Anna Bolena

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Anna Bolena
Ritratto della regina Anna Bolena in una copia del periodo tardo-elisabettiano, il cui originale (risalente al 1533-36 e di autore ignoto) andò perduto.
Ritratto della regina Anna Bolena in una copia del periodo tardo-elisabettiano, il cui originale (risalente al 1533-36 e di autore ignoto) andò perduto.
Regina consorte d'Inghilterra
Stemma
In carica 28 maggio 1533 –
17 maggio 1536
Incoronazione 1º giugno 1533
Predecessore Caterina d'Aragona
Successore Jane Seymour
Altri titoli Lady d'Irlanda,
Marchese di Pembroke[1]
Nascita Blickling Hall (Norfolk) / Castello di Hever (Kent), 1501-1507[2]
Morte Torre di Londra, 19 maggio 1536
Sepoltura Chiesa di San Pietro ad Vincula
Casa reale Tudor
Padre Thomas Boleyn, I conte di Wiltshire
Madre Elizabeth Howard
Consorte di Enrico VIII d'Inghilterra
Figli Elisabetta I d'Inghilterra
Motto «La più felice» (The most happy)[3].
Firma Anne Boleyn Signature.svg

Anne Boleyn[4], nome italianizzato in Anna Bolena (Blickling Hall o castello di Hever, 1501-1507[2]Torre di Londra, 19 maggio 1536), fu regina consorte d'Inghilterra - come seconda moglie di re Enrico VIII d'Inghilterra - dal 1533 al 1536, primo marchese di Pembroke[1], nonché madre della futura regina Elisabetta I d'Inghilterra.

Il suo matrimonio con Enrico VIII fu causa di considerevoli sconvolgimenti politici e religiosi che diedero origine allo Scisma anglicano.

Trattamenti di
Anna Bolena
Stemma
Regina consorte d'Inghilterra
Trattamento di cortesia Sua Maestà
Trattamento colloquiale Vostra Maestà
Trattamento alternativo Ma'am
I trattamenti d'onore

Biografia[modifica | modifica sorgente]

La famiglia Bolena[modifica | modifica sorgente]

I genitori di Anna Bolena: a sinistra il padre Thomas Boleyn, I conte del Wiltshire e a destra la madre Elizabeth Howard, contessa di Wiltshire. I genitori di Anna Bolena: a sinistra il padre Thomas Boleyn, I conte del Wiltshire e a destra la madre Elizabeth Howard, contessa di Wiltshire.
I genitori di Anna Bolena: a sinistra il padre Thomas Boleyn, I conte del Wiltshire e a destra la madre Elizabeth Howard, contessa di Wiltshire.

Anna Bolena era la figlia di sir Thomas Boleyn, I conte del Wiltshire e lady Elizabeth Howard, a sua volta figlia di Thomas Howard, II duca di Norfolk. La famiglia Bolena proveniva originariamente da Blickling, nel Norfolk, non lontano da Norwich. Essa vantava origini nobili solo a partire dal XIII secolo; tuttavia, tra i suoi antenati si annoverano un Lord sindaco della City di Londra (Goffredo Bolena, che prima di tale carica svolgeva l'attività di mercante di lana), un duca, un conte, due dame aristocratiche e un cavaliere. Inoltre, per parte materna, Anna poteva vantare l'appartenenza alla famiglia Howard, da sempre una delle famiglie più in vista del regno e che affondava le proprie origini in Tommaso di Brotherton, uno dei figli del re Edoardo I d'Inghilterra. Quindi, al tempo della nascita di Anna, i Bolena erano tra le più rispettate famiglie dell'aristocrazia inglese.

Anna, assieme al fratello George e alla sorella Maria, visse la sua infanzia nel castello di famiglia a Hever, nel Kent.

Ipotesi sulla data di nascita[modifica | modifica sorgente]

Lettera che Anna scrisse nel 1514 dal Belgio e su cui si basa il dibattito circa la sua reale data di nascita.

La mancanza di registri parrocchiali impedisce di stabilire una precisa data di nascita di Anna Bolena. Secondo uno scritto italiano del Seicento l'anno sarebbe il 1499, mentre secondo il biografo inglese William Roper Anna sarebbe nata dopo il 1512. Tuttavia a tutt'oggi il dibattito accademico si concentra su due date-chiave: il 1501 e il 1507. Eric Ives, uno storico britannico esperto del periodo Tudor, propende per l'anno 1501, mentre Retha Warnicke, una studiosa americana che ha anche scritto una biografia su Anna, preferisce il 1507. In particolare, il confronto sul sostenimento dell'una o dell'altra ipotesi si basa su una lettera che Anna scrisse nel 1514 da Malines, in Belgio – dove stava completando la sua formazione – al padre in Inghilterra. La lettera venne scritta in francese e, sulla base dello stile e della grafia matura dimostrate nella missiva, Ives sostiene che Anna doveva avere all'epoca circa tredici anni, mentre – secondo Warnicke – i numerosi errori di ortografia e grammatica presenti in essa dimostrerebbero, al contrario, un'età inferiore. A riprova della sua tesi Ives sostiene che quella di dodici-tredici anni fosse l'età minima per la fare la damigella d'onore (e proprio a quell'età Anna era la damigella di Margherita d'Asburgo); inoltre, un cronista del tardo XVI secolo scrisse che Anna aveva vent'anni quando, terminata la sua educazione in Francia, fece ritorno in patria[3].

A sostegno dell'anno 1507 ci sono due fonti indipendenti:

  • lo scrittore inglese Gareth Russell, interessatosi al caso, riferisce di un documento contenente le memorie di Jane Dormer (ex dama di compagnia e confidente della regina Maria I d'Inghilterra, divenuta poi duchessa di Feria) che lei stessa scrisse nel 1612, poco prima di morire; in questo documento Jane Dormer sosteneva che Anna Bolena non fosse ancora ventinovenne all'epoca in cui fu processata e condannata.
  • Lo storico inglese William Camden, vissuto tra il 1551 e il 1623, fu autore di un dettagliato resoconto storico sul regno della regina Elisabetta I d'Inghilterra, per scrivere il quale ebbe accesso sia agli archivi di Stato sia ai documenti privati di Lord Burghley, primo consigliere della regina Elisabetta. Nel capitolo trattante i primi anni di vita della regina egli scrisse che la madre Anna Bolena nacque nel MDVII (1507)[5].

A tutt'oggi non esiste prova certa che avvalori l'una o l'altra ipotesi. Così come Anna, anche per gli altri due fratelli la data di nascita rimane incerta e, di conseguenza, si hanno dubbi su quale delle due sorelle Bolena fosse la maggiore. Alcuni elementi fanno supporre che la primogenita fosse Maria (il cui anno di nascita oggi generalmente accettato è il 1499), sia per il fatto che fu la prima a sposarsi (e all'epoca era consuetudine fare contrarre matrimonio prima alla figlia maggiore), sia perché nel 1596 il nipote di Maria rivendicò presso la regina Elisabetta I d'Inghilterra il titolo di conte di Ormond proprio sulla base della primogenitura di Maria, argomentazione che Elisabetta accettò[6]; George, infine, sarebbe nato attorno al 1504[7].

L'educazione nei Paesi Bassi e in Francia[modifica | modifica sorgente]

Margherita d'Asburgo, reggente dei Paesi Bassi.
Anna fu la sua damigella d'onore dalla primavera del 1513 all'autunno del 1514.
Maria Tudor, regina consorte di Francia. Anna fu la sua damigella d'onore dall'ottobre 1514 alla fine dello stesso anno.
Claudia di Valois-Orléans, regina consorte di Francia. Anna fu la sua damigella d'onore dal 1º gennaio 1515 alla fine del 1521.

Thomas Boleyn, padre di Anna, fu un rispettoso diplomatico con buona attitudine per le lingue straniere; ben presto egli entrò nella cerchia dei favoriti del re Enrico VII d'Inghilterra proprio grazie alle numerose missioni diplomatiche svolte all'estero per conto del re inglese.

Nel 1512 Thomas fu uno dei tre inviati assegnati ai Paesi Bassi, nomina ottenuta grazie alla sua abilità nel parlare francese e alle conoscenze della sua famiglia. Qui si mise in luce presso la reggente Margherita d'Asburgo (figlia di Massimiliano I d'Asburgo), stringendo con lei un'amicizia che gli permise di ottenere un prestigioso incarico per la figlia Anna, nominata damigella d'onore proprio al suo servizio. Alla corte fiamminga Anna rimase dalla primavera del 1513 fino all'autunno del 1514, dove beneficiò di un'istruzione superiore.

Nell'ottobre 1514, in occasione del matrimonio tra Maria Tudor (sorella di Enrico VIII d'Inghilterra) e Luigi XII di Francia, il padre dispose il suo trasferimento alla corte francese, dove rimase fino al 1521[8]. Qui fu la dama di compagnia dapprima della stessa regina di Francia Maria Tudor e, a partire dal 1º gennaio 1515, della quindicenne Claudia di Francia, regina consorte del re Francesco I.

Durante la sua permanenza alla corte di Francia Anna poté completare i suoi studi di francese, sviluppando anche interessi per la moda, l'arte, i manoscritti miniati, la letteratura, la musica, la poesia e la filosofia religiosa, oltre ad acquisire conoscenze sulla cultura francese, sulla danza, sul galateo e sull'amor cortese[8], grazie anche ad un suo probabile incontro con Margherita d'Angoulême (sorella del re Francesco I di Francia), mecenate di umanisti e riformatori, nonché poetessa e scrittrice lei stessa (fra le sue opere vi furono alcune trattanti il tema del misticismo cristiano tendenti all'eresia)[3]. L'educazione che Anna Bolena ricevette fu dimostrata al suo rientro in patria, quando ispirò nuovi pensieri e mode fra le dame della corte inglese[3].

Alla corte di Enrico VIII d'Inghilterra (1522-1533)[modifica | modifica sorgente]

Caterina d'Aragona, regina consorte di Enrico VIII d'Inghilterra. Anna Bolena fu la sua damigella d'onore dal 1522. Caterina d'Aragona, regina consorte di Enrico VIII d'Inghilterra. Anna Bolena fu la sua damigella d'onore dal 1522.
Caterina d'Aragona, regina consorte di Enrico VIII d'Inghilterra. Anna Bolena fu la sua damigella d'onore dal 1522.
Maria Bolena, sorella di Anna e amante del re Enrico VIII.

