  4. ^ a b Walter Minardi, "Un sinistro risvolto della Belle Epoque: il terrorismo anarchico", su Historia n° 165, settembre 1971 pag 34: "L'attentatore getta il pugnale insanguinato e fende la folla tentando di fuggire, ma qualcuno lo trattiene e i poliziotti accorsi s'impadroniscono di lui e lo conducono al commissariato di rue Moliere, proteggendolo dalla folla che lo vuole linciare."
  5. ^ Ecco il testo originale della lunga dichiarazione di Caserio: «Signori giurati, non è la mia difesa che vi voglio esporre, ma una semplice esposizione del mio atto. Dopo la mia prima giovinezza, ho cominciato a conoscere che la nostra Società è mal organizzata e che tutti i giorni ci sono degli sfortunatiche, spinti dalla miseria, si suicidano, lasciando i loro figli nella più completa miseria. A centinaia e centinaia, gli operai cercano lavoro e non ne trovano: invano la loro povera famiglia richiede del pane e durante il freddo, soffre la più crudele miseria. Ogni giorno i poveri figli domandano alla loro sfortunata madre del pane che quest’ultima non può dare loro, perché a lei manca di tutto: i vecchi abiti che si trovavano in casa sono stai giù venduti od impegnati al Monte di Pietà: sono allora ridotti a chiedere l’elemosina ed il più delle volte vengono arrestati per vagabondaggio. Quando tornavo al paese dove sono nato, è là soprattutto dove spesso mi mettevo a piangere, vedendo dei poveri bambini di appena otto o dieci anni, obbligati a lavorare 15 ore al giorno per la miserabile paga di 20 centesimi: dei ragazzi di 18 o 20 anni o delle donne in età più avanzata, lavorare ugualmente 15 ore al giorno, per un paga irrisoria di 15 soldi. E questo succede non solo ai miei compatrioti, ma a tutti i coltivatori del mondo intero. Obbligati a restare tutto il giorno sotto i raggi di un sole cocente, e mentre col loro lavoro ingrato, producono il sostentamento per migliaia e migliaia di persone, non hanno, tuttavia, mai niente per loro stessi. Sono per questo obbligati a vivere nella miseria più dura ed il loro nutrimento giornaliero consiste in pane nero, in qualche cucchiaiata di riso e dell’acqua, per cui arrivano a malapena all’età di 30 o 40 anni sfiniti dal lavoro, muoiono negli ospedali. Inoltre, come conseguenza di questa cattiva nutrizione e dell’eccessivo e faticoso lavoro, questi sfortunati, a centinaia e centinaia, finiscono per morire di pellagra, una malattia che i medici hanno riconosciuto colpire coloro che nella vita, sono soggetti a cattiva nutrizione ed a numerose sofferenze e privazioni. Riflettendo io mi dicevo che se ci sono tante persone che soffrono di fame e di freddo, e vedono soffrire i loro piccoli, non è per mancanza del pane o dei vestiti: poiché io vedevo numerosi e grandi negozi pieni di vestiti, di stoffe e di tessuti di lana: come dei grandi depositi di farina, di granoturco e frumento, per tutti quelli che ne hanno bisogno. Mentre, d’altra parte vedevo migliaia e migliaia di persone che non facendo nulla e non producendo nulla, vivono sul lavoro degli Operai, spendendo tutti i giorni migliaia di franchi per i loro divertimenti ed i loro piaceri, deflorando le ragazze del povero popolo, possedendo dei palazzi di 40 o 50 camere, 20 o 30 cavalli, numerosi domestici, in una parola tutti i piaceri della vita. Ahimè! come soffrivo vedendo questa Società così mal organizzata!... e molte volte maledicevo coloro che accumulavano i loro patrimoni, che sono attualmente alla base di questa ineguaglianza sociale. Quando ero un ragazzo, mi hanno insegnato ad amare la patria ma quando ho visto migliaia e migliaia di operai lasciare il loro paese, i loro cari figli, le loro mogli, i loro genitori, nella più spaventosa miseria, ed emigrare in America, in Brasile, o in altri paesi, per trovare il lavoro, è allora che mi sono detto: “La Patria non esiste per noi poveri operai: la Patria per noi è il mondo intero. Coloro che predicano l’amore per la patria, lo fanno perché qui essi trovano i loro interessi ed il loro benessere. Anche gli uccelli difendono il loro nido, perché lì si trovano bene.” Io credevo in un Dio, ma quando ho visto tale disuguaglianza fra gli uomini, è allora che ho riconosciuto che non è Dio che ha creato l’uomo, ma sono gli uomini ad aver creato Dio: non come dicono quelli che hanno interesse a far credere all’esistenza di un Inferno e di un Paradiso, nell’intento di far rispettare la proprietà individuale e per mantenere il Popolo nell’ignoranza. Per