Charlotte Rampling

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Charlotte Rampling a Cannes nel 2009

Tessa Charlotte Rampling (Sturmer, 5 febbraio 1946) è un'attrice cinematografica britannica.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Charlotte è figlia di Anne Gurteen, pittrice, e Godfrey Rampling, ex-atleta (premiato alle olimpiadi 1932 e 1936), colonnello dell'esercito (poi comandante NATO). Trascorre l'infanzia tra la Francia e l'Inghilterra frequentando scuole esclusive[senza fonte] e completa a Londra le scuole superiori. Già a 13 anni aveva girato per i pub, esibendosi con la sorella Sarah in piccoli show canori.

Va a vivere per qualche mese a Madrid frequentando l'università che presto abbandona per unirsi a una band canadese, in cui canta e suona la chitarra. Nel 1963 inizia la professione di indossatrice e modella per poi debuttare nel cinema con un piccolissimo ruolo in Non tutti ce l'hanno (1965), film di Richard Lester vincitore della Palma d'oro al festival di Cannes. Viene notata da Roman Polanski che ne intuisce le qualità e la vorrebbe in Cul-de-sac, ma lei ha già firmato un contratto per Otto facce di bronzo e deve rinunciare; il ruolo verrà assegnato a Jacqueline Bisset.

Nel 1966 inizia un periodo non particolarmente felice della sua vita: la sorella Sarah, dopo aver dato alla luce un bambino prematuro, si suicida. Charlotte e suo padre decidono di tenere la madre all'oscuro di questo particolare e dichiareranno sempre che la morte di Sarah era dovuta a un'emorragia cerebrale. Solo nel 2001, alla morte della madre, Charlotte rivela alla stampa questa verità[1].

All'epoca, la giovane attrice decide di dedicarsi per circa un anno alla meditazione e allo studio delle religioni orientali, ritirandosi in un monastero in Scozia. Nel 1968, appena ventiduenne, viene chiamata in Italia per un piccolo ruolo ne La caduta degli Dei (1969). Il regista Luchino Visconti, pur consapevole della differenza tra l'età dell'attrice e il ruolo da interpretare, le affida la parte di una madre trentasettenne, che viene deportata, assieme ai suoi due bambini, in un campo di concentramento.

La consacrazione a livello internazionale arriva però con un altro film italiano, Il portiere di notte di Liliana Cavani, in cui veste i panni di una ebrea perseguitata durante il nazismo. La sua immagine con il berretto lucido da ufficiale delle Schutzstaffeln, lunghi guanti di pelle nera e le bretelle sopra il seno nudo fa il giro del mondo, ma Charlotte rifugge dall'improvvisa popolarità di quel ruolo, temendo di essere imprigionata sotto un'etichetta di "regina della perversione".

È di questi anni il suo scandaloso ménage a trois con il fotografo Randall Lawrence e il suo migliore amico, l'agente pubblicitario Brian Southcombe, che nel 1972 sposa e da cui ha un figlio, Barnaby, oggi regista televisivo. Il matrimonio finisce quattro anni dopo[2].

Nel 1977 al Festival di Cannes incontra il compositore francese Jean-Michel Jarre, che sposa l'anno successivo; dal matrimonio nascono altri due figli.

Negli anni novanta, se si eccettua qualche rara apparizione cinematografica, si dedica soprattutto alla televisione per tornare sul grande schermo nel nuovo decennio. Tra i suoi ultimi film si segnalano i due diretti da François Ozon: Sotto la sabbia (2000) e Swimming Pool (2003) che le valgono varie nomination a premi come il Cèsar e l'European Film Award e, nel 2003, la vittoria di quest'ultimo. Nel 2013 interpreta il ruolo della neuropsichiatra Evelyn Vogel nella nota serie americana Dexter, da nome dell'omonimo serial killer di cui sarà la coprotagonista.

Filmografia[modifica | modifica sorgente]

Charlotte Rampling in Addio fratello crudele (1971)
Charlotte Rampling con Gian Maria Volonté in Giordano Bruno (1973)
Charlotte Rampling in Il portiere di notte (1974)
Charlotte Rampling in Il portiere di notte (1974)

Onorificenze[modifica | modifica sorgente]

Ufficiale dell'Ordine dell'Impero Britannico - nastrino per uniforme ordinaria Ufficiale dell'Ordine dell'Impero Britannico
— 2000

Doppiatrici italiane[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ The Sydney Morning Herald, 22 dicembre 2006
  2. ^ The Sydney Morning Herald, 22 dicembre 2006

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Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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