Nel gennaio del 1522 Anna fu richiamata in Inghilterra per sposare un suo cugino irlandese di diversi anni più vecchio di lei, James Butler, che viveva presso la corte inglese[6]. Tale matrimonio nasceva dalla necessità di appianare una disputa famigliare avente per oggetto la contea di Ormond e il relativo titolo nobiliare. La disputa nacque quando Thomas Butler, VII conte di Ormond, morì nel 1515 lasciando l'eredità alle sue due figlie: Margherita (la nonna paterna di Anna) e Anna. Tuttavia, in Irlanda, sir Piers Butler, pronipote di James Butler, III conte di Ormond e già in possesso del castello di Kilkenny – sede avita dei conti – contestò la volontà del deceduto e reclamò lui stesso l'eredità. Thomas Boleyn, essendo figlio della primogenita Margherita, sentendosi il legittimo erede ne parla a suo cognato, Thomas Howard, III duca di Norfolk che, a sua volta, ne parla con il re in persona. Così, timorosi che una banale controversia famigliare potesse scatenare una guerra civile in Irlanda, si cercò di risolvere la questione organizzando un matrimonio tra i figli dei due contendenti: James, figlio di Piers Butler, e Anna, figlia di Thomas Boleyn, che avrebbe portato in dote la contea di Ormond, ponendo così fine alla controversia. Tuttavia il piano fallì e il matrimonio non venne celebrato, forse perché sir Thomas sperava per la figlia un matrimonio più illustre, o forse perché egli stesso ambiva al titolo di conte di Ormond[6]. Qualunque fosse la ragione le trattative andarono in fumo e James Butler sposò Lady Joan Fitzgerald, figlia ed erede di James Fitzgerald, X conte di Desmond, mentre Anna – rimasta sola – divenne la dama di compagnia di Caterina d'Aragona, regina spagnola consorte di Enrico VIII, re d'Inghilterra.

Nel frattempo Maria Bolena, sorella di Anna, era stata richiamata dalla Francia già nel tardo 1519, apparentemente a causa delle sue relazioni con il re Francesco I e i suoi cortigiani. Tornata in patria, nel 1520 sposò a Greenwich il cortigiano William Carey, alla presenza di re Enrico VIII; poco tempo dopo divenne l'amante del re inglese. In quello stesso periodo Maria ebbe due figli: Caterina ed Enrico; molti sono i dubbi sollevati dagli storici sulla loro reale paternità[9]: secondo alcuni, infatti, il re Enrico VIII sarebbe il padre di entrambi, o perlomeno di Enrico; tuttavia il re negò ogni ufficiale riconoscimento, come invece aveva fatto con Henry Fitzroy (nato da una precedente relazione con l'amante Elizabeth Blount), unico figlio illegittimo riconosciuto[10][11].

Caterina d'Aragona è ritratta mentre gioca a carte con Anna Bolena. Il dipinto è basato su un episodio descritto da George Wyatt nella biografia incentrata sulla vita del nonno, il poeta Thomas Wyatt, e su quella della Bolena. William Maw Egley, 1852.

Anna fece il suo debutto ufficiale a corte il 4 marzo 1522 partecipando, assieme a sua sorella Maria, ad un ballo organizzato in onore degli ambasciatori imperiali. La danza era un masque, una sorta di rappresentazione teatrale molto in voga all'epoca, dove veniva scelto un tema sulla base del quale ad ogni partecipante veniva affidato un ruolo. Nel Chateau Vert ad Anna toccò interpretare la parte della "Perseveranza". In quell'occasione tutti indossavano abiti di raso bianco ricamati con fili d'oro[3]. La grazia e la bellezza messi in mostra da Anna durante il ballo furono tali da farla considerare come una delle donne più belle ed eleganti della corte e presto ricevette molti corteggiamenti[8]. Fra i suoi corteggiatori spiccò la figura di Henry Percy, VI conte di Northumberland (figlio di Henry Algernon Percy, V conte di Northumberland), con cui si fidanzò segretamente nel 1523; purtroppo, però, il fidanzamento venne osteggiato dal padre di Henry al punto che, nel gennaio 1524, il cardinale Thomas Wolsey ruppe il fidanzamento, impedendo loro di sposarsi. Così Anna venne mandata al paterno castello di Hever – la tenuta di campagna di famiglia – per un periodo di tempo indefinito, mentre Henry venne fatto sposare con Mary Talbot, a cui era promesso da lungo tempo. Dopo il periodo di allontanamento forzato la giovane Bolena tornò a corte, sempre come dama di compagnia della regina Caterina d'Aragona.

Si vociferò anche di una relazione tra Anna e il poeta inglese Thomas Wyatt (cresciuto nel castello di Allington – nel Kent – nelle immediate vicinanze del castello dei Bolena a Hever), uno dei più grandi poeti inglesi del periodo Tudor. A sostenerlo fu George Wyatt – nipote del poeta – che espresse in alcuni suoi scritti la convinzione su come diversi sonetti, fra i più appassionati del noto poeta, presero ispirazione proprio dalla loro relazione, sostenendo anche che la donna protagonista del sonetto Whoso list to hunt (traduzione e rilettura del sonetto petrarchesco Una candida cerva sopra l'erba) fosse proprio la Bolena, qui descritta come irraggiungibile e appartenente al re[3]:

Il poeta Thomas Wyatt in un ritratto di Hans Holbein il Giovane.
Re Enrico e la Bolena durante la caccia al cervo nella foresta di Windsor.
(EN)
« Whoso list to hunt, I know where is an hind, / But as for me, hélas, I may no more. / The vain travail hath wearied me so sore, / I am of them that farthest cometh behind. / Yet may I by no means my wearied mind / Draw from the deer, but as she fleeth afore / Fainting I follow. I leave off therefore, / Sithens in a net I seek to hold the wind. / Who list her hunt, I put him out of doubt, / As well as I may spend his time in vain. / And graven with diamonds in letters plain / There is written, her fair neck round about: / Noli me tangere, for Caesar's I am, / And wild for to hold, though I seem tame. »
(IT)
« Una candida cerva sopra l'erba / Verde m'apparve, con duo corna d'oro, / Fra due riviere, a l'ombra d'un alloro, / Levando 'l sole, a la stagione acerba. / Era sua vista sì dolce superba, / Ch'i'lasciai, per seguirla, ogni lavoro; / Come l'avaro, che 'n cercar tesoro / Con diletto l'affanno disacerba. / "Nessun mi tocchi", al bel collo dintorno / Scritto avea di diamenti e di topazi; / "Libera farmi al mio Cesare parve." / Ed era 'l sol già vòlto al mezzo giorno, / Gli occhi miei stanchi di mirar, non sazi; / Quand'io caddi ne l'acqua, ed ella sparve. »
(Whoso list to hunt tradotto da Thomas Wyatt e il sonetto originale Una candida cerva sopra l'erba di Francesco Petrarca, tratto dal suo Canzoniere.)
Primo colloquio tra Enrico VIII e Anna Bolena. Daniel Maclise, 1835.

Nel 1520 Thomas Wyatt sposò Elizabeth Brooke anche se, a detta di molti, fu una scelta forzata[12]. Nel 1525 Wyatt accusò sua moglie di adulterio e si separò da lei; fu proprio in quel periodo che il suo interesse per Anna sembrò essersi intensificato.

Nella primavera del 1526 re Enrico VIII, innamoratosi di Anna, incominciò a corteggiarla insistentemente affinché diventasse la sua amante, ma Anna rifiutò ogni tentativo di seduzione e ad ogni diniego veniva allontanata dalla corte e rispedita a Hever. Anna dovette vedere nell'infatuazione del re una grande opportunità da sfruttare al meglio[13]: sapeva che se avesse acconsentito alla sua richiesta, sarebbe stata semplicemente una delle sue tanti amanti (così come era successo alla sorella Maria); meglio allora spingere Enrico VIII a separarsi dalla moglie Caterina in modo che, libero da ogni vincolo matrimoniale, proponesse ad Anna di sposarla, facendola diventare la nuova regina d'Inghilterra. Per raggiungere il suo scopo Anna sapeva di dover tenere sulla corda il re, perché avrebbe aumentato il suo desiderio, spingendolo ad accelerare i tempi della separazione e, allo stesso tempo, avrebbe permesso a lei di intervenire a pieno titolo anche nelle questioni politiche del regno[14].

Sull'effettiva portata fisica della loro relazione si è congetturato a lungo; sembra che durante tutto il periodo del corteggiamento (durato ben sette anni) il loro rapporto non venne mai consumato (o almeno questo risulterebbe dalla corrispondenza che i due tennero nell'arco di questo periodo)[6].

L'annullamento del matrimonio con Caterina d'Aragona: la «Grande Questione»[modifica | modifica sorgente]

Caterina d'Aragona, la prima regina consorte di re Enrico VIII d'Inghilterra.

Si è spesso pensato che l'infatuazione di Enrico per Anna fosse l'unico motivo dell'annullamento delle nozze con Caterina, ma un altro motivo potrebbe aver spinto il re in quella direzione: l'incapacità della regina di dargli un erede maschio. Dopo molti aborti, figli nati morti o sopravvissuti solo qualche mese, Caterina era riuscita a dargli solo una figlia, Maria I d'Inghilterra. All'epoca della vicenda con la Bolena, Caterina non era più fertile e questo significava l'oramai impossibilità di perpetuare la discendenza Tudor (a cui aveva dato inizio Enrico VII d'Inghilterra quando vinse la Guerra delle due rose nel 1485), rischiando di provocare la destabilizzazione del regno.

Quando Enrico VIII si sposò con Caterina, costei era la giovanissima vedova del fratello Arturo, morto poco tempo dopo le nozze. A quel tempo sia l'Inghilterra che la Spagna vagheggiavano una fusione dei due regni e questo portò Enrico VIII a sposare nel 1509 la giovane vedova spagnola. Ma il matrimonio non poteva avere luogo fino a che il papa Giulio II non si fosse risolto su un passaggio controverso di un libro della Bibbia: il Levitico. Qui, infatti, si proibisce ad un uomo di contrarre matrimonio con la vedova del fratello, pena la maledizione di entrambi: «se alcuno prende la moglie del suo fratello, ciò è cosa brutta; colui ha scoperte le vergogne del suo fratello; sieno senza figliuoli» (Levitico, 20:21). Essendo, quella di Enrico e Caterina, una circostanza del tutto particolare (riguardante dinastie regali) e avuta l'assicurazione che il primo matrimonio non era stato consumato, il papa decise di aggirare il divieto attraverso l'emanazione di un'apposita dispensa, con la quale i due poterono finalmente sposarsi.

Ma a distanza di anni, di fronte all'esigenza di contrarre nuove nozze con una donna fertile da cui avere un erede maschio, Enrico VIII contestò la validità della dispensa, sostenendo che nemmeno un papa aveva il potere di eludere la Bibbia. Inoltre rivelò di aver sempre avuto dubbi sull'effettiva verginità della regina, convinto che il matrimonio con il fratello fosse stato consumato. Questo significava aver vissuto nel peccato per tutto il periodo del matrimonio (scatenando la punizione divina che gli aveva negato figli maschi) e, ancor più, implicava l'illegittimità della figlia Maria. Il piano di Enrico era semplice: mettere in discussione la verginità della regina per invalidare la dispensa papale, obbligando così il nuovo papa Clemente VII ad ammettere l'errore commesso da Giulio II e ad annullare il matrimonio. La regina si oppose con veemenza, gridando con forza la propria innocenza e la propria verginità al momento delle nozze con Enrico. La vicenda dell'annullamento delle nozze di Enrico VIII divenne presto nota, eufemisticamente, come The Great Matter, ovvero la Grande Questione[6].

