Vittore Carpaccio

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« Et il nome mio è dicto Victor Carpathio »
(Vittore Carpaccio)

Vittore Carpaccio, detto talvolta anche Vittorio (1465 circa – 1525/1526), è stato un pittore italiano.

Fu uno dei protagonisti della produzione di teleri a Venezia a cavallo tra il XV e il XVI secolo, divenendo forse il miglior testimone della vita, dei costumi e dell'aspetto straordinario della Serenissima in quegli anni. Come altri grandi maestri italiani della sua generazione (Perugino, Luca Signorelli, lo stesso Andrea Mantegna), dopo un periodo di fastosi successi visse una crisi poco dopo lo scoccare del XVI secolo per le difficoltà ad assimilare gli apporti rivoluzionari e moderni dei nuovi "grandi" (Leonardo da Vinci, Michelangelo, Raffaello, Giorgione e Tiziano). Visse gli ultimi anni relegato in provincia, dove il suo stile ormai attardato trovava ancora ammiratori.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Origini[modifica | modifica wikitesto]

Non si conosce né la data né l'esatto luogo di origine del pittore, figlio del mercante di pelli Pietro. Il suo cognome era in realtà Scarpazza o Scarpazo, mentre Carpaccio è l'italianizzazione delle forme latine Carpathius e Carpatio con cui firmava le sue opere. Pare che gli Scarpazo fossero originari dell'isola di Mazzorbo e che il ramo da cui discese Vittore si fosse trasferito a Venezia nel Trecento, presso la parrocchia di Sant'Angelo (Dorsoduro).

Il primo documento che lo riguarda è il testamento dello zio fra' Ilario, al secolo Zuane (Giovanni) Scarpazza, datato 21 settembre 1472, nel quale viene designato erede subentrante in caso di lite fra i beneficiari; si può supporre che in quell'occasione il Carpaccio fosse almeno quindicenne. Successivamente il suo nome compare in una quietanza d'affitto dell'8 agosto 1486, nella quale viene descritto di giovane età e ancora abitante nella casa paterna.

Nulla si conosce nemmeno del suo apprendistato, ma la qualità artistica tra la prima opera nota (le Storie di Sant'Orsola del 1490) e i lavori immediatamente successivi risulta di molto migliorata, facendo intuire che il Carpaccio fosse in quegli anni ancora giovane e in piena formazione[1].

La città lagunare viveva in quegli anni una straordinaria stagione fatta di successi militari e commerciali, ricchezza e grandi commissioni artistiche, delle quali Carpaccio fu, a partire dagli anni novanta, tra i protagonisti.

Formazione[modifica | modifica wikitesto]

La prima opera sicuramente datata di Carpaccio è un episodio delle Storie di sant'Orsola (Arrivo dei pellegrini a Colonia), dove si riscontra un certo impaccio giovanile nella tecnica e nella forma artistica. Un ristretto gruppo di opere è stato riferito, tramite il confronto stilistico, a questa prima fase della produzione dell'artista, leggermente anteriore al ciclo di Sant'Orsola. Si tratta essenzialmente del Redentore benedicente tra quattro apostoli e della Pietà della Collezione Contini Bonacossi di Firenze, e del Polittico di Zara, nella cattedrale della città adriatica. La presenza di un'importante opera giovanile in Istria ha anche fatto pensare che il pittore fosse originario della zona, magari di Capodistria.[senza fonte]

In queste opere si nota una prima assimilazione del retaggio di Antonello da Messina e dei pittori nordici, nell'acuta individuazione fisiognomica dei personaggi e nell'amorosa cura dei dettagli. Il segno grafico e puntiglioso, con le tipiche pieghe accartocciate dei panneggi, deriva da fonti ferraresi e dall'onda lunga della scuola padovana, ancora praticata a Venezia dai "mantegneschi" Vivarini. I soggetti grandeggiano rispetto allo sfondo, spesso petroso, con relazioni spaziali e prospettiche non ordinate geometricamente in maniera unitaria, come faceva Gentile Bellini.

Giulio Carlo Argan evidenzia che la pittura di Carpaccio "vede e comunica ciò che si vede", non insegna a pregare, filosofare, fantasticare. Il suo è "vedutismo" che si rifà alla cultura empirica diffusa in quel tempo dall'Università di Padova dove dominava lo studio della dottrina di Aristotele. Questa cultura pittorica, "fondata sulla positività dell'esperienza", giungerà, attraverso Paolo Veronese e Jacopo Bassano, fino a Canaletto[2].