questo motivo sono diventato ateo. Dopo gli avvenimenti del primo maggio 1891, cioè quando tutti i lavoratori del mondo domandavano una festa internazionale, tutti i Governi, non importa di quale colore, sia i monarchici che i repubblicani, hanno risposto con dei colpi di fucile e con la prigione: causando dei morti e dei feriti in gran numero, così come numerosi incarcerati. È a partire da questo anno che sono diventato anarchico, perché ho constatato che l’idea anarchica corrisponde alle mie idee. È fra gli anarchici che ho trovato degli uomini sinceri e buoni, che sapevano combattere per il bene dei lavoratori: fu così che cominciai a fare della propaganda anarchica, e non ho tardato a passare dalla propaganda ai fatti, considerato ciò che abbiamo avuto dai Governi. Non è tanto che mi trovo in Francia, e tuttavia questo tempo mi è stato sufficiente per riconoscere che tutti i Governi sono uguali. Ho visto i poveri minatori del Nord, che non prendevano una paga sufficiente per le loro famiglie, protestare contro i loro padroni, facendo lo sciopero: dopo una lotta di più di tre mesi, sono stati obbligati a riprendere il lavoro con la stessa paga, avendo bisogno di mangiare. Ma i Governanti non si sono occupati di queste migliaia di minatori, perché essi erano occupati in grandi banchetti ed in grandi feste date a Parigi, Tolone e Marsiglia, per l’alleanza fra la Francia e la Russia. I deputati hanno dovuto votare delle nuove tasse, per pagare i milioni di franchi spesi per quelle feste, e questi qui hanno venduto le loro penne e le loro coscienze alla borghesia (intende dire i giornalisti) scrivendo dei bellissimi articoli per far credere che l’alleanza fra la Francia e la Russia avrebbe portato grandi benefici per i lavoratori; nel frattempo noialtri poveri lavoratori ci troviamo sempre nella stessa miseria, obbligati a pagare delle nuove tasse, per saldare il conto di queste grandi feste dei nostri governanti. E se poi noi domandiamo del pane o del lavoro, ci rispondono con dei colpi di fucile e con la prigione, com’è capitato ai minatori del Nord, ai coltivatori della Sicilia, ed a migliaia d’altri. Non è da molto che Vaillant ha lanciato una bomba alla Camera dei Deputati, per protestare contro questa infame Società. Egli non ha ucciso nessuno, non ha ferito nessuno, e malgrado ciò, la Giustizia borghese l’ha condannato a morte: non soddisfatti d’aver condannato il colpevole, cominciano a dare la caccia a tutti gli anarchici, arrestando a centinaia coloro che non avevano neanche conosciuto Vaillant, colpevoli unicamente di aver assistito ad una conferenza, o di aver letto dei Giornali o dei volantini anarchici. Ma il Governo non pensa che tutta questa gente ha mogli e bambini, e che durante il loro arresto e la loro detenzione in prigione per quattro o cinque mesi, seppure innocenti, non sono i soli a soffrire: [il Governo] non ha figli che chiedono del pane. La Giustizia borghese non si occupa di questi poveri innocenti, che non conoscono ancora la Società e che non sono colpevoli se il loro padre in trova in prigione: essi non domandano altro che di mangiare quando hanno fame, mentre le mogli piangono i loro mariti. Si continua dunque a fare delle perquisizioni, a violare il domicilio, a sequestrare giornali, volantini, la stessa corrispondenza, ad aprire le lettere, ad impedire le conferenze, le riunioni, ad esercitare la più infame oppressione contro noi anarchici. Oggi stesso stanno in prigione in centinaia, per aver tenuto nient’altro che una conferenza, o per aver scritto un articolo su qualche giornale, o per aver esplicitato idee anarchiche in pubblico: e sono in attesa che la Giustizia borghese pronunci le loro condanne per Associazione a delinquere. Se dunque i Governi impiegano i fucili, le catene, le prigioni, e la più infame oppressione contro noi anarchici, noi anarchici che dobbiamo fare? Cosa? Dobbiamo restare rinchiusi in noi stessi? Dobbiamo disconoscere il nostro ideale che è la verità? No!... Noi rispondiamo ai Governi con la Dinamite, con il Fuoco, con il Ferro, con il Pugnale, in una parola con tutto quello che noi potremo, per distruggere la borghesia ed i suoi governanti. Emile Henri ha lanciato una bomba in un ristorante, ed io mi sono vendicato con il pugnale, uccidendo il Presidente Carnot, perché lui era colui che rappresentava la Società borghese. Signori Giurati, se volete la mia testa, prendetela: ma non crediate che prendendo la mia