Il cardinale Thomas Wolsey, oltre ad essere un uomo di Chiesa, ricopriva anche il ruolo di Lord Cancelliere. Con la salita al trono di Enrico VIII d'Inghilterra Wolsey divenne elemosiniere del re ed entro il 1514 era divenuto un uomo molto potente, con estese influenze in ogni affare dello Stato e dentro la Chiesa.

Nel maggio del 1527 il cardinale Wolsey, in qualità di legato pontificio, contro ogni procedura legale aprì un'indagine preliminare segreta (di cui non informò nemmeno la regina) per attestare se veramente il matrimonio con Caterina poteva considerarsi nullo. La situazione si rivelò subito molto più complessa di quanto era parsa in un primo momento; al testo del Levitico, infatti, si opponeva il Deuteronomio, un altro testo biblico (successivo al Levitico) dove si afferma che un cognato ha il dovere di sposare la moglie del fratello defunto, se dal matrimonio non erano nati figli: «quando alcuni fratelli dimoreranno insieme, e un d’essi morrà senza figliuoli, non maritisi la moglie del morto fuori ad un uomo strano; il suo cognato venga da lei, e prendasela per moglie, e sposila per ragion di cognato» (Deuteronomio, 25:5); pertanto – secondo questo testo – re Enrico aveva agito nel pieno rispetto della Bibbia sposando Caterina d'Aragona. A fronte dei nuovi sviluppi, per Wolsey l'unica soluzione possibile era quella di convocare un'assemblea vescovile straordinaria dove si sentenziasse all'unanimità l'invalidità delle nozze. Purtroppo, però, questo non fu possibile a causa del voto contrario di un solo vescovo, John Fisher (vescovo di Rochester), che espresse la sua piena convinzione sulla validità del matrimonio.

La Grande Questione in un dipinto di Emanuel Leutze (1846).

Agendo questa volta di nascosto dal cardinale Wolsey, re Enrico decise di fare un appello personale direttamente alla Santa Sede. Nel 1527 mandò il suo segretario personale William Knight dal papa a Roma, sia per chiedere l'annullamento della dispensa matrimoniale, sostenendo era stata rilasciata dietro falsa testimonianza della regina, sia per ottenere una nuova dispensa che gli avrebbe permesso di sposarsi con qualunque donna, anche con stretti vincoli di parentela[8]. Ma incontrare il papa non era cosa facile. A seguito del sacco di Roma, avvenuto nel maggio 1527, papa Clemente VII era tenuto prigioniero da Carlo V, Sacro Romano Imperatore nonché sovrano di Spagna e, soprattutto, nipote di Caterina d'Aragona. Incontrato il papa e riferito l'appello del re inglese, Knight riuscì ad ottenere solo la dispensa per le nuove nozze (emessa nel dicembre del 1527), ma non l'annullamento del matrimonio. Così facendo il papa impediva al re di avvalorarsi della dispensa concessa, almeno fintanto che il matrimonio con Caterina non fosse giudicato nullo.

Alla fine del maggio 1528 Londra fu colpita dalla malattia del sudore (chiamata anche febbre inglese) che non risparmiò nemmeno la corte. Il tasso di mortalità fu molto elevato e la popolazione decimata. Per sfuggire all'epidemia Enrico VIII scappò da Londra avendo cura di cambiare residenza frequentemente, mentre Anna fu condotta alla residenza della famiglia Bolena a Hever dove, però, contrasse la malattia, così come il cognato William Carey; il re ebbe cura di mandarle il proprio medico personale per curarla[8] ed ella presto si riprese, mentre William Carey morì. Una volta guarita, e una volta conclusasi l'epidemia, la giovane Bolena poté tornare a corte. Ristabilita la calma, Enrico ricominciò la dura battaglia per ottenere l'annullamento delle nozze con Caterina.

La «Grande Questione» fu riaffidata al cardinale Wolsey, il quale mandò due suoi uomini (Edward Fox e Stephen Gardiner, quest'ultimo suo segretario) per fare pressioni alla Santa Sede affinché venisse concesso il permesso di risolvere la questione in Inghilterra. La richiesta venne accolta e il papa diede l'autorizzazione ad istituire in Inghilterra un tribunale ecclesiastico per esaminare attentamente il caso, ma con il divieto ben preciso di emettere verdetto in merito, che spettava solo ed esclusivamente a Roma. Per controllare la correttezza del procedimento, e allo stesso tempo avere un referente fidato, il papa decise di affiancare a Wolsey un emissario papale italiano, Lorenzo Campeggi, che arrivò in Inghilterra il 7 ottobre del 1528.

Il processo ebbe luogo a Blackfriars, dove iniziò ufficialmente il 31 maggio 1529 ed ebbe termine il 23 luglio dello stesso anno. Tra i difensori di Caterina d'Aragona si schierarono il vescovo di Rochester John Fisher (colui che poco meno di un paio di anni prima aveva espresso voto contrario all'annullamento delle nozze nell'assemblea straordinaria vescovile indetta dal cardinale Wolsey), due esperti di diritto canonico fatti venire dalle Fiandre e il confessore spagnolo della regina. Caterina si mostrò per tutto il tempo molto forte e combattiva, rifiutò diversi tentativi del cardinale Wolsey (dietro suggerimento del re) di convincerla ad entrare in convento (così da non intralciare più il sovrano nei suoi piani) e fu sempre in grado di tenere testa ad Enrico, sicura com'era della propria innocenza e della legittimità del proprio matrimonio. Regina straniera in terra straniera, sapendo di non potersi fidare di nessuno – tanto meno degli uomini del re – Caterina d'Aragona chiese più volte di trasferire il processo a Roma, cosa che le fu concesso solo alla metà di luglio.

Anna Bolena, nel frattempo, era riuscita ad ottenere una stanza vicina a quella del re e a farsi assegnare delle dame di corte. Venne trattata esattamente con gli stessi onori di una regina, tanto in privato, quanto in pubblico.

Nonostante il processo si fosse concluso, il verdetto venne rimandato affinché i verbali potessero essere visionati dalla Curia romana e consentire così al papa di prendere la decisione finale. Questo venne considerato come l'ennesimo fallimento del cardinale Wolsey e, peggio ancora, come la dimostrazione della sua fedeltà al papa piuttosto che al re inglese. Accusato di praemunire[15], e quindi di tradimento, nell'autunno del 1529 il re acconsentì alla richiesta di Anna di destituire Wolsey dalla sua carica pubblica di Lord Cancelliere, nominando al suo posto sir Tommaso Moro. Il cardinale sapeva bene quanta influenza avesse Anna sul re e le chiese aiuto perché gli venisse restituita la carica, ma Anna non acconsentì, così Wolsey iniziò a tramare, assieme alla regina Caterina d'Aragona e al papa Clemente VII, un piano per costringere Anna all'esilio. Quando re Enrico lo venne a sapere, fece arrestare il cardinale Wolsey, lo bandì da corte e gli confiscò le proprietà, che furono in parte trasferite ad Anna. Convocato a comparire al processo, Wolsey si ammalò durante il viaggio e trovò la morte il 29 novembre del 1530 a Leicester, senza mai raggiungere la Torre di Londra.

Nel dicembre dello stesso anno il papa auspicò l'allontanamento da corte di Anna Bolena, e solo un mese più tardi, constatando la sempre più impazienza del sovrano, impose a re Enrico di non impegnarsi in nuove nozze prima dell'emissione del verdetto.

Nel luglio del 1531 la regina Caterina fu bandita dalla corte ed esiliata per i successivi due anni in diverse residenze di campagna: dapprima a The More (ex residenza del cardinale Wolsey posta nei pressi di Rickmansworth, nell'Hertfordshire), poi fu la volta di Bishop's Hatfield, successivamente dimorò presso il castello di Hertford e, nella primavera del 1533, fu mandata ad Ampthill (Bedfordshire). Nel contempo le sue stanze presso la corte reale furono concesse ad Anna.

Thomas Cromwell fu primo ministro inglese dal 1532 al 1540.

Con la scomparsa di Wolsey dallo scenario politico, Anna Bolena divenne la persona più potente della corte inglese, al punto da avere una fortissima influenza sulle udienze concesse e sulle questioni politiche. La sua esasperazione per il rifiuto da parte della Santa Sede di concedere l'annullamento delle nozze la incoraggiò a suggerire al re Enrico di seguire l'esempio dei riformisti religiosi come William Tyndale, i quali negavano l'autorità del papa e sostenevano che solo il monarca dovesse guidare la Chiesa. Quando morì William Warham, arcivescovo di Canterbury, Anna fece nominare il cappellano della famiglia Bolena, Thomas Cranmer, suo successore e nuovo consigliere favorito del re.

Nello 1532 Thomas Crowmell, politico e uomo fidato del re Enrico VIII, presentò in Parlamento numerosi atti fra cui la Supplica contro i vescovi ordinari, con cui si accusava il clero di imporre al popolo inglese troppe decime, e la Sottomissione del clero, con cui si stabiliva che le leggi ecclesiastiche future sarebbero state emesse dal re, mentre quelle fino a quel momento in vigore dovevano essere sottoposte a revisione dal sovrano e intese come emesse dallo stesso e non dal pontefice. Con la Sottomissione del clero, messa in atto il 15 marzo 1532, si riconosceva la supremazia del re inglese su quella della Chiesa e del papa, segnando un significativo allontanamento dell'Inghilterra dalla Chiesa Romana. Non riconoscendo la validità di tali atti e rifiutandosi di tradire il papa, Tommaso Moro si dimise dalla carica di Lord Cancelliere. Sempre nello stesso anno Thomas Cromwell diventò primo ministro del re, senza alcun atto formale, ma solo grazie alla mera fiducia che Enrico VIII riponeva in lui.

Durante questo periodo Anna ebbe anche un ruolo cardinale nella posizione internazionale dell'Inghilterra, favorendo il consolidamento dei rapporti con la Francia. Ella riuscì a stabilire ottime relazioni con l'ambasciatore di Francia Gilles de la Pommeraie e, con il suo aiuto, organizzò una conferenza internazionale a Calais nell'inverno del 1532, dove il re Enrico sperava di ottenere l'appoggio del re francese Francesco I affinché favorisse le nozze con Anna.

Le nozze con re Enrico VIII[modifica | modifica sorgente]

Re Enrico VIII d'Inghilterra con Anna Bolena, seconda regina consorte.