Scuola di Sant'Orsola[modifica | modifica wikitesto]

Dal 1490 al 1495 fu impegnato in una prima grande commissione, la realizzazione dei nove teleri con le Storie di sant'Orsola, per la Scuola della santa omonima (ora conservati alle Gallerie dell'Accademia di Venezia), tratte dalla Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine.

Nell'eseguire i teleri Carpaccio non poté seguire l'ordine normale del racconto, ma, a giudicare dalle date su alcuni dei dipinti e dai confronti stilistici negli altri, lavorò a ciascuna storia man mano che una parete dell'edificio si rendeva disponibile rimuovendo i due antichi altari e i monumenti funebri (arche) dei confratelli defunti, tra cui anche quella dei Loredan.

L'impresa pittorica fu relativamente veloce. Nel 1493 il Sanudo, nel De origine situ et magistratibus urbis Venetiae, fece intendere che la decorazione di Sant'Orsola fosse già a buon punto, vicina al completamento, e già nel 1495, con l'Incontro dei fidanzati e partenza dei pellegrini, Carpaccio firmava l'ultimo cartellino leggibile, eseguendo probabilmente immediatamente dopo le tre tele della serie degli Ambasciatori.

Confrontando le prime opere con le ultime sorprende la rapidissima maturazione artistica di Carpaccio, che superò velocemente ogni impaccio giovanile per approdare, con sicuro istinto figurativo, a traguardi poetici che potevano competere col caposcuola veneziano dell'epoca, Giovanni Bellini; nelle prime tele infatti sono presenti incertezze nella composizione prospettica e nell'orchestrazione della scena, dove manca un centro narrativo focale. Velocemente, nelle opere successive, le composizione sono ordite con sicurezza in ampie panoramiche, con scorci profondi e squadri in prospettiva. I protagonisti, privi di forti significati sentimentali anche nelle scene più drammatiche, sono come sospesi in un ritmo è lento e magico, come sul palcoscenico di un immaginario teatro. Luce e colore legano gli elementi più disparati, dal più lontano al più vicino in primo piano, permettendo al pittore di soffermarsi sui curatissimi dettagli, che indagano particolari delle architetture, dei costumi, del cerimoniale ufficiale, ma anche della vita quotidiana, spesso ritratta con grande freschezza. Numerosi sono i ritratti di personaggi reali, soprattutto confratelli e membri della famiglia Loredan, i principali finanziatori del ciclo. La materia pittorica è preziosissima ma anche concreta, con note inequivocabilmente locali, negli scorci che ricordano Venezia e l'entroterra collinare veneto.

Scuola di San Giovanni Evangelista[modifica | modifica wikitesto]

Sulla scorta del successo dei teleri di Sant'Orsola, Carpaccio venne invitato a partecipare anche a un altro grande ciclo che si andava di dipingendo in quegli anni, quello per la Scuola Grande di San Giovanni Evangelista. Suo è il Miracolo della Croce a Rialto del 1496 circa, uno dei primi della serie che fu poi completata da Gentile Bellini e altri.

L'evento miracoloso si trova relegato nell'ariosa loggia in alto a sinistra, mentre gran parte della tela è messo a disposizione della veduta urbana brulicante di vita. Puntuale è la resa topografica e la descrizione delle attività umane che vi si svolgono. La luce vibra liberamente su tutti i dettagli, generando quella particolare atmosfera in cui sembra che l'aria circoli liberamente. Straordinaria è la capacità di mantenere un'unità ambientale integra riuscendo al tempo stesso a concentrarsi nei più minuti particolari: si tratta della migliore verità ottica veneziana, che non avrà rivali fino ai tempi del Canaletto.

Opere a cavallo dei secoli XV e XVI[modifica | modifica wikitesto]

Alcune opere sono state legate agli anni delle Storie di sant'Orsola, sebbene non esistano ipotesi indiscusse sulla cronologia di esse e di gran parte della produzione di Carpaccio in generale. Tra queste vi sono l'Uomo col berretto rosso del Museo Correr, il Ritratto di dama dell'Art Museum di Denver e la Caccia in laguna del Getty Museum, forse parte superiore delle Due dame veneziane al Museo Correr. Soprattutto l'ultima opera è densa di effetti atmosferici, con una veduta della laguna di Venezia a volo d'uccello che ricorda da vicino l'Arrivo degli ambasciatori.