testa, voi riuscirete a fermare la propaganda anarchica. No!.. Fate attenzione, perché colui che semina, raccoglie. Quando i Governi cominciarono a fare dei martiri (vi voglio parlare degli impiccati di Chicago, dei garrotati di Jerez, dei fucilati di Barcellona, dei ghigliottinati di Parigi) le ultime parole pronunciate dagli stessi martiri, intanto che andavano alla morte, furono queste: “Viva l’Anarchia, Morte alla borghesia”. Queste parole hanno attraversato i mari, i fiumi, i laghi: sono entrate nelle città, nei paesi, e sono penetrate nelle teste di milioni e milioni d’operai, che oggi si ribellano contro la Società borghese. È la stessa massa di lavoratori che finora si sono lasciati guidare da coloro che si proclamano partigiani delle otto ore di lavoro, della festa del 1º maggio, delle Società operaie, delle Camere sindacali, e da altre mistificazioni, che hanno servito solamente le loro ambizioni, per farsi nominare Deputati o Consiglieri Municipali, con la mira di poter vivere bene senza fare nulla. Ecco i Socialisti!... Ma essi hanno finito ora per riconoscere che non sarà che una rivoluzione violenta contro la borghesia, che potrà riconquistare i diritti dei lavoratori. Quel giorno, non ci saranno più gli operai che si suicideranno per la miseria, non ci saranno più gli Anarchici che soffriranno la prigione per anni e anni, non ci saranno più anarchici che saranno impiccati, garrotati, fucilati, ghigliottinati: ma saranno i borghesi, i Re, i Presidenti, i Ministri, i Senatori, i Deputati, i Presidenti delle Corti d’Assise, dei Tribunali, ecc. che moriranno sulla barricate del popolo, il giorno della rivoluzione sociale. È da lì che splenderanno i raggi d’una Società nuova, cioè dell’Anarchia e del Comunismo. Sarà solamente allora che non ci saranno più né sfruttati, né sfruttatori, né servi, né padroni: ciascuno darà secondo la propria forza e consumerà secondo i propri bisogni».
  6. ^ a b Sante Caserio - antiwarsongs
  7. ^ Un estratto dagli appunti di Raux, direttore della prigione Saint-Paul di Lione e della circoscrizione, pubblicati sotto il titolo “Caserio in prigione” dall’Archives d’anthropologie crimenelle de crimonologie. Tomo 18° Edizione del 1903, si legge quanto segue: "28 luglio 1894(…omissis…) Ieri sera Caserio era agitato, nervoso. Una lettera da sua madre gli aveva annunciato l’arrivo del sacerdote di Motta Visconti, il suo paese. Questa visita lo esaspera; compiange i suoi parenti e profferisce male parole riguardo al prete, che, secondo lui, li imbroglia: "Succhia il sangue dei contadini poveri per venire, a loro spese, a visitare l’Esposizione di Lione." Alla domanda circa l'accoglienza che egli avrebbe riservato a questo prete che voleva visitarlo, Caserio ha risposto che non lo avrebbe ricevuto come prete, perché rifiuta qualsiasi aiuto religioso, né come un amico, ma come un compaesano. Padre Grassi, che una volta aveva voluto costringerlo a salutarlo a Motta Visconti, non potrebbe essere un suo amico. Il colloquio ha luogo la sera stessa. Vedendo il sacerdote, Caserio si alza, fissa in modo sicuro, quasi minaccioso, lo sguardo del suo visitatore e tiene un atteggiamento forte e freddo. Egli non avanza verso il sacerdote, che gli si avvicina e, nonostante il suo aspetto poco rassicurante, lo baci. Durante la conversazione piuttosto vivace, Padre Grassi parla della missione che ha ricevuto dalla "famiglia" e parla del piacere che porterebbe, a sua madre e a tutta la sua famiglia, se adempisse ai suoi doveri religiosi. Caserio afferma chiaramente che tutti gli sforzi per questo scopo saranno senza successo, anche se il sacerdote italiano dovesse "trascorrere 40 giorni con lui nella sua cella! (...omissis...)"

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Maurizio Antonioli. «Voce Sante Caserio», in Autori Vari. Dizionario biografico degli anarchici italiani, vol. I, ed. BFS, Pisa 2003 ISBN 88-86389-86-8
  • Rino Gualtieri, Per quel sogno di un mondo nuovo, Euzelia editrice, Milano 2005 ISBN 88-88372-15-6
  • Errico Malatesta, Dialoghi sull'anarchia, Gwynplaine edizioni, Camerano (AN) 2009 ISBN 978-88-95574-06-6
  • Giovanni Ansaldo, Gli anarchici della Belle Époque, Le Lettere, Milano 2010 ISBN 88-6087-240-5
  • Gianluca Vagnarelli, Fu il mio cuore a prendere il pugnale. Medicina e antropologia criminale nell'affaire Caserio, Zero in condotta, Milano 2013 ISBN 978-88-95950-33-4

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