Prima di partire per Calais, in virtù delle prossime nozze con Anna, re Enrico decise di elevare il rango della sua futura sposa. Il 1º settembre 1532 venne creato in suo onore il titolo di marchese di Pembroke[1], rendendo Anna la donna più ricca del regno. Anche la famiglia Bolena ottenne numerosi privilegi dalla relazione col re inglese: il padre Thomas, già visconte di Rochford, divenne conte di Wiltshire, mentre il cugino irlandese James Butler divenne conte di Ormond. Inoltre, grazie all'intervento di Anna, la sorella Maria ricevette una pensione annua di 100 sterline, mentre il figlio minore di quest'ultima, Enrico Carey, venne educato in un prestigioso monastero cistercense.

Nell'ottobre del 1532 re Enrico VIII e Anna si recarono a Calais per partecipare all'incontro con il re francese Francesco I, ottenendo la sua approvazione per le nozze. Subito dopo il loro ritorno a Dover i due si sposarono con una cerimonia segreta[8] e la prima settimana di dicembre del 1532 Anna Bolena scoprì di essere incinta, rendendo il re fiducioso di avere finalmente il tanto agognato erede maschio. Così, sapendo che la cerimonia segreta di nozze non era legalmente valida e non potendo aspettare ulteriormente il verdetto del processo, Enrico VIII fece varare una nuova legge che avrebbe permesso ai due di sposarsi legalmente secondo la legge della nuova Chiesa inglese.

Il 25 gennaio 1533 re Enrico sposò Anna a Londra, in seconda cerimonia di nozze. Anche in questo caso venne mantenuta una certa riservatezza e segretezza, al punto che a tutt'oggi non si conosce esattamente il luogo dove le nozze furono celebrate, probabilmente nel Palazzo di Whitehall (e più precisamente nello Studio della Regina) oppure nel Palazzo di Westminster. In ogni caso, il matrimonio non venne reso di dominio pubblico fino ad aprile, poco tempo prima dell'incoronazione di Anna a regina d'Inghilterra.

Il 23 maggio 1533 l'arcivescovo di Canterbury Thomas Cranmer, in un'udienza del Tribunale Speciale del Priorato di Dunstable (nel Bedfordshire), concluse il processo (pur non avendone l'autorità, poiché la decisione finale spettava al papa) dichiarando non valido, e quindi nullo, il matrimonio tra Caterina ed Enrico; per contro, cinque giorni dopo – il 28 maggio 1533 – Cranmer dichiarò valide le nozze tra re Enrico ed Anna Bolena.

A seguito di questa decisione Caterina d'Aragona decise di fare ricorso a Roma. Per evitare ulteriori ostacoli re Enrico VIII fece varare una nuova legge che rendeva le questioni riguardanti l'Inghilterra di esclusiva competenza dei tribunali inglesi (impedendo, in questo modo, qualunque ingerenza straniera, specialmente della Santa Sede).

Regina consorte d'Inghilterra (1533-1536) e l'Atto di Supremazia[modifica | modifica sorgente]

Il monogramma della regina Anna Bolena e di re Enrico VIII.

A seguito dell'annullamento del matrimonio con Caterina d'Aragona il titolo di regina consorte d'Inghilterra passò di diritto ad Anna. Il 1º giugno 1533, incinta di sei mesi, Anna venne incoronata regina presso l'Abbazia di Westminster. L'incoronazione venne contrassegnata dalle ostilità del popolo: la gente si rifiutò di levarsi il cappello in segno di rispetto per la sua nuova regina; anzi, furono udite molte risate di scherno e ingiurie contro di lei. Quando le venne chiesto che impressione avesse avuto di Londra durante l'incoronazione, Anna avrebbe risposto: «La città mi è piaciuta abbastanza, ma ho visto pochi cappelli in aria, e sentito poche lingue». Il popolo, inoltre, usò la sigla della coppia reale, «HA», cioè Henry (Enrico) and Anne (Anna), ripetendola più volte per formare una risata e coprire, così, di ridicolo gli sposi[16].

Il vescovo di Rochester John Fisher fu anche umanista e cardinale. Venne fatto decapitare da Enrico VIII con l'accusa di lesa maestà per la sua opposizione all'annullamento del matrimonio con Caterina d'Aragona. Oggi è venerato come santo e martire sia dalla Chiesa Cattolica, sia dalla Chiesa Anglicana.

Il popolo, che aveva amato Caterina d'Aragona, con uguale fervore disprezzò la Bolena al punto da cercare di ucciderla attraverso delle rivolte (ad esempio, una sera d'autunno del 1531, mentre cenava nella sua casa sulle rive del Tamigi, Anna fu aggredita da una folla di donne inferocite, per poi salvarsi grazie ad una fuga in barca[6]). La Bolena era odiata per molti motivi: prima di tutto aveva umiliato pubblicamente l'amata regina Caterina d'Aragona, simbolo d'integrità morale, di umiltà e della fede cristiana. Inoltre, l'aver spinto Enrico a separarsi dalla Chiesa di Roma e dal papa poteva essere solo frutto di un potente e malefico sortilegio; ciò faceva di Anna, agli occhi del popolo, una crudele e spietata strega. Quest'ipotesi era anche avvalorata dal pettegolezzo secondo cui Anna avesse un sesto dito e un grosso neo sul collo, considerati all'epoca marchi del diavolo. Diversi indovini e veggenti, spinti dalla superstizione o dal desiderio di riaffermare la vecchia corrente religiosa cattolica, affermeranno di aver visto accanto alla regina Anna il diavolo che le parlava.

Nel frattempo la Camera dei Comuni aveva proibito qualunque appello a Roma e minacciava l'accusa di praemunire[15] a chiunque avesse introdotto le bolle papali in Inghilterra. Per tutta risposta l'11 luglio 1533 il papa Clemente VII emise una bolla con cui invalidò la sentenza di annullamento emessa dall'arcivescovo Cranmer; inoltre, chiese ad Enrico di allontanare Anna, dichiarando illegittimi gli eventuali figli nati dall'unione tra i due. Il pontefice emise anche una sentenza provvisoria di scomunica contro il re e l'arcivescovo Cranmer. Nel marzo 1534 il papa dichiarò valide le nozze con Caterina e sollecitò Enrico a tornare da lei[17][18].

A seguito della vicenda il parlamento inglese approvò una serie di atti fra cui l'Atto di Successione, con il quale re Enrico riconosceva Anna come legittima regina d'Inghilterra, spostando la linea dinastica di successione da quella di Caterina d'Aragona a quella della Bolena (e riconoscendo, quindi, legittimi i figli avuti da quest'ultima). Alla fine del 1534 venne emanato l'atto più importante: l'Atto di Supremazia, con cui re Enrico si riconosceva capo supremo della Chiesa d'Inghilterra (assumendo quindi anche il potere spirituale oltre a quello temporale), disconoscendo in questo modo l'autorità papale e rendendo definitiva la spaccatura tra la Chiesa Romana e l'Inghilterra (scisma anglicano). Da quel momento la Chiesa d'Inghilterra sarebbe stata sotto il controllo diretto di re Enrico e non di Roma. A seguito dell'emanazione dell'Atto sui Tradimenti coloro che si rifiuteranno di accettare gli atti, come Tommaso Moro e il vescovo di Rochester John Fisher, saranno rinchiusi nella Torre di Londra e poi giustiziati.

La nascita di Elisabetta I d'Inghilterra[modifica | modifica sorgente]

Il Palazzo di Greenwich in un disegno del XVII secolo.
La principessa Elisabetta I d'Inghilterra, figlia della regina Anna Bolena e di re Enrico VIII, qui ritratta all'età di tredici anni circa.

Dopo la sua incoronazione Anna si stabilì per gli ultimi mesi di gestazione presso il Palazzo di Greenwich, la residenza preferita del re. Proprio in quell'edificio il 7 settembre 1533 – tra le tre e le quattro del pomeriggio – Anna diede alla luce una bambina: la futura regina Elisabetta I d'Inghilterra.

Nata leggermente prematura, la bambina venne chiamata Elisabetta probabilmente in onore della madre di uno o di entrambi genitori (da Elizabeth Howard, la madre di Anna, o da Elisabetta di York, la madre di Enrico)[19]. Aver avuto un'altra figlia femmina deluse molto Enrico, soprattutto in ragione del fatto che tutti, dai medici reali agli astrologi, avevano predetto la nascita di un figlio maschio[8]. Il re aveva già provveduto a chiedere al re francese Francesco I di essere il padrino dell'erede e aveva fatto preparare in anticipo le lettere in cui si annunciava la nascita del principe (lettere che dovettero essere frettolosamente corrette al femminile), oltre ad aver già organizzato il torneo tradizionale per celebrare la nascita del principe erede (poi annullato).

Con la nascita della piccola Elisabetta, Anna temeva che Maria I d'Inghilterra, la primogenita che Enrico aveva avuto da Caterina d'Aragona, potesse spogliarla del titolo di principessa. Enrico, per tranquillizzare Anna, separò allora le due figlie e mandò Elisabetta a Hatfield House dove, assistita dalla servitù personale e dalle frequenti visite della madre Anna, trascorse la sua infanzia.

La vita di corte[modifica | modifica sorgente]

Emblema scelto da Anna Bolena per la sua carica di regina d'Inghilterra.

La corte presieduta dalla nuova regina consorte Anna Bolena era contraddistinta da lusso e magnificenza. Anna poteva contare su una servitù più numerosa rispetto a quella di cui aveva potuto disporre la regina Caterina. Alle sue dipendenze lavoravano oltre 250 persone, dai sacerdoti ai garzoni, e oltre 60 damigelle d'onore. Tra i sacerdoti, che svolgevano anche le funzioni di confessori, cappellani e assistenti spirituali, c'era anche Matthew Parker, uno dei cofondatori (insieme a Thomas Cranmer e Richard Hooker) del pensiero teologico anglicano durante il regno di Elisabetta I.

Anna investì importanti somme di denaro in abiti, gioielli, copricapi, piume di pavoni, articoli da equitazione, attrezzature, mobili e arredamento, ostentando l'opulenza richiesta dal suo status (all'epoca, infatti, ai membri della famiglia reale era richiesta una dimostrazione continua di sfarzo, atta a proclamare il potere della monarchia). Numerosi palazzi furono ristrutturati per soddisfare i gusti stravaganti di Anna e del consorte[3]. Il motto della nuova regina divenne «la più felice» e come emblema personale venne scelto un falcone.

Il rapporto conflittuale con il re e la lotta per un figlio maschio[modifica | modifica sorgente]

Riconciliazione tra Enrico e Anna Bolena in un'illustrazione di George Cruikshank del XIX secolo.

Il rapporto matrimoniale tra il re Enrico e Anna fu tempestoso: i periodi di tranquillità e felicità si alternavano a periodi di tensione e litigi, dovuti perlopiù alle ripetute infedeltà di Enrico, che portavano Anna a violente crisi di pianto e di collera; d'altro canto, la spiccata intelligenza e l'acume politico di Anna erano considerati da Enrico molto irritanti.