Nell'ultimo quinquennio del secolo Carpaccio eseguì una serie di dipinti a soggetto sacro in cui sembra forte come mai l'influenza di Giovanni Bellini e della sua umana tenerezza pittorica. Ne sono un esempio il Cristo tra quattro angeli con gli strumenti della Passione (1496) del Museo civico di Udine, il Polittico della parrocchiale di Grumello (con un San Girolamo molto simile alle prove belliniane sul tema), la Madonna col Bambino e san Giovannino dello Städel, la Madonna col Bambino e le sante Cecilia e Orsola in collezione privata inglese e le due figure allegoriche della Prudenza e della Temperanza nell'High Museum of Art di Atlanta. Alle Pietà degli anni ottanta di Bellini sembra ispirarsi la Pietà carpaccesca nella collezione Serristori di Firenze, mentre la Fuga in Egitto mostra un paesaggio veramente dolcissimo. La Meditazione sulla Passione invece, dipinta forse agli albori del secolo, mostra influenze mantegnesche, antonelliane e ferraresi.

Il telero per Palazzo Ducale[modifica | modifica wikitesto]

Al culmine della carriera ricevette, tra il 1501 e il 1502, la prestigiosa commissione per un vasto telero per la Sala dei Pregadi in Palazzo Ducale. All'opera, che venne terminata entro il 1507 e della quale non si conosce nemmeno quale fosse il soggetto, si aggiunsero poi, più tardi, altri due teleri (1510 circa) per la Sala del Maggior Consiglio con Papa Alessandro III che ad Ancona conferisce al doge Alessandro Zen l'insegna del parasole e Papa Alessandro III che concede l'indulgenza nel giorno dell'Ascensione ai visitatori di San Marco, quest'ultimo forse in collaborazione con Giovanni Bellini.

Tutte queste opere vennero distrutte nel disastroso incendio del 1577, che bruciò anche le opere di Giorgione e Tiziano ivi contenute.

Scuola di San Giorgio degli Schiavoni[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Scuola di San Giorgio degli Schiavoni.

All'alba del XVI secolo Carpaccio ricevette la commissione per un altro grande ciclo di teleri, questa volta destinato a un sodalizio "minore", la Scuola di San Giorgio degli Schiavoni, così chiamata perché raccoglieva tra i suoi membri i dalmati residenti o di passaggio a Venezia.

A differenza dei precedenti teleri per la Scuola di Sant'Orsola, dove nelle singole rappresentazioni venivano inserite più scene, in ciascuno dei teleri degli Schiavoni, realizzati tra il 1502 e il 1507 e tuttora in loco, si concentrò su un unico episodio, dedicato alle storie dei santi protettori della confraternita, Girolamo, Giorgio e Trifone, a cui si aggiunsero due storie di san Matteo, venerato dopo che la Scuola, nel 1502, ne ricevette una reliquia in dono da Paolo Vallaresso. In queste opere la semplificazione strutturale è accompagnata da un'ulteriore accentuazione fantastica, che va a fondersi con la resa minuziosa del reale creando scene credibili ma con elementi immaginari. Per le storie di san Girolamo realizzò tre teleri con: San Girolamo e il leone nel convento, i Funerali di san Girolamo, Sant'Agostino nello studio. Dipinse poi un telero con San Trifone ammansisce il basilisco e tre teleri con le Storie di san Giorgio: San Giorgio in lotta con il drago, Trionfo di san Giorgio e Battesimo dei seleniti. Le Storie di san Matteo furono: Orazione nell'orto del Getsemani e Vocazione di san Matteo.

Tra i teleri più famosi ci sono il Sant'Agostino nello studio, con la scena della premonizione della morte di san Girolamo da parte di sant'Agostino ambientata in uno studiolo umanistico, gremito di oggetti per il lavoro intellettuale, e San Giorgio e il drago, con la battaglia inserita su un terreno cosparso da macabri resti.

Tutti i teleri sono datati sui cartellini 1502, tranne gli ultimi due (Battesimo dei seleniti e San Trifone che ammansisce il basilisco), datati 1507: in questi ultimi si iniziano a notare una certa stanchezza compositiva, con la riproposizione di modelli già usati, e un progressivo impoverimento del colore, soprattutto nella tela su san Trifone, che forse è in larga parte opera di collaboratori.