A seguito della nascita di Elisabetta, nonostante la forte delusione, Enrico ed Anna credevano che avrebbero avuto altri figli, fra cui l'agognato erede maschio, ma la seconda gravidanza si concluse con un aborto spontaneo nell'estate del 1534. Il re incominciò, allora, a credere ai pettegolezzi sull'incapacità di Anna di dargli un figlio maschio e discusse con Cranmer e Cromwell sulla possibilità di separarsi da lei senza dover tornare da Caterina[19]. La coppia reale, tuttavia, si riconciliò e nell'ottobre del 1535 Anna scoprì di essere nuovamente incinta. Sfortunatamente per lei, anche questa gravidanza finì in un aborto spontaneo.

La morte di Caterina d'Aragona e l'ultimo aborto[modifica | modifica sorgente]

La principessa Maria I d'Inghilterra, figlia di Enrico VIII e Caterina d'Aragona, qui ritratta all'età di 28 anni.

Poco prima della nascita di Elisabetta, Caterina d'Aragona dimorava nella residenza vescovile di Buckden (Huntingdonshire), per poi essere trasferita presso il castello di Kimbolton, nel Cambridgeshire, sua ultima residenza. Qui, il 7 gennaio 1536 Caterina, da tempo malata, morì. All'apprendimento dell'infausta notizia, che raggiunse la corte reale solo il giorno seguente, Enrico e Anna, all'epoca di nuovo incinta, provvidero ad indossare abiti di colore giallo. Molti interpretarono il gesto come una dimostrazione pubblica di gioia e festeggiamenti[8][20], ma nella patria della regina scomparsa, ovvero la Spagna, il giallo – così come il nero – era considerato il colore del lutto, e indossarlo era un segno di rispetto per i defunti[21].

Durante il processo di imbalsamazione a cui venne sottoposto il corpo di Caterina si notò che il cuore della regina era di un insolito colore scuro, come annerito. Iniziarono, allora, a circolare voci su un possibile avvelenamento e i primi sospetti ricaddero su Enrico e Anna. Oggi i medici concordano nel sostenere che l'inusuale colore fosse dovuto a un cancro al cuore – malattia, all'epoca poco conosciuta, che causò la morte della regina spagnola – anche se non ci sono prove certe ad attestarlo[6].

Jane Seymour divenne la terza moglie di re Enrico VIII appena il giorno dopo l'esecuzione di Anna Bolena.

Dopo la morte di Caterina, Anna cercò di riappacificarsi con la figlia di lei, Maria, ma questa respinse ogni tentativo di avvicinamento, probabilmente perché, dando credito alle voci circolanti, accusava Anna di aver avvelenato la madre. Lo stesso giorno del funerale della regina e del suo seppellimento nella cattedrale di Peterborough, il 29 gennaio 1536, Anna ebbe un altro aborto spontaneo, che la portò a partorire un feto morto. Secondo quanto riportato dall'ambasciatore imperiale francese Eustace Chapuys il feto era di circa venti settimane ed era di sesso maschile[8][20].

Molte sono le ipotesi sulle cause che portarono all'ennesima interruzione di gravidanza, come lo spavento che la Bolena si prese solo cinque giorni prima, quando re Enrico cadde da cavallo durante un torneo a Greenwich e rimase incosciente per due ore[20], oppure quando, entrando in una stanza, vide una delle sue dame di compagnia, Jane Seymour, seduta sulle ginocchia del re. Molte speculazioni furono fatte anche sul numero effettivo delle gravidanze: secondo l'autore Mike Ashley, Anna avrebbe avuto due aborti spontanei tra la nascita di Elisabetta nel 1533 e l'aborto del feto morto nel 1536[22], ma la maggior parte delle fonti attestano solo la nascita di Elisabetta nel settembre 1533, un possibile aborto spontaneo nell'estate del 1534 e l'aborto di un figlio maschio – dopo quasi quattro mesi di gestazione – nel gennaio del 1536[19].

La notizia dell'ennesimo aborto, per di più di un figlio maschio, causò un irreversibile deterioramento del matrimonio con il re che, convinto oltre ogni dubbio circa l'incapacità di Anna di dargli un erede, cominciò a considerare il suo matrimonio frutto di un sortilegio, e quindi, maledetto da Dio. Così, già nel marzo 1536 Enrico VIII iniziò a corteggiare la dama di corte Jane Seymour, colei che sarebbe diventata la sua terza moglie. Sembra che il re avesse regalato alla sua nuova amante un medaglione con all'interno un ritratto in miniatura di se stesso e che Jane, in presenza di Anna, cominciò ad aprirlo e chiuderlo di continuo fino a che Anna glielo strappò di mano con tale forza al punto da ferirsi[23].

Alla Seymour furono assegnati gli appartamenti più prestigiosi, mentre il titolo di cavaliere dell'Ordine della Giarrettiera, a cui Anna ambiva per il fratello George, fu invece assegnato allo scudiero capo Nicholas Crew, nemico dei Bolena e fidato consigliere di Jane. Anna sapeva, oramai, che di lì a poco sarebbe stata ripudiata dal re e che l'avrebbe attesa lo stesso destino di Caterina d'Aragona.

L'arresto e il processo[modifica | modifica sorgente]

Con la morte di Caterina d'Aragona, Anna si trovò in una situazione ancora più precaria. Durante la sua ascesa al potere e il suo breve regno si era fatta molti nemici a corte; inoltre il popolo inglese continuava a vedere in lei un'usurpatrice meritevole di odio e disprezzo, l'esatto opposto della regina Caterina, a cui rimaneva fedele.

Traitors' Gate, Torre di Londra.

A partire dall'aprile del 1536 Anna fu indagata per alto tradimento. Il 2 maggio 1536, verso mezzogiorno, venne arrestata e portata nella Torre di Londra con una barca, dove fu affidata alla custodia del suo carceriere, il conestabile William Kingston. Secondo lo storico Eric Ives, è probabile che Anna sia entrata nell'edificio attraverso il Court Gate della Byward Tower, piuttosto che dal Traitors' Gate[3]. Nella torre Anna volle conoscere i particolari sulle sorti della sua famiglia e sulle accuse contro di lei.

In quegli stessi giorni furono arrestati, con l'accusa di essere stati amanti della regina: Lord George Bolena (fratello di Anna, ora visconte George Rochford), Mark Smeaton (musicista fiammingo di corte, in particolare suonatore di organo e virginale), il poeta Thomas Wyatt, Henry Norris (cortigiano della Camera della Corona), Francis Weston (un giovane gentiluomo facente parte della cerchia di intimi della regina), William Brereton e Richard Page (entrambi cortigiani della Camera Privata del re).

I presunti amanti della Bolena furono processati a Westminster a partire dal 12 maggio 1536. Il primo ad essere arrestato e processato fu Mark Smeaton; all'inizio egli negò con forza l'accusa, ma poi confessò, forse dietro tortura, o forse dietro la promessa di libertà (fra tutti coloro che vennero sottoposti a processo egli fu l'unico a confessare di essere stato l'amante della regina Bolena). Durante gli interrogatori venne fatto il nome di Henry Norris, amico della coppia reale. Norris fu arrestato alle Calendimaggio (il 1º maggio) e, essendo di origine aristocratica, probabilmente non fu sottoposto a tortura; al processo egli negò ogni accusa, proclamando l'innocenza di Anna e di se stesso, ma a suo sfavore c'era una conversazione sentita per caso tra lui e Anna verso la fine di aprile, dove la regina lo accusava di recarsi troppo spesso nei suoi alloggi con la scusa di corteggiare Madge Shelton, una delle sue dame di compagnia, ma con il reale intento di incontrare la regina. Due giorni più tardi venne arrestato Francis Weston con la stessa accusa, e così fu pure per William Brereton. Anche Thomas Wyatt, poeta e amico della Bolena (e di cui era infatuato), fu arrestato con la stessa accusa, ma venne poi rilasciato, probabilmente grazie alla sua amicizia (e a quella della sua famiglia) col primo ministro Thomas Cromwell. Per Richard Page l'accusa cadde quando, a seguito di ulteriori indagini, gli fu riconosciuta la totale estraneità ai fatti e quindi il pieno proscioglimento da tutte le accuse. L'imputato finale fu il fratello della regina Anna, George Bolena, sul quale gravava pure l'accusa di incesto con Anna[19]. Processato il 15 maggio 1536 nella Torre di Londra, gli fu attribuita la colpa di due episodi di incesto in particolare: uno nel novembre 1535 a Whitehall e l'altro il mese seguente a Eltham[3]. George respinse tutte le accuse, proclamando la propria innocenza. Sebbene le prove contro di loro non fossero convincenti, Mark Smeaton, Henry Norris, Francis Weston, William Brereton e George Bolena furono riconosciuti colpevoli e condannati a morte; verranno giustiziati il 17 maggio 1536 nella Tower Hill, il luogo della Torre di Londra adibito alle esecuzioni. Prima di essere giustiziati tutti gli accusati giurarono fedeltà al sovrano; solo Mark Smeaton chiese perdono per le colpe commesse, mentre George fece un piccolo discorso alla folla. Era costume all'epoca, qualora il condannato proferisse parole sconvenienti e reazionarie, coprire la sua voce con il rullo di tamburi, ma per George questo non avvenne: «Signori tutti, non sono qui per predicare e fare sermoni, ma per morire, come vuole la legge, e alla legge mi sottometto», esortando poi gli astanti a seguire i dettami del Vangelo e a credere in Dio[6]. Lo stesso giorno dell'esecuzione dei condannati l'arcivescovo Thomas Cranmer dichiarò nullo il matrimonio tra Anna e il re e, di conseguenza, illegittima la loro figlia Elisabetta.

La Torre di Londra in un disegno del 1597.

Il 15 maggio 1536, il medesimo giorno in cui venne processato George, iniziò anche la causa contro Anna, seppure in stanze separate della Torre di Londra. Di fronte ad una giuria di Pari, che comprendevano Henry Percy – il suo antico fidanzato – e uno dei suoi zii materni Thomas Howard, III duca di Norfolk, Anna fu processata per adulterio, incesto, stregoneria e alto tradimento[24] per aver tramato, con i suoi supposti amanti, un piano per uccidere il re e poter finalmente sposare Henry Norris[3]. Una delle testimonianze più pesanti contro la regina fu fornita dalla sua stessa cognata, Lady Rochford, che l'accusò esplicitamente di incesto col fratello e lasciò intendere di aver ricevuto da Anna confidenze in merito alla presunta impotenza del re, cosa questa che avrebbe messo in dubbio l'effettiva paternità di eventuali figli. Anna negò con veemenza tutte le accuse e si difese con eloquenza, ma inutilmente. Al termine del processo fu giudicata colpevole e condannata a morte; verrà giustiziata quattro giorni più tardi.

Si dice che, quando venne annunciato il verdetto di condanna, Henry Percy, seduto in giuria, crollò e dovette essere portato fuori dall'aula. Morì otto mesi dopo e, non avendo eredi, fu succeduto da suo nipote: Thomas Percy, VII conte di Northumberland.

Oggi è generalmente accettato che nessuna delle accuse mosse contro Anna fosse attendibile.

Il ruolo di Thomas Cromwell nel declino di Anna[modifica | modifica sorgente]

Secondo lo storico Alison Weir, esperto del periodo Tudor, Thomas Cromwell sarebbe il principale responsabile del declino della Bolena: il 20 aprile 1536, fingendosi malato, avrebbe ordito la fitta trama del piano per eliminare di scena la regina. Anche lo storico Eric Ives crede che il declino e l'esecuzione di Anna siano stati progettati da Thomas Cromwell[3][8][25]; inoltre, gli scambi epistolari tra l'ambasciatore imperiale francese Eustace Chapuys e il re spagnolo Carlo V riferirebbero parti di conversazioni intercorse tra Chapuys e lo stesso Cromwell da cui si capirebbe chiaramente come quest'ultimo fosse l'istigatore della trama per allontanare Anna (ce ne sarebbe traccia anche nella Cronaca Spagnola). Anna sarebbe stata considerata una minaccia da Cromwell[3] per le opinioni contrapposte che i due avevano ad esempio sulla redistribuzione dei redditi della Chiesa e sulla politica estera: Anna incoraggiava una redistribuzione dei redditi alle istituzioni caritative ed educative, propendendo anche per un rafforzamento dell'alleanza con la Francia; Cromwell, invece, sosteneva la necessità di rimpinguare le casse impoverite del re e preferiva un'alleanza imperiale[3]. Il biografo di Cromwell, John Schofield, d'altra parte, sostiene l'inesistenza di una lotta di potere tra Anna e Cromwell, quest'ultimo coinvolto da Enrico solo in ragione del dramma coniugale reale[26].

Gli ultimi giorni di prigionia[modifica | modifica sorgente]

Anna Bolena nella Torre di Londra.

Anna passò gli ultimi giorni della sua vita rinchiusa nella Torre di Londra, probabilmente negli appartamenti reali (demoliti alla fine del Settecento) della Inner Ward, a sud della White Tower[6]. Qui visse alternando crisi nervose a stati di quiete estrema. Le lettere del carceriere Kingston al primo ministro Cromwell riferivano i comportamenti contraddittori di Anna in quei giorni angoscianti: una volta era l'altera regina offesa, un'altra era la smarrita vittima pietosa, un'altra ancora la donna stremata sull'orlo dell'isteria; in alcune occasioni anelava alla morte, mentre in altre mostrava uno spiccato slancio vitale, oppure vi erano momenti in cui sperava di salvarsi la vita e di rifugiarsi in convento alternati ad altri in cui era ben consapevole della sua imminente ed inevitabile esecuzione. È possibile che tale crollo psicologico fosse almeno in parte dovuto anche ai postumi dell'aborto avuto solo pochi mesi prima. Pertanto, la leggenda (posteriore alla sua morte e attribuita ad un poeta anonimo) della ritrovata pace spirituale che, per temperamento e vicende circostanti Anna non ebbe mai in vita, aveva lo scopo di dipingere Anna come una vittima della bramosia del re.

Esiste una poesia, dal titolo Oh Death Rock Me Asleep, che molti attribuiscono ad Anna Bolena e che avrebbe scritto proprio durante gli ultimi giorni di prigionia nella Torre di Londra. La poesia rivela i sentimenti della Bolena in attesa di essere giustiziata e mostra una persona che vedeva nella morte un modo per porre fine alle sue sofferenze. Secondo altri la poesia sarebbe stata scritta, invece, dal fratello George.

Come si conveniva ad una regina, nella Torre di Londra fu permesso ad Anna di avere la compagnia di quattro dame, che lei considerava piuttosto «guardiane» (a loro, infatti, era affidato il compito di riferire ogni cosa interessante che avessero visto fare o sentito dire dalla regina). Le quattro dame erano: la zia lady Bolena, moglie di Giacomo Bolena, la signora Coffin, sulla quale Kingston contava affinché gli riferisse tutto ciò che diceva Anna, la signora Stonor e un'altra donna il cui nome è andato perso.

Secondo quanto riferito dalle dame Anna descrisse tutti gli incontri con i suoi presunti amanti come privi di alcunché di peccaminoso, e sosteneva di essersi sempre dimostrata una regina virtuosa, dal momento che respinse ogni loro corteggiamento.

L'esecuzione e la sepoltura[modifica | modifica sorgente]

Secondo quanto previsto dall'Atto di tradimento (emesso durante il regno di re Edoardo III d'Inghilterra) i reati imputati ad Anna rientravano tra le forme di tradimento – presumibilmente a causa delle implicazioni per la successione al trono – per le quali era prevista la pena di morte: impiccagione, sbudellamento e squartamento per gli uomini e il rogo per le donne. In segno di clemenza il re commutò la condanna al rogo con quella per decapitazione, acconsentendo, inoltre, a che venisse usata la spada al posto della comune scure – solitamente utilizzata in Inghilterra per le decapitazioni pubbliche – riconoscendo nella spada un'arma più rapida, più efficiente e più nobile, degna di una regina. A tal proposito Enrico VIII fece venire da Saint-Omer, in Francia, un boia esperto, rapido ed eccellente di nome Jean Rombaud per eseguire la condanna.

La mattina di venerdì 19 maggio 1536, poco prima dell'alba, Anna chiamò Kingston, il suo carceriere, perché assistesse alla messa assieme a lei; in quell'occasione la regina giurò più volte – subito prima e subito dopo aver ricevuto il sacramento dell'Eucaristia – in sua presenza, sulla salvezza eterna della sua anima, che mai era stata infedele al re[3]:

(EN)
« This morning she sent for me, that I might be with her at such time as she received the good Lord, to the intent I should hear her speak as touching her innocency alway to be clear. And in the writing of this she sent for me, and at my coming she said, 'Mr. Kingston, I hear I shall not die afore noon, and I am very sorry therefore, for I thought to be dead by this time and past my pain.' I told her it should be no pain, it was so little. And then she said, 'I heard say the executioner was very good, and I have a little neck,' and then put her hands about it, laughing heartily. I have seen many men and also women executed, and that they have been in great sorrow, and to my knowledge this lady has much joy in death. Sir, her almoner is continually with her, and had been since two o'clock after midnight. »
(IT)
« Questa mattina mi ha mandato a cercare, perché voleva che assistessi alla sua confessione in modo che, sentendo le sue parole, non avrei dubitato della sua innocenza. Al mio arrivo mi ha detto: «Signor Kingston, ho sentito dire che non morirò prima di mezzogiorno. Sono molto dispiaciuta perché pensavo che a quest'ora sarei già morta e non avrei più sofferto». Ho risposto che non avrebbe sofferto, se non un poco. E lei ha detto: «Ho sentito dire che il boia è molto bravo, e poi il mio collo è sottile», quindi ha messo le sue mani attorno al collo e ha riso di cuore. Ho visto molti uomini e molte donne condannati a morte ed erano tutti in gran pena ma, per quello che so, questa donna traeva grande allegria dalla morte. Il suo cappellano le era rimasto sempre vicino, fin dalle due di notte. »
(Estratto da una lettera scritta dal conestabile Kingston al primo ministro Thomas Cromwell. Christopher Hibbert, Tower Of London: A History of England From the Norman Conquest, 1971.)

La scelta del luogo di esecuzione fu problematica: si temeva, infatti, che l'instabilità emotiva dimostrata da Anna durante la sua detenzione nella Torre di Londra l'avrebbe portata a dire parole o ad assumere atteggiamenti imbarazzanti di fronte ad una folla che, certamente, sarebbe accorsa numerosa per assistere alla sua pubblica esecuzione. La Tower Hill, perciò, il cui accesso era troppo libero, venne esclusa, preferendo al suo posto il cortile interno, adiacente alla cappella, il cui accesso era, al contrario, facilmente controllabile[6]. Secondo lo storico Eric Ives, invece, il patibolo sarebbe stato eretto sul lato nord della White Tower, davanti a dove oggi si ergono le Waterloo Barracks[3].

La Cronaca spagnola contiene un resoconto dettagliato dell'evento: alle ore 8.00 la regina venne condotta dagli appartamenti reali al patibolo, accompagnata dalle sue quattro dame. Per la sua esecuzione Bolena scelse una sottoveste cremisi su cui indossava una veste di damasco verde scuro con guarnizioni di pelliccia e un mantello di ermellino. Infine un copricapo nascondeva la cuffia che le avvolgeva i capelli[19]. Durante il breve tragitto Anna sembrava avere un «aspetto demoniaco»[6] e appariva «gaia come chi non sta per morire»[6]. Una volta salita sul patibolo la regina fece un breve discorso alla folla:

(EN)
« Good Christian people, I am come hither to die, for according to the law, and by the law I am judged to die, and therefore I will speak nothing against it. I am come hither to accuse no man, nor to speak anything of that, whereof I am accused and condemned to die, but I pray God save the king and send him long to reign over you, for a gentler nor a more merciful prince was there never: and to me he was ever a good, a gentle and sovereign lord. And if any person will meddle of my cause, I require them to judge the best. And thus I take my leave of the world and of you all, and I heartily desire you all to pray for me. O Lord have mercy on me, to God I commend my soul. »
(IT)
« Buon popolo cristiano, sono venuta qui a morire secondo la legge, poiché dalla legge sono stata condannata a morte, e quindi non mi opporrò. Non sono venuta qua per accusare alcuno, né per dire niente a riguardo delle accuse e della condanna a morte, ma per pregare Dio affinché salvi il re e gli consenta di regnare a lungo su di voi, perché mai vi fu un principe più dolce e misericordioso di lui: e con me egli è sempre stato un sovrano buono e gentile. E se qualcuno interverrà nella mia causa, io gli chiedo di giudicare al meglio. E così prendo congedo dal mondo e da tutti voi, e desidero vivamente che tutti voi preghiate per me. O Signore, abbi pietà di me, a Dio raccomando la mia anima. »
(Christopher Hibbert, Tower Of London: A History of England From the Norman Conquest, 1971.)
Secondo la tradizione, in questo sito – posto davanti alla chiesa di San Pietro ad Vincula presso la Torre di Londra – fu eretto il patibolo su cui venne giustiziata la Bolena.
La White Tower. Secondo lo storico Eric Ives, invece, il patibolo venne eretto nello spazio antistante il lato nord di questa torre.

Questa è una versione del discorso trascritta dal poeta francese Lancelot de Carles a Parigi poche settimane dopo la morte della Bolena e, sebbene egli fosse stato certamente a Londra, non fu però mai testimone né del processo né dell'esecuzione; tuttavia, tutti i racconti che narrano l'episodio sono molto simili e concordano in più punti. Si dice anche che, mentre pronunciava quelle parole, Anna avesse «un bel viso sorridente»[6].