In queste opere, anche le migliori, il linguaggio di Carpaccio risulta ormai isolato nel contesto veneziano, quando in apertura del XVI secolo erano attivi gli stranieri Leonardo da Vinci, Albrecht Dürer e Fra' Bartolomeo, mentre tra i pittori locali si andava consumando la rivoluzione del colore di Giorgione, Tiziano, Sebastiano del Piombo e Lorenzo Lotto; inoltre arrivavano le prime avvisaglie del classicismo instaurato tra Firenze e Roma da artisti come Raffaello e Michelangelo. Carpaccio non aveva la duttilità e la capacità di assorbire le novità del conterraneo Giovanni Bellini, e le sue opere iniziavano rapidamente ad apparire arcaizzanti.

Nel 1508 si può immaginare il turbamento dell'artista quando fu chiamato a dare un giudizio, con Lazzaro Bastiani, sugli affreschi di Giorgione al Fondaco dei Tedeschi per valutarne il valore e quindi il compenso per l'artefice. Niente era più diverso dal suo stile di quella pittura fatta di colori fragranti e corposi, sciolti morbidamente in gradazioni luminose di valore atmosferico, con una rinnovata monumentalità delle figure. Né Carpaccio poteva abbracciare quell'intimistica e irrequieta interpretazione del reale operata da Lorenzo Lotto, così diversa dalla sua fantasia razionale e studiata.

Scuola di Santa Maria degli Albanesi[modifica | modifica wikitesto]

Nascita della Vergine

Un certo disorientamento dell'artista, già precettibile negli ultimi teleri per gli Schiavoni, si manifestò ancora più evidente nel ciclo di Storie della Vergine, eseguite tra il 1504 e il 1508 per la Scuola di Santa Maria degli Albanesi, rivale di quella degli Schiavoni.

I cinque teleri, realizzati con il ricorso a aiuti, sono oggi sparsi tra più musei: la Nascita della Vergine nell'Accademia Carrara di Bergamo, la Presentazione di Maria al tempio e il Miracolo della verga fiorita alla Pinacoteca di Brera di Milano, l'Annunciazione, e la Morte della Vergine alla Ca' d'Oro di Venezia, la Visitazione al Museo Correr.

L'inventiva e la tenuta coloristica di questo ciclo sono più povere e ciò è da imputare sia al livello più mediocre dei collaboratori, che al minor impegno richiesto dalla confraternita, ma soprattutto alle difficoltà dell'artista di rinnovarsi di fronte alla rivoluzione innescata da Giorgione.

Altre opere[modifica | modifica wikitesto]

Altre opere dei primi due decenni del Cinquecento sono caratterizzate da uno stile pittorico più elevato, con un rigore prospettico calibrato e una lucido accordo di luci, colori e ombre. Ne sono un esempio la Sacra Famiglia e due donatori della Fondazione Gubelkian di Lisbona (firmato e datato 1505) o la Sacra coversazione del Musée du Petit Palais di Avignone. Spiccano poi la Madonna leggente di Washington (ottobre 1505), modellata su una figura della Nascita della Vergine per la Scuola degli Albanesi, la grande pala di San Tommaso in gloria tra i santi Marco e Ludovico di Tolosa (1507), già nella chiesa di San Pietro Martire di Murano e oggi nella Staatsgalerie di Stoccarda, o la Morte della Vergine (1508) nella Pinacoteca Nazionale di Ferrara, versione del rtema di ben più alto rigore della prova nella Scuola di San Giorgio. Una grande pala è la Presentazione di Gesù al Tempio, del 1510, nelle Gallerie dell'Accademia, dove è evidente l'influsso di Giovanni Bellini, in particolare della Pala di San Giobbe, anche se i colori di Carpaccio sono più smaltati, legati a una nostalgica e ormai arcaica rievocazione dell'antonellismo.

Punto culminate della produzione di questi anni è il Ritratto di cavaliere, del 1510, con una ricca descrizione dei dettagli naturali.