Al momento dell'esecuzione Anna si inginocchiò in posizione verticale (secondo lo stile francese delle esecuzioni) e ripeteva continuamente la preghiera «A Gesù Cristo raccomando la mia anima; Signore Gesù ricevi la mia anima»[6]. Poi le dame che l'avevano accompagnata le tolsero il copricapo (ma non la cuffia, che le tratteneva i capelli lasciandole libero il collo) e le collane, mentre un'altra dama le legò una benda sugli occhi. D'improvviso il boia Rombaud brandì la spada con un gesto che meravigliò la folla, poiché nessuno fino a quel momento aveva notato l'arma, dando quasi l'impressione che si fosse magicamente materializzata fra le sue mani in quell'istante; in realtà il boia aveva nascosto la spada tra la paglia sparsa ai piedi del ceppo e il suo gesto era spiegabile con l'intenzione di cogliere di sorpresa la condannata, ed evitarle il prolungamento dell'angoscia per l'attesa, così come eventuali movimenti repentini. Inoltre, per impedire ad Anna di voltare istintivamente indietro la testa al momento della decapitazione, il boia gridò alla folla antistante il patibolo «Portatemi la spada», in modo che Anna d'impulso volgesse lo sguardo avanti, tenendo il collo dritto. In quell'esatto istante il boia calò la spada sul suo collo, staccandoglielo in un colpo solo[6][24]. Una dama coprì la testa della regina con un panno bianco, mentre le altre si occuparono del corpo.

Per la natura riservata del luogo di esecuzione gli spettatori non furono molti: il primo ministro Thomas Cromwell, Charles Brandon (I duca di Suffolk), il Lord Cancelliere Thomas Audley (accompagnato dall'araldo Wriothesley), i duchi di Norfolk e Suffolk, Henry Fitzroy (figlio illegittimo del re), il Lord Mayor di Londra, così come gli assessori, gli sceriffi e i rappresentanti delle varie corporazioni di mestiere. Era presente anche la maggior parte dei membri del Consiglio del re e coloro che abitavano all'interno della Torre di Londra[6][27].

Si dice che Thomas Cranmer, mentre si trovava nei giardini di Lambeth Palace (residenza ufficiale londinese dell'arcivescovo di Canterbury), nel sentire i colpi di cannone che segnalavano l'avvenuta esecuzione disse al teologo riformista scozzese Alexander Ales, che si trovava con lui: «Colei che è stata la regina d'Inghilterra sulla terra oggi diventerà una regina in cielo»; quindi si sedette su una panchina e proruppe in pianto[28]. La figura di Cranmer fu controversa: quando inizialmente furono mosse le accuse contro Anna, egli aveva espresso il suo stupore ad Enrico sostenendo la propria convinzione che Anna non fosse colpevole. Tuttavia, fu sempre Cranmer che, sentendosi esposto ad eventuali accuse a causa della sua vicinanza alla regina, la notte prima dell'esecuzione proclamò nullo il matrimonio tra Enrico e Anna. Cranmer non fece alcun serio tentativo per salvare la vita alla Bolena, sebbene alcune fonti sostengano che fu lui a prepararla all'esecuzione ascoltando la sua ultima confessione privata, confessione in cui la regina avrebbe proclamato davanti a Dio la sua innocenza[29].

Il corpo di Anna Bolena fu sepolto, assieme alla sua testa recisa, in una tomba anonima nella chiesa di San Pietro ad Vincula – la cappella reale della Torre di Londra – senza essere accompagnata da alcuna cerimonia[6]. Il suo scheletro venne identificato solo in occasione dei lavori di ristrutturazione dell'edificio religioso nel 1876, durante il regno della regina Vittoria; da allora le spoglie di Anna riposano sotto il pavimento marmoreo della cappella, oggi opportunamente segnalate con apposito contrassegno identificativo.

Il 20 maggio 1536, appena il giorno dopo l'esecuzione della pena capitale della Bolena, re Enrico VIII sposò Jane Seymour, facendo di lei la sua terza moglie.

Leggende[modifica | modifica sorgente]

La chiesa di Santa Maria a Erwarton (Suffolk) dove, secondo una leggenda, sarebbe sepolto il cuore della Bolena.

Molte sono le leggende e le storie fantastiche riguardanti la Bolena sopravvissute nel corso dei secoli. Seconda una di queste la salma di Anna sarebbe stata segretamente sepolta nella chiesa di Salle nel Norfolk, sotto a una lastra nera, vicino alle tombe dei suoi antenati[30], mentre secondo altri le sue spoglie riposerebbero in una chiesa dell'Essex, sulla strada per Norfolk. C'è anche una leggenda in base alla quale il cuore della regina, su sua esplicita richiesta, sarebbe stato sepolto nella chiesa di Santa Maria a Erwarton, nel Suffolk, da suo zio, sir Philip Parker.

Scultura rappresentante Anna Bolena.

Nel XVIII secolo circolò in Sicilia una leggenda secondo cui, a detta dei contadini del villaggio di Nicolosi, per aver fatto allontanare il re Enrico VIII dalla Chiesa Cattolica, Anna fu condannata a bruciare per l'eternità all'interno del Monte Etna[31].

La leggenda più famosa, però, è quella del suo fantasma, a volte avvistato con la testa sotto il braccio: molti sostengono di aver distinto la figura della regina al castello di Hever, alla Blickling Hall, alla chiesa di Salle, alla Torre di Londra e alla Marwell Hall[30]. Tuttavia, il più famoso avvistamento del fantasma regale è stato descritto dallo studioso dei fenomeni paranormali Hans Holzer. Egli racconta che nel 1864 fu alloggiato nella Torre di Londra un certo J.D. Dundas, generale maggiore del sessantesimo reggimento dei King's Royal Rifle Corps; guardando fuori dalla finestra del suo alloggio Dundas notò una guardia che si comportava in maniera strana nel cortile sottostante, davanti agli alloggi dove – secoli prima – era stata imprigionata Anna. Secondo il suo racconto sembrava che la guardia sfidasse qualcosa, descritta dal generale come «una figura femminile biancastra che "slittava" verso il soldato». La guardia caricò la figura con la sua baionetta e poi svenne[32]. Solo la testimonianza del generale presso la corte marziale salvò la guardia da una lunga pena detentiva per essere svenuto mentre era in servizio.

Infine, nel 1960 il canonico W.S. Pakenham-Walsh, vicario di Sulgrave, Northamptonshire, riferì di avere conversato con la Bolena[33].

Il fascino di Anna Bolena[modifica | modifica sorgente]

Anna fu descritta dai suoi contemporanei come una donna intelligente, dotata nelle arti musicali, volitiva, orgogliosa e spesso litigiosa con Enrico[7][14]; lo stesso Thomas Cromwell le riconobbe le qualità di intelligenza, spirito e coraggio[3].

Anna Bolena in un ritratto, il cui originale è conservato al castello di Hever, nel Kent.

La Bolena esercitava indubbiamente un fascino potente sulle persone che incontrava, anche se le opinioni sulla sua avvenenza erano divergenti. Il diarista veneziano Marino Sanuto, che la vide nell'ottobre del 1532 a Calais in occasione dell'incontro tra re Enrico VIII e re Francesco I di Francia, la descrisse come «non una delle donne più belle del mondo; di media statura, carnagione scura, collo lungo, bocca larga, seno non prosperoso e occhi neri»[34]; in una lettera scritta nel settembre del 1531 da Simon Grynée a Martin Bucer Anna venne descritta come «giovane, bella e di carnagione piuttosto scura»[3]. Il coevo poeta francese Lancelot de Carles la descrisse come «bella e dalla figura elegante», mentre un veneziano che si trovava a Parigi nel 1528 riferì come, secondo le voci circolanti all'epoca, si diceva fosse molto bella[3]. Tuttavia la descrizione fisica più celebre di Anna, seppure la meno affidabile, la si trova nell'opera latina De origine ac progressu schismatis anglicani (ovvero Nascita e sviluppo dello scisma anglicano) scritta dal gesuita inglese, nonché propagandista cattolico, Niccolò Sandero nel 1585, mezzo secolo dopo la morte di Anna: «Anna Bolena era piuttosto alta di statura, con i capelli neri e un viso ovale di un colorito giallastro, come fosse afflitta da itterizia. Si dice avesse un dente sporgente sotto il labbro superiore e sei dita alla mano destra. Aveva un grande porro sotto il mento e così, per nasconderne la bruttezza, indossava abiti accollati (...) Era bella a vedersi, con una bocca bella»[34][3][35]. È bene ricordare che a Sandero era stato affidato l'arduo compito di destituire l'anglicanesimo in Inghilterra per ristabilirvi il cattolicesimo ed era sua piena convinzione che Anna fosse la principale responsabile prima dell'allontanamento di re Enrico VIII dalla Chiesa Cattolica e poi dello Scisma anglicano vero e proprio. Molti sono i dubbi sulla veridicità delle parole del gesuita: in primo luogo, se Anna avesse davvero avuto un sesto dito (un'anomalia che all'epoca sarebbe stata considerata un chiaro marchio del diavolo), certamente re Enrico VIII non si sarebbe mai interessato a lei, né tantomeno l'avrebbe scelta come regina d'Inghilterra e madre dei suoi figli[7]; in secondo luogo, a seguito della riesumazione del 1876 non furono scoperte anomalie di alcun genere sullo scheletro, anzi fu descritto come esile, di circa 160 centimetri, e con dita finemente affusolate[36]. Tuttavia, nonostante fosse fuorviante e del tutto mendace, la descrizione di Anna fatta da Sandero ebbe molta influenza nei secoli a venire (tanto da essere citato in alcuni libri di testo moderni[7]), contribuendo a quello che il biografo Eric Ives chiama la "leggenda del mostro" di Anna Bolena[3].

Interessante è notare come nessun ritratto coevo della Bolena sia sopravvissuto, forse perché dopo la sua esecuzione nel 1536 si tentò di cancellarne anche lo scomodo ricordo. A tutt'oggi è rimasto solamente un medaglione[37], risalente al 1534 e di probabile carattere commemorativo, in cui la regina è ritratta in una figura a mezzo busto. Si ritiene che il medaglione sia stato coniato per celebrare la seconda gravidanza della Bolena.

A seguito dell'incoronazione a regina della figlia Elisabetta la memoria di Anna venne riabilitata e, a dispetto delle accuse che la condussero a morte e delle descrizioni ignominiose sul suo aspetto esteriore, la Bolena divenne martire ed eroina dello Scisma anglicano, grazie anche alle opere di John Foxe. In questi scritti, infatti, si sosteneva che Anna avesse salvato l'Inghilterra da tutti i mali della Chiesa cattolica e che Dio stesso avesse fornito la prova della sua innocenza e virtù assicurando che la figlia di Anna, Elisabetta, salisse al trono inglese.

Verso la fine del XVI secolo questa riabilitazione diede origine, assieme all'interesse di quel periodo per tutto ciò che riguardava i re e le regine d'Inghilterra, ad una produzione di una serie di ritratti sulla Bolena che, però, non è dato sapere quanto siano fedeli agli originali perduti.

Il ruolo di Anna nello Scisma anglicano[modifica | modifica sorgente]

Sul ruolo che Anna avrebbe avuto nello spingere re Enrico verso lo Scisma anglicano, su quanto ci fosse di ambizione personale o quanto di convinzione profonda, si è scritto molto. Ad opinione di alcuni storici Anna provò ad educare le proprie dame alla pietà religiosa e, secondo un aneddoto, ella rimproverò aspramente la cugina Mary Shelton per aver scritto futili versi sul libro di preghiere[38]. George Wyatt, primo biografo della Bolena nonché nipote del poeta Thomas Wyatt, scrisse che – sulla base delle confidenze riportategli da una delle dame di compagnia della regina (Anna Gainsford, morta nel 1590 circa) – la Bolena avrebbe portato all'attenzione del re Enrico un pamphlet (forse The Obedience of a Christian Man di William Tyndale o Supplication for Beggars di Simon Fish) dove gli autori sobillavano il re affinché prendesse le redini contro gli eccessi della Chiesa cattolica.

Prima e dopo la sua incoronazione Anna sembrò simpatizzare con la causa di voler riformare la Chiesa; protesse tutti gli eruditi che lavoravano alla traduzione di testi sacri in inglese (pratica allora vietata) e tutti coloro che desideravano studiare le scritture di William Tyndale[39]; salvò anche la vita ad un filosofo francese, Nicolas Bourbon, condannato a morte dall'Inquisizione a Parigi. Il 14 maggio 1534 uno dei primi atti ufficiali emessi dalla nuova Chiesa anglicana permetteva di proteggere i Riformatori Protestanti; la stessa Anna scrisse una lettera[40] al primo ministro Thomas Cromwell nel tentativo di aiutare un certo Richard Herman, mercante inglese di Anversa, a riappropriarsi dei suoi beni e della sua attività dopo che, cinque anni prima, gli erano stati tolti solo per aver aiutato nella traduzione in inglese del Nuovo Testamento[41]. Si disse che ogni vescovo riformista d'Inghilterra, a quell'epoca, doveva la sua posizione all'influenza della regina Anna: sembra, infatti, abbia avuto un ruolo determinante nell'influenzare, fra gli altri, il riformatore protestante Matthew Parker, permettendogli di frequentare la corte come suo cappellano, e alle cui cure affidò la piccola Elisabetta poco prima di morire[39].

Infine, per capire l'indubbio ruolo che Anna ebbe nella riforma anglicana, è utile citare una lettera, destinata alla regina Elisabetta I d'Inghilterra, in cui il teologo scozzese Alexander Ales – riferendosi ad Anna Bolena – scrisse: «la Vostra santissima madre è stata designata dai vescovi evangelici tra quegli eruditi che favorirono la dottrina più pura» (ovvero l'anglicanesimo)[3].

Anna Bolena nella cultura di massa[modifica | modifica sorgente]

Nel corso dei secoli Anna ha ispirato numerose opere artistiche e culturali. Si può ben dire che la sua figura sia rimasta ben radicata nella memoria popolare, al punto da essere stata definita come «la più importante e influente regina consorte che l'Inghilterra abbia mai avuto»[3].

Il soprano Giuditta Pasta, prima interprete del ruolo di Anna nell'opera omonima di Gaetano Donizetti.

Letteratura[modifica | modifica sorgente]

Una biografia romanzata di Anna Bolena è stata scritta dall'autrice Philippa Gregory nel romanzo storico L'altra donna del re.

Teatro[modifica | modifica sorgente]

Celeberrima è l'opera di Gaetano Donizetti, Anna Bolena (Milano, Teatro Carcano, 26 dicembre 1830), una delle opere più note del maestro bergamasco, scritta in soli 30 giorni. Quest'opera dopo il 1870 venne dimenticata, ma fu riscoperta verso la metà del Novecento, dopo un allestimento per la regia di Luchino Visconti, e con Maria Callas nel ruolo della protagonista, ancora oggi una delle massime interpreti del difficile ruolo donizettiano.

Cinema[modifica | modifica sorgente]

Galleria[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c Da notare che il titolo concesso ad Anna Bolena fu quello di marchese e non marchesa (titolo, quest'ultimo, che una donna di norma acquisiva sposando un marchese), a dimostrazione del fatto che il titolo era stato ottenuto per proprio diritto (suo jure). Quello di marchese di Pembroke fu il primo titolo concesso ad una donna inglese.
  2. ^ a b Vedi il paragrafo Ipotesi sulla data di nascita.
  3. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v Eric Ives, The Life and Death of Anne Boleyn: The Most Happy, 2004.
  4. ^ Spesso la pronuncia e l'ortografia del cognome Boleyn erano discordanti, come era comune a quel tempo. Talvolta si trova scritto il nome Bullen, in riferimento alla testa di toro che faceva parte dello stemma di famiglia; inoltre, alla corte di Margherita d'Asburgo, di cui è stata la damigella d'onore dalla primavera del 1513 all'autunno del 1514, Anna è segnata come Boullan, e del resto lei stessa, in questo periodo, si firma nella corrispondenza come Anne de Boullan (Antonia Fraser, Le sei mogli di Enrico VIII, 1997); infine, nella maggior parte dei dipinti che la ritraggono è indicata con il nome latino Anna Bolina (Eric Ives, The Life and Death of Anne Boleyn: The Most Happy, 2004).
  5. ^ (EN) The Age of Anne Boleyn. URL consultato il 04-09-2013.
  6. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q Antonia Fraser, Le sei mogli di Enrico VIII, Mondadori, 1997.
  7. ^ a b c d Retha M. Warnicke, The Fall of Anne Boleyn: A Reassessment, 1985.
  8. ^ a b c d e f g h i j David Starkey, Six Wives: The Queens of Henry VIII, 2003.
  9. ^ Alison Weir, Henry VIII: The King and His Court, 2001.
  10. ^ G.W. Bernard, The king's reformation: Henry VIII and the remaking of the English Church, 2005.
  11. ^ Joanna Denny, Anne Boleyn: A New Life of England's Tragic Queen, 2006.
  12. ^ E.K. Chambers, Sir Thomas Wyatt and Some Collected Studies, 1933.
  13. ^ Antonia Fraser, Le sei mogli di Enrico VIII, Mondadori 1996
  14. ^ a b Michael Graves, Henry VIII, 2003.
  15. ^ a b Praemunire: reato consistente nel voler difendere o mantenere una giurisdizione papale in Inghilterra (Oxford English Dictionary).
  16. ^ Carolly Erickson, Anna Bolena, Mondadori, 2005.
  17. ^ J.J. Scarisbrick, Henry VIII, 1972.
  18. ^ Christopher Haigh, English Reformations, 1993.
  19. ^ a b c d e Neville Williams, Henry VIII and His Court, 1971.
  20. ^ a b c J.J. Scarisbrick, Henry VIII, 1972.
  21. ^ E. Cobham Brewer, 1810–1897. Dictionary of Phrase and Fable, 1898.
  22. ^ Mike Ashley, British Kings & Queens, 2002.
  23. ^ Alison Weir, Six Wives of Henry the VIII, 1991.
  24. ^ a b Christopher Hibbert, Tower Of London: A History of England From the Norman Conquest, 1971.
  25. ^ G.R. Elton, Reform and Reformation, 1977.
  26. ^ John Schofield, The Rise & Fall of Thomas Cromwell, 2008.
  27. ^ Marie Louise Bruce, Anne Boleyn, 1973.
  28. ^ Diarmaid MacCulloch, Thomas Cranmer, 1996.
  29. ^ Simon Schama, A History of Britain: At the Edge of the World?: 3000 BC–AD 1603, 2000.
  30. ^ a b Norah Lofts, Anne Boleyn, 1979.
  31. ^ Michael Pratt, Nelson's Duchy, A Sicilian Anomaly, 2005.
  32. ^ Hans Holzer, Ghosts I've Met, 1965.
  33. ^ (EN) Il vicario che ha parlato a Enrico VIII. I segreti di Anna Bolena, «The Sydney Morning Herald», 31 luglio 1960. URL consultato il 4 settembre 2013.
  34. ^ a b Roy Strong, Tudor & Jacobean Portraits, 1969.
  35. ^ Lo storico italiano Bernardo Davanzati, nel suo Scisma d'Inghilterra fino alla morte della reina Maria (una riduzione in due libri della succitata opera di Sandero), ripropone la descrizione della Bolena fatta dal gesuita inglese: «Ebbe gran persona, capelli neri, viso lungo, color gialliccio, quasi di sparso fiele, un sopraddente di sopra; nella destra le spuntava il sesto dito; sotto il mento alquanto gozzo, che per coprirlo essa, e le sue damigelle, che prima scollacciate ne andavano, vestirono accollato; il resto del corpo proporzionato e bello; bocca graziosissima; nel cianciare, sonare, danzare, ogni dì fogge e gale mutava, esempio e maraviglia era; nell'animo piena d'ambizione, superbia, invidia e lussuria». (Estratto dell'opera presente su Google Books. URL consultato il 04-09-2013).
  36. ^ Doyne C. Bell, Notices of the Historic Persons Buried in the Chapel of St. Peter ad Vincula in the Tower of London, 1877.
  37. ^ a b The British Museum – Collection Online. URL consultato il 21 aprile 2014.
  38. ^ Maria Dowling, A Woman's Place? Learning and the Wives of King Henry VII, 1991.
  39. ^ a b Brian Moynahan, William Tyndale, 2002.
  40. ^ (EN) History of the english Bible - William Tyndale. URL consultato il 4 settembre 2013.
  41. ^ Robert Demaus, William Tyndale, a Biography, 1904.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • (EN) Maria Dowling, A Woman's Place? Learning and the Wives of King Henry VII, 1991.
  • Carolly Erickson, Anna Bolena, Milano, Mondadori, 2005. ISBN 978-88-04-53756-4
  • Antonia Fraser, Le sei mogli di Enrico VIII, Milano, Mondadori, 1997. ISBN 978-88-04-42406-2
  • (EN) Christopher Haigh, English Reformations, 1993.
  • (EN) Christopher Hibbert, Tower Of London: A History of England From the Norman Conquest, 1971.
  • (EN) Eric Ives, The Life and Death of Anne Boleyn, 2004.
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  • (EN) David Starkey, Six Wives: The Queens of Henry VIII, 2003.
  • (EN) Roy Strong, Tudor & Jacobean Portraits, 1969.
  • (EN) Retha M. Warnicke, The Fall of Anne Boleyn: A Reassessment, 1985.
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  • (EN) Neville Williams, Henry VIII and His Court, 1971.

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Caterina d'Aragona 1533 - 1536 Jane Seymour

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