Verso il 1510 Carpaccio completo la prima serie di teleri per la Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale, che gli valse l'ambita qualifica di pittore ufficiale della Repubblica. Carpaccio di questa nomina fu molto orgoglioso, come si evince dalla lettera datata 15 agosto 1511 al marchese Francesco Gonzaga, con la quale loda la sua Veduta di Gerusalemme appena inviata, ricordando che, a garanzia della qualità dell'opera, egli è "quel pictor dallo excell. Consilio de i Diece conducto per dipingere in Salla Granda, dove la Sig.a V.a se dignò a scendere sopra il solaro a veder l'opra nostra che è la historia de Ancona. Et il nome mio è dicto Victor Carpathio".

La nomina coincide con un periodo di carenza di pittori a Venezia: nel 1510 era infatti morto Giorgione, e l'anno successivo partì per Roma Sebastiano del Piombo, mentre Lorenzo Lotto e il Pordenone erano occupati in peregrinazioni nell'Italia settentrionale e restava solo il vecchio Giovanni Bellini, che sarebbe morto nel 1516. In quegli anni iniziava però a splendere anche la stella di Tiziano, impegnato inizialmente soprattutto a Padova.

Scuola di Santo Stefano[modifica | modifica wikitesto]

Tra il 1511 e il 1520 realizza i cinque teleri con le Storie di santo Stefano per la Scuola dei Laneri, di cui ne rimangono solo quattro. Queste scene mostrano la ripetizione di modelli e schemi di dipinti passati, con alcune stanchezze, soprattutto nei personaggi che appaiono spesso imbambolati, con maggiore cura nella descrizione delle vesti che non nelle fisionomie. Spiccano comunque alcune scene, come quella della Disputa di santo Stefano, dove l'ariosa ambientazione in una loggia è in contrasto con la pungente stravaganza degli edifici dello sfondo.

Ultima produzione[modifica | modifica wikitesto]

La tarda attività è riservata in parte alla provincia e condivisa con i figli Benedetto e Piero. In queste opere la qualità del colore e la forza espressiva vengono ancora meno, con un ricorso sempre più ampio agli aiuti di bottega. Ne sono un esempio il Polittico di Santa Fosca del 1514, o la pala per la chiesa di San Vitale a Venezia. Si manifesta nel frattempo un gusto per composizioni o parti delle composizioni sempre più affollate, come nei Diecimila martiri di Ararat del 1515.

Tra i polittici per chiese delle aree periferiche della Repubblica ci sono in questi anni opere per Capodistria (1516-1523), Pirano (1518), Pozzale (1519) e Chioggia (1520).

Stimolarono la sua fantasia solo due opere di questo periodo, quali il Leone di San Marco (1516), con un'allusiva veduta di Venezia, e l'allucinato Cristo morto (1520), cosparso di innumerevoli simboli di morte e con vari episodi frammentari della vita di Cristo nello sfondo, tutti legati alla fine della vita terrena di Cristo ed alla caducità di quella dell'uomo.

Dal 1522 al 1523 fu impegnato in commissioni per il patriarca Antonio Contarini, e un documento del 28 ottobre 1525 lo ricorda come ancora in vita. Il 26 giugno 1526 però, in una testimonianza, il figlio Pietro lo ricorda già morto.

Opere principali[modifica | modifica wikitesto]

Presentazione di Gesù al Tempio
Leone di San Marco, dettaglio
San Paolo - Santuario di San Domenico - Chioggia

Curiosità[modifica | modifica wikitesto]

Il carpaccio, piatto a base di carne cruda, fu inventato a Venezia durante la mostra dedicata all'artista nel 1963.[3]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Franco Renzo Presenti, Vittore Carpaccio in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 20, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1977. URL consultato il 26 agosto 2012.
  2. ^ Storia dell'arte italiana, ed. Sansoni, 1979, vol. 2, p. 348 e segg.
  3. ^ Carpaccio, treccani.it. URL consultato il 22 marzo 2014.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Francesco Valcanover, Vittore Carpaccio, in AA.VV., Pittori del Rinascimento, Scala, Firenze 2007. ISBN 88-8117-099-X
  • Daniele Trucco, Vittore Carpaccio e l’esasperazione dell’orrido nell’iconografia del Rinascimento, in «Letteratura & Arte», n. 12, 2014, pp. 9-23.
  • Daniele Trucco, L’emancipazione del macabro. Il disfacimento del corpo nell’opera di Carpaccio, in «Arte & Dossier», n. 316, anno XXIX, 2014, pp. 48-